giovedì 30 agosto 2007

l’Unità 30.8.07
Bertinotti: distribuiamo la ricchezza
Al presidente di Confindustria (senza citarlo): attenti ai poteri forti
di Federica Fantozzi

LAVORO Sotto il sole impietoso delle dieci del mattino Fausto Bertinotti, abbronzato, occhiali rossi che scivolano sulla punta del naso e polsini bianchi che sbucano sotto la giacca scura mentre agita le mani, parla di lavoro «dall'alfa all'omega», di «omicidi bianchi», di rivalutazione dell'apprendistato dei mestieri manuali, di un ciclo virtuoso che «rispetti i viventi», davanti a una platea di giovani Dc che si spella le mani e urla «bravo». La scena fa impressione, così come l'asse Bertinotti-Mastella contro Montezemolo: «In Italia si rischia la morte della politica e la crisi della democrazia - attacca il presidente della Camera - con l'affermazione di poteri forti fuori dalla rappresentanza. Il logoramento è rafforzato da chi considera la politica un elemento di ingombro inutile perchè l'economia fa bene da sola. Basta votare, che costa, esportiamo il modello impresa. Ma non funziona così bene». Anche il Guardasigilli, amico di imprenditori come Della Valle e banchieri come Luigi Abete, appare seccato: «Sono d'accordo con Fausto, Montezemolo se vuole si candidi ma basta con i sermoni. Le prediche non ci interessano, si sporchi le mani».
Il dato oggettivo è che, in attesa di Berlusconi per cui si favoleggiano pullman e migliaia di fan, Fausto il Rosso ha conquistato il catino dei giovani Udeur. Certo: l'uomo è smagato, la erre arrotata avvalora il cliché della sinistra in cachemire e - d'altra parte - i centristi cattolici sono affabili con gli ospiti quanto pronti a ri-serrare le fila del proprio credo politico. Eppure, uno dei pulcini mastelliani che scandisce «Sono onorato di avere un presidente della Camera così autorevole», appunto, fa impressione. Piu del concreto Parisi e del reticente Rutelli, Bertinotti seduce e conquista. La sua è una lectio magistralis sul mondo del lavoro con il vezzo un po' snob di dichiararsi «vetero», le citazioni colte, i riferimenti al modello fordista, i limiti all'iniziativa privata per tutelare «grandi assi strategici» come Alitalia o Fiat. Non si sottrae alle domande. La stretta sui lavavetri? «Non mi convince. Preferirei che la tolleranza zero fosse contro il racket». Applausi. Cosa farebbe del tesoretto? «Il Paese ha bisogno di un'operazione complessa di redistribuzione del reddito». Lo sciopero fiscale? «No, perché metà del Paese non può farlo subendo il prelievo alla fonte». L'indagine europea sull'Ici ecclesiastico? «L'Europa è importante ma non cancella la capacità di un Paese di far valere le sue idee». Pentito di aver candidato Caruso? «Non declino la responsabilità, ma chi si era scandalizzato per Luxuria ora faccia mea culpa. Un partito deve sapersi aprire a esperienze nuove». Solo sull'intervista di Veltroni glissa: «Mi è dispiaciuta l'evaporazione dei riferimenti sociali». Strappa l'ovazione quando, contro gli incidenti sul lavoro, chiama in causa sì le leggi ma anche la civiltà di un popolo: «A Marcinelle un vecchio minatore mi disse che i suoi compagni erano morti perché il carbone valeva piu della vita». Un ragazzo provoca: non è meglio precari che disoccupati, fissi al bar a bere cappuccini? Un invito a nozze. I polsini bianchi svolazzano: «È una proposizione di buon senso, come tante che lastricano le strade dell'inferno». L'Europa globalizzata deve darsi un profilo che nasca dalla sua storia di carità cristiana ed eguaglianza operaista. Se invece alla crisi di civiltà si risponde con una politica predatoria, gli incendi diventeranno come gli omicidi: tanti e senza spiegazione.

Repubblica 30.8.07
Fisco agevolato per gli immobili della Chiesa. Per scuole e ospedali cattolici più finanziamenti
Resort e hotel a quattro stelle ma per lo Stato sono esentasse
Da Cortina a Camaldoli il business dei conventi ristrutturati
di Luca Iezzi

Dai Patti Lateranensi in poi, a Roma la gran parte degli edifici di proprietà ecclesiale gode del vantaggio della extraterritorialità
Il caso del turismo legato alla fede: l'ospitalità vale 40 milioni di presenze l'anno, gestite dal Vaticano

ROMA - Curarsi, viaggiare, studiare. Basta aggiungere il marchio della fede per svolgere queste attività in un mondo a parte: regolato meno e più favorevolmente. La legge riconosce privilegi a tutte le attività connesse alla religione: ciò che serve per alloggiare, sostenere, assistere e formare i fedeli non può essere tassato come un´attività a fini di lucro. Chiaro in teoria, ma nella pratica la linea di confine diventa abbastanza confusa: ostelli per pellegrini che diventano alberghi a quattro stelle, conventi che diventano resort alla moda; ospedali che godono dell´extraterritorialità eppure a cui lo Stato riconosce finanziamenti direttamente in ogni Finanziaria.
L´inchiesta dell´Ue sui regimi fiscali riporta al centro l´attenzione soprattutto la questione immobiliare. Un vero e proprio ginepraio: al vertice c´è l´Apsa, sigla che sta per l´Amministrazione patrimoniale della sede apostolica che gestisce gli immobili della città del Vaticano e tutta una serie di fabbricati specie a Roma. Per molti di loro bisogna rifarsi ai Patti Lateranensi e diversi regimi di extraterritorialità Ma l´Apsa controlla anche proprietà "normali" in territorio italiano sottoposte specie negli ultimi anni a "normale" speculazione edilizia spesso attraverso società lussemburghesi e quindi lontano dalle grinfie dell´Erario. Tutta italiana poi la questione degli immobili di proprietà di enti religiosi e quindi "esentabili" dall´Ici. Visto che la legge impone il tributo solo nel caso l´attività sia «esclusivamente» commerciale il meccanismo più utilizzato è quello di affiancare e riconvertire solo una parte ad attività economica. La doppia attività ha trasformato conventi e seminari di pregio in hotel a quattro stelle o comunque centri famosi e ricercati dove si accettano visite e denaro da fedeli e non. Esempi di accoglienza "di lusso" si possono trovare a pochi passi dal Castel S. Angelo a Roma dove i Carmelitani condividono un albergo da 83-120 euro a notte con Tv satellitare, frigobar e aria condizionata. Più esclusive le 7 camere dentro uno dei monumenti più famosi di Milano: l´abbazia di Chiaravalle. Sempre in tema di ospitalità monastica d´alta gamma da segnalare il monastero di Camaldoli in provincia di Arezzo che attira intellettuali, politici o semplici turisti che amano la Toscana. A Cortina poi una vera e propria istituzione sono le Orsoline che da mezzo secolo danno ospitalità a prezzi modici in un ex albergo a vip e turisti. Culto dell´ospitalità, ma anche valutazione dell´unicità della propria offerta. Offerte per ritiri spirituali e gruppi di fede, ma anche per il turista straniero (di qualsiasi fede) che vuole soggiornare in una città d´arte. Tra case ferie, seminari e casa accoglienza le strutture che in Italia sono oltre 1000, tutte "parzialmente" riconvertite, e quindi al riparo dall´Ici, molte di loro sono facilmente rintracciabili su Internet. In alcuni casi la gestione passa a società laiche, ma la proprietà rimane all´ente religioso. Quello del turismo religioso è un vero e proprio network parallelo e capillare, spinta dalle numerose ristrutturazioni realizzate in questi anni spesso con l´aiuto pubblico. Il business dell´ospitalità genera 40 milioni di clienti l´anno scorso: 250 mila posti letto e oltre 4000 strutture. Gran parte del traffico è gestito direttamente dal tour operator vaticano l´Opera Romana Pellegrinaggi che conta 2500 agenzie convenzionate e offre pacchetti completi, viaggi aerei, pernottamenti sia in alberghi normali che in quelli religiosi.
Regimi particolari anche nella Sanità, con le strutture (per lo più di eccellenza) nate da iniziative religiose che invariabilmente ci guadagnano nei rapporti con il Servizio Sanitario nazionale. Il Bambin Gesù, uno degli ospedali pediatrici più famosi d´Italia, vede i suoi rapporti con lo Stato italiano regolati da un trattato internazionale con tanto di ratifica sulla Gazzetta Ufficiale (fu donato nel 1924 direttamente al Papa dai fondatori, la famiglia aristocratica Salviati). Gode di finanziamenti pubblici nazionali per la sua attività di ricerca, e dei rimborsi dalla Regione Lazio per l´attività quotidiane in quanto struttura convenzionata, ma non ogni modifica alle sue prerogative deve essere contrattata con il Vaticano dal ministero degli Esteri. Insomma una situazione in cui lo Stato paga ma non comanda. Anche per 7 ospedali "classificati" tenuti da religiosi nel Lazio vale un regime particolare: espressamente convenzionati nel 1978 (all´istituzione del Ssn) non possono perdere questa qualifica indipendentemente dalle necessità della Regione.
Per il Policlinico Gemelli e l´Università Cattolica ad esso collegate vale invece il trattamento delle strutture private per Sanità e istruzione. Un settore quest´ultimo che ha già suscitato polemiche da quando lo Stato ha iniziato a finanziare gli istituti privati. Il mondo cattolico non più di tre giorni fa ha accolto con piacere l´annuncio di un innalzamento a 500 milioni di euro da parte del ministro per la pubblica istruzione Giuseppe Fioroni degli stanziamenti per le scuole non statali dove le istituzioni cattoliche la fanno da padrone.

Liberazione 30.8.07
Il presidente della Camera a Telese parla di diseguaglianze, fisco, solidarietà sociale
Bertinotti e l'ordinanza di Firenze:
«Punire i primi colpevoli, non gli ultimi»
di Angela Mauro

A Telese, il presidente della Camera parla di fisco e redistribuzione sociale, di tassare le rendite della Chiesa, ma soprattutto di solidarietà. Sintonia con i cattolici, in nome di padre Chenoux
Bertinotti: «Non ha senso colpire gli ultimi»

Largo ai giovani. Un Mastella in maniche di camicia non si fa scrupolo di polemizzare con i più anziani ospiti della sua festa di Telese per invitarli a lasciare il posto ai "meno stagionati" dell'Udeur. Il dibattito con il presidente della Camera Fausto Bertinotti è stato organizzato per loro, i giovani, fa capire il leader del Campanile rispondendo a tono ad un signore in età matura che non molla la sedia. «Sarà un comunista...», si fa sfuggire uno dei ragazzi già accomodati, impaziente per l'inizio del confronto moderato da Clemente Mimun. Al tavolo della presidenza ci sono già tutti, ospite d'onore compreso, e si capisce subito che la sdegnata battuta, detta a mezza bocca, sull'anziano signore che non fa largo ai giovani non esprime un giudizio negativo sull'uomo Bertinotti e sulla sua storia. La platea infatti scoppia in applausi di fronte ai commenti del presidente della Camera sull'ordinanza della giunta di Firenze contro i lavavetri.
«Non mi convince qualunque provvedimento che intervenga sugli ultimi invece che sui primi colpevoli. Preferirei la tolleranza zero nei confronti del racket». Perfetta consonanza con quanto affermerà più tardi lo stesso Mastella e con lo spirito, evidentemente cattolico, degli astanti. Del resto, è lo stesso Bertinotti a non fare mistero, anche a Telese, della sua simpatia per il cattolico padre Maria Chenoux che negli anni '60 definì la solidarietà come «fusione tra la nozione di uguaglianza del movimento operaio e quella di carità propria della storia del cristianesimo». E, ora che i Ds amministratori di Firenze virano sulle scorciatoie securitarie, seguiti a ruota da altri sindaci di centrosinistra in Italia, ora che il governo Prodi è affaticato dal peso delle pressioni dei poteri forti e dalle spinte centriste interne al Pd - che sanno più di destra che di genuino spirito cattolico - in questa fase storica è sulla solidarietà sociale che bisogna operare, insiste Bertinotti, risparmiandosi come sempre accenni più specifici sull'agenda politica del momento, salvo che sul fisco, tirata in ballo da Mimun. La parola d'ordine è «redistribuzione della ricchezza», emergenza di fronte alla quale anche il sistema fiscale «non può voltare le spalle». E il tributo all'originario spirito cattolico non gli vieta di "solidarizzare" con l'Ue che chiede chiarimenti all'Italia sui vantaggi fiscali alla Chiesa. «Da cittadino - premette - penso che tra i beni religiosi ci sono quelli caritatevoli e legati al culto, da esonerare dal pagamento delle tasse, e quelli legati alle rendite che vanno accortamente tassate».
Non proprio musica per le orecchie della platea Udeur, che però preferisce concentrarsi sui grandi temi sociali, trascurando il Pd, Rutelli, Veltroni, il governo. C'è dunque sintonia. «Più che di composizione di governi, bisogna parlare di come ricostruire la società civile», risponde il presidente della Camera alla domanda di una giovane dell'Udeur che denuncia la «contrapposizione creatasi di recente tra mondo cattolico e sinistra, a tutto vantaggio dei poteri forti». E' un "la" che consente a Bertinotti di soffermarsi sul «rischio di morte della politica in Europa» e sulla «crisi per la democrazia» derivante dalla «affermazione di poteri sovranazionali».
Insomma, «c'è chi vuole estendere il modello dell'impresa in Parlamento, abolire la distinzione tra destra e sinistra e - è la battuta di Bertinotti - non c'è il coraggio di andare fino in fondo, altrimenti si arriverebbe anche a fare a meno del diritto di voto...». E' la «oggettivizzazione che prende il posto delle soggettività organizzate». E' una «sfida», ma «nè la sinistra, nè il mondo cattolico rispondono in maniera adeguata».
E Veltroni? Come risponde Veltroni nella sua recente intervista al Corsera ? «Mi è piaciuto il richiamo alla Resistenza», taglia corto il presidente della Camera rispondendo a Mimun. «Cosa non mi è piaciuto? Devo dire una o cento cose?». Vada per una: «L'idea che nella società contemporanea evaporino i riferimenti sociali». L'invito è a «fornire le prove» sul fatto che la società non sia più divisa in «classi». Non è così: non è possibile parlare solo di cittadini «perchè c'è differenza tra un disoccupato e chi un lavoro ce l'ha» e c'è differenza tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, soprattutto perchè ultimamente quest'ultimo è «disconosciuto». Come mai prima. «Ma il governo ha fatto abbastanza per combattere le morti bianche?», è interessato a sapere un giovane in platea. Bertinotti dà atto a Napolitano dell'interessamento, riconosce l'impegno del governo nel «contrasto degli omicidi bianchi sul terreno della cultura della sicurezza sul lavoro», cita l'inchiesta sul lavoro di Camera, Senato e Cnel, ma allarga il ragionamento: «Le morti bianche sono una condanna per il posto in cui il lavoro è collocato nella società». L'esempio della tragedia di Marcinelle calza a pennello: «E' successo perchè il carbone valeva più della vita umana. Se oggi il profitto vale più della vita umana ci saranno sempre morti sul lavoro». Bisogna che il lavoro sia protagonista anche nel mondo dell'informazione, nei tg, continua Bertinotti. E quando un altro giovane mastelliano lo punzecchia sul fatto che la flessibilità è in realtà un'opportunità per i giovani, il presidente della Camera replica: «Di buon senso sono lastricate le vie dell'inferno: il problema è vedere se lavorare per tre giorni una volta ogni tanto allevia il tuo disagio o lo perpetua, se ti apre la porta ad un lavoro stabile o se quella porta ti viene chiusa in faccia tutte le volte».
La precarietà è un «modo di essere della società americana, ma è incompatibile con la civiltà europea del futuro». L'Ue, chiude il cerchio il presidente della Camera, deve avere «una sua identità nella modernità, non può accettare un presunto modello universale generato dai processi materiali di riorganizzazione della produzione». Chenoux insegna.
Nel dibattito Bertinotti invoca anche la necessità di non legiferare solo per «via emergenziale» su questioni come le morti bianche o anche gli incendi estivi. E c'è un breve accenno, chiesto da Mimun, sul caso Caruso, il deputato del Prc autosospeso dall'incarico dopo le polemiche sulle sue frasi su Treu e Biagi. «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», risponde Bertinotti che rivendica il «diritto di un partito di aprirsi ad esperienze non proprie salvo far valere le sue capacità di critica». Che farà Bertinotti dopo la presidenza della Camera? Un altro accenno fuori dai binari dei temi sociali: «Un conto è la passione politica, da perseguire fino all'ultimo respiro. Un conto è la direzione politica, che ha un limite d'età. Se lo fa la Chiesa coi vescovi, lo si può fare anche in politica».

Liberazione 30.8.07
Modello Firenze
Se il fastidio si trasforma in una ideologia
di Rina Gagliardi

Ma che cosa sta trasformando il fastidio in un'ideologia, in una priorità, quasi in una scelta di campo che si scarica tutta addosso agli ultimi, ai meno responsabili, ai più sfortunati? Che cosa è successo, nella determinazione del senso comune, tale da bruciare, o quasi seppellire, tutte le appartenenze precedenti, di classe, di opinione, di credo politico? Conosciamo, a livello generale, le radici di questa regressione - o meglio, di questo bivio drammatico della nostra storia, nel quale l'umanità o compie un salto deciso verso la libertà o regredisce fin nei suoi fondamenti di civiltà. La globalizzazione che rade al suolo tutte le identità e mina alla base ogni idea stessa di identità solida. Il neoliberismo, con le sue ricette e le sue pratiche di selezione sociale e feroce competizione, con la sua società che ricomincia ad assomigliare alla giungla. La società dei consumi, che s'illude di poter continuare a consumare deprimendo e umiliando il lavoro. La precarietà diventata legge non solo del mercato del lavoro, ma di tutta l'esistenza sociale. La guerra che è tornata a prendere il posto della politica e riscopre in ciascuno di noi il lato peggiore, guerriero, selvaggio. La crisi (irreversibile?) delle grandi ideologie su cui si è retto il progresso del ‘900, e delle grandi costruzioni popolari dei partiti di massa. La scienza che fa balzi giganteschi e radicalmente incontrollabili. Tutti questi processi stanno determinando il terribile disordine del mondo attuale - quella "società liquida" dove si smarrisce ogni idea consistente di sé e degli altri, dove gli individui sono tutto e nulla, monadi infinite prive di qualunque possibilità di incontrarsi e vivere insieme la propria armonia. Monadi destinate ad impazzire - o comunque a vivere nella paura e nell'ansia. Monadi che trovano senso, talora soltanto nella punizione esemplare dell'altro - o nella sopraffazione del più debole. No, non pavento l'apocalissi, e nemmeno l'ineluttabile destino di un nuovo fascismo di massa che ci aspetta. Ma credo che sia davvero venuto il tempo di una riflessione più avvertita, e di un'iniziativa più forte, prima che sia troppo tardi.

il manifesto 30.8.07
la lettera
Nessuna pietra su Cefalonia, riesamineremo il caso
di Antonino Intelisano *

La lettera aperta di Marcella De Negri e Franco Giustolisi al Presidente della Repubblica e al Ministro della Difesa sulla «giustizia negata» per l'eccidio di Cefalonia (il manifesto del 22 agosto) fa riferimento, tra l'altro, alla notizia «traumatica e scioccante», secondo la quale lo scrivente, «pur essendo magistrato al di sopra di ogni sospetto», «avrebbe rifiutato nel 2003 l'offerta formulatagli personalmente» dal Procuratore federale di Dortmund, competente per i crimini commessi dall'esercito tedesco nell'ultima guerra mondiale, di «fargli avere tutte le sue risultanze sul caso, compresi i nuovi nomi degli assassini ancora in vita emersi dopo una lunga serie di indagini».
Sono risalito alla fonte della «notizia» : l'articolo di Guido Ambrosino (il manifesto dell'11 agosto), che non avevo avuto occasione di leggere in precedenza, che riassume, sotto il titolo «Una pietra sulla strage di Cefalonia» le più recenti vicende giudiziarie sull'eccidio, riferisce sull'archiviazione da parte della Procura di Monaco di Baviera (settembre 2006) relativamente al procedimento contro Otmar Mülhauser e della Procura di Dortmund (8 marzo 2007) relativamente a altri indagati.
In particolare, si legge nell'articolo, tacciando di «omissioni e di ignavia» la Procura militare di Roma, che lo scrivente avrebbe declinato l'offerta di ricevere gli atti investigativi raccolti, «con costernato stupore degli interlocutori tedeschi».
Guido Ambrosino, autore dell'articolo, non cita la fonte dell'informazione, cautelandosi dietro il verbo «sembra». Egli probabilmente è molto giovane o soffre di amnesia, perché non sa o dimentica che i crimini oggetto dei carteggi occultati nel famigerato armadio vennero alla luce grazie all'impulso dello scrivente, come accertato, tra l'altro, sin dalla prima indagine conoscitiva della Commissione Giustizia della Camera, presieduta dall'on. Anna Finocchiaro, nel corso della penultima legislatura.
E' comprensibile, pertanto, lo sconcerto di Franco Giustolisi e di Marcella De Negri, con i quali ho condiviso, nelle rispettive posizioni, una lunga battaglia civile, e che conoscono la mia storia professionale e, in particolare, l'impegno dispiegato.
La notizia è assolutamente infondata, con la più ampia facoltà di prova.
Sono persona sufficientemente avvertita per conoscere la famosa battuta, generalmente attribuita a Flaiano, secondo la quale la richiesta di rettifica di una notizia inesatta qualche volta è una notizia inesatta pubblicata due volte. Correrò il rischio. L'«estrema ratio» è una denuncia per calunnia o per diffamazione aggravata con parallela richiesta di risarcimento, che devolverò all'Associazione per la storia e le memorie della Repubblica.
In effetti il Procuratore di Dortmund, con la consulenza dello storico tedesco Carlo Gentile, da lui officiato, s'incontrò con lo scrivente a Roma, nel maggio 2003, ma non fece alcun riferimento ai presagi di difficoltà per un rinvio a giudizio in Germania né tanto meno si offerse di trasmettere, in tutto o in parte, gli atti di investigazioni al mio ufficio, che aveva attivamente e intensamente cooperato alle indagini in Italia (ricerca dei testimoni ancora in vita, in tutto il territorio nazionale, acquisizione di documentazione presso il Ministero della Difesa, esame di persone informate sui fatti ecc.).
Quanto alla ricostruzione delle vicende del fascicolo 1188, contenuta nell'articolo, archiviato «senza alcun supplemento d'indagine» nel 1996 dallo scrivente, la situazione è più complessa della sbrigativa sintesi giornalistica.
Tutti i carteggi sui crimini di guerra, che erano stati nascosti negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, sono stati singolarmente esaminati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause e le responsabilità di quell'occultamento. Come già provato in quella sede, il carteggio 1188 costituiva «duplicato» di atti annotati nel procedimento n. 40241 conservati presso l'archivio del Tribunale militare di Roma, in quanto già definito con le sentenze del giudice istruttore militare in data 8 luglio 1957 e 14 giugno 1960.
Se Guido Ambrosino avesse tenuto conto dei principi, secondo i quali un soggetto non può essere processato due volte per lo stesso fatto (divieto del bis in idem) e la morte del reo estingue il reato, avrebbe omesso di definire «vergognosa» l'archiviazione del 1996.
Pur apprezzando, nel complesso, la tensione civile che anima l'articolo, è appena il caso di rammentare, con pacatezza, che il magistrato non è uno storico né un giornalista: la sua attività ricostruttiva mira all'accertamento di responsabilità penali e non a esprimere giudizi di altra natura e deve arrestarsi anche nel caso di estinzione del reato per prescrizione.
Quanto alla «lettera aperta», vorrei sommessamente rammentare alla signora De Negri, il cui padre, ufficiale, venne ucciso a Cefalonia, che, purtroppo, non sempre il lessico famigliare per gli affetti colpiti si concilia perfettamente con la sintassi della procedura penale.
Che fare, allora? Rassegnarsi alla «giustizia negata»? Ho già richiesto alla Procura di Dortmund copia del provvedimento di archiviazione, che non era stato comunicato al mio ufficio, neanche in estratto.
Sarà valutato insieme con quello di Monaco di Baviera. Se riscontreremo i presupposti di legge, la Procura militare di Roma farà quanto compete. Conformemente al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale.

*Procuratore militare della Repubblica

Devo scusarmi con il procuratore Antonino Intelisano per l'inesatta ricostruzione del suo incontro del maggio 2003 con il procuratore Ulrich Maaß, titolare dell'inchiesta tedesca su Cefalonia, e il suo consulente storico Carlo Gentile. In quell'occasione - su questo punto Intelisano ha ragione - non ci fu un'offerta esplicita di trasmettere a Roma le nuove risultanze dell'inchiesta tedesca. Tanto meno poté quindi esserci un rifiuto a avvalersene. Ma si ribadì la disponibilità da parte della procura di Dortmund a fornire la più ampia assistenza nel caso gli inquirenti italiani avessero voluto raccogliere elementi d'indagine in Germania.
Il procuratore Maaß è grato ai colleghi italiani per la reciproca collaborazione: «Le procure militari italiane ci hanno fornito un grande aiuto nella ricerca di testimoni e di documenti in Italia. Viceversa hanno ripetutamente chiesto e avuto la nostra collaborazione, del resto dovuta, per le loro ricerche in Germania. Ma non ricordo che il procuratore Intelisano, che pure si è rivolto a noi per altre inchieste, abbia in passato avanzato rogatorie o richiesto copie di documenti per Cefalonia».
A esprimere stupore per la mancanza di iniziative italiane sulla strage di Cefalonia è lo storico Carlo Gentile: «Mi sorprende che l'autorità giudiziaria italiana non abbia ancora provveduto a aprire a sua volta un procedimento per la strage degli ufficiali alla Casetta Rossa, archiviata a Monaco nel 2006, nonostante gli elementi necessari siano noti da tempo. Lo stesso indagato Mühlhauser non ha mai smentito di aver comandato uno dei plotoni di esecuzione». L'interrogativo di Gentile è il punto di sostanza che ci sta a cuore.
Avevo scritto che in Italia il fascicolo su Cefalonia fu di nuovo «vergognosamente» archiviato nel 1996. Non difendo quell'avverbio se qualcuno lo ritiene offensivo. Avrei dovuto scrivere più propriamente che quell'archiviazione fu improvvida e - paradossalmente, a distanza di 53 anni dai fatti - affrettata. Si sorvolò infatti sulla letteratura storica apparsa nel frattempo, e sulla prima inchiesta tedesca archiviata nel 1968, che avevano offerto una quantità di spunti per nuove indagini, non solo sui vecchi nomi già noti alle inchieste italiane degli anni '50.
Infine la considerazione sulle «omissioni e l'ignavia dei governi italiani e della procura militare di Roma» si riferiva complessivamente alla mancanza di impegno a far giustizia su Cefalonia, mostrata in sei decenni dalla classe politica e dall'ufficio giudiziario competente. E non voleva in nessun modo riferirsi a questo o quel titolare dell'ufficio. Fu Sandro Pertini a denunciare già nel 1980 la «congiura del silenzio su Cefalonia», una strage dimenticata «per omertà tedesca e ignoranza italiana».
Ci conforta che il procuratore Intelisano abbia ora chiesto a Dortmund copia dell'ultimo provvedimento di archiviazione tedesco, che intenda valutarlo insieme all'archiviazione per Mühlhauser a Monaco, e che non escluda una nuova inchiesta italiana se ne riscontrerà i presupposti. Di questo impegno gli siamo grati. Sperando che non sia troppo tardi.
Guido Ambrosino

mercoledì 29 agosto 2007

Repubblica 29.8.07
L’intervista
Il leader di Rifondazione: "C'è il tentativo di stravolgere il programma concordato. A questo punto Prodi deve battere un colpo. "
"Rutelli non garantisce la coalizione"
Giordano: "Pronti a ridiscutere l'esecutivo. Walter? Accetto la sfida"
di Giovanna Casadio

Neocentrismo. Il vicepremier ha un progetto per nulla innovativo, vecchio, viziato da un estremismo neocentrista. Noi siamo pronti a ricontrattare punto per punto, compresa però la composizione dell´esecutivo
La sinistra. Chiedo a tutte le forze della sinistra: se non costruiamo l´unità oggi, quando la faremo? Serve un soggetto unitario e plurale In ottobre andremo in piazza per rilanciare i punti programmatici dimenticati
"Francesco gioca una partita interna al Pd, ha la difficoltà di chi rischia di non aver più ruolo"
"Critico Veltroni, i riformisti stanno costruendo un soggetto muto di fronte ai poteri forti"

ROMA - «Uno come Francesco Rutelli che critica così radicalmente questo governo, a quale titolo fa il vice premier?». Ritagli di giornali e alcune pagine fitte di appunti sparsi sul tavolo, Franco Giordano prepara negli ultimi giorni di vacanza in Umbria la controffensiva di Rifondazione. E comincia dall´attacco alzo zero al vice premier «non più garante della coalizione». «Chi destabilizza il governo e l´Unione non siamo noi, ma il leader della Margherita. Del resto, se lui vuole ridiscutere il programma, non mi spavento. Però ridiscutiamo anche la composizione del governo».
Segretario Giordano, la sinistra massimalista mette in difficoltà l´esecutivo con il suo «conservatorismo», come sostiene Rutelli che progetta alleanze di "nuovo conio"?
«Quanto va dicendo Rutelli è imbarazzante. Lancia invettive contro la sinistra ma ha come bersaglio il governo di cui è incredibilmente il vice premier. Parla dell´esecutivo come di uno stato di necessità, della coalizione manca poco che aggiunga "purtroppo dobbiamo sorbirci questa disgrazia". Il suo vero obiettivo è lavorare a una prospettiva del tutto diversa dall´attuale, tant´è che punta ad anticipare un programma radicalmente diverso da quello che abbiamo costruito tutti insieme. Qui c´è l´elemento di pericolo».
Pericolo per chi?
«Il suo vero bersaglio è Prodi, altro che minoranze aggressive. Gli voglio dire: caro Rutelli cerca di avere più rispetto delle minoranze, proprio tu che conduci una battaglia interna al Pd da una posizione di minoranza. Quello italiano è l´unico governo di coalizione in Europa ad avere un premier e due vice premier dello stesso partito di cui uno, Francesco Rutelli, critica il governo stesso.
Cos´è la sua, un´ingiunzione di sfratto a Rutelli?
«Fino a quando il programma non era messo in discussione, noi che non siamo avvezzi a dinamiche di potere, non abbiamo mai posto un problema. Ma oggi un problema si pone: si vuole cambiare in corsa il programma? Non mi spavento, siamo pronti a ricontrattare punto per punto, ma allora si ridiscuta anche la composizione del governo».
Non crede che ci sia una necessità obiettiva di modernizzazione del paese, dalla riforma previdenziale al welfare?
«L´impianto programmatico di Rutelli non è per nulla innovativo; è vecchio, viziato da un estremismo neocentrista. L´instabilità è provocata da Rutelli in forme così violente e aggressive da minare la coalizione e il suo impianto programmatico. A questo punto Prodi deve battere un colpo. Noi chiediamo al presidente del Consiglio di esercitare un ruolo».
Intanto scendete in piazza a protestare contro il governo di cui fate parte? Rifondazione pensa anche a un appoggio esterno?
«Pensiamo alla manifestazione del 20 ottobre che, lo dico a coloro che sono stati scettici, ha un´impostazione programmatica e rappresenta il tentativo di ricostruire un rapporto con il popolo che ha fatto vincere il governo Prodi. Quel popolo che sente su di sé la delusione per le spinte neocentriste che animano la costruzione del Partito democratico e per tutti i veti che ne stanno venendo».
Quali veti?
«Qualcuno ha mai più sentito parlare di diritti civili dopo il veto dei neocentristi sui Dico? Qualcuno si sta accorgendo che Fioroni vuole dare risorse paritarie finanziarie alle scuole private? Ci si rende conto che non solo sulla "legge 30" di cui tanto di parla ma anche sui contratti a termine e sugli straordinari si è fatto un bel regalo a Confindustria? Che sulla vicenda dello scalone previdenziale abbiamo solo lenito le sofferenze dell´effetto-Maroni? È il momento di dire basta e di riprendere la connessione sentimentale con il nostro popolo».
Autunno caldo, quindi?
«Estate torrida, direi, nella quale c´è stato un disimpegno della politica dei riformisti a incidere concretamente nei processi economico-sociali. Su temi rilevanti è la Confindustria che alza la voce e chiede meno tasse dopo avere intascato da questo governo cinque miliardi di riduzione del cuneo fiscale e altri cinque provenienti da mille rivoli legislativi. Il Pd sta zitto e si scandalizza quando, a fronte di un aumento delle entrate, si pone il problema della ridistribuzione del reddito. Non so quali ambienti frequentino i coraggiosi di Rutelli ma proprio Repubblica ha scritto che le famiglie italiane sono indebitate per metà del proprio reddito. Ho scoperto da un´inchiesta di Mediobanca che tra il 2002 e il 2006 i 38 gruppi industriali italiani più importanti hanno aumentato da 79 a 107 miliardi di euro il valore aggiunto aggregato prodotto nell´anno mentre il lavoro ha perso incidenza in quelle stesse aziende di dieci punti in meno».
Rifondazione comunista è contro Rutelli ma anche contro Veltroni, che ha una strategia simile?
«Rutelli sta giocando una partita interna al Pd, ha le difficoltà di chi rischia di non avere più un ruolo. Walter Veltroni lo critico, non condivido, ma propone una sfida che accetto. La sinistra antiliberista pacifista e laica è il campo dell´innovazione mentre i riformisti stanno costruendo un soggetto muto di fronte ai poteri forti».
L´unità a sinistra però non decolla?
«Chiedo a tutte le forze della sinistra: se non ora, quando? Bisogna costruire un soggetto unitario e plurale. E la sinistra non è solo discussioni, adesioni bensì partecipazione. Saremo in piazza in ottobre per rilanciare i punti del programma dell´Unione messi in ombra in questi ultimi mesi».

Repubblica 29.8.07
La Chiesa possiede 100 mila fabbricati in Italia, molti destinati ad attività economiche, per un'Ici non versata di 2200 milioni
Un "tesoro" immobiliare da 9 miliardi
Così l'Erario agevola scuole, case di riposo e ospedali
di Luca Iezzi

Gli ostelli e le pensioni gestite da religiosi garantiscono 250 mila posti letto, 40 milioni di presenze e un giro d´affari di 5 miliardi
Nel corso degli anni si è assistito a un braccio di ferro tra i sindaci e gli enti religiosi che tentavano di allargare le esenzioni

ROMA - L´Europa sospetta che l´Italia abbia un occhio di riguardo per "l´azienda Chiesa" e le conceda un regime fiscale agevolato rispetto ai concorrenti laici. La commissione Ue non mette in dubbio le prerogative temporali concesse alla Chiesa cattolica come la totale esenzione Irpef per i dipendenti del Vaticano. Il problema nasce per le attività economiche collegate a quella pastorale e in almeno quattro i settori la Chiesa è leader nazionale: immobiliare, turismo, sanità ed educazione privata. Visti gli sgravi su Ici, Ires, Irap il dubbio dell´aiuto di Stato assume consistenza.
Ici. Tutto nasce dall´immenso patrimonio immobiliare: impossibile definirlo con certezza, le stime dicono 100 mila fabbricati per 8-9 miliardi di euro di valore. Riducendo l´analisi a realtà più piccole, ma rappresentative, come Roma, l´elenco è impressionante: 550 tra istituti e conventi, 500 chiese, 250 scuole, 200 case generalizie 65 case di cura, 50 missioni, 43 collegi, 30 monasteri, 25 case di riposo e ospizi, 18 ospedali. Sono quasi 2 mila gli enti religiosi residenti e risultano proprietari di circa 20 mila terreni e fabbricati. Va ricordato la legge istitutiva dell´Ici esentava i luoghi di culto e le loro pertinenze per cui alcune non sono mai state nemmeno segnalate ai comuni. Nel corso degli anni si è assistito a un braccio di ferro tra i sindaci e gli enti religiosi che tentavano di allargare a dismisura il perimetro delle esenzioni (alloggi di religiosi, sedi di fondazioni, opere pie, ospedali, università). Nei contenziosi i Comuni avevano avuto il sostegno della corte di Cassazione che dal 2004 ha chiarito che se in un fabbricato si svolgeva un´attività commerciale doveva pagare l´imposta. Il governo Berlusconi aveva esentato tutti gli immobili posseduti da enti religiosi no profit scatenando le proteste (e un primo interesse dell´Ue). Ora la legge colpisce solo locali utilizzati "esclusivamente" per attività commerciali. Una formulazione che lascia molto spazio al proprietario che autocertifica l´uso ai fini dell´Ici. La nuova formula secondo l´Ares fa perdere ai comuni 2,2 miliardi di euro. «Per Roma è meno di 20 milioni - stima Marco Causi assessore al Bilancio del comune - e conteranno molto gli accertamenti f caso per caso, i contenziosi non sono molti e con questo tipo di contribuenti cerchiamo soluzioni condivise». Anche se il direttore di Roma Entrate Andrea Ferri spiega: «La normativa non aiuta ad evitare i contenziosi, ci sono casi di uso "promiscuo" commerciale e no-profit in cui l´attività a scopo di lucro è evidentemente preponderante».
Ires. Conventi, palazzi e condomini sono diventati sedi di cliniche, scuole e soprattutto alberghi. Se l´attività è svolta da enti di assistenza e beneficenza l´Ires scende del 50% (esenzione totale se il reddito è generato da un immobile di proprietà diretta del Vaticano). Un bel vantaggio per chi opera nel turismo. E anche in questo caso Roma si è trasformata l´epicentro di un impero: il turismo religioso genera un fatturato di 5 miliardi l´anno con 40 milioni di presenze. In tutta Italia preti e suore gestiscono 250 mila posti letto. L´attività è considerata meritoria tanto che il governo ha stanziato 10 milioni di euro per la promozione degli itinerari della fede. Con un ulteriore facilitazione: le organizzazioni no-profit collegate a entità religiose mantengono la qualifica a vita senza dover ogni anno presentare bilanci certificati e senza correre il rischio di vedersi negata dallo Stato la qualifica per inadempimenti formali o sostanziali (come appunto la generazione di profitti).
Irap. Infine sul fronte del costo del personale le retribuzioni corrisposte ai sacerdoti dalla Chiesa cattolica, non costituiscono base imponibile ai fini dell´Irap, ma per ognuno di loro le associazioni possono dedurre una quota nella determinazione del reddito d´impresa.

Repubblica 29.8.07
L’evoluzione sul palmo della mano
Dalla scimmia all'uomo: ecco il gesto che ha dato il via al linguaggio
di John Tierney

Un nuovo studio Usa sull'origine della comunicazione
Si tratta di una mossa comune a umani e primati
"È l´anello mancante dello sviluppo della lingua"

ATLANTA - Gli scimpanzè, accorgendosi della presenza degli esseri umani in un angolo del loro recinto, vengono da noi con le braccia tese e i palmi rivolti verso l´alto. È il loro modo di chiederci una banana, e anche molte altre cose, come hanno scoperto i ricercatori del Centro Yerkes per la ricerca nazionale sui primati di Atlanta.
Quel semplice gesto, il palmo rivolto in alto, è uno dei segnali più antichi del mondo e si trova a tutte le latitudini. Viene attivato da circuiti neurali ereditati dagli antichi rettili, che si prostravano di fronte ad animali più grandi. Gli scimpanzè e altre scimmie, primi fra tutti gli esseri umani, lo adattarono usandolo per chiedere, oltre che cibo, anche forme di aiuto più astratte e dando così vita a un segnale di tipo nuovo, che secondo alcuni ricercatori è all´origine del linguaggio umano.
Se l´origine dell´eloquenza umana può essere ricondotta a un messaggio primitivo che significa «dammi», forse siamo creature sociali, che sono sopravvissute e hanno saputo prevalere su animali più forti di loro imparando a procurarsi la cooperazione degli altri. O forse semplicemente, nel profondo del nostro cuore, siamo tutti scansafatiche. Il significato del gesto è evidente, sia con un palmo solo, la tipica posa «Fratello, ce l´hai qualche moneta?» dei mendicanti di tutto il mondo, sia con tutti e due i palmi, la posa favorita dai predicatori, che sollecitano l´assistenza divina. O da un regista hollywoodiano esasperato che si alza dalla sedia coi palmi rivolti verso l´alto per implorare i suoi attori: «Datemi una mano, ragazzi!».
Il palmo rivolto in su è quello che l´antropologo David Givens, direttore del Centro per gli studi non verbali di Spokane, nello Stato di Washington, chiama un «sottoprodotto gestuale» dei circuiti del cervello che proteggevano i vertebrati milioni di anni fa. Di fronte a una minaccia, gli antichi lucertoloni istintivamente piegavano la spina dorsale e gli arti, schiacciando il corpo a terra e lanciando un segnale di sottomissione a un animale più grande. Questo accovacciarsi è l´opposto della posizione eretta e aggressiva, di uno stallone o di un gorilla che alzano il petto e la testa per sembrare più grandi. Di quell´accovacciarsi oggi negli esseri umani sopravvive l´alzata di spalle, con la testa che si abbassa e gli avambracci che ruotano rivolgendo in su il palmo delle mani. Per contro, la posizione eretta, di sfida, negli esseri umani persiste sotto forma di una rotazione degli avambracci e dei palmi delle mani nella direzione opposta.
Uno scimpanzè usa il gesto del palmo rivolto in su per chiedere ad altri suoi simili di dividere il cibo con lui, per domandare aiuto in un combattimento, per proporre di fare sesso o quando desidera una "seduta di spulciamento". «Queste osservazioni», dice Amy Pollick dell´Università di Emory, «ci hanno spinto a ipotizzare che i gesti avessero svolto la funzione di un gradino iniziale nella comunicazione tra i primi ominidi, forse l´embrione del linguaggio». Con l´evoluzione del linguaggio, gli esseri umani hanno cominciato a usare il gesto del palmo rivolto in su per esprimere concetti più complessi. Gli scimpanzè non sono altrettanto raffinati, ma sono in grado di capire il gesto «dammi» anche quando proviene da esseri che non appartengono alla loro specie.
«Guardando gli scimpanzè ho cominciato a pensare al palmo rivolto in su come ad una sorta di anello mancante della linguistica, ed è stato confortante pensare che avessimo ancora dei modi per comunicare con i nostri parenti», dice Frans de Waal dell´università di Emory.
(Copyright New York Times - La Repubblica. Traduzione di Fabio Galimberti)


Repubblica 29.8.07
I Trevi, psicanalisi e passioni
Un libro scritto a quattro mani
di Luciana Sica

Mario, terapeuta junghiano, ed Emanuele, scrittore. Padre e figlio si raccontano, si confrontano e si scoprono
L´infanzia di Emanuele con un papà molto impegnato è appena accennata
Il rapporto di Mario con Ernst Bernhard. Le doti necessarie per la terapia

«Ok, papà, inizia la tortura. La tua proverbiale riservatezza sta per subire un grave attentato. So che diffidi dell´idea di questa conversazione e del resto, in generale, sei una persona molto schiva. Ti definiresti una persona timida?»... Mario Trevi non si sottrae, com´è invece solito fare, appare fiducioso e disponibile, non delude le aspettative del figlio Emanuele: a qualunque sollecitazione reagisce con un senso di assoluta libertà, accentuando la spregiudicatezza intellettuale, con quella saggezza venata dalla pratica del dubbio, ma soprattutto con un sentimento vicino alla dolcezza e alla tenerezza paterna.
Quello che hanno in comune è l´odio più viscerale per ogni retorica, un senso spiccato dello humour, una certa leggerezza, l´ironia sottile. Ma se il padre è un signore disciplinato, un intellettuale con i fiocchi, il figlio è - come dire - un temperamento artistico, molto diretto e refrattario alle regole. Il padre, analista junghiano di prestigio indiscusso, autore di saggi importanti, ha ottantatré anni. Il figlio, critico letterario e scrittore apprezzato, di anni ne ha esattamente quaranta in meno.
Insieme firmano Invasioni controllate (Castelvecchi, pagg. 155, euro 15), un "libro-intervista" pervaso da un´intimità intensa seppure mai ostentata, dall´emozione di un figlio di scoprire di che pasta è fatto suo padre, di "stanarlo" dal suo riserbo che può farsi segretezza, di ripercorrere il suo mondo e le sue passioni. Ma anche la problematicità, le privazioni, la sofferenza.
È un lungo percorso, intellettuale e umano, ricostruito anche con fare scanzonato ma sempre con abilità raffinata, sostenuta non solo dall´ammirazione, ma anche da una specie di amorevole curiosità. Il risultato è un libro ricco di pathos, eppure lieve. Un padre e un figlio che sembrano avere un certo orrore della serietà, quando si fa cupezza, assenza di eros, d´immaginazione, di vitalità.
«Tu sei nato nel 1924, ad Ancona. Senza mai nominarla, Nanni Moretti ci ha ambientato un film, La stanza del figlio, dove lui - guarda le combinazioni! - interpreta molto bene la parte di uno psicologo, forse anche junghiano visto che non usa il lettino...».
Soprattutto nella prima parte del libro, è la vita privata di Mario Trevi a essere rievocata: la mamma cattolica perduta da bambino, il padre - un ebreo non credente, estroverso e avventuroso - , la casa d´infanzia nelle Langhe, la nonna amatissima, le due sorelle Vera e Mariù. L´inclinazione alla solitudine, la passione per i libri, qualche difficoltà tra i compagni di scuola «sempre irridenti, chiassosi, violenti. A giocare a pallone ero negato, una vera schiappa, come si potrebbe dire oggi?». «Sì, va bene schiappa, pippa...».
E poi l´orrore per le leggi razziali, la partecipazione alla Resistenza («per me è stata una vera e propria tragedia la perdita di uno zainetto con due libri di Montale! È successo nel periodo in cui stavo con i partigiani»). Più tardi l´insegnamento di storia e filosofia in un liceo di Formia, che procura un sentimento di acuta nostalgia. E ancora, l´incontro con la moglie nel ´62 - una psichiatra - e poi le inquietudini della figlia Betta - anche lei psichiatra, che a sua volta sposerà un collega, figlio di un allievo della Klein... Scherza Emanuele: «tranne me, che faccio un lavoro basato fondamentalmente sull´egoismo, la nostra è una vera famiglia di strizzacervelli... ci si potrebbe fare un telefilm!».
Naturalmente il fascino della psicoanalisi e il mestiere di analista hanno una parte rilevante. A cominciare dall´incontro - nel ´54 - con quello che sarà il maestro di Mario Trevi, il geniale e controverso Ernst Bernhard: «Certamente, non ci sono andato per un piacere intellettuale! Anche perché allora non mi potevo permettere il costo di un´analisi semplicemente per scoprire il mondo interiore. Io avevo bisogno di difendermi dai veri e propri assalti di una forma di depressione...». Molto si dice di quell´esperienza, e poi della relazione analitica più in generale, delle doti indispensabili per esercitare il mestiere di terapeuta. Ma c´è un aspetto che sembra interessare particolarmente Emanuele: che c´è di vero nel luogo comune secondo cui l´analisi inibisce la creatività? Niente, anche se Rilke non volle farsi visitare da Freud... Si cita il caso di Giorgio Manganelli, la sua frequentazione dello studio di Bernhard: «l´analisi sembra aver fatto esplodere in lui il grande scrittore visionario, che covava sotto le ceneri del sobrio professore di letteratura inglese».
È qui che Mario Trevi tira in ballo la questione delle invasioni controllate che darà il titolo al libro costruito col figlio. Dice: «Io stesso, pur non essendo uno scrittore, ho sentito in me la possibilità di veicolare forze creative, sconosciute. Questo non nell´immediato. Ma più tardi ho avuto la sensazione di essere, come dire, attraversato da vere e proprie invasioni da parte dell´inconscio. Invasioni in qualche modo, almeno in parte, controllate». Se l´inconscio è un´energia potente che può anche diventare una forza devastante, vale la pena farci i conti, senza identificarsi con la parte esclusivamente razionale della psiche, sapendo che in ognuno alberga anche il proprio opposto, capace di pulsioni aggressive: quello che Jung chiama "Ombra" e Conrad "il compagno segreto". Mario Trevi condensa la questione con una battuta folgorante: «L´inconscio non ascoltato è pericoloso perché se ne va per conto suo. E allora crea una situazione sospetta, temibile... da un momento all´altro può venire fuori come un´esplosione».
«Sfrondare Jung da Jung: questo è sempre stato il mio proposito», e senz´altro Mario Trevi è stato sempre molto critico con un certo junghismo svolazzante e deteriore. Non ha mai coltivato la mania per gli archetipi, e neppure subito la fascinazione dello junghiano più famoso del mondo, James Hillman, che «non può essere in assoluto sottovalutato», ma «è spesso molto... come dire? Deludente».
Non c´è però solo psicoanalisi in questo libro, tutt´altro. Ci sono le passioni letterarie di Mario Trevi - dalla lettura nell´infanzia di Peter Pan nei giardini di Kensington alle fiabe di Capuana, da Borges a Stevenson, a Proust - e poi l´attrazione per i pittori come Perilli e Dorazio. E poi i tanti pazienti "importanti" (di cui naturalmente non fa il nome) e gli amici celebri e carissimi, come Federico Fellini, «letteralmente ossessionato dall´idea di morire».
«In realtà, tu sei una persona molto metodica. Un ricordo che ho di quando ero piccolo è il rumore della macchina da scrivere che partiva puntualmente alle cinque di mattina...». «... mi avrai odiato». «... no, anzi, era un rumore rassicurante, un invito a rigirarsi nel letto, il segnale che l´ora della scuola era ancora lontana»: l´infanzia di Emanuele, con un papà già impegnato prima dell´alba, è appena accennata, ma la domanda arriva inevitabile: «è stato difficile essere un padre per te?».
«È difficile parlare di questo con un figlio, ma quella della paternità in effetti è un´esperienza straordinaria: di questo livello ce ne sono poche nella vita». Eppure Mario Trevi, qualche lieve senso di colpa sembra coltivarlo. Del resto, quale genitore non ne ha, tanto più che qui siamo alla fine degli anni Settanta alle prese con «un´intera generazione incontrollabile». L´episodio che viene rivelato è però soprattutto divertente: «Beh, di sicuro ricorderai quando tua madre mi spedì a farti una predica, perché per la prima volta aveva trovato degli spinelli, forse un pacchettino di marijuana nascosto tra i tuoi vestiti, qualcosa del genere. Io ti aspettavo in camera tua, una notte, incerto su quando saresti arrivato». «E infatti, quello che mi ricordo soprattutto è di averti trovato addormentato nel mio letto!». «È possibile! Per me era una situazione molto spinosa. Perché vedi, comunque avevamo fatto una cosa sbagliata, frugando nelle tue cose».
In questo singolare colloquio emoziona il costante rimando alla finitezza della vita: l´ansia trattenuta del figlio, la lucida serenità del padre - che poi è anche un amorevolissimo nonno... «Arrivato alla tua età, senti di aver raggiunto una qualche forma di saggezza?». «La saggezza della vecchiaia dovrebbe consistere nella felicità che il mondo continui dopo di noi, in una maniera che non possiamo prevedere, e magari più bella. Non penso di essere diventato né un saggio né un santo, ad ogni modo. Per me è stato molto importante portare avanti, senza troppe pretese, un processo di individuazione che mi consentisse di fare bene il mio lavoro. Ma non è che ho una grande stima di me stesso».


Liberazione 29.08.2007
Nella città toscana chiunque venga colto sul fatto ai semafori rischia l'arresto fino a tre mesi. Entusiasmo dai sindaci di Torino, Bari,
Verona e Milano. Ai problemi posti dalla società non c'è una risposta di sinistra, c'è solo l'accoglimento delle risposte di destra...
Firenze apre la caccia ai lavavetri
Ecco la sicurezza targata Piddì
di Ritanna Armeni

La notizia arriva da Firenze. Secondo un'ordinanza del comune (di centro sinistra) i lavavetri possono rischiare fino a tre mesi di galera. L'idea - a quanto pare - è piaciuta subuito ad un altra amministrazione di centro sinistra. Michele Emiliano, sindaco di Bari, ha annunciato che procederà anche lui in questa direzione mentre il sindaco di Torino Sergio Chiamparino ha fatto sapere che assumerà tutte le informazioni per verificare se un'ordinanza simile è possibile anche nella sua città.
I lavavetri. Questa la nuova emergenza dell'estate 2007. L'aspirante segretario del futuro partito democratico Walter Veltroni se ne è fatto subito carico. E' una questione nazionale, ha detto, e quindi non possono essere i singoli comuni a pensare di risolverla. Ci vuole una soluzione organizzata e simile per tutte le città.
I lavavetri. Allora questo il nuovo pericolo da combattere. La cosa ci indigna, ma non ci stupisce. Sono mesi che dai ministri, sindaci, amministratori, segretari di partito e aspiranti tali del centro sinistra vengono messaggi che contengono la stessa matrice culturale, la stessa intenzione politica. Abbiamo sentito che per la sinistra la ricchezza non deve essere un nemico. Senza neanche porre il dubbio che qualche volta la ricchezza di alcuni si costruisce sulla povertà di altri. Che i precari vengono prima degli operai. Come se il problema oggi fosse fare una gerarchia fra chi sta male e chi sta peggio. Che i sindacati difendono troppo i lavoratori. E qui si è sfiorato il ridicolo: che cosa dovrebbero fare? Abbiamo sentito dire che la precarietà non è una bella cosa, ma che le leggi sul mercato del lavoro alla fin fine vanno bene. Ci hanno assicurato che i rom saranno allontanati dai centri cittadini con le buone o con le cattive maniere. Che la sicurezza viene prima di tutto e che non è di destra nè di sinistra. L'elenco è lungo, ma ci fermiamo qui per porre una domanda. Perchè questa sfilza di dichiarazioni e di prese di posizione? Che cosa c'è dietro questa ossessione di tanti esponenti del centro sinistra di mostrare che hanno abbandonato ogni posizione diversa da quelle di destra? C'è chi vi ha visto una grande voglia di centro, il desiderio di cambiare gli equilibri politici, l'intenzione di andare ad un governo che scarichi la sinistra radicale e apra ai moderati. Per fare tutto questo è importante mandare segnali di cambiamento, mostrare che si è disponibili ad affrontare i problemi sociali in modo moderato e responsabile.
Probabilmente c'è del vero. Ma non basta a spiegare. Quest'estate, infatti, nel grande circo del dibattito politico che ha avuto al suo centro la nascita del partito democratico non c'è stato solo uno spostamento di posizioni in senso moderato o conservatore. Non abbiamo assistito solo al tentativo, persino legittimo, di spostare un elettorato ed una opinione pubblica diffidente nei confronti della sinistra. Quel che è avvenuto è più profondo e più grave. E' maturata in questi mesi nello stillicidio di dichiarazioni, nell'abbondanza di prese di posizione e di interviste una "cultura politica", un'ideologia che si propone con forza e anche con una sua dose di violenza.
L'"emergenza lavavetri" è infatti un messaggio innanzitutto ideologico. Non è una soluzione politica, né amministrativa, né di buon senso. Un buon amministratore, infatti, sa che chi non può più recuperare qualche spicciolo davanti ai semafori finisce più facilmente a fare lo spacciatore. Un politico dovrebbe aver chiaro che non è il caso di riempire le carceri italiani di lavavetri. Chiunque abbia un po' di buon senso dovrebbe pensare che non si può mettere in galera chi al massimo procura qualche fastidio o può essere maleducato.
Il messaggio ideologico invece è chiaro. Ai problemi posti dalla società non c'è una risposta di sinistra, c'è solo l'accoglimento e l'allargamento delle risposte di destra. Non è strano né casuale che gli esponenti della Lega plaudano all'emergenza lavavetri e alle nuove ordinanze comunali.
E ancora, più in generale si manda a dire che non esistono risposte di destra e risposte di sinistra. Esistono "risposte". E siccome quelle di destra sono belle e pronte e si fondano sulla paura, sulla istintiva difesa delle grandi e piccole comodità della vita quotidiana, sul rifiuto di chi ha meno, di chi è ai margini del proprio benessere, ecco che quelle risposte diventano le uniche, assumono un carattere oggettivo e neutrale.
L'"emergenza lavavetri" non riguarda solo quei migliaia che chiedono qualche spicciolo dando in cambio il lavoro che possono dare. Riguarda la sinistra. Anche per chi si ostina a cercare a sinistra ormai è emergenza.

Liberazione 29.08.2007
Il 29 agosto 1980 moriva il grande psichiatra italiano
Le relazioni di dominio, stalking:
quello che Basaglia ci aveva detto
di Luigi Attenasio*

Franco Basaglia, "psichiatra disobbediente" e intellettuale radicato nel mondo dei bisogni umani, moriva ventisette anni fa. Come tutti quelli, Maccacaro, Pasolini, Zavattini, Foucault, Barthes…, che ci hanno dato lenti per leggere dietro i muri dell'ovvio e dello scontato, della moda prevalente la cui stessa diffusione ne prova la sensatezza, e non ci sono più, ci manca. E non solo nello specifico, ma in tutto, il generale, il sociale, il culturale, il politico ("Il nuovo governo ricominci da Basaglia" titolava Liberazione del 13 Maggio 2006). I suoi luoghi, i nostri, se si frantuma il pregiudizio della incomunicabilità con il matto, sono apparecchi ottici da cui vedere l'apparato sociale nella sua trama di poteri, nessi, regole. Nelle Conferenze Brasiliane, libro postumo con le registrazioni di un viaggio in Brasile in cui discusse e si confrontò con migliaia di persone di tutti i tipi e professioni e dove, più che altrove, la corrispondenza tra immediatezza espressiva e linearità dei contenuti è speculare, "punto alto dell'intreccio tra riflessione teorica e pratica di trasformazione delle istituzioni psichiatriche" (dalla presentazione di Mimmo De Salvia e Adolfo Rolle) diceva: «Le relazioni padre-figlio, uomo-donna, giovane-vecchio, ecc. sono sempre relazioni di dominio, perché se così non fosse, la nostra organizzazione sociale non potrebbe funzionare». Non è forse ciò attualissimo? Il crescendo è tragico: ogni tre giorni una donna viene uccisa dopo essere stata oggetto di molestie, minacce, violenze persecutorie, delitti commessi quasi tutti da conoscenti o soprattutto da ex partner. Il nome di ciò è tutto un programma: Stalking, cioè l'appostamento e l'inseguimento della preda nella caccia. Inquietano le giustificazioni di molti degli assassini: dovevamo farlo, è il destino che ci lega, sono loro stesse che vogliono essere molestate e prima o poi cederanno, ci sentiamo in obbligo di prendercene cura. Molto lucidamente Dacia Maraini parla di rigurgito di una cultura antichissima che identifica amore e possesso da cui l'atto tragico come forma estrema di controllo sulla vita di una persona.

Già nelle Metamorfosi Ovidio descrive Apollo che "caccia" Dafne che non cede e si fa trasformare in albero di alloro. Apollo le dirà «amor est mihi causa sequendi», è per amore che ti tratto così. Amore è ben altro, passione, sofferenza, gioia, sesso, vita…questa è invece una risposta all'indipendenza della donna che "si mette in proprio", cambia lavoro, casa, fidanzato, marito, vita. L'uomo, gigante dai piedi di argilla, va in crisi, ha paura e invece di utilizzare ciò per una salutare, matura verifica della sua identità (leggi mascolinità) per modalità relazionali altre, comincia a covare rancore e vuole vendicarsi. Ma, opportunamente ribadisce la Maraini, non vi è il gene del predatore: il lavoro, lungo ma da fare, è sulla cultura, sulla mentalità della gente. Sicuramente i violenti devono essere "disinnescati" e non nuocere. Giuliano Pisapia ci ricorda però che il codice penale non prevede questo come reato mentre paradossalmente lo è la rappresentazione abusiva di spettacolo teatrale o cinematografico. Non potevamo aspettarci granchè se solo nell'81 è stato cancellato il delitto d'onore e nel 68 rimosso il reato di adulterio! Il progetto di legge contro la violenza sulle donne è già pronto alla commissione giustizia della Camera. Bisognerebbe affrettare per aprire ad eventuali misure cautelari, che senza una legge (se abbiamo capito bene, è su questo che "litigano" polizia e procura) rischiano una eccessiva arbitrarietà. Bene fa Pisapia a ricordare che la custodia cautelare è strumento delicato per non "scivolare" dallo Stato di diritto a uno Stato di Polizia e racconta anche che nel bar dove fa colazione ha sentito invocare a gran voce la pena di morte. Almeno questa volta (sic!) il grido non è che è tutta colpa della 180, che sono malati da curare, che una cosa è follia (buona), un'altra è pazzia (cattiva) come se qualunque deviazione del comportamento competesse alla psichiatria. Crescita delle coscienze? Distrazione d'agosto? Verificheremo nei prossimi giorni. Sarebbe bello accorgersi che in Italia…c'era una volta il manicomio, ma anche c'era una volta l'immagine del malato mentale visto come…e tutto ciò che sappiamo. Il movimento antiistituzionale, forte dell'esperienza del manicomio, ramazza di vite "scartate" altrove, ha "avvisato" che la psichiatria, quando mette insieme cura e custodia, fa più danni della grandine. Basaglia scriverà ne L'istituzione negata della sua insoddisfazione per il pensiero fenomenologico che «non è riuscito - nonostante la sua disperata ricerca della soggettività dell'uomo - a toglierlo dal terreno dell'oggettivazione in cui si trova gettato: l'uomo e la sua oggettivazione sono ancora considerati come un dato, sul quale non c'è possibilità di intervento, oltre ad una generica comprensione». Da una psichiatria del comprendere e descrivere, comunque inedita per l'alienistica del tempo, organicista e reclusiva, pur utile perché "alba" delle prime domande sul senso della follia, ma sterile di fronte all'appareil de force del manicomio, approderà a una psichiatria della trasformazione e del lavoro collettivo, e, richiamandosi alla Histoire de la folie, ipotizzerà che si possa vivere, non più sotto dominio ma "in uno stato di tensione reciproca in cui - reciprocamente - si tenga conto delle necessità e del bisogno di libertà di ogni singolo". Reciprocità è parola di origine latina, ricorda Pirella, richiama il movimento di vai e vieni, il flusso, e nelle lingue di questo ceppo indica un rapporto vicendevole, di parità che collega le azioni fra due soggetti. E' accaduto con gli psichiatrizzati di allora, in cui ognuno ha trovato, raccorciando la distanza dall'altro e riconoscendone il valore, il proprio significato. La storia continua: gli "psichiatrizzati" attuali, la vera differenza, la vera risorsa, il vero atout del caso italiano, ieri in 44 erano a Strasburgo a invocare una 180 per l'Europa ("Il viaggio di un'idea"), oggi in 250 tornano dal tour Roma Pechino, viaggio alla scoperta della normalità contro ogni pregiudizio e stigma, domani con operatori e…cammelli saranno, Dipartimento Salute Mentale Roma C, in Marocco col Trekking delle dune per il progetto Trasmigrazione delle diversità. Diceva R. Barthes: «La follia non è una malattia, ma un senso variabile e forse eterogeneo secondo i secoli».

*presidente Psichiatria democratica Lazio


il manifesto 29.8.07
Orvieto. Per il sindaco una «rimpatriata» a sinistra
Il candidato premier si autoinvita alla festa di Mussi. Si cerca un dibattito ad hoc. Salvi (Sd): «Dobbiamo unire la sinistra. Il Pd paralizza tutto»
di M. Ba.

Arriverà a Orvieto di sabato. Proprio nei due giorni clou della prima festa nazionale di Sinistra democratica. Alla vigilia del seminario a porte chiuse in cui il movimento guidato da Fabio Mussi provvederà a fare chiarezza sulla rotta a sinistra.
Faccia a faccia al funerale di Bruno Trentin, Mussi e Veltroni hanno concordato la visita di cortesia. «Da parte di Veltroni - annuncia il sito del candidato alla guida del Pd 'Lanuovastagione.it' - è un atto di attenzione, di rispetto e di amicizia nei confronti di una forza importante del campo democratico». Poco importa che alle 17 (orario del suo arrivo a Orvieto) non fosse previsto nulla. Gli organizzatori della festa sono ora al lavoro per trovare una cornice adeguata alla visita dell'ormai candidato premier. Sarà una rimpatriata nonostante le distanze del momento. Perché in tanti, nella Sinistra democratica, vengono da un «correntone Ds» emanazione, tra gli altri, proprio dell'attuale sindaco di Roma. Lo stesso Veltroni non ha mai fatto mistero di sperare in un ripensamento dell'ex compagno e amico Fabio Mussi e in un ritorno tra le fila di chi crede nel suo Pd.
«La visita di Walter la interpreto come un segno di attenzione importante nei confronti del tentativo che stiamo facendo di costruire un soggetto unitario della sinistra, alleato del Pd, e capace di rappresentare i grandi interessi popolari del mondo del lavoro», dice Carlo Leoni, oggi in Sd ma «fedelissimo» di Veltroni all'epoca della segreteria Ds.
Cesare Salvi, che nei Ds non è mai stato un veltroniano, è più tiepido. «Il dibattito vero, per noi più importante, è quello di domenica, quando ragioneremo insieme a Giordano, Pecoraro Scanio e Intini di unità della sinistra». «Chi cerca nuove alleanze ma dice che le vuole tra quattro anni perché ne parla oggi? E' una destabilizzazione oggettiva di questo governo, il Pd è paralizzato da mesi in una rissa e prova a scaricare sulla sinistra lo scontento che c'è nel paese - continua Salvi - e invece il popolo è più avanti della politica, è contrario alla guerra in Afghanistan, conosce bene il dramma sociale del precariato, chiede diritti civili europei, pretende da noi un taglio dei costi impropri e assurdi della politica. La sinistra deve muoversi subito, e unirsi, se vuole rispondere a queste domande».
Dall'attacco concentrico prova a uscire anche Rifondazione. Per Franco Giordano «il vero obiettivo di Rutelli non è la sinistra ma questo governo, se il Pd vuole rinegoziare il programma deve prepararsi a rinegoziare anche gli incarichi». Tradotto: Rutelli non può continuare a fare il vicepremier se passa più tempo a demolire una parte della maggioranza che lo sostiene invece di governare.
Che il governo è finito in un vicolo cieco, lo testimoniano le parole del ministro del Lavoro Cesare Damiano sulla tassazione delle rendite finanziarie: «Sono d'accordo - ha detto ieri alla festa dell'Unità - ma credo che il governo non andrà avanti». L'ennesimo «vorrei ma non posso» che non va giù alla sinistra. «Tassare le rendite finanziarie al 20% è sacrosanto - tuona ancora un Cesare Salvi più battagliero che mai - e invece il governo se l'è dimenticato dopo 15 giorni. E' una scelta di equità che riguarda tutti, aiuta i conti correnti non solo dei lavoratori dipendenti: perché se un imprenditore investe e guadagna con la sua azienda viene tassato al 37,5% e se specula in borsa al 12,5%? Si parla tanto di bilancio, ma riformare la legge 30 all'erario non costa nulla, e tagliare i costi della politica è solo un sollievo». Ma per fare queste cose servirebbe una «cabina di regia». Che per ora manca sia al governo che alla sinistra.

martedì 28 agosto 2007

La Repubblica 28.8.2007
Un dilemma misurabile scientificamente
Quanto è debole la coscienza

Il neurofisiologo Benjamin Libet indaga in un saggio il tema del libero arbitrio - Nelle nostre azioni la possibilità di scegliere entra in gioco pochissimo E solo a cose fatte - Un auto che ci taglia la strada è percepita dal nostro cervello in 50 millisecondi. Ma la coscienza se ne rende conto solo dopo 500
di Piergiorgio Odifreddi

Sto scrivendo questo pezzo, ma chi me lo fa fare? È innegabile che sia io a scriverlo, ma è altrettanto innegabile che sia sempre io ad aver deciso di scriverlo? Naturalmente, così mi sembra, ma sappiamo che spesso le impressioni sono ingannevoli. Per questo, da e per molto tempo, ci si è interrogati sul famoso dilemma tra libero arbitrio e determinismo: al di là dell' apparenza superficiale, cioè, le nostre azioni sono liberamente scelte, oppure sono forzatamente determinate? Fino a poco tempo fa qualunque risposta al dilemma era ideologica, nel senso che riposava su pregiudizi filosofici a priori, invece che su giudizi sperimentali a posteriori. Anche perché osservare i meccanismi cerebrali della decisione è una cosa complessa, e prima della neurofisiologia e delle scienze cognitive non si avevano a disposizione strumenti scientifici di indagine introspettiva, ma soltanto giocattoli letterari di invenzione creativa quali la psicologia o la psicanalisi, che per la cronaca hanno comunque resi popolari vari modelli più o meno deterministici del comportamento, basati su condizionamenti più o meno inconsci. Al problema del libero arbitrio è naturalmente legato quello della coscienza, perché sarebbe una contraddizione in termini parlare di azioni volontarie inconsce. Forse è per questo che noi assegniamo alla coscienza un' importanza fondamentale nella nostra concezione dell' uomo, benché il suo ruolo nella nostra vita quotidiana sia tutto sommato piuttosto limitato: non soltanto in senso metaforico, in quanto la maggior parte di noi agisce e parla troppo spesso senza sapere cosa fa e dice, ma anche in senso letterale, in quanto soltanto in minima parte le nostre azioni sono comunque consce (basta pensare, ad esempio, alla respirazione, alla digestione e alla locomozione). Tentando di quantificare la proporzione dell' attività conscia rispetto a quella inconscia, si arriva a una stima di circa una parte su cento miliardi: mediante esperimenti sulla percezione, ad esempio di parole composte da lettere di vari colori che lampeggiano su uno schermo a velocità variabile, ci si accorge infatti che l' informazione che la nostra attenzione cosciente riesce a gestire varia tra i 15 e i 50 bit al secondo, che è più o meno (anzi, più meno che più) la quantità di informazione regolarmente trasmessa da ciascuno dei nostri cento miliardi di neuroni. Parlando in maniera figurata, è dunque come se soltanto uno dei neuroni del nostro cervello fosse impegnato dalla coscienza, e il resto fosse invece monopolizzato dall' inconscio! A scanso di equivoci, questa è naturalmente soltanto un' immagine quantitativa: benché ci siano infatti motivi di ritenere che la coscienza sia localizzata in certe aree cerebrali, quali il nucleo intralaminare del talamo, le cui lesioni provocano appunto una perdita di coscienza, non si può certo immaginare che tali aree cerebrali si riducano a un solo neurone! Rimane il fatto di questo ruolo minimale della coscienza, al quale e alla quale noi attribuiamo però un' importanza massimale. Una spiegazione ovvia di questo apparente paradosso è che, per definizione, l' unica parte della vita che non ci appare trasparente è appunto quella che percepiamo coscientemente: allo stesso modo, in filosofia non possiamo pensare altro che ciò che è pensabile, in letteratura descrivere ciò che è descrivibile, in fisica osservare ciò che è osservabile, in matematica calcolare o dimostrare ciò che è calcolabile o dimostrabile, benché la maggior parte delle cose al mondo non siano pensabili, descrivibili, osservabili, calcolabili o dimostrabili. Per rimanere comunque alla coscienza e al libero arbitrio, alcuni dei fatti più sorprendenti scoperti al proposito negli ultimi cinquant' anni sono dovuti al neurofisiologo Benjamin Libet. Dopo essere stati discussi fino alla nausea nella letteratura specializzata, essi sono ora divulgati dal loro stesso novantenne autore in Mind Time. Il fattore temporale della coscienza (Cortina, pagg. 246, euro 23,80)). E, in buona sostanza, si possono riassumere dicendo che le sue ricerche evidenziano un ritardo di circa mezzo secondo tra il momento in cui l' informazione relativa a uno stimolo sensoriale arriva al cervello, e il momento in cui esso viene percepito coscientemente. Per capire meglio la questione proviamo a guardare al rallentatore lo svolgersi di un tipico evento quotidiano: ad esempio, la brusca frenata che un' altra auto ci costringe a fare, tagliandoci la strada. Al tempo 0 l' auto ci taglia la strada. Dopo 50 o 60 millisecondi il nostro cervello percepisce la scena. Tra i 100 e i 150 millisecondi il nostro piede frena. Dopo 500 millisecondi, cioè il fatidico mezzo secondo, la nostra coscienza si rende conto di ciò che è accaduto: naturalmente, se incominciassimo a frenare solo allora, spesso sarebbe troppo tardi. In fondo, però, questo lo sapevamo già: non è la coscienza a permetterci di reagire ai pericoli e alle situazioni di emergenza, bensì l' istinto. Ma Libet ha scoperto che il ritardo di mezzo secondo è sistematico: la stimolazione dei neuroni della corteccia sensoriale non produce una percezione cosciente se non dopo 500 millisecondi, e la produce solo se la stimolazione è sufficientemente protratta nel tempo. Questo non significa che l' azione venga inibita da, e durante, i blackout della coscienza: non quelli momentanei, come nell' esempio della frenata, ma neppure quelli permanenti, come nella patologia della visione cieca. Significa, però, che tutti noi soffriamo di una congenita «temporanea percezione cieca», che ci preclude sistematicamente la coscienza degli eventi per mezzo secondo: in termini musicali, la nostra sensorialità è come una fuga a due voci, in cui la stimolazione funge da dux, e la coscienza da comes che la insegue a un intervallo di mezzo secondo. Tutto ciò sarebbe in fondo soltanto curioso, se Libet non avesse scoperto qualcosa di molto più inquietante: il fatto, cioè, che la stessa cosa succede non solo per la nostra percezione passiva, in cui è il mondo ad agire su di noi, ma anche per la nostra volizione attiva, in cui siamo (o dovremmo essere) noi ad agire sul mondo. Più precisamente, gli effetti cerebrali inconsci delle nostre decisioni precedono le loro supposte cause coscienti: ad esempio, quando decidiamo di muovere un dito, il movimento avviene dopo 150 o 200 millisecondi, ma le aree cerebrali ad esso preposte si attivano 350 o 400 millisecondi prima dell' ordine! Giustamente, nel capitolo finale del suo libro Libet si pone la domanda fatidica: «Che cosa significa tutto questo?», ma si limita a notare che il breve intervallo fra una volizione mentale e la sua esecuzione materiale è sufficientemente lungo per permetterci di inibire il movimento. In altre parole, il nostro libero arbitrio sembra essere compatibile con il compito negativo di evitare qualcosa che altrimenti succederebbe in maniera indipendente dalla nostra volontà: forse per questo i comandamenti etici, siano essi dettati da Jahvé a Mosè, o suggeriti dal daimon a Socrate, o proposti come regola aurea («non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te») da Confucio, sono più proibitivi che impositivi, e chiedono più di non fare che di fare. Accomodare il libero arbitrio con i compiti positivi, quali la versione cristiana della regola aurea («fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te»), è più complicato. Gli esperimenti di Libet mostrano infatti chiaramente che sia gli ordini coscienti, sia i loro supposti effetti, derivano da qualcosa che li precede entrambi, e che ne è la vera, nascosta, e per ora ignota causa (a meno, naturalmente, di voler ammettere fantascientifiche retroazioni temporali che permettano alle volizioni di attivare nel passato aree cerebrali che provochino un movimento nel futuro). Naturalmente, rimane da spiegare quale sia il valore evolutivo di quell' illusione chiamata volizione cosciente. L' ipotesi più interessante, per ora, ci sembra quella proposta dal fisico Erwin Schrodinger, premio Nobel nel 1932, nel suo libro Mente e materia, che si può illustrare con una metafora. Quando i primi uomini sbarcarono sulla Luna, il 20 luglio 1969, il volo della navicella spaziale procedette in maniera automatica fino all' atterraggio, a parte una piccola correzione di rotta effettuata manualmente da Armstrong all' ultimo momento, per evitare un ostacolo imprevisto: la coscienza è come quella correzione di rotta, necessaria fino a quando la navicella umana si sarà sufficientemente evoluta per poter procedere completamente col pilota automatico, come già fanno altre specie che noi con infantile superbia riteniamo e chiamiamo «inferiori».

La Repubblica 28.08.2007
L'impossibilità di misurare la nostra intelligenza
di Hans
Magnus Enzensberger

Probabilmente ogni società umana sviluppa un proprio catalogo di virtù in cui elenca le caratteristiche che ritiene degne di essere perseguite, anche quando non sono alla portata di tutti. Il valore di tali virtù è oscillante. Per il cruccio di quelli che se ne lamentano, la modernità non ha mai apprezzato in modo particolare qualità antiche e medioevali come la fedeltà, il coraggio, la saggezza, l' umiltà e la cavalleria. Le sue virtù cardinali sono piuttosto la flessibilità, la capacità di lavorare in gruppo e la determinazione. Più di ogni altra cosa, però, chi vuole farsi valere come contemporaneo deve a tutti i costi essere intelligente. Chi dà importanza a questa caratteristica sarà forse sorpreso nello scoprire che nessuno sa esattamente che cosa sia l' intelligenza. Molti hanno capitolato davanti alla tentazione di imprigionare questo irrinunciabile concetto in una definizione. Ma si sa che è un mezzo efficace per sabotare qualunque discussione. In un attimo una lite su un argomento si trasforma in lite sulle parole. «Non fare così», si dice al guastafeste, «tutti sappiamo a cosa ci si riferisce», oppure: «le definizioni sono improduttive». Viene in mente il celebre detto di Sant' Agostino, che alla domanda "che cos' è il tempo" rispose: «Se nessuno me lo chiede, so cos' è, ma quando lo voglio spiegare a chi mi interroga, non lo so più». (~) Dal patrimonio lessicale degli studiosi la "I-parola" (ovvero la parola intelligenza, ndt) è lentamente spostata per insediarsi nelle lingue popolari. Nell' Europa occidentale il suo significato filosofico è stato annacquato da sensi più profani. Soprattutto in Inghilterra e in Francia questo cambiamento ha portato a dei frutti singolari.
Lì, già nel diciassettesimo secolo, con intelligence non si intendeva solo una facoltà o la persona che la detiene, ma una "intesa segreta", e infine anche semplicemente una comunicazione o un messaggio. E' un utilizzo che nell' inglese sopravvive ancora oggi. Così si spiega il nome che si è data la Central Intelligence Agency, volgarmente Cia, un servizio che, come è noto, raramente si è distinto per aver prodotto alte forme di pensiero. L'
intelligenza ha avuto bisogno di molto tempo per diventare oggetto di ricerca. Una nuova scienza, la psicologia, se ne è appropriata raccogliendo l' eredità della filosofia e della teologia. Dal 1879, quando Wilhelm Wundt fondò a Lipsia il primo istituto dedicato a tali ricerche, gli psicologi hanno conquistato la sovranità sull' interpretazione del significato dell' intelligenza. Nella sua accezione corrente si tratta perciò di un' invenzione di cui l' umanità ha fatto a meno per alcune centinaia di migliaia di anni. Lo zelo degli psicologi non ha, comprensibilmente, lasciato a mani vuote la sociologia, che è riuscita ad aprire una nuova dimensione per la "I-parola". Un ceto, che in passato sarebbe forse stato definito "i lavoratori dello spirito", da allora si chiama intellighenzia. In questo caso si tratta certamente di un' importazione dalla Russia, dove dalla metà del diciannovesimo secolo la intelligenzija fiorisce. Il nostro moderno container di concetti ha dunque il vantaggio di essere molto spazioso e di poter ospitare un gran numero di varietà. Se qualcuno crede sul serio che intelligenza è uguale a intelligenza, si sbaglia. Gli esperti non hanno risparmiato le forze per mettere un po' d' ordine nel groviglio che si annida nelle nostre teste. Differenziano meticolosamente, come sono soliti fare, tra intelligenza biologica e psicometrica, motorica e razionale, analitica e creativa, linguistica e visiva, spaziale e logico-matematica, cinematografica e musicale, pragmatica e meccanica, interpersonale e intrapersonale, cristallina e fluida, funzionale e manipolatrice - e queste non sono neppure lontanamente tutte le varietà da riunire sotto lo stesso tetto. In questo esercizio si è distinto lo psicologo - o meglio psicometro - americano J. P. Guilford che nella sua opera The nature of Human intelligence è arrivato a centoventi varianti. Anche questa lista, tuttavia, non è minimamente completa. In continuazione vengono scoperte nuove specie. Negli ultimi decenni si sono dimostrate molto preziose l' intelligenza sociale ed emotiva, mentre l' intelligenza di comando e l' intelligenza del successo per adesso hanno goduto di scarsa considerazione accademica e fioriscono soprattutto nei manuali per manager. Sfrenato, poroso, diffuso, ecco come si rappresenta l' "I-concetto". Unificarlo è un obiettivo praticamente irraggiungibile. Forse dovremmo, piuttosto che vagare nel labirinto degli specialisti, cercare consiglio e informazioni presso una fonte che è accessibile a chiunque. E' il linguaggio, sul cui patrimonio linguistico sono piovute informazioni che sono state salvate per lunghi periodi di tempo. Purtroppo, un processo del genere non è possibile con i metodi scientifici. Si potrebbe però scoprire che il vocabolario della lingua quotidiana dispone di una capacità di differenziazione tanto ricca, da surclassare nettamente la terminologia accademica, in termini di sottili nuance e minime sfumature. Il nostro patrimonio lessicale non ha però nulla a che vedere con il giudizio imparziale che la ricerca tiene in così alta considerazione.


La Repubblica 28.08.2007

Il filosofo dedica al tema il suo ultimo libro: 'Nella vita non c' è mai una sola risposta giusta'

Il Quoziente d' Intelligenza? Non esiste
Così Enzensberger boccia test e quiz

Di Andrea Tarquini

BERLINO - I test d' intelligenza, cioè i laboriosi quiz inventati tra la fine dell' Ottocento e gli albori del Novecento per misurare il quoziente d' intelligenza di ogni individuo, sono un clamoroso flop. Vanno gettati alle ortiche: non sono assolutamente un mezzo adeguato per stabilire chi sia più capace. Parola di Hans Magnus Enzensberger. Il prestigioso intellettuale tedesco ha dedicato il suo ultimo pamphlet, di imminente uscita in Germania per i tipi dell' editore Suhrkamp (Im Irrgarten der Intelligenz, cioè "Nel giardino-labirinto dell' intelligenza", di cui qui pubblichiamo un' anticipazione mentre in Italia il volume verrà edito da Einaudi) a una gustosa smitizzazione dei test cui ancora oggi spessp ci affidiamo. «Da quando si è arrivati alla ricerca sul cervello e alla scienza della cognizione, la psicologia sperimentale è diventata qualcosa che fa pensare a pane vecchio o riscaldato», scrive Enzensberger. E' una condanna senza appello del metodo basato su quiz a cui l' interrogato - nei test delle aziende, degli eserciti, delle pubbliche amministrazioni - deve rispondere scegliendo quale delle risposte fornite è quella giusta. E' un metodo "welfremd", lontano anni luce dalla realtà, ci dice Enzensberger. E spiega: «Il dato comune di tutte le domande dei test è che di regola prevedono che la risposta giusta sia sempre una sola~il che è abbastanza raro. Nel mondo reale le situazioni in cui la scelta giusta è solo una sono piuttosto l' eccezione che non la regola. Quali che debbano essere le scelte - concorrere a un posto di lavoro o partecipare a una campagna elettorale, divorziare o firmare un contratto di fitto - affrontiamo numerose variabili, per di più interdipendenti tra loro. In una parola, le scelte sono complesse». Il mondo dei test, sostiene Enzensberger, è invece un mondo del quiz come sport intellettuale. Non arriva alla complessità propria della vita reale. Punta tutto sulla risposta veloce. Ignora i conflitti tra diversi obiettivi. Insomma, il mondo dei test, è la tesi del libro secondo il servizio che gli ha dedicato ieri la Frankfurter Allgemeine, fa sì che l' intelligenza - questa forza che ringiovanisce e rivitalizza - appaia invece una realtà vecchia e stantìa.


l‘Unità 28.8.07
Che Guevara/2
Per guida una donna, Hilda
di Maurizio Chierici

Nel quarantennale della morte, continua il nostro viaggio nella sua parabola esistenziale. Da hippy generoso a «Comandante»: è lei a mutarlo, l’amata che sposa nel 1955

In Guatemala Ernesto Guevara diventa il Che che a quarant’anni dalla morte sventola nelle bandiere delle piazze 2000. Si dichiarava apolitico ma scandalizzato dalla miseria atroce della gente e si lascia conquistare dalla rivoluzione di Arbenz, generale- presidente nei guai per aver nazionalizzato 84 mila ettari della United Fruit, regina delle banane. Che domina il Guatemala dal 1936. Il dottor John Foster Dulles ne è uno dei fondatori. Fra i soci, il fratello: Allen W. Dulles. John si è dato alla politica; fa il segretario di Stato. Allen dirige la Cia. Ecco perché l’oltraggio alla United isola il Guatemala.
Ma il Guevara del Guatemala è un medico innamorato della ragazza che lo trascina in politica. Oscurata nelle biografie, è il nodo d’amore che cambia la vita dell’hippy generoso. Hilda gli presenta le anime inquiete accorse da ogni America Latina per respirare una fragile libertà: nicaraguensi, peruviani come lei, salvadoregni che recitano Sandino. Gli presenta gli attivisti del Pgt, partito dei lavoratori, insomma comunisti che non hanno il coraggio di avvolgersi nel nome proibito dalla guerra fredda. Militanti senza sfumature. Burocrati coi quali il Che si scontra non accettandone l’incongruenza dogmatica, soprattutto la noiosità. Quando si offre di fare il medico nei villaggi indigeni della regione sperduta del Peten, accolgono la proposta con una domanda: «Prima di partire devi iscriverti al partito». «Compagno», risponde il Che, «quando vorrò la tessera lo farò per convinzione».
Litiga spesso con Rojo, «grasso riformista». Discute con Hilda, soprattutto dei libri che stanno divorando. Sono d'accordo sull’importanza degli scrittori russi «prerivoluzionari»: Tolstoj e Dostojevski. Li dividono Freud e Sartre. Il Che li adora, Hilda ne ammira l’intelligenza «sprecata».
Il Rojo, del quale raccolgo i racconti, è un politico dalle spalle coperte. Amicizie che allarga ogni giorno. Anche Guevara ne trae beneficio. Il cancelliere Osegueda cancella i loro debiti con l’alberghetto; l’ambasciatore dell'Argentina peronista, Nicholas Sanchez Toranzo, li accoglie con una cordialità che intiepidisce l’odio verso l’uomo forte di Buenos Aires. L’ambasciatore li ospiterà quando Arbenz cade, e sarà ancora Sanchez a tirar fuori Ernesto dal carcere strappando ai restauratori della «democrazia occidentale» gli arresti domiciliari dei quali il Che se ne frega per andare a giocare a scacchi nel ristorante frequentato da Hilda. Anche lei trema. Va e viene dalla prigione fino a quando scivola in Messico.
Mi piacerebbe sposarla, aveva confessato Ernesto a Rojo poco dopo il primo incontro. Ma a Hilda non lo dice. Rapporti di simpatia formale. Una volta trova il coraggio di chiederle una cosa: se lei e la sua famiglia sono di costituzione sana. E Hilda un po’ si arrabbia e un po’ ride: vuoi la mia cartella clinica per chiedermi la mano? Il Che non la chiede. Brontola: «sarebbe una buona idea». Hilda ne è amareggiata. Quando l’ha incontrato le era sembrato troppo bello per essere intelligente e troppo vanitoso («come sono vanitosi gli argentini»). Lentamente scopre un ragazzo diverso, illudendosi di costruire la vita assieme. Alla fine il Che si lascia andare. Finalmente fanno l’amore. Nel diario precisa quando è successo: 18 maggio 1955. Hilda lo conferma col pudore di un’intellettuale che sceglie le parole: «abbiamo deciso di unirci di fatto». Vanno a vivere nella casa di una poetessa venezuelana - Lucila Velàsquez - in via del Rin, proprio la casa che Rosalina Tuyuc una volta ha indicato con un gesto della mano. Vanno a ballare il tango di Gardel nella festa che ricorda Sandino. Hilda sa ballare, Ernesto le cammina sui piedi. Come nel lebbrosario dell’Amazzonia durante il primo viaggio con Granado, conta i passi un-due-tre trascurando la musica.
Attorno, la repubblica dell’utopia sta crollando. Gli Stati Uniti decidono di accelerare la restaurazione. L’United Fruit pretende altri 300 mila ettari concessi dai governi che avevano preceduto Arbenz. L’esercito del Guatemala è composto di professionisti fino a quel momento fedeli agli ordini del generale presidente. Di fronte all’ultimatum Usa e alla denuncia pubblica di Arbenz che teme l’invasione americana gli alti comandi restano silenziosi.. Come è successo vent’anni dopo con i contras all’assalto del Nicaragua sandinista, l’operazione parte dall’Honduras. È una delle poche volte che Guevara dà ragione a Rojo disilludendo i giovani rivoluzionari. Se gli Stati Uniti decidono, i generali cresciuti alla scuola Usa de Las Americas di Panama, si arrenderanno. Washington dà il via e i volontari per la libertà del Guatemala, guidati dal colonnello Castillo Armas sconfitto da Arbenz nelle elezioni 1950 marciano sulla capitale. Non tanti uomini, ma armati fino ai denti mentre aerei con strane bandiere fanno la spola tra la frontiera e i suoi mercenari per spianare il terreno ai contractors guidati da comandanti con la croce sul petto. « Salviamo l’occidente cristiano dall’oppressione comunista». Nessuna resistenza. Tra i mercenari stranieri un giovanotto si prepara a diventare un attore famoso: Philipe Le Roy Beaulieu, pecora nera di una nobile famiglia francese. Veniva dalla legione in Algeria, paracadutista in Vietnam quando si chiamava Indocina. Vuol continuare a combattere e si offre a chi paga. Me lo racconta dopo il successo dei Sette uomini d'oro nella bella casa di Roma affacciata sulla cupola di San Pietro. «Non abbiamo incontrato nessuno. Forse ci aspettavano da un’altra parte. Una passeggiata». Poco convinto che il popolo avrebbe difeso Arbenz, il Che guarda gli aerei che bombardano indisturbati. «Con un po’ di vergogna devo confessare che mi sono divertito come un pazzo, mi sentivo invulnerabile», scoppi e fumo lontani. L’ambasciatore Sanchez apre le porte agli argentini in difficoltà. Rojo è già partito in corriera per gli Stati Uniti e il funzionario ridiventa il burocrate che fa rispettare la legge. Ogni rifugiato deve dichiarare d’essere perseguitato perché comunista. Nome, cognome e firma. Rojo racconta: chi è scivolato dal Guatemala con quel marchio, a Buenos Aires finisce nelle carceri della dittatura militare. Qualcuno non torna.
Guevara prende la strada del Messico, Hilda preferirebbe il Perù. Ernesto ha 26 anni, manca da casa da due. «Accompagnami fino alla prima fermata del treno…». E Hilda lo accompagna. Ultimo abbraccio senza la speranza di riabbracciarsi.
Il viaggiatore deluso ha in tasca una lettera del padre con l’indirizzo di un vecchio amico: Ulisse Petit de Murat. A Buenos Aires madre, padre e l’adorata zia Beatrix sono preoccupati per il futuro dello scavezzacollo. «Potrebbe fare l'attore…». De Murat è introdotto in quella che sta diventando la capitale del cinema con Bunuel e i registi russi, Pedro Amerndarez e Maria Felix. Chissà…
Va in Messico per far tappa e ripartire: l’Europa, questa volta. Bologna è una scuola di medicina famosa: vorrebbe approfondire i problemi dell’asma anche per ragioni personali. Invece il Messico diventa il passaggio che ne segna la vita anche se comincia con gli affanni di sempre: come sbarcare il lunario.
Un signore massiccio si mette in posa davanti alla macchinetta di un fotografo da strada: insegue come un mendicante i passanti nel parco di Chapultepec. «Perché no?», sorride il fotografo. Rojo è arrivato in aereo negli Stati Uniti per abbracciare Ernesto il quale si guadagna da vivere così. Ha tentato altre strade: archeologo, venditore di libri a domicilio. Con mille gentilezze l’amico del padre gli fa capire che la carriera di attore è complicata. Bisogna aver pazienza, ma il Che non può aspettare. All’improvviso Hilda bussa alla sua porta e dopo qualche mese annuncia di aspettare un bambino: «Lo chiameremo Vladimir Ernesto». Invece è una bambina: Hildita. L’annuncio di Hilda lo costringe a chiudere la vita senza radici: una compagna e una bambina, deve decidersi a tirare avanti col grigiore di tutti. E sposarsi. Hilda resta dubbiosa. A Città del Messico Guevara ha ritrovato i cubani incontrati in Costarica e i cubani che condividevano le speranza del Guatemala. Si accatastavano nel casermone degli Appartamenti Imperiali (racconta Rojo) confusi nella sterminata colonia habanera. Aspettano che Fidel Castro venga liberato dall’amnistia promessa dal generale Batista. Raul, il fratello, è già arrivato. Il Che sente la necessità di rompere gli obblighi delle contingenze - soldi per mangiare, dormire, vestirsi in qualche modo - e ricomincia ad inseguire «l’avventura positiva» che lo ha infilato nel treno della stazione di Retiro. L'avventura positiva che fanno balenare gli esuli cubani è liberare Cuba dalla dittatura. Hilda non sopporta che la sua testa voli sempre altrove. Quale fiducia può garantire chi vuol sempre scappare? Resiste fino a quando resta incinta. Si sposano nell'agosto ‘55. Fidel doveva fare da testimone, ma Fidel è negli occhi della polizia. Meglio non correre rischi. Arriva all’ora di pranzo. Assaggia l’asado del Che: «Credo di essere un cuoco più bravo…». E ricambia preparando personalmente il cenone di Natale, lusso che fa eccezione nella politica dei centesimi contati: sta raccogliendo dollari (con discorsi negli Usa e sostegno del partito ortodosso contrario a Batista) per comperare la «nave» che li sbarcherà a Cuba. E quando trova un vecchio yacht - il Granma - servono altri dollari per tenerlo a galla.
Ernesto frequenta Raul Castro. Biondino, silenzioso. Ha partecipato all’assalto fallito alla caserma Moncada. Ha frequentato i festival della gioventù comunista. Europa, sospira il Che ascoltandolo. È un marxista concreto che ravviva i fuochi teorici respirati con Hilda e i suoi compagni. Un giorno Raul gli presenta Fidel, graziato e in libertà. Altissimo e con la voce afona di un bambino, prima impressione del Che.
Un colpo di fulmine. A Castro piacciono le storie interminabili della sua traversata dell’America Latina; il Che è incantato dalla scommessa impossibile che l’avvocato con occhiali e baffi sottili come un ballerino di tango, disegna con la precisione di un sogno che vive ad occhi aperti. Parlano e parlano: ore, giorni. Diario di Rojo: «Riabbraccio Nico Lopez conosciuto in Guatemala. Morirà nell’avventura del Granma. La comunità cubana è una comunità loquace che sempre discorre a voce alta a cavallo delle sedie o rannicchiata sul pavimento. Brusio imperforabile ed Ernesto mi prende un braccio: andiamo a parlare in cucina. In cucina c'è Fidel. Sta cucinando una gigantesca pentola di spaghetti». Rojo vuol sapere tante cose, Castro risponde tenendo d’occhio la cottura. «Stanno preparando una gigantesca provocazione nei nostri confronti ( poco dopo verrà arrestato assieme agli altri, Che compreso), ma ti assicuro che appena avremo messo piede a Cuba, ogni bomba nascosta all’Avana brucerà le lingue di chi parla male di noi. La gente si precipiterà in strada con le armi in mano». Dal Messico Rojo passa per l’Avana nel viaggio di ritorno in Argentina. La trova assediata da un numero impressionante di militari. Gli raccontano delle navi che vigilano le coste e aerei spia Usa in volo. Ernesto pensa solo all’impresa che darà significato alla sua vita. Hilda parte per il Perù con Hildita e il Che resta solo. «Con gli occhi vuoti», racconta Gino Doné, l’italiano di San Donà del Piave che gli è al fianco in Messico.
( 2- continua )


l‘Unità 28.8.07
«Tutti pazzi per la Grecia ma ha anche facce oscure»
di Giuliano Capecelatro

NELLA PERCEZIONE COMUNE prevale spesso un’idea superata: la culla della civiltà, Atene dove fioriscono democrazia e bellezza. Ma la storia dell’Ellade non è priva di ombre: gli schiavi, la condizione di inferiorità della donna. Come spiega in quest’intervista la professoressa Eva Cantarella

«Olimpia? Ma è il simbolo stesso della grecità. Il luogo in cui i Greci si sentivano per una volta nazione». Risponde da una barca. Casualmente proprio davanti alle coste greche. Per sua fortuna, a considerevole distanza dalle terre devastate dalle fiamme. Eva Cantarella, ordinario di Istituzioni di diritto romano e di Diritto antico greco alla Statale di Milano, è in vacanza. Ma l’argomento, che da decenni è al centro dei suoi interessi, e su cui ha scritto libri importanti, la stuzzica troppo perché si sottragga alle domande che rimbalzano da Roma via cellulare. Olimpia simbolo della grecità, che informa la civiltà moderna. Come dire che è l’Occidente stesso che sta andando a fuoco.
«Io eviterei certi luoghi comuni. Sì, Olimpia rappresentava la grecità. Qui i Greci, impegnati di solito a guerreggiare tra loro, concludevano la pace olimpica per la stagione della gare, due mesi. Ma lo spirito con cui si andava ad Olimpia era del tutto differente da quello dei nostri giochi olimpici».
Vuol dire che non strombazzavano, come si fa oggi sotto la sferza degli sponsor, di sport che affratella?
«Al contrario. Si andava ad Olimpia ben determinati a vincere. La vittoria faceva addirittura parte dell’etica del cittadino. Vincere se stessi e gli altri rappresentava un valore positivo. Significava aver dato il meglio di sè. E le gare atletiche mostravano la virtù di un uomo. La percezione della Grecia è molto legata ad una visione storiografica superata. Il miracolo greco. Atene dove tutto fiorisce, la Grecia culla della civiltà. Una concezione romantica alla Winkelmann».
È indubbio, però, che quei valori sono arrivati fino ad oggi.
«In realtà quando De Coubertin ha rispolverato i giochi olimpici, ha inventato un motto che è proprio l’antitesi di quello che pensavano i greci. Per loro non era importante partecipare, ma soltanto vincere. Il poeta Pindaro scrive che chi perde a Olimpia torna a casa per sentieri obliqui».
Insomma i costumi erano alquanto degenerati rispetto ai tempi degli eroi di Omero.
«E perché? Gli eroi di Omero fanno a gara a chi ammazza di più. L’eroe è il più forte, quello che vince. Solo in seguito questa concezione sarà stemperata da valori collaborativi, come l’idea di giustizia».
Che peraltro non ha mai prodotto una costruzione monumentale simile al diritto romano.
«Il diritto greco è stato qualcosa di molto diverso. Non c’è stata una scienza giuridica. Soltanto pratica. Non si faceva riflessione teorica. Era un compito riservato ai soli filosofi. Quel poco che sappiamo, lo abbiamo appreso per lo più da opere letterario. Il che ha un suo fascino. La giustizia era il campo in cui si cimentavano i grandi retori. Che scrivevano discorsi, difese e accuse, che i loro clienti ripetevano poi a memoria davanti al giudice. Bisognava incantare i giudici popolari, che in qualche processo ad Atene arrivavano alla bella cifra di cinquecentouno. E i retori erano abilissimi a imbrogliare le carte. Anche perché i giudici non conoscevano la legge. Era la parte che doveva esporgliela, come elemento di prova».
Sembra di scorgere qualche ombra su quella che acriticamente viene considerata un’epoca dell’umanità luminosa.
«Tantissime ombre. Intanto era una società fondata sullo schiavismo. Con Aristotele che teorizzava convinto l’inferiorità naturale dello schiavo. Riservando lo stesso trattamento alla donna. Cui si assegnava una capacità di deliberare di poco superiore a quella di uno schiavo. Persino nella riproduzione le veniva assegnato un ruolo passivo. Un recipiente. Il vero genitore era il padre».
Non si può disconoscere, però, che la civiltà moderna debba tanto all’Ellade.
«Certo. Ma non era tutta farina del loro sacco. I Greci avevano debiti cospicui. Con la civiltà mediorientale. Fino a qualche tempo fa si ammetteva solo qualche lascito dagli ittiti, popolo indoeuropeo, perché dominava una concezione eurocentrica. Oggi sappiamo bene che i debiti c’erano anche con le civiltà semite, con l’Egitto. La mitologia riprende temi orientali. Crono che castra Urano è presente anche nelle mitologie mediorientali. Non sono figure che sorgono autonomamente dappertutto. E l’alfabeto fenicio viene rielaborato, reso più duttile, ma è sempre una derivazione».
Dunque, non una ma tante Grecie quanto erano le città-Stato. Cosa rappresentavano e cosa possono rappresentare per l’uomo moderno?
«Atene è senza dubbio la democrazia. E la democrazia è anche l’arte, la bellezza. Tanto grande da non farci vedere le ombre, che appunto ci sono. Sparta... Sparta è il simbolo dell’aristocrazia. ma anche del rigore morale. Delle madri che davano lo scudo al figlio che partiva per la guerra e dicevano: o con questo o su questo. Delfi si identificava con la Pizia, le profezie, l’al di là...»
Il lato oscuro che spesso trascurato, l’orfismo...
«Ma c’era anche un aspetto positivo in questo. Costruttivo. Si andava dall’oracolo per avere un responso su una città da fondare. Un elemento razionale. Non era tutto concentrato sui fumi che uscivano dalla terra».
E all’uomo moderno cosa può dire ancora quella civiltà, oltre alla visione dei suoi resti?
«Agli italiani, agli europei, che hanno una superiore cultura classica, molto. Il Partenone, anche se mitizzato, resta un simbolo unico della bellezza e della civiltà. Salire sull’Acropoli di Atene è sempre una grandissima emozione. Fa penetrare una luce nelle coscienze».

il manifesto 28.8.07
La politica che non abita in una casa di vetro
di Nicola Tranfaglia

È senza dubbio utile, e da consigliare a chi segua la politica italiana, l'inchiesta pubblicata dal Sole-24 ore venerdì 24 agosto scorso.
Da quell'inchiesta, in tempi nei quali gran parte della stampa italiana, per non parlare dei telegiornali, dedicano molto spazio e numerosi editoriali al protocollo sul welfare e alla manifestazione del 20 ottobre indicata di solito come l'inopportuna, se non pericolosa iniziativa della sinistra cosiddetta radicale, emergono alcuni dati della situazione italiana che altrimenti sono di rado conosciuti dai cittadini comuni.
Il primo è che una parte non irrilevante di presidenti di regioni e di province (Cuffaro re di Sicilia e Gasbarra presidente della provincia di Roma) come di sindaci di grandi città (tra loro Walter Veltroni a Roma e Letizia Moratti a Milano) dovranno pagare diecimila euro di multa allo stato perché dopo otto mesi non hanno rispettato l'obbligo, imposto dal comma 735 della Finanziaria del 2007, di pubblicare sul sito web della propria istituzione i compensi pagati agli amministratori delle società partecipate.
Nel caso del comune di Roma le società partecipate sono 83 e non sono disponibili sul sito web del comune. Non parliamo dei ministeri che in misura di due su tre non hanno pubblicato incarichi e consulenze di cui si servono.
Il secondo elemento leggendo l'inchiesta è che i compensi giungono a cifre non irrilevanti e riguardano economisti,giuristi e sociologi oltre che ex politici e si aggirano spesso su cento o duecentomila euro all'anno. Si tratta di persone che per così dire vivono di altro e aggiungono dunque al proprio reddito mensile un assegno annuale di un certo rilievo.
Infine colpisce la provenienza partitica degli incarichi che si collega nella maggior parte dei casi a persone che sono già stati sindaci, assessori, deputati. Che sono insomma professionisti della politica e che continuano a avere con il pubblico un rapporto destinato a non finire mai:semmai a cambiare di forma e di modalità ma a rimanere stabile, più di un contratto di lavoro a tempo determinato.
Sono quelli che si chiamano i costi della politica e non riguardano i costi delle due Camere o del Quirinale ma, in compenso, sono diffusi e presenti su tutto il territorio nazionale.
Sarebbe interessante conoscere anche stipendi e consulenze che riguardano una (se non la più grande) delle maggiori aziende pubbliche del paese, la Rai ma nessuno è riuscito a acquisire finora simili dati, neppure la commissione parlamentare di Vigilanza che ha poteri di controllo e di vigilanza in base alle leggi vigenti.
Resta il fatto che l'inchiesta del Sole 24 ore, rivela come la classe dirigente italiana sia pronta a protestare e a condannare qualsiasi critica mossa all'accordo che il governo Prodi ha concluso nel luglio scorso con i sindacati confederali, a condannare in anticipo qualsiasi dimostrazione popolare ma nulla ha da dire di fronte a una questione come quella di cui abbiamo parlato che mostra, mi pare,una notevole disinvoltura della classe politica, una tendenza a nascondere quello che tutti gli italiani dovrebbero poter vedere e giudicare.