lunedì 20 agosto 2007

l’Unità 20.8.07
Heidegger tra il Reich e Hannah
di Paolo Di Paolo

L’ombra di Heidegger è l'inquietante romanzo epistolare in cui lo scrittore argentino José Pablo Feinmann affronta, raccontando una storia cupa e tragica, la compromissione dell’autore di Essere e tempo con il nazismo. E non con il piglio distaccato dello storico, ma con quello - più coinvolgente, più caldo - del narratore: mettendo in gioco prima di tutto e soprattutto l’umanità del «Maestro della Germania», il suo modo di muoversi, di parlare, di guardare. Lo spazio del suo abitare. La «malia, l’estasi riflessiva» che suscitavano le sue lezioni universitarie: raccontate da Feinmann dando voce al personaggio di Dieter Müller, allievo di Heidegger a Friburgo. Müller scrive una lettera a suo figlio Martin: è stato nazista, è fuggito in Argentina prima della catastrofe, ora sta per uccidersi. Ha davanti a sé la foto di un uomo nudo che si avvia verso le docce a gas, in un campo di sterminio. Sente finalmente il peso e la vergogna della colpa; e prima di punirsi, però, racconta, ricorda. Ciò che, ragazzo, l’aveva colpito di Heidegger: «lo spettacolo di una mente inaccessibile»; la lettura rivelatrice di Essere e tempo; lo scoprirsi ormai nazista a tutti gli effetti, ma senza odio: «Gli ebrei non mi interessavano», spiega Müller: «E Heidegger? Heidegger li odiava gli ebrei? Poteva odiarli chi aveva amato la giovane Hannah Arendt?». Tornano spesso, nel romanzo di Feinmann, gli occhi di Hannah, «grandi occhi neri».
Bellissima Hannah: come la mostra una fotografia di lei ventenne, datata ‘25, nell’apparato iconografico dell’affascinante epistolario Arendt-Heidegger che Einaudi ha appena mandato in libreria (Lettere 1925-1975 e altre testimonianze). «Vedersi», «Ri-vedersi», «L’autunno» sono i tre momenti in cui è suggestivamente scandita l’ampia raccolta di lettere; e c’è dentro, via via, un amore che cresce. «Non sopportavo più di girovagare per le strade di Heidelberg, sperando di incontrarti da un momento all’altro. Dovevo per forza parlare di te con qualcuno, e ho chiesto di te a Jaspers», scrive Martin alla fine del 1927, e ignora che di lì a poco qualcosa, nel rapporto con Hannah, si incrinerà. Mescola intanto, nelle sue lettere, notizie sul suo lavoro (la necessità di scomparire, di «dimenticare tutto»: per concentrarsi), qualche angoscia, al desiderio di lei. E ai raffreddori, le passeggiate in montagna, la neve, il brivido degli incontri clandestini («Vorresti venire nel bosco stasera?»), la «nostra panchina», la luce delle stagioni che passano e portano con sé troppe cose. Siamo al 1930: Arendt sembra ferita dalle voci sull’antisemitismo del suo amato ex professore; lui respinge quelle che chiama «calunnie» - e prepara un silenzio che durerà quasi un ventennio. Poi, sarà lei a cercarlo di nuovo, e l’amicizia d’autunno li accompagnerà alla fine (lei muore nel dicembre ‘75, lui nel maggio ‘76). Restano così senza risposta le domande (retoriche) che risuonano nel romanzo di Feinmann. È Martin, il figlio di quel Dieter Müller ormai morto suicida, che andrà a porle, alla fine degli anni Sessanta, direttamente a Heidegger, e a muso duro: «Dopotutto, Maestro, sono in tanti che le vogliono bene! Quelli che non le domandano nulla. La sua discepola, e forse il suo grande amore, Hannah Arendt, filosofa, ebrea, geniale, le ha forse amareggiato i giorni con rimproveri o domande insidiose? No, ha avuto cura del suo patrimonio». I silenzi degli altri, di molti, si aggiungono all’ostinato silenzio di Heidegger, lo ispessiscono. Perché il punto - lo evidenziano Antonio Gnoli e Franco Volpi nella illuminante postfazione - è proprio questo: «perché la grandezza filosofica si accompagna a volte così testardamente all’abiezione politica?». E ancora: «com’è possibile, oggi, riconciliare filosofia e politica dopo che ‘il solo grande pensatore del nostro tempo’ le ha dissociate?».

L’ombra di Heidegger, José Pablo Feinmann, trad. Lucio Sessa, pp.184, euro 15, Neri Pozza

Lettere 1925-1975 e altre testimonianze, Martin Heidegger e Hannah Arendt, a cura di Massimo Bonola, pp. 320, euro 22, Einaudi

l'Unità 20.8.07
Inchiesta/3
Tra referendum e partiti in crisi l’Italia diventò semi-presidenzialista

di Gianfranco Pasquino

GLI ANNI NOVANTA vedono la crisi dei partiti, destrutturati dalle indagini giudiziarie e soprattutto dai referendum che cambiano a furor di popolo in maggioritario il sistema elettorale, nonostante il vecchio pentapartito invitasse gli italiani ad andare al mare o a giocare a carte

Gli anni novanta sono anni di fibrillazione istituzionale e costituzionale, di destrutturazione e di tentativi di ristrutturazione del sistema partitico, di confuso cambiamento politico. Fu l'apparentemente innocuo referendum sulla preferenza unica a rivelare il 9 giugno 1991 che, nonostante i molteplici inviti dei dirigenti del pentapartito e non solo («andare al mare», firmato Craxi; «giocare a tressette», De Mita; «passeggiare nei boschi padani», Bossi; «stare a casa con gli amici», il Ministro degli Interni Antonio Gava), il 62,5 per cento degli elettori italiani preferiva andare alle urne dichiarando con voce alta e forte che i partiti italiani erano nudi e anche alquanto bruttini. Sulla spinta di nuove richieste referendarie, a potente riprova che il referendum è davvero in grado di funzionare come stimolo efficace a legiferare, il Parlamento si affrettò ad approvare una nuova legge per gli enti locali, disinnescando un esito ancora più maggioritario e dando vita, lungo le indicazioni dell’apposito quesito referendario, ad una riforma con conseguenze largamente positive. Nella data fatale del 18 aprile 1993 (giorno nel quale, quarantacinque anni prima, la DC aveva sconfitto il Fronte Popolare) l'elettorato tornò massicciamente, più dell’80 per cento di affuenza, alle urne per il referendum sul Senato, per l'abolizione di alcuni ministeri, contro il finanziamento pubblico dei partiti. Molto di questo, in particolare per i soldi ai partiti, è tornato come prima, a riprova che il Parlamento qualche volta esagera, a scapito della volontà popolare, nella sua concezione di centralità e sovranità. Peggio di prima. Neppure un composito (Rifondazione Comunista, parecchi democristiani di sinistra, socialisti, verdi) “Comitato per il No”, presieduto da Stefano Rodotà, riuscì ad impedire che la percentuale dei “sì” fosse elevatissima, quasi l'83 per cento. Coerentemente, l'ultimo Presidente del Consiglio socialista, Giuliano Amato, avendo, a suo tempo, dichiarato che i referendum elettorali erano "incostituzionalissimi" si dimise prontamente. Cominciò una lunga e incompiuta stagione di tensioni istituzionali, non dominate e non incanalate da due apposite e inconcludenti Commissioni per le riforme istituzionali, la prima presieduta in sequenza, da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, la seconda da Massimo D'Alema, ma caratterizzata soprattutto dall’inaspettatamente accresciuto ruolo del Presidente della Repubblica.
Ancora una volta la situazione fu acutamente analizzata dallo stesso Amato. I poteri del Presidente della Repubblica italiana, già nient'affatto soltanto cerimoniali nella Costituzione italiana, sono propriamente “a fisarmonica”. Quando i partiti riescono ad operare in maniera determinata e solidale sono in grado di rendere impossibile al Presidente di aprire la fisarmonica, ma possono anche decidere quanto la può aprire per eventualmente suonarla. Dopo l'elezione di Scalfaro nel 1992, a cominciare dalla nomina dello stesso Amato alla Presidenza del Consiglio, i partiti si accorsero di avere perso il potere sufficiente ad impedire che il Presidente della Repubblica nominasse seconda la sua autonoma valutazione il Presidente del Consiglio (Ciampi nel 1993, Dini nel 1995, D'Alema nel 1998), rifiutasse la nomina di ministri non proprio qualificati (come Cesare Previti alla Giustizia), decidesse se e quando sciogliere il Parlamento. In maniera, a mio modo di vedere, tanto coerente quanto sostanzialmente impeccabile, il Presidente Scalfaro decise per il “sì” nel gennaio 1994 subito dopo l'approvazione della legge finanziaria e delle nuove leggi elettorali; per il “no” nel dicembre 1994 dopo la crisi del governo Berlusconi; nuovamente per il “sì” nel febbraio 1996, quando il tentativo Maccanico di produrre un concordato semipresidenziale non andò in porto; giustamente per il “no” nell'ottobre 1998 dopo il voto di sfiducia a Prodi. Con l'appoggio esplicito e solido ai governi da lui, nel quadro delle sue prerogative costituzionali, voluti, il parlamentarista Scalfaro si rivelava, a causa delle circostanze e contrariamente alle sue preferenze, un Presidente semi-presidenzialista, contribuendo con i suoi comportamenti ad evitare un logorio istituzionale alla Weimar. Era quella del semipresidenzialismo, agevolabile da uno scambio virtuoso, da un lato, il doppio turno elettorale gradito ai DS e a parte del centro-sinistra, dall’altro, l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica desiderata da Fini e non sgradita a Berlusconi, una soluzione alla quale la Bicamerale presieduta da D'Alema sarebbe potuta arrivare se l’opportunismo istituzionale, in questo caso di Berlusconi, ma non solo, non fosse prevalso. L'opportunismo continuerà ad essere la cifra istituzionale di quasi tutti i protagonisti politici e partitici della transizione, impedendo, per esempio, che i due referendum elettorali del 1999 e del 2000, intesi a migliore il Mattarellum, conseguissero il quorum. Nella memorabile frase del “maggioritario” Berlusconi: «starsene a casa per mandarli a casa», da quel momento l'istituto costituzionalmente previsto del referendum abrogativo sarebbe caduto sotto la mannaia della mancanza di quorum, debitamente agitata dai conservatori di ogni genere, grado e appartenenza politica (e religiosa).
Fin dall'inizio del decennio il sistema partitico, con tutti i segretari del pentapartito indagati per corruzione, con la Lega ascendente, con i socialisti in rotta, con la Democrazia cristiana spappolata e con l'ultimo regalo della proporzionale, la scissione nel 1991 di Rifondazione Comunista dal nascente Partito Democratico di Sinistra (una scissione neppure pensabile con un sistema elettorale maggioritario) era entrato in una fase di destrutturazione ulteriormente acuita dal referendum elettorale del 1993. Che la cultura politica degli ex-comunisti e degli ex-democristiani fosse non soltanto irrimediabilmente proporzionalista, ma anche tremendamente inadeguata a cogliere le novità, lo si capì in occasione delle elezioni del 1994. I Progressisti (PDS, Rifondazione, Verdi) non riuscirono a mettersi d'accordo, neppure tatticamente, con gli ex-democristiani (Patto Segni, con il leader referendario che dimostrò clamorosamente di non avere interiorizzato la logica del maggioritario, Popolari) per evitare che le alleanze di nuovo conio abilmente create dal Cav. Berlusconi: Forza Italia e Lega al Nord (Polo delle Libertà) e Forza Italia e Alleanza Nazionale nel resto del paese (Polo del Buongoverno) conquistassero, a partire dai collegi uninominali, la maggioranza quasi assoluta che, con un aiutino, adeguatamente ricompensato, di alcuni ex-democristiani, in special modo al Senato, avrebbe dato vita ad un governo di neofiti di breve durata. L'ondata di anti-politica, cavalcata sia dalla Lega sia da Berlusconi, si sarebbe poi variamente espressa arrivando in forme diverse al governo del paese. In rapida sequenza andarono alla Presidenza del Consiglio: un Governatore della Banca d'Italia, un magnate della televisione, un ex-Direttore del Fondo Monetario Internazionale, un Professore di Economia Industriale. Nessuno di loro poteva, naturalmente, ristrutturare un qualsiasi sistema di partiti. Tuttavia, in qualche modo, con la sua stessa discesa in campo, Berlusconi impose al centro-sinistra di imparare la lezione della necessità assoluta di dare vita ad una coalizione inclusiva decente la quale, ad ogni buon conto, bisogna assolutamente ricordarlo, vinse le elezioni nel 1996 esclusivamente perché la Lega non faceva parte della coalizione di Berlusconi.
L'Ulivo, forse, come disse qualcuno, un sinistra-centro, che, forse, come dissero, più audacemente, altri, rappresentava il compimento sia della strategia di Moro che di quella di Berlinguer, sprecò, anche in questo caso per inesperienza e incompetenza, la sua grande occasione. Invece di mantenere la promessa: un governo di legislatura guidato da un solo Primo ministro, di governi ne fece quattro, con tre primi ministri, riuscendo anche a cambiare e non poco la composizione della sua maggioranza parlamentare. Eppure, per quelle astuzie della storia che lambiscono persino il sistema politico italiano, proprio questi confusi cambiamenti politici andarono preparando il fenomeno cruciale che caratterizza le democrazie di miglior funzionamento: l’alternanza al governo. Il centro-sinistra riuscì ad arrivare all’appuntamento nelle peggiori condizioni possibili, sostituendo il suo incumbent, Giuliano Amato, Presidente del Consiglio in carica che avrebbe almeno potuto rivendicare quanto di buongoverno aveva fatto il centro-sinistra e fare valere la sua competenza di governante esperto, con il giovane e telegenico sindaco di Roma. Nel 2001, finalmente ricomposta, sotto la guida di Silvio Berlusconi, la Casa delle Libertà ottenne una decisiva vittoria elettorale conquistando una consistente maggioranza parlamentare, prodromo dell'attuazione del suo programma, di quel “Patto con gli Italiani”, spettacolarmente firmato nel salotto di Bruno Vespa, ma anche di qualche scempio legislativo.
3- continua

domenica 19 agosto 2007

Liberazione 19.8.07
La destra e il suo "doppio": parte la gara all'anticomunismo
di Stefano Bocconetti

Il leit motiv di questa estate è sempre lo stesso: l'Italia è un paese in mano alla sinistra radicale.
Sarà per questo che Berlusconi si sente scippato della sua propaganda da esponenti dell'Unione?

Una sorta di battaglia per il copyright. Battaglia vera, anche se condotta a colpi di dichiarazioni agostane. Quelle che tradizionalmente, da che «politica è politica», vengono poi subito smentite alla ripresa autunnale. Stavolta, invece, qualcosa fa capire che non siamo alla solita "boutade" per conquistare un po' di spazio nei giornali a corto di notizie. Stavolta l'uscita del leader dell'opposizione - di lui si parla - svela che Berlusconi probabilmente ha chiaro il fatto che la destra - questa destra che ha perso le elezioni per 24 mila voti - rischia di essere tagliata fuori. Da tutto. Rischia di essere «scippata» addirittura nei suoi simboli, nelle sue parole d'ordine. Così, ieri è tornato a tuonare contro la sinistra - «sinistra estrema» - che di fatto controllerebbe l'operato del governo. L'ha fatto avvertendo innanzitutto gli annoiati cronisti - costretti a riportare quelle che a prima vista sembravano le "solite" frasi - che la sua era un'«analisi accurata e lucida della situazione». Non routine, insomma.
Il suo ragionamento è una sorta di conseguenza a catena. Tutto, più o meno, comincia con la manifestazione nel giorno dell'arrivo a Roma di Bush. Rifondazione organizza un appuntamento a piazza del Popolo, che va deserto. I «movimenti» fanno, invece, un corteo piuttosto partecipato, e da lì lanciano il primo avvertimento. Diretto proprio al Prc: state al governo, ma solo «come partito di lotta» (usa proprio queste parole). A questo punto, Rifondazione «gira» il diktat ai diesse e compagnia: fate come diciamo noi o saltate. A loro volta i dirigenti democratici prendono in ostaggio Prodi: accontentiamo la sinistra o si va a casa. E Prodi accetta.
Ad essere sinceri, molti potrebbero osservare che non c'è un granché di originale. Se non forse la valutazione di un elemento di cronaca (il flop della manifestazione di piazza del Popolo). In realtà, però, la frase non è quella di sempre. Perché arriva esattamente all'indomani delle sortite della ministra Bonino e del leader della Sinistra democratica, Angius, dirette entrambe a «ridimensionare» il ruolo di Rifondazione. Della sinistra. Anche le parole («il governo che rischia di essere in balìa...») sono quasi le stesse.
Da qui la guerra sul copryght. Con la destra all'opposizone che rischia di essere meno credibile della destra della maggioranza. Con un Berlusconi che rischia di essere meno «efficace» di una Emma Bonino che minaccia di mandare tutto a carte quarantotto, se il governo accetterà l'idea che possano esserci pensioni più giuste e un po' meno precarietà. Si spiega così la «lucida analisi» del leader della Casa delle Libertà. Si spiega così la sua prima sortita postferie.
Diifficile dire se la rincorsa sul terreno scelto dai moderati dell'Unione gioverà alla Casa delle Libertà. Ad occhio e croce non sembrerebbe, se ancora ieri un parlamentare - di secondo piano - di An, tal Nino Strano, spiegava che «o la destra ritrova compattezza e soprattutto idee» o Prodi può domire sonni tranquilli. E per ora di idee girano solo quelle di Berlusconi: che sempre ieri ha annunciato a settembre un vertice per riscrivere il programma delle Casa delle Libertà. Aggiungendo però che «non c'è nulla da inventare», lui ce l'ha già tutto in testa.
Probabilmente ha ragione, allora, chi sostiene che Prodi ha poco da temere da quest'opposizione parlamentare. Tutto fa capire che, stretti fra le battaglie sulla leadership, annunci di iniziative clamorose subito smentite e via dicendo, la destra resterà al palo. Col risultato che Prodi avrà una chance in più. Per provare a governare secondo il mandato che ha ricevuto. E lo dovrà fare da settembre, dalla discussione sul Dpef. Tutto fa capire che, volendo, Prodi potrà governare tranquillamente, rimettendosi in sintonìa con chi l'ha votato. Quattro, cinque punti che facciano davvero la differenza col passato governo. Lo potrebbe fare. Tutto sta a vedere se la destra - quella dell'Unione, stavolta, tutt'altro che fuori gioco - glielo permetterà.

l’Unità 19.7.07
Liberazione va all’attacco di Angius

«Vuol far deragliare l’unità a sinistra. E gioca per il suo futuro politico con i socialisti»
Ha fatto «infuriare i dirigenti del Prc», come racconta in prima pagina Liberazione. L’intervista al senatore Gavino Angius fa discutere a sinistra e il quotidiano del Prc la racconta così: «Bonino a Angius, la strana coppia. Un solo obiettivo: Rifondazione». A stringere l’obiettivo sul senatore il commento di Rina Gagliardi, che ricorda come Angius sia un politico intelligente e «non politicante», schietto e sanguigno: «uno che usa ponderare a lungo le sue posizioni, le sue scelte, ma poi le esprime apertis verbis, senza giri di parole o contorsioni dialettiche». Fu lu, racconta con qualche malizia, a brindare «alla faccia di Occhetto», quando mancò d’un soffio l’elezione a segretario al congresso Pds di Rimini.
Dunque, perché ora prendersela con Rifondazione? si chiede l’editorialista. La risposta è implicita nel titolo, più che uno scontato «La calda estate di Gavino», il seguito: «Agosto, sinistra mia non ti conosco». Perché - ragiona Gagliardi - forse Angius non conosce bene le leggi sul mercato del lavoro precario, la Treu e la Biagi, o forse non le considera una priorità politica; «fin qui, opinioni personali - sbagliate, ma pur sempre opinioni. Ma come fa poi Angius ad affermare che il Prc è contro la legge 30 per pure ragioni strumentali e con una degenerazione propagandistica che ha del grottesco? Qui, duole dirlo, c’è disinformazione o (come propendo a pensare) c’è pura malafede»
È chiaro, prosegue Liberazione, che il pericolo per il governo Prodi non viene da sinistra, ma dalle manovre centriste, dalla «voglia matta di Lamberto Dini di ridiventare presidente del consiglio sia pure per un giro di valzer. Tutto questo Angius lo sa bene. Vuol dire allora che il passionale dirigente comunista di vent’anni fa si è trasformato in uno spregiudicato uomo di manovra? Una quinta colonna del Pd che opera - pensa di operare più efficacemente - da fuori, da libero battitore, con l’incarico di far deragliare, se e come può, il treno dell’unità a sinistra. Uno che alle ragioni di Sinistra democratica crede come noi crediamo in Dio?».
Ma forse c'è un’altra spiegazione, suggerisce maliziosamente Gagliardi: Angius teme di tornare «nell’inferno del comunismo e della radicalità, e di privarsi di un dignitoso futuro politico, al punto da pensare che quello con Boselli e De Michelis sia davvero tale». Così, in filigrana, ecco tornare la vecchia accusa di traditore: perché se no, non è restato nel Pd? perché dunque attacca la Cosa Rossa «come ogni buon toro alla corrida di Pamplona»?

il manifesto 19.8.07
«Per Sd è il tempo delle scelte»
Intervista ad Alfiero Grandi di Matteo Bartocci

Per Alfiero Grandi, già dirigente Cgil e sottosegretario di Sinistra democratica all'economia, l'accordo sul welfare va modificato in tre punti. E il movimento di Mussi deve accelerare per l'unità a sinistra dallo Sdi al Prc. Dubbi sul corteo del 20 ottobre: lasciamo fuori il sindacato dalla polemica politica

«Per le modifiche alla legge 30 non siamo all'ultima battaglia, la sinistra non è a Fort Alamo ma ha il dovere di tenere aperta la questione e battersi per il rispetto del programma». Anche Alfiero Grandi, attuale sottosegretario all'economia, già dirigente della Cgil e oggi in Sinistra democratica, riconosce che per il partito di Mussi «il momento delle scelte è ormai impellente». «La modifica della legge 30 è nel programma - premette Grandi - è una legge che ha introdotto un supermercato della flessibilità che si è tradotto solo in precarietà. Ma per noi flessibilità e precarietà sono concetti ben diversi».
Eppure Angius, dirigente di Sd, ha difeso la legge 30.
Le sue parole lette fuori dalla contingenza dicono semplicemente che come Sd dobbiamo fare una scelta politica. Se siamo d'accordo bene, altrimenti ognuno andrà per conto suo.
E' una scelta tra la «costituente socialista» e il «cantiere della sinistra»?
Salvi ha ragione: Sd nasce per l'unità a sinistra. Noi non vogliamo fare un quarto partitino rosso-verde. E il Pd non potrà rapportarsi come Biancaneve con i sette nani, credo che da qui a ottobre si rafforzerà molto ed è necessario che la sinistra sia altrettanto forte e capace di motivare.
Ma è d'ostacolo il riferimento al socialismo europeo?
Secondo me no. Io sono d'accordo con Angius. Altri guardano più a Sinistra europea che, se ho capito bene, anche per Rifondazione è un punto di partenza. Noi dobbiamo impegnarci tutti insieme in Italia e possiamo spenderci in Europa come vogliamo. Sdrammatizzerei anche il rapporto con lo Sdi: su diritti civili, scuola e laicità siamo completamente d'accordo. Perché non avere un dialogo organico tra noi?
Agire insieme ma su che basi?
Su tre assi fondamentali. Uno sviluppo diverso in una globalizzazione che non può andare avanti così: un altro mondo sociale, economico e ambientale è possibile. Secondo: dare a chi lavora o vuole lavorare una forte dignità in risposta a una divaricazione sociale crescente. Anche Ciampi riconosce che la finanza si sta mangiando l'economia reale. Terzo: se il Pd si unisce partendo dal leader e il resto si vedrà, noi dobbiamo fare il contrario. Dobbiamo unificarci partendo dalla linea politica e da un'iniziativa di massa la più ampia possibile.
In cui rientra o no la manifestazione del 20 ottobre?
E' un appuntamento molto delicato. I tempi non mi sembrano felici, nel pieno della consultazione dei lavoratori e del dibattito sulla finanziaria. Credo che bisogna essere molto chiari sugli obiettivi che si porrà l'iniziativa. Intanto deve rispettare due condizioni: non può essere contro il governo o contribuirebbe ad eliminare la sinistra dalla maggioranza. Manovre neocentriste, anche se velleitarie, ci sono e non vorrei dare una mano a chi parla di alleanze di nuovo conio. E poi non può creare problemi ai sindacati. Per me deve essere un'azione a sostegno dell'iniziativa sindacale e quindi della Cgil, che ha firmato l'accordo ma chiede avanzamenti nella sua attuazione.
Cosa non ti convince dell'accordo del 23 luglio?
Contraddice il programma in almeno tre punti. Si doveva abolire il «tempo determinato» senza limite: 36 mesi di precarietà sono un periodo già abbastanza lungo e l'ufficio del lavoro non può prolungarlo all'infinito. Poi c'è l'abolizione dello staff leasing, su cui anche Damiano era d'accordo e su cui il governo ha fatto dietrofront all'ultimo minuto. Ma l'aspetto che a me preoccupa di più è la liberalizzazione degli straordinari. Indebolisce la contrattazione e aumentando le ore di chi il lavoro già ce l'ha non aiuta certo l'occupazione giovanile. E' un netto arretramento che va rivisto.
Ma visti i rapporti di forza in parlamento come ottenere ciò che chiedi senza mobilitarsi?
Non siamo all'ultima battaglia. Discutiamone serenamente. Chi parla di diktat non negoziabili contribuisce a far giudicare negativo tutto l'accordo. E così non è.
D'accordo, ma come ottenere le modifiche che chiedi?
Dobbiamo agire come con la lettera dei quattro ministri. Rispettare l'autonomia di tutti ma scegliere un asse comune e andare fino in fondo. Sarebbe terribile innescare una polemica nella maggioranza e diventare parte della discussione interna al sindacato. Mobilitarsi non mi scandalizza ma non possiamo fare due parti in commedia. Lasciamo stare il sindacato che è adulto e non ha bisogno di tutori.
Ti riferisci a Rifondazione o anche ad altri?
Anche ad altri. Per sua natura la sinistra deve essere amica del sindacato, dobbiamo aiutarlo a rafforzarsi, dare nuova speranza ai tanti che vi sono impegnati. E poi dobbiamo evitare di ricompattare un centrodestra totalmente disarticolato. Per favore, evitiamo il ritorno del «Caimano». L'alternativa a Prodi è andare a elezioni difficilissime e forse nell'impossibilità di ricomporre la coalizione. Avviamo una battaglia dura ma con questo limite in testa.

Repubblica 19.8.07
"Non mescolare le cose" il comandamento smarrito
di Umberto Galimberti

La differenza sessuale l´abbiamo già abolita con gli abiti unisex, grazie ai quali il giovane può cancellare il sesso a vantaggio dell´età, offrendo così alla retorica della moda quelle espressioni "ancora giovane, sempre giovane" che servono a conferire all´età, più che al sesso, i valori di prestigio e seduzione.
Oggi, la tendenza dei designer è quella di abolire la differenza tra adulto e bambino, arredando le camere dei bambini con oggetti dal significato adulto quando non velatamente sessuale, e i soggiorni degli adulti con arredi infantili che segnalano la fatica di crescere se non addirittura il rifiuto.
Come per i vestiti, così per gli arredi sembra di assistere a un ritorno all´"indifferenziato" da cui l´umanità un giorno si è emancipata attraverso regole, divieti, tabù, codici, rigidi comandamenti seguendo i quali era possibile distinguere l´alto dal basso, la destra dalla sinistra, collocare in alto le cose celesti, in basso quelle terrene, a destra il bene, a sinistra il male, sotto la terra il regno dei morti, sotto la volta del cielo i presagi per i vivi. Fu così che l´uomo fuoriuscì da quello sfondo pre-umano abitato dagli dei, a proposito del quale Eraclito dice: «Il dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame, e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi odorosi, prendendo di volta in volta il loro aroma». A differenza del dio, prosegue Eraclito: «L´uomo ritien giusta una cosa e ingiusta l´altra e non mescola tutte le cose».
Non voglio elevare troppo il tono del discorso a partire da semplici oggetti di arredo, ma senz´altro segnalare che ogni abolizione delle differenze genera una sorta di disorientamento che non aiuta chi sta crescendo a raggiungere quello stadio della ragione che è articolazione delle differenze.
Quando un bambino usa un pennarello prima per disegnare, poi per succhiarlo, infine per metterlo nell´occhio del fratello, interviene la mamma che, con una serie di no, insegna che il pennarello serve solo per disegnare, perché non è un biberon e tantomeno un´arma impropria. Con i suoi divieti la mamma insegna al bambino il principio cardine della ragione che è il principio di non contraddizione, per cui una cosa è se stessa e "non altro". Insegna le differenze tra le cose e passo passo porta il bambino fuori dall´indifferenziato, dove pericolosamente abita e per cui richiede costante vigilanza.
Confondere i codici e far credere che non c´è nessuna differenza tra un tappeto e un uovo fritto, tra una poltrona e una bocca spalancata significa non aiutare il bambino a uscire dall´indifferenziato in cui abita prima di orientarsi nel mondo, e avviarlo a passi spediti nelle prossimità del delirio dove queste contaminazioni sono frequenti, e se non è il delirio, il mondo del sogno dove tutto si contamina in quel fluire e defluire di immagini, dove l´effetto precede la causa, dove il tempo si contrae e lo spazio si altera, dove neppure la mia identità resta stabile, ma prende a oscillare tra l´adulto e il bambino, tra il maschio e la femmina, perché quando la coscienza dorme è la follia a inscenare il suo teatro.
E i bambini vivono in un mondo folle che non è il caso di alimentare con oggetti che hanno più l´apparenza dei fantasmi onirici che la segnaletica di un mondo ordinato o in via di ordinamento. Quando poi sono gli adulti a circondarsi di oggetti infantili - come le poltrone che non finiscono con i braccioli ma con due mani prensili, o come gli arredi da bagno che, dal lavandino allo specchio, hanno la forma dei cuoricini che i bambini dell´asilo si scambiano quando, incapaci di scrivere, comunicano con disegnini i sentimenti delle loro amicizie e inimicizie - allora davvero si contravviene al sesto comandamento che, nella versione originale, non recita: «Non commettere atti impuri», ma: «Non mescolare le cose».
La cultura greca che tanto ha insistito sulla "paideia", ossia sull´educazione dei bambini, a più riprese ha messo in guardia sul rischio di mescolare le cose. Accadde ai troiani che confusero una macchina da guerra come il cavallo di Troia per un dono votivo, accadde ad Edipo che trattò sua madre come sua sposa, accadde ai tebani che quando Dioniso, il dio di tutte le contraddizioni, entrò nella loro città, videro le donne comportarsi come menadi scatenate, i vecchi come bambini, e soprattutto videro infrangersi l´ordine culturale che custodiva quei valori mitici e rituali che garantivano la buona convivenza nella città.
«Non mescolare le cose» significa che l´adulto deve fare l´adulto e non il bambino, e deve affidare agli oggetti che dispone nella casa le tracce ben visibili di questa differenza. Perché il bambino che si sta orientando nel mondo e faticosamente sta acquisendo la differenza tra le cose progressivamente liberate dalle contaminazioni fantastiche, oniriche e allucinatorie che prima possedevano, riceve un grande conforto se, in questo processo che lo libera dall´incertezza quando non addirittura dall´angoscia, è aiutato dall´adulto che non fa il bambino e non si confonde con lui mescolando per gioco tutte le cose, perché questo, anche se non sembra o non gli si dà troppa importanza, è un gioco davvero pericoloso, perché disorienta, perché non avvia all´età della ragione, che è articolazione delle differenze.

l'Unità 19.8.07

Inchiesta/2
La grande paralisi degli anni Ottanta

DALLA CRISI dei Settanta l’Italia non esce in avanti. Bloccata ogni ipotesi di alternanza - non bastò l’«alternativa democratica» lanciata da Berlinguer - il Psi di Craxi scelse un rampante individualismo, e furono gli anni della «Milano da bere». Il conto delle bevute fu un debito pubblico arrivato al 100% del Pil

Agli inizi degli anni Ottanta apparve immediatamente chiaro che qualcosa non funzionava affatto nella strategia comunista. Improvvisamente, Enrico Berlinguer annunciò l'abbandono del compromesso storico e, con la (seconda) svolta di Salerno, approdò ad una mai precedentemente formulata «alternativa democratica»: troppo tardi troppo poco. Troppo tardi, poiché il Pci aveva già iniziato la sua emorragia di voti che lo portò rapidamente dal 34,4 del 1976 al 29,9 del 1983. Troppo poco, perché non poteva bastare una confusa e improvvisata alternativa alla Dc, per anni annunciata come l'alleato privilegiato del compromesso storico, nella quale si mettevano tutti i partiti laici sullo stesso piano e, praticamente, si continuava a sconfessare e a osteggiare l'alternativa socialista, proprio quella voluta dal Psi con il quale, probabilmente, sarebbe stato opportuno riannodare le fila di un discorso politico.
Dal canto suo, Craxi decise rapidamente che se quello era il modo con il quale il Pci pensava di rompere il bipolarismo, allora tanto valeva che lo facesse lui in prima persona accettando di ri-allearsi con la Dc, ma esigendo la carica di Presidente del Consiglio (1983-1987). Non solo il bipolarismo era rotto, ma da quel momento Craxi si impegnò a dimostrare che il Partito comunista non meritava neppure più di essere considerato un oppositore temibile. Era diventato un oppositore semplicemente irrilevante. Non bisognava fare i conti con i comunisti neppure sulla politica economica, a cominciare dal taglio della scala mobile della notte di San Valentino 1984, a continuare con il referendum del giugno 1985, che Craxi vinse anche avendo minacciato le dimissioni («un minuto dopo la vittoria del sì, il Presidente del Consiglio si dimetterà») che un elettorato, cambiato, nel quale le famiglie operaie e contadine non erano più una maggioranza, e prioritariamente interessato alla stabilità politica decise di evitare.
D'altro canto, il Pci rendeva tutto più facile al Presidente del Consiglio socialista. Obbligati a scegliere un successore alla segreteria del partito dopo l'improvvisa morte di Berlinguer, invece di accettare una contrapposizione di linee e di persone - che avrebbe sicuramente prodotto scintille fra continuisti, centristi, riformisti, miglioristi, ma anche innovazione, e avrebbe sprigionato capacità di attrazione - i comunisti lasciarono burocraticamente cadere la loro scelta su Alessandro Natta, il presidente del Comitato Centrale, che già si considerava un pre-pensionato e che per ragioni d'età e di storia personale non avrebbe potuto in alcun modo essere un innovatore. Infatti, né lui né la rappresentanza comunista nella Commissione parlamentare per le Riforme istituzionali, presieduta dal liberale Aldo Bozzi (novembre 1983-febbraio 1985) si impegnarono a dimostrare che la Grande Riforma aveva cessato di essere l'obiettivo istituzionale di Craxi, a sua volta diventato «conservatore istituzionale» nei fatti, ma rimaneva necessaria, anzi, indispensabile per il paese.
Invece, di sfidare democristiani e socialisti, comodamente seduti sulle loro rendite di posizione, i comunisti preferirono difendere le loro rendite di opposizione, ancora politicamente apprezzabili, ma che si stavano irresistibilmente erodendo. A nulla servì una mia lunga passeggiata domenicale sui colli bolognesi, quando, convocato da Renato Zangheri, capogruppo del Pci alla Camera dei Deputati, tentai di spiegargli come e perché una buona riforma elettorale in senso non-proporzionale avrebbe potuto mettere in movimento il sistema politico, tagliando tutte le rendite: di posizione e di opposizione e consentendo nuove modalità di espressione ad un elettorato potenzialmente effervescente. Qualche giorno dopo, febbraio 1984, con grande e amara sorpresa, lessi la risposta di Zangheri nel suo editoriale pubblicato da "l'Unità" (giornale al quale avevo anche iniziato a collaborare): «La proporzionale è irrinunciabile». Naturalmente, tutti coloro che preferivano contare i decimali degli spostamenti di voto, ed erano allora come, temo, ora, consistente maggioranza, in Parlamento e in Commissione, ne furono molto sollevati. Il Pci metteva una pietra tombale su qualsiasi cambiamento della legge elettorale ma, probabilmente, si rendeva anche conto che si erano aperte le prime crepe nella proporzionale. Il massimo a cui la Commissione per le Riforme Istituzionali giunse fu, in chiusura, a votare un ordine del giorno a favore del sistema tedesco firmato, tra gli altri, da Mario Segni, da Pietro Scoppola, da Gino Giugni, da Augusto Barbera, ma solo a titolo personale, senza impegnare il Pci, e anche da me, con la motivazione esplicita «non essendo possibile niente di meglio» ovvero, in inglese, solo come second best. Per gli interessati, la mia proposta si trova per filo e per segno nella Relazione di minoranza della Sinistra Indipendente del Senato, firmata dal Sen. Eliseo Milani e da me.
A più di 25 anni di distanza, dopo due referendum elettorali coronati da successo (1991 e 1993) e due falliti per mancanza di quorum (1999 e 2000), dopo due riforme elettorali, una, la seconda, quella «porcella», peggio della prima, ci troviamo ancora tutti lì. Infatti, è ripreso da capo il dibattito ripetitivo e logoro, ma non certo per colpa dei referendari, su chi, come e quale legge elettorale fare. Allora, erano i tre maggiori partiti che non volevano rischiare nulla, meno che mai le loro rendite, ma nemmeno volevano spaventare i loro piccoli essenziali, comunque, subalterni, alleati che, a loro volta sono sopravvissuti e sopravvivono tuttora grazie alle minime, ma vitali, rendite di posizione (oggi, all'interno, in special modo, della coalizione di centro-sinistra).
Almeno a livello di elaborazione culturale, alla quale, poi, non diedero seguito, i socialisti tentarono qualcosa di propulsivo con il discorso «sui meriti e sui bisogni» di Claudio Martelli al Congresso di Rimini del 1982. Non ne seguì nessuna concreta risposta di governo. Più preoccupati di durare a Palazzo Chigi che di aprire spazi propri ai settori che avrebbero potuto ingrossarne le scarne file elettorali, i socialisti preferirono non fare nulla. E non vale nulla la giustificazione che non trovarono «sponde» nel Pci, dal momento che quelle sponde non furono mai cercate con coerenza e con determinazione.
Privata dello sbocco nella praticabilità di un'alternanza fra coalizioni che avrebbe offerto scontro di leadership, di programmi, di idee e di stile, la parte moderna e dinamica della società italiana scelse la strada dell'individualismo che, forse, premiava i meriti, ma sicuramente non soddisfaceva i bisogni. Sembrarono affermarsi in special modo i rampanti che alla politica chiedevano non interferenza, che alla politica non volevano dare nulla, ma che dalla politica non si aspettavano nulla se non favori. Furono gli anni della «Milano da bere». Dunque, c'era qualcuno che la beveva davvero: fortunatamente non il pool intorno a Francesco Saverio Borrelli, che venne rallentato nelle sue indagini dalla non concessione ad opera del pentapartito dell'autorizzazione a procedere contro lo sponsor di Craxi, il senatore socialista Antonio Natali. Il conto delle bevute, a Milano e a Roma, lo pagava il debito pubblico cresciuto da poco più del 60% del Prodotto Interno Lordo fino ad oltre il 100%.
L'impossibilità dell'alternanza, che era la conseguenza non soltanto dell'incapacità dell'alternando (il Pci) a tagliare gli ultimi suoi legami con il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, ma anche a dimostrare che aveva idee, soluzioni, energie e persone in grado di produrre rinnovamento, venne anche, a mio modo di vedere, collegata correttamente con il sistema elettorale proporzionale grazie al quale il pentapartito si riproduceva senza difficoltà, a livello nazionale e a livello locale con esiti epici fra i quali l'epica ascesa del socialista milanese Carraro a sindaco di Roma nonostante il democristiano andreottiano Gerace avesse ottenuto 100 mila voti di preferenza e la Dc avesse tre volte più voti del Psi. In pratica, il pentapartito di Andreotti aveva smesso di produrre decisioni politiche, economiche, sociali di qualche validità tranne quelle poche utili alla creazione e all'espansione dell'impero mediatico della Fininvest. Sopravvivere senza governare il politologo Giuseppe Di Palma aveva intitolato il suo libro sui partiti italiani in Parlamento. Alla fine degli anni Ottanta questa era ancora la fotografia del sistema.
Si abbatté su quel sistema il crollo del muro di Berlino, sottovalutato da democristiani e socialisti, la cui reale portata fu difficile per tutti capire immediatamente nelle sue enormi conseguenze. Si aprì anche lo spazio per il primo tentativo di cambiare quel che si poteva delle regole del gioco, ovvero il sistema elettorale del Senato, in maniera limitata quello della Camera, in maniera molto incisiva quello degli enti locali. Parte almeno della società italiana, modernizzatasi economicamente e socialmente, persino arricchitasi, decise che era venuto il tempo anche della modernizzazione politica che, per non pochi elettori del Nord era già cominciata nella protesta strisciante con il voto a favore delle varie Leghe, lombarda, piemontese e veneta. Ancora una volta, i tre grandi partiti non soltanto arrivavano in ritardo, ma pensarono essenzialmente a come difendersi, non a come guidare il rinnovamento elettorale e istituzionale. Il decennio si chiuse senza idee e senza prospettive.
2 - continua. La puntata precedente è stata pubblicata il 14 agosto


l’Unità 19.8.07
Che Guevara/1
L’avventura iniziò con un viaggio
di Maurizio Chierici

Nel luglio del ’53 un ragazzo appena laureato in medicina, stivaletti e giacca militare, parte da Buenos Aires con un amico. Sognano di attraversare l’America fino a Caracas

La vecchia stazione Retiro a Buenos Aires non è cambiata. Malinconica come ogni stazione anni venti: qui come a New York, Milano. I biglietti si vendono dietro grate strette come un confessionale. Luci fioche nella sala d’aspetto per signore. Gli uomini non possono entrare. Gli uomini passeggiano sui marciapiedi o bevono qualcosa al bar del Gallo Azzurro sotto lo sguardo dei cartelloni che ogni governo argentino distribuisce attorno ai binari, pubblicità istituzionale in concorrenza con detersivi, saponi, automobili. È rimasta Evita Peron; si è aggiunto Maradona.
Ottobre 1987. Sul mio primo viaggio che insegue l’ultimo viaggio di Guevara soffia il vento dell’inverno australe: non si arrende alla primavera.
«L’ultima partenza di Ernesto è cominciata qui». Dopo due giorni di chiacchiere al settimo piano della bella casa in Avenida Callao, Ricardo Rojo, amico d'avventura del Che, mi accompagna al treno che attraverserà le Ande. Dovrò cambiare non sa quante volte e aspettare con pazienza nelle piccole stazioni dell'arrampicata. Gli orari sono di gomma, i ritardi diventano ore. Fra due giorni e mezzo arriva.
L’avvocato Rojo era tornato da poco da un esilio vagabondo. Per la dittatura dei militari appena scacciati era un sovversivo e Alfonsín, primo presidente della democrazia minacciata dai giochi della grande economia e dalle rivolte dei caras pintadas, non poteva permettersi di ascoltare le teste calde che avevano accompagnato la rivoluzione di Guevara. Come Alberto Granado nella prima traversata dell’America Latina, Rojo aveva diviso avventure e speranze di un Che che muoveva i primi passi nel capitolo decisivo della sua breve vita. Un treno senza ritorno. Fra i binari di Retiro non immaginava di sbarcare all'Avana.
Ernesto parte quando l’inverno rabbrividisce: 7 luglio 1953. Si è laureato un mese prima in medicina, 26 anni, stivaletti e giubba militare. Non si annuncia la vocazione: glieli ha passati il fratello in servizio di leva. «Comodi, caldi, si sporcano meno». Rojo non c’é. Compagno di Ernesto, Carlos Calica Ferrer, figlio del pediatra di Alta Gracia, attorno a Cordoba dove la famiglia Guevara si era rifugiata per curare «con l’aria sottile» l’asma del ragazzo. Compagno di giochi, di mare, di sogni. Uno dei sogni attraversare l’America per arrivare a Caracas dove li aspetta Alberto Granado.
Carlos è più giovane di un anno e da un anno lui ed Ernesto mettono da parte i soldi per il grande viaggio: 700 dollari in due In treno, perché costa meno. Si sistemano sui legni di seconda classe. Nella valigia lettere di raccomandazione per gli argentini da incontrare nei posti d’avventura. Li lega un giuramento orgoglioso: mai chiedere soldi a casa quando i settecento dollari sono finiti. «So come è andata dalle loro chiacchiere. Dovresti parlare con Carlos, ma chissà dov’è finito».
Nei due giorni di racconti, mentre cercava di convincermi della bontà del maté che non sopportavo, Rojo ricostruisce la partenza del Che. Era lontano quando Guevara e l’amico hanno preso il treno. Era nascosto a La Paz con documenti strani: «Per passaporto solo il salvacondotto dell’ambasciata del Guatemala a Buenos Aires dove avevo chiesto asilo. Ero radicale, amico di Frondizi. Sono stato in galera con l’accusa di aver preso parte al complotto di chi voleva assassinare Peron. Le raccomandazioni mi aprono la libertà provvisoria. Ma devo andare via dall'Argentina». Salta il cancello dell’ambasciata del Guatemala e chiede asilo politico.
Nel ’53 ha 29 anni, figlio di un proprietario rurale, avvocato alle prime armi. I soldi non gli mancano. Massiccio, baffi da pirata. Per il Che e per tutti è solo el gordo, l'amico grasso.
Il Che e Carlos partono con le borse gonfie di dolciumi. Per i genitori restano ragazzi. Dopo qualche ora la golosità si trasforma in appetito: scambiano le prelibatezze con cosce di pollo. Gli altri viaggiatori sono contadini, indios dell'altipiano, concretezza di piccoli commercianti. Li osservano con lo sguardo ironico di chi guarda i figli di papà: pitucones, fichetti.
Come Rojo (Mi amigo el Che), come ogni persona sfiorata da Guevara, Carlos ha scritto il suo libro di memorie, De Ernesto al Che: il Diario di Enrico Deaglio lo ha intervistato sperando in un'edizione italiana. Arrivano a La Paz. Una notte, nella casa dell'argentino più ricco e autorevole, esule volontario in Bolivia, il Che incontra Rojo. «Isaias Noqueque aveva lasciato il posto di deputato dell’opposizione. Si era trasferito in Bolivia dove la famiglia aveva proprietà. Nel quartiere residenziale di Calacoto, attorno al tavolo della cena raccoglieva gli argentini scontenti. Ernesto non mi ha fatto grande impressione quando ci siamo conosciuti. Taceva, ascoltava per fulminare chi parlava con battute al cianuro. Siamo risaliti in città camminando nella notte. La strada era lunga. L’amicizia è cominciata così. L'ho accompagnato nella stanza che divideva con Carlos, casermone di un squallore che stringeva il cuore. Carlos ed Ernesto trascuravano le forme, la compostezza del vestire. Tasche quasi vuote».
Eppure, con naturalezza, si sedevano ai tavoli del caffè del Sucre Palace Hotel, il più lussuoso della capitale. Al di là delle vetrata i contadini sbarcavano il lunario vendendo cianfrusaglie, pelli di animali; donne e bambini «ortolani», coi sacchi di foglie di coca aperti sul marciapiede. «Il Che guarda sconsolato. Approvava la proibizione del Movimento Nazionalista Rivoluzionario boliviano, partito al governo: proibiva ai tesserati di frequentare i locali notturni. Vita monacale. Dovevano riservare ogni sensualità al trionfo della rivoluzione. Si cenava tardi nella casa di Noagués. Il Che mangiava senza alzare la testa. Divorava ogni cibo che gli passava davanti. La chiamava operazione riserva. Fare il pieno per resistere tre giorni senza masticare un pezzo di pane». Una volta, nella notte, mentre tornano in città, una raffica li sfiora. Ronda della polizia che controlla i documenti e li lascia passare. Sta proteggendo il night El Gallo de Oro. L’insegna al neon illumina operai e viandanti avvolti nei poncho: si riparano dal gelo dei quattro mila metri uno addosso all’altro, stesi a terra. Ma il neon illumina belle automobili, autisti che sonnecchiano aspettando i padroni.
«Il Movimento Nazionale Rivoluzionario si sta divertendo», brontola amaro Guevara. Il quale chiede un colloquio col Ministro degli Affari Contadini: «Il ministro Nuflo Chavez aveva più o meno la nostra età. Sembrava aperto, intelligente, ma evitava le domande nascondendosi nel burocratese di chi non vuol parlare. L' ufficio riproduceva lo squallore di ogni edificio pubblico boliviano. Indios aymara e quetchua, pantaloni grezzi, giacche colorate, facce bruciate dal sole: in fila, con pazienza, con la supplica in mano. Povera gente, il Che si commuove. A quel tempo non era marxista e non aveva nessuna vocazione politica. Disprezzava la politica argentina, non solo dei peronisti. Quando il nostro anfitrione Nougués raccontava la disperazione per l'esilio e la persecuzione che l’opprimeva, Ernesto brandiva il cucchiaio e lo puntava come un fucile. “Ti capisco. Adesso racconta un po' quanto guadagni a fabbricare zucchero”».
La meta da raggiungere resta Caracas. Rojo li accompagna verso il Peru. I ricordi di Carlos sono diversi. Vuol fare la doccia: «Siamo sporchi come maiali». Quel giorno la cassa comune è nelle mani di Guevara. «Se vuoi mangiare ti do i soldi. Lavarsi non serve». Carlos insiste e quando torna profumato trova il Che che divora tartine e frutta. «Fra due ore non dirmi che hai fame».
Le strade di Guevara e Carlos si dividono. Il Che vuole rivedere le rovine atzeche, Rojo scende a Lima. Si danno appuntamento nella caa di un’infermiera, ma in quella casa Rojo aspetta inutilmente: i due amici non arrivano. Continua il viaggio da solo. Ma il destino li riavvicina a Tumbe, laguna-frontiera con l'Ecuador. L'avvocato vede un giovanotto che fuma una sigaretta osservando distratto la folla che preme lungo il confine. «Ernesto!», si abbracciano. In corriera verso Guayaquil. Doveva essere una tappa sulla strada di Caracas. Ma i soldi sono finiti, cominciano i problemi.
Quando il mio viaggio che insegue il viaggio del Che arriva a Guayaquil, il caldo scioglie i pensieri e impallidisce la curiosità. L’equatore taglia una città umida come Honk Kong. Non si respira. Incontro avvocati, politici, qualche storico. Voglio capire dove hanno dormito assieme ad altri argentini incontrati per strada, il Che e i compagni d'avventura. La descrizione di Rojo non coincide con la nuova mappa di una città dove cresce la classe dirigente che ha in mano il paese. Quito, la capitale sulle Ande, è solo la scatola dei burocrati obbedienti agli ordini che arrivano dal mare bollente.
Anche Correa, presidente di oggi, viene da Guayaquil avendo battuto ai voti un impresario alla Berlusconi, anche lui di Guayaquil. «Dormivamo in una casa di legno, cadente, topi ed insetti. Pensavo di impazzire. Osservavo Ernesto. Ne ammiravo la serenità. Per le mie abitudini borghesi i primi giorni di un luogo estraneo sono deprimenti e devono passare settimane prima di abituarmi alla nuova realtà». Guevara e Carlos sembra che abbiamo sempre vissuto nel tugurio. Finiscono i soldi. Vendono gli stracci delle valigie. Il Che resta «con pantaloni così infangati che stanno in piedi da soli e la camicia una volta bianca. Borsa a tracolla. Cercano lavoro fra gli scaricatori del porto».
Anche Rojo è rimasto a secco, ma non ha giurato di chiedere aiuto a casa e aspetta i soldi. Al telefono risponde lo zio maestro massone a Buenos Aires. Vi serve un passaggio sulle navi che partono da Quayquil? La seconda telefonata è allegra. Ha parlato con Allende, vice presidente del senato, gran maestro della massoneria cilena. Allende manda un telegramma ad un avvocato di Guayquil, amico e confratello, e l'avvocato trova un passaggio ai ragazzi argentini sul cargo che fa rotta verso Panama e Guatemala. Ospite dell’United Fruit che scaccerà da Cuba, il Che mette piede in America centrale. Rojo lo convince e non andare da Granado a Caracas: «Vieni in Guatemala.
Il presidente Arbenz ha proclamato la riforma agraria nazionalizzando le proprietà delle multinazionali. È il primo paese latino dove la democrazia sembra a portata di mano. Ernesto risponde: “Andiamo a vedere se hai ragione, a un patto: sei un politico di quelli che si mettono d'accordo coi riformisti. Della politica non voglio sapere. Mi interessa la gente. Guai se vai a lisciare a questo o quel ministro”».
Rojo monta sul primo cargo. Aspetta venti giorni il Che e gli altri. Spariti. È uomo di larghe amicizie. Va a trovare il cancelliere del piccolo paese: Raul Osedega era un pedagogo che aveva insegnato a Buenos Aires e condiviso la bohème degli allievi con un abbandono «che certe sere faceva arrossire», ricorda l'avvocato. Non solo lo sistema a spese dello stato in una piccola pensione, trova un passaggio sulla Ford di due fratelli scappati da Buenos Aires per negli Stati Uniti.
Nel dicembre delle grandi piogge, a Rivas, frontiera tra Nicaragua e Costa Rica, Rojo vede sotto un’acqua torrenziale, due ragazzi che camminano parlando. «Ernesto!», grida per la seconda volta. Anche il Costa Rica sta vivendo una specie di primavera. Il presidente Pepe Figueres, uomo d'affari, agente esclusivo di Mercedes e Coca Cola, ha sciolto l'esercito con la scusa che costava troppo e San Josè diventa la sola capitale al mondo senza uniformi agli angoli delle strade. Sull'esempio degli internazionalisti che hanno combattuto contro Franco nella guerra di Spagna, ragazzi di ogni america latina si arruolano nella sua «legione dei Caraibi» con l'utopia di un mondo disarmato. Fra loro cubani che raccontano dell'avvocato Castro, dell'assalto al Moncada, degli amici che lo aspettano in Messico. «Impariamo tante cose che non sapevamo. Il Che fa domande; vuol sapere. L'incanto per Fidel comincia a San Josè».
In Guatemala cerco la casa dove Guevara ha vissuto con Hilda Galea, economista peruviana, rifugiata politica: lavora per un ente dello stato, dipartimento per la produzione agraria. Insomma, ha uno stipendio. «Non bella, ma intrigante», ricorda Rojo con un velo di malinconia. Mescolava sangue indio a sangue cinese. Piccola, grassa eppure interessante. Rojo non ha problemi di soldi: «Ogni rifugiato politico era ospite dello stato. Ed avevo tanti amici». Viene meno alla promessa fatta al Che e prova a mescolarsi a chi governa il paese. «A poco a poco anche Ernesto cambia. La rivoluzione di Arbenz gli piace. Ha fatto arrabbiare gli Stati Uniti e gli sembra un miracolo. È sbalordito dalla libertà di stampa. I giornali scrivono tutto di tutti, senza censura». Il legame con Hilda comincia con la politica. Parlano per ore. «Ernesto non tace ma anche Hilda non scherza. Il suo marxismo di trincea lo conquista». Come tutti ha battezzato Ernesto el Che. Ogni argentino diventava Che nelle anticamere, nei discorsi, nelle polemiche dei caffè. La ripetizione ossessiva di quel «cioè». Rojo gli presenta Hilda in un caffè frequentato da esuli peruviani. Qualche tempo dopo è il primo a sapere che stanno per sposarsi.
Ho trovato la loro casa tra il palazzo del Congresso e la scuola abbandonata che la vice presidente del parlamento, Rosalina Tuyuc, ha trasformato nella sede del piccolo partito indigeno che le si stringe attorno. Il suo aspetto e la sua vita somigliano all'aspetto e alla vita di Rigoberta Menchu. Soffice, l'occhio strabico dei maya. Quand’era buio arrivava stanchissima in sale dove giocavano turbe di bambini: le aveva trasformate in un asilo per i figli delle indigene che vendono fiori agli angoli delle strade. Una sera, uscendo dal portone, alza la mano verso una casa che perde i pezzi: «Guarda lì, abitava il Che».
(1-continua )

sabato 18 agosto 2007

Liberazione 18.8.07
La calda estate di Gavino
Angius attacca il Prc: agosto, sinistra mia non ti conosco
di Rina Gagliardi

Il vero pericolo per Prodi viene dai centristi dell'Unione
e dalla voglia matta di Dini di diventare premier

Me lo ricordo bene il compagno Gavino Angius, in quel lontano lunedì del 1991. Eravamo a Rimini, all'Hotel Continental (che si era trasformato nel quartier generale del No allo scioglimento del Pci) e il congresso costituivo del Pds era quasi finito: si trattava solo di eleggere Achille Occhetto segretario del nuovo partito. Si aspettava la notizia - più che scontata, quasi una sorta di adempimento burocratico - in un clima non particolarmente allegro. Invece, di notizia ne arrivò un'altra, e inaspettata: Occhetto non era stato eletto per mancato raggiungimento del quorum previsto. E fu proprio Angius, in quel momento, a balzare dalla sedia in preda ad un irrefrenabile scoppio di felicità: si procurò sull'istante due bottiglie di spumante e officiò un brindisi per tutti gli astanti. Un brindisi "alla faccia di Occhetto". Una piccola compensazione, dopo le sofferenze di una campagna congressuale durata due anni. Gavino, così mi pareva, è fatto così: un uomo intelligente ma anche schietto, e un po' sanguigno. Non un politicante, o un adepto dell'arte dell'intrigo, così cara a tanti politici. Uno che usa ponderare a lungo le sue posizioni, le sue scelte, ma poi le esprime apertis verbis , senza troppi giri di parole o contorsioni dialettiche.
Voi direte: perché questa lunga premessa sul vicepresidente del Senato, oggi uno dei leader di spicco di Sinistra Democratica? Perché in questo scorcio di torrido agosto, Gavino Angius sembra essersi consacrato a una sola "missione": l'attacco alle sinistre radicali, e segnatamente a Rifondazione comunista. Ieri, addirittura, una doppia uscita - Unità e Corriere della sera - per difendere le bellezze della Legge 30, mettere sotto accusa la manifestazione del 20 ottobre e paventare un nuovo ‘98. Insomma, ci si è buttato anima e corpo, in questa battaglia - proprio come se la sinistra, le sinistre, fossero il suo nemico principale. Nemmeno l'unità d'azione gli piace. Ora, alla luce della limpida storia politica che Gavino Angius ha alle spalle, non riesco a trovare una ratio convincente, né in queste sue posizioni, né in questo suo sfrenato attivismo agostano. E provo a interrogarmi.
Prima, possibile spiegazione: la distanza "nel merito delle cose", cioè sulle leggi (Treu e Biagi) che regolano il mercato del lavoro. Forse Angius non le conosce bene, forse ha letto troppi articoli di Ichino, e ne è stato folgorato. Forse, ancora, non considera il superamento della precarietà del lavoro come una priorità, a dispetto degli impegni solenni assunti nel programma dell'Unione. Fin qui, opinioni personali - sbagliate, ma pur sempre opinioni. Ma come fa, poi, Angius ad affermare che il Prc è contro la legge 30 «per pure ragioni strumentali» e con una «degenerazione propagandistica che ha del grottesco»? Qui, duole dirlo, o c'è disinformazione, o (come propendo a pensare) c'è pura malafede. Fin dai tempi in cui quella legge fu approvata, Rifondazione espresse un netto, nettissimo giudizio critico - e non da sola, ma in compagnia, per dire, di fette amplissime del sindacato, oltre che di numerosi giuslavoristi. Nella campagna elettorale di un anno e mezzo fa, tutti i dirigenti, grandi, medi e piccoli, di Rifondazione si sono sgolati a ripetere, in quattro o cinquemila comizi, che uno dei nostri obiettivi qualificanti era proprio l'abolizione, o il superamento sostanziale, di quel tipo di legislazione.
Tanto è vero che, a governo Prodi già ampiamente insediato, il 4 novembre del 2006 il Prc partecipò massicciamente a un corteo (assai riuscito) contro la precarietà - e tutti, forse anche Gavino, capirono allora di che cosa si trattava, di una grande insostituibile battaglia di civiltà. Arrivare adesso a sostenere che, invece, si tratta di una «spregiudicata» (sic) manovra politica, anzi politicistica, per sbarazzarsi del governo Prodi è davvero scorretto, infondato e palesemente strumentale - del resto, a tutti è chiaro che il vero pericolo, per il governo Prodi, viene dalle componenti centriste dell'Unione, dallo stravolgimento del programma dell'Unione in senso moderato e confindustriale che una parte della maggioranza tenta di compiere, nonché dalla "voglia matta" di Lamberto Dini di ridiventare presidente del consiglio, sia pure per un giro di valzer. Ma, supponiamo, tutto questo Angius lo sa bene. Vuol dire, allora, chissà, che il passionale dirigente comunista di vent'anni fa si è trasformato, lui sì, in uno spregiudicato uomo di manovra? Una quinta colonna del Pd, che opera - pensa di operare più efficacemente - da fuori, da "libero battitore", con l'incarico di far deragliare, se e come può, il treno dell'unità a sinistra? Uno che alle ragioni di Sinistra Democratica - quelle strategiche e di lunga durata - ci crede come noi crediamo in Dio?
Seconda spiegazione (non alternativa ma complementare alla precedente): Angius ha il terrore, qualunque cosa essa sia, della "Cosa Rossa", ovvero di una soggettività di sinistra plurale, unitaria, consistente, capace di incidere nella grande politica e perfino nell'attività di governo. Teme di tornare "indietro", nell'inferno del comunismo e della radicalità, e di privarsi così di un dignitoso futuro politico - al punto da pensare che quello con Boselli e De Michelis possa davvero definirsi tale. Ma un tal panico, vivaddio, è quasi incomprensibile, anche dal punto di vista di chi, come l'ultimo Angius, ha il vezzo di definire se stesso come un "socialdemocratico europeo". Non la vede, il vicepresidente del Senato, la crisi profonda in cui si dibatte, in tutta Europa, la socialdemocrazia? Non si è accorto della sua deriva centrista, liberista, social-liberale? Non ha avuto notizia della Grosse Koalition tedesca e del successo crescente della Linke, guidata da un socialdemocratico europeo vero come Oskar Lafontaine? Insomma, se il modello in cui Angius si riconosce è quello di Blair, o di Gordon Brown, o dell'attuale Spd, e se quelle sono le sue prospettive politiche, lo dica con maggiore chiarezza. Magari spiegando meglio le ragioni che lo hanno portato a non aderire al Partito Democratico (non gli piaceva il nome?), che è oggi la casa naturale, il logico approdo, di chi pensa la politica in termini neocentristi. Oltre che di chi, naturalmente, ha una sfegatata paura del "Rosso", come ogni buon toro alla corrida di Pamplona.

Liberazione 18.8.07
Bonino e Angius, la strana coppia
Un solo obiettivo: Rifondazione
di Romina Velchi

La contro-manifestazione di Cazzola raccoglie altre adesione nell'Unione, mentre la leader radicale minaccia il governo
Al centro delle polemiche il lavoro e la precarietà. Il Prc si prepara a modificare la legge 30 in piazza e in parlamento
Il ministro radicale: se Prodi modifica il protocollo, il governo cade. Enrico Letta difende l'accordo.
Russo Spena: «E' iniziato il confronto su lavoro interinale, contratto a termine e lavoro a chiamata»

Addirittura in formato stereo. Le accuse di Gavino Angius arrivano dalle colonne del "Corriere della sera" e dell'"Unità". E il bersaglio privilegiato, manco a dirlo, è Rifondazione, anche se è lecito il dubbio che l'esponente di Sinistra democratica «parli a nuora perché suocera intenda», per dirla con Giovanni Russo Spena: cioè che l'obiettivo vero siano gli esponenti della sua stessa formazione politica, "colpevoli" di essere succubi del Prc. Così, mentre si fa più acuta la sfida delle "due piazze" pro e contro la legge 30, prosegue il tentativo di colpire l'ala radicale della coalizione, di metterla nell'angolo, di ricacciarla in posizioni subordinate, pena la caduta del governo. E il bello (o il brutto) è che l'attacco arriva anche da chi dovrebbe essere un alleato. Mentre, a ben vedere, i toni volutamente alti non aiutano un confronto serio sul merito della questione, proprio mentre il governo, per ammissione dello stesso ministro Damiano, cerca una mediazione apprestandosi ad alcune modifiche alla legge 30.
In sostanza, Angius accusa il Prc di fare un uso «strumentale» della lotta alla precarietà «per manovre politiche, alla ricerca di nuovi equilibri politici a sinistra» e per «esercitare forme di aut aut al governo e alle altre forze della coalizione». Questo determina una «degenerazione propagandistica e grottesca». Un uso «spregiudicato», una «battaglia di retroguardia», che «mi ricorda quella del 1998 per le 35 ore settimanali e tutti sappiamo come andò a finire: è caduto il governo e di 35 ore non si è parlato più». Quanto alla manifestazione del 20 ottobre, lanciata da "Liberazione" e il "manifesto", è «un errore strategico», «una sorta di redde rationem all'interno della coalizione».
Ce n'è quanto basta per far infuriare i dirigenti del Prc. Anche perché la critica esplicita alla gestione Mussi del "dopo-Ds" sta nel fatto che Sd si è «sempre più appiattita su Rc»; «Vedo una deriva verso la nascita della Cosa rossa e penso che sia un errore», mentre il Partito democratico ha un «inconsistente profilo identitario» ed è troppo occupato nello «scontro di potere» tanto da lasciare spazio alla «pretesa assurda di Rifondazione comunista di rappresentare in maniera esclusiva tutto il mondo del lavoro» «contro il governo e i sindacati».
Per Angius, invece, «il problema fondamentale è l'assenza di una forza socialista, democratica, socialdemocratica, appertenente al campo del socialismo europeo. Se la situazione è questa non bisogna meravigliarsi che poi a sinistra spunti una Cosa rossa». Amen.
Cosa farà Gavino Angius, visto che non si riconosce «né nel Pd, né nella Cosa rossa e in mezzo non c'è niente»? Andrà con De Michelis? Con Boselli? «Ci stiamo lavorando. Ci saranno delle sorprese». Nell'attesa, all'ex diessino risponde con parole dure il presidente dei senatori del Prc, Giovanni Russo Spena. «La pazienza ha un limite - sbotta - Si può discutere tra posizioni diverse, ma è intollerabile accusare di propagandismo strumentale, in materia di lotta alla precarietà, il Prc che di questa lotta ha fatto da oltre dieci anni un paradigma fondativo nel paese e in Parlamento. Non è neppure lecito accusare Rifondazione di mire egemoniche sulle altre forze della sinistra alternativa, quando il nostro asse strategico è, al contrario, la generosa e limpida costruzione, da subito, di un soggetto unitario e plurale». E a riprova che il Prc non intende fare passi indietro - manifestazione del 20 ottobre a parte - Russo Spena conferma che «nonostante i toni alti di alcuni ministri come la Bonino, è iniziato il confronto su lavoro interinale, contratto a termine e lavoro a chiamata. Dovranno poi seguire interventi molto più seri e non escludo che già in finanziaria vi siano accorgimenti sul tema degli ammortizzatori sociali». Come dire: se il governo cadrà non sarà stato per colpa del Prc, il governo essendo intenzionato a farle quelle modifiche. E non solo per "tenere buona" Rifondazione, ma anche perché servono a Prodi per sopravvivere e, magari, recuperare consenso.
Gli aut aut, invece, arrivano da ben altri settori del centrosinistra. Bonino, per esempio, torna a minacciare: «Se malauguratamente Prodi dovesse accettare le modifiche richieste da Giordano al protocollo sul welfare, è evidente che si porrà una grave crisi di governo. Non per nostra responsabilità», aggiunge. E suona come una excusatio non petita . Anche perché Bonino parteciperà, con Pannella, alla contro-manifestazione in difesa della "legge Biagi" organizzata dall'ex sindacalista della Cgil, Giuliano Cazzola, e alla quale ha aderito praticamente tutta l'opposizione, dall'Udc ad An. Tanto che ha buon gioco Paolo Cento ad avvertire che «chi il 20 ottobre scende in piazza con Cazzola si pone automaticamente fuori dall'Unione». Anche perché lo stesso Tiziano Treu, finito nel mirino di Caruso insieme con Marco Biagi, alla contro-piazza non ci sarà: «La legge - ha avuto modo di dire - la difenderemo in parlamento». «Da parte nostra non c'è nessun aut aut - insiste Cento - nessun ricatto, ma solo la volontà di far rispettare il programma, che prevede il superamento della legge 30. Bisogna che ci mettiamo d'accordo: o la precarietà è un'emergenza e allora si interviene cambiando le leggi che l'hanno regolamentata finora. Oppure non lo è e allora si lascia tutto come sta». Siccome l'emergenza c'è, è già pronto un progetto di legge sottoscritto da più di 100 deputati della sinistra per modificare profondamente la legge 30. Perché, alla fine, è in parlamento che si misurano i rapporti di forza.
Intanto, mentre per Enrico Letta, uno dei candidati alla segreteria del Pd, il protocollo sul welfare «deve reggere» perché è un «ottimo accordo», il "manifesto" di Cazzola (che ieri si è appellato alla sinistra riformista affinché restituisca «a Biagi l'onore che gli è stato tolto») raccoglie altre adesioni (quella di Nicola Rossi - che in un primo tempo si era tirato fuori - di Franco Debenedetti e di Vittorio Craxi), mentre c'è chi, come Donato Robilotta, capogruppo alla Regione Lazio dei Socialisti Riformisti, arriva a proporre che «aderiscano anche le istituzioni pubbliche».
Insomma, la "guerra delle piazze" continua e si annuncia un ottobre di fuoco.

Liberazione 18.8.07
Un'opposizione senza progetti non può spaventare Prodi
La vera destra sta nelle "idee" ed è trasversale
di Ritanna Armeni

L'autunno forse sarà caldo, l'estate per il centro sinistra è stata tempestosa, ma come si possono definire questi mesi estivi del centro destra? L'immagine dell'opposizione che è emersa giustificherebbe definizioni drastiche e anche irridenti, ma ce ne asterremo. Ci limiteremo a constatare che in questi mesi di opposizione se ne è vista poca e quel poco è apparso diviso, senza strategia, incapace anche di far intravedere un'idea di governo. Saranno anche veritieri i sondaggi che Silvio Berlusconi rende noti con straordinaria frequenza. Sarà anche vero che il governo dell'Unione ha deluso molte delle aspettative di chi l'aveva votato. Ma che cosa è lo schieramento che in caso di nuove elezioni dovrebbe sostituirlo? Che cosa è diventato?
Uno schieramento diviso. L'idea del partito unico è stata ormai apertamente bocciata proprio dal leader, Silvio Berlusconi che avrebbe dovuto promuoverla.
Uno schieramento senza una leadership e incapace di darsela. Berlusconi che non l'ha voluta cedere, non è stato neppure in grado di designare un erede. E oggi non è più credibile. Quindici mesi di opposizione ne hanno offuscato la figura, hanno indebolito la sua immagine di eterno vincitore. Non si può pronosticare ogni settimana sulle questioni più disparate la prossima, sicura, ineludibile caduta del governo. Se questa non avviene chi l'ha prevista è destinato ad indebolirsi.
Uno schieramento, infine, incapace di usare questi mesi di opposizione per costruire una vera cultura di destra che all'Italia manca e alla cui assenza finora hanno supplito le risorse e la leadership di Silvio Berlusconi.
Neanche dalla collocazione all'opposizione, che pure può favorire processi di omologazione culturale il centro destra italiano è stato capace di ricomporre le varie anime del capitalismo italiano e di cercare un collegamento più stretto con quella destra cattolica e ratzingeriana che tende a diffondere nella società civile i valori di un cattolicesimo intransigente.
In questo quadro la provocazione di Bossi, il suo invito a non pagare le tasse che a molti è apparso eversivo e illegale, è piuttosto un grido di disperazione, il tentativo di dire qualcosa di destra in una situazione politica nella quale il silenzio è rotto solo dalla descrizione del nuovo look del leader di Forza Italia, delle sue notti nei locali, delle sue compagnie femminili. E in cui si sono frantumate ad una ad una tutte le immagini che un centro destra forte avrebbe dovuto e potuto dare di sé.
Il governo dell'Unione quindi ha poco da temere da questa destra? E' probabile. Ha poco da temere da questo schieramento politico. Ma ha molto da temere lo stesso da un altro schieramento e da altri protagonisti della politica che non vengono definiti e non si definiscono di destra. A chi ci riferiamo? A chi di fronte alla manifestazione contro la precarietà del 20 ottobre pensa di farne una contrapposta con il sogno magari di riprodurre i fasti di quel 14 ottobre del 1980 che segnò la sconfitta alla Fiat dei sindacati e delle sinistra. A chi ritiene la precarietà un male minore di fronte alle esigenze del mercato e alla necessità del rigore economico. A chi crede - e sono veramente tanti - che sulle questioni del lavoro non c'è alcun bisogno di un intervento della politica. Che il compito di quest'ultima è se mai di intervenire quando il mercato e l'impresa gli unici detentori del potere di cambiare il lavoro, producono dei disastri sociali, mietono delle vittime che alla lunga potrebbero essere dannose per il sistema stesso. E' lo schieramento che non vuole sconfiggere la precarietà, ma se mai sostenerne l'estensione e fornendola di alcuni ammortizzatori sociali la cui assenza oggi la rende visibilmente discriminatoria.
Questo schieramento che non si definisce e non viene definito di destra e che ha al suo interno molto centro e parecchia Unione, in questi mesi di governo Prodi non si è indebolito, anzi è diventato più visibile. Le adesioni che vengono anche dallo schieramento del centro sinistra ad un eventuale manifestazione da contrapporre il 20 ottobre a quella della sinistra ne è la prova. Il sostegno che ad esso stanno dando anche coloro che non intendono aderirvi è un'altra dimostrazione di una pervasività di quelle idee che ormai ha scavalcato gli schieramenti tradizionali della politica.
Sono queste le idee di destra pericolose e da combattere oggi. L'altra, quella di Berlusconi, Fini e Casini per ora va a rimorchio.

il manifesto 18.8.07
Salvi: «Serve un chiarimento vero, siamo nati per l'unità a sinistra»
Il capogruppo di Sd in senato critica Angius e chiede una verifica col governo sul welfare
di Matteo Bartocci

Un «chiarimento strategico» dentro Sd e una «verifica politica» su lavoro e welfare con il governo Prodi. Pur trincerandosi dietro il «politichese» Cesare Salvi non nasconde come la pensa né sul movimento nato dalla scissione dai Ds né sulla fase durissima che aspetta la sinistra in autunno .
«Leggendo le ultime interviste di Angius su lavoro e precarietà - dice il capogruppo di Sinistra democratica in senato - mi sembra evidente che c'è stato un fraintendimento. Perché se non fosse così vorrebbe dire che la destra ha fatto la migliore delle leggi possibili. E invece noi abbiamo sempre detto tutto il contrario, sia quando eravamo all'opposizione sia in campagna elettorale. Chiunque abbia un minimo di familiarità con il mondo reale ha ben presente la totale sovrabbondanza di lavoro precario soprattutto tra i più giovani. Anche se il precariato c'era già da prima ed è stato legalizzato con il pacchetto Treu noi abbiamo criticato e critichiamo la legge 30 perché di sicuro non l'ha certo contrastato.
Più che un fraintendimento mi pare che dentro Sd si prefiguri quasi una scissione...
E' ormai evidente che c'è una sofferenza strategica di Sinistra democratica. Qual è il nostro compito? E' vero che siamo nati solo da pochi mesi ma ora è venuto il momento di prendere l'iniziativa. Credo che al seminario del direttivo di Orvieto (1-2 settembre, ndr) dovremo arrivare a un chiarimento vero tra di noi e rompere gli indugi.
Si rischia di spaccare ulteriormente un «cantiere» che già mostra le prime crepe.
La legge 30 è diventata un simbolo. E la sinistra, come spesso le accade, si compiace a dividersi sul nulla. Rischiamo di cincischiare per mesi e mesi sui sottosegretari e i ministri che vanno o non vanno a una manifestazione mentre il danno sociale al quale vogliamo mettere argine è serissimo e riguarda milioni di lavoratori.
Qual è il tuo giudizio sull'accordo firmato il 23 luglio da sindacati e governo?
E' una profonda delusione non tanto sul versante pensionistico quanto su quello che riguarda il lavoro. Le nuove regole sui contratti precari sono spaventosamente arretrate. Eppure sono riforme a costo zero, che non subiscono gli strali o le «compatibilità» di Almunia, Bini Smaghi o delle "brillanti" agenzie di rating all'opera in questi giorni sui mercati. Ci sono misure che semplicemente non vanno nella direzione giusta.
Quindi parteciperai alla manifestazione del 20 ottobre indetta dal manifesto e da Liberazione?
Io sono favorevole ad aderire. Altri non sono convinti perché si ha l'impressione che tempi e modi della convocazione siano stati decisi da altri e a noi si chieda semplicemente di accodarci. Il tema vero invece è il rapporto tra la sinistra e il governo. La sinistra non può limitarsi a gridare. Dobbiamo darci una strategia comune. Già i rapporti di forza sono quelli che sono, se continuiamo a discutere sul nulla c'è il rischio che a ottobre sia già tutto deciso. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che finora abbiamo perso tutti i passaggi cruciali di questo primo anno di governo. Scendere in piazza ad ottobre rischia di essere troppo tardi.
E quindi?
La mia posizione è che dovremmo chiedere una verifica politica con il governo e il resto della coalizione subito, già a settembre. Discutiamo pochi punti per noi fondamentali e avviamo su questi un confronto molto serio anche con lo stesso Romano Prodi. Dobbiamo farlo subito. Perché se si legge alla lettera il Dpef la prossima finanziaria rischia di essere insostenibile. Peggio di quella passata.
Angius e altri guardano alla «costituente socialista». Tu?
Io lavorerò fino all'ultimo per l'unità di tutta la sinistra italiana. Come Sd abbiamo il dovere di provarci. Se altri sceglieranno strade diverse si assumeranno le loro responsabilità.

Repubblica 18.8.07
Le carte segrete di Lawrence
Centinaia di inediti dell’autore di "L’amante di Lady Chatterley"

I documenti conservati dalla famiglia sono ora consultabili all´Università di Nottingham
Compaiono note su fatti del tempo come il grande sciopero dei minatori del '26
Nei quaderni c'è un testo che poi diventerà un capitolo del romanzo "Figli e amanti"
I "Clarke Papers", lettere, cartoline, appunti sono stati raccolti dalla sorella minore, Ada

LONDRA. Il lato nascosto di D. H. Lawrence, quello del fratello affezionato, dello zio che non dimentica mai di mandare una cartolina al nipote di 8 anni. Da qualche giorno sono consultabili all´università di Nottingham centinaia di scritti inediti dell´autore di L´amante di Lady Chatterley. Sono lettere, cartoline, quaderni di appunti e dipinti, che la famiglia aveva finora conservato. "The Clarke Papers", questo il nome con cui la collezione verrà catalogata, sono stati raccolti da Ada, la sorella minore di Lawrence, la Lettice delle lettere, una figura centrale nella vita dello scrittore. Gli inediti arricchiscono la collezione già fondamentale dell´università di Nottingham, dove Lawrence studiò, e dove ora si sta tenendo una mostra su lui e le donne, nella quale è stato possibile inserire alcuni pezzi dei «Clarke Papers».
I documenti hanno un valore inestimabile sia dal punto di vista delle ricerche, sia come oggetti da collezionismo. La famiglia di Lawrence li aveva già affidati all´Università di Nottingham perché li conservasse in modo appropriato. Ora le trattative affinché le carte fossero messe a disposizione degli studiosi sono giunte a conclusione. Fino a oggi la famiglia ha preferito non rendere pubblici i documenti anche perché in essi compaiono riferimenti espliciti a persone ancora in vita e perché, spiega Sean Matthews, direttore del centro di ricerca su Lawrence all´università, «si tratta di scritti talvolta commoventi, che mostrano il lato più intimo di un personaggio pubblico. Mostrano, di fatto, l´uomo di famiglia, che i suoi cari ricordano ancora con affetto e nostalgia».
Tra i "Clarke Papers" ci sono prime versioni di poesie e annotazioni sul lavoro di revisione, racconti brevi scritti da un giovanissimo Lawrence e tante lettere e cartoline. Nelle lettere alla sorella Ada si trovano l´uno vicino all´altro i resoconti delle difficoltà economiche, le frasi da «lessico famigliare» e commenti su eventi di cronaca, come ad esempio il grande sciopero dei minatori britannici del 1926. Lo scrittore fornisce notizie continue sul proprio lavoro, sui progressi fatti sia dal punto di vista letterario che editoriale, annotazioni che potranno offrire elementi fondamentali per comprendere la difficile carriera letteraria di Lawrence. Solo ben oltre la sua morte nel 1930, infatti, fu riconosciuto il valore internazionale di questo autore. I critici del suo tempo gli rimproverarono di non aver innovato come James Joyce e di aver descritto donne che non avevano il carattere rivoluzionario di quelle di Virginia Wolf.
Lawrence, che ha cantato un inno alla sensualità con L´amante di Lady Chatterley e ha lasciato straordinari resoconti dei suoi viaggi in tutto il mondo, autore prolifico di saggi, poesie, teatro, fu una figura scomoda, bollato subito dopo la morte come «fascista e sessista». Ci sono, tra i «Clarke Papers» anche lettere che membri della famiglia si scambiarono dopo la morte dello scrittore e che Ada inviò ad amiche, testi che indicano le disposizioni testamentarie di Lawrence, l´angoscia che lo colse negli ultimi periodi di vita in sanatorio (da cui andò via per morire «da uomo libero» il giorno prima del decesso), e tutta l´amarezza per le incomprensioni sulla sua opera.
Nelle cartoline che scrisse al figlio di Ada, Jack, si rivela il senso profondo della famiglia che accompagnò sempre le peregrinazioni di Lawrence. «Le cartoline sono deliziose», spiega Dorothy Johnston, direttrice dell´archivio dell´Università, «danno nuove chiavi di interpretazione dei rapporti fra lo scrittore e i parenti più stretti. Lawrence non ebbe figli, ma scrisse di bambini con grande trasporto. Quanto rivelano le cartoline del suo rapporto intimo con il nipote di 8 anni è molto interessante».
Densi di suggestioni e di spunti per la ricerca sono i due quaderni. Lawrence cominciò a prendere appunti quando era uno studente a Nottingham, dal 1906 al 1908, a 21 anni, e su uno dei due libriccini scrisse fino al 1911. Essi contengono poesie, bozze di racconti, annotazioni per soggetti, tra i quali un testo che diverrà poi il decimo capitolo del romanzo Figli e amanti. Gli appunti sono pieni di correzioni febbrili, di versioni emendate o ampliate di uno stesso testo, una testimonianza straordinaria del labor limae che caratterizza l´attività dello scrittore per tutta la sua vita: basta pensare che de L´amante di Lady Chatterley esistono tre versioni successive e che anche nel periodo in cui la tubercolosi minava le sue forze, Lawrence non smise mai di rivedere e aggiustare.
«I «Clarke Papers» sono l´ultimo grande corpus letterario che contiene sia materiale biografico che significativi testi originali di Lawrence», conclude Dorothy Johnston. Di sicuro la possibilità di consultare i «Clarke Papers» terrà impegnati gli studiosi per parecchi anni e c´è da attendersi un fiorire di nuove pubblicazioni su Lawrence, vista la diffusa presenza di elementi autobiografici in tutta la sua opera.

Repubblica 18.8.07
Un saggio di Franco Cardini sul “Decameron”
Boccaccio e il trionfo della vita
di Adriano Prosperi

Se nelle Mille e una notte il raccontar novelle è un buon modo per evitare la morte al narratore, si può immaginare che lo stesso espediente valga per allontanarne il pensiero nei lettori. E qui la scelta è varia e ognuno può provare a immaginare quale libro vorrebbe per compagno in simili frangenti. Viene in mente quel fabbro ligure del ´600 che, alla vigilia dell´esecuzione capitale, chiese alla moglie di portargli l´Orlando Furioso per rileggerlo durante quell´ultima notte. Se poi chi racconta le novelle è Giovanni Boccaccio gli si può far credito di meriti speciali nel portare la mente del lettore lontano da immagini di morte. Eppure il suo Decameron, avverte Franco Cardini (Le cento novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e la rifondazione cavalleresca del mondo, Salerno editrice, pagg. 160, euro 11) non fu un´opera di evasione. Nata nel contesto di una tragedia collettiva di proporzioni inaudite - la Peste Nera del 1348, il più spaventoso attacco da altre forme di vita subìto dalla specie umana nel corso della storia dell´Europa cristiana - quell´opera fu una meditata risposta alla tragedia. Con essa l´autore cercò di «rifondare il mondo» (così Cardini), cioè di trovare davanti alla violenza terribile della morte collettiva una ragione perché i dieci giovani rifugiatisi in villa potessero alla fine affrontare di nuovo la realtà armati di una ritrovata regola di vita.
Questo libro che l´autore presenta discretamente come un primo regesto di anni di studio e di amore per il grande capolavoro di Boccaccio, è un´occasione da non trascurare, non foss´altro che per rileggere il Decameron, capolavoro grandissimo e lettura tanto deliziosa quanto - temiamo - sempre meno familiare agli italiani. Ma Cardini va al di là del piacere della rilettura: la sua intenzione è quella di guidarci da storico a scoprire l´itinerario morale disegnato dall´autore nella tessitura delle dieci giornate, così come si studia il significato storico del viaggio dantesco nell´oltremondo della Divina Commedia.
Quel modello era ben presente alla mente di Boccaccio, come sappiamo; e la struttura del Decameron è chiaramente esemplata su quella della Commedia dantesca, amatissima e attentamente chiosata dallo scrittore di Certaldo. Una Commedia tutta umana la sua, si è detto spesso, un mondo borghese che guarda al sopramondo religioso con la spregiudicatezza di ser Ciappelletto. Nel momento in cui la peste appariva come lo strumento scelto da Dio per quella fine del mondo che i cristiani attendevano da secoli ecco farsi avanti con Boccaccio le seduzioni del mondo, le donne e i cavalieri, le cortesie, le amorose e audaci imprese.
Questa immagine vulgata di un Boccaccio narratore di un mondo moderno che si lascia alle spalle l´ascetismo medievale e inaugura una civiltà mercantile e borghese è qui messa in discussione da Franco Cardini. Il suo saggio richiama l´attenzione sulla struttura dell´opera, ne mette in evidenza la cornice, analizza il percorso dell´educazione sentimentale dei giovani intenti a raccontare storie sulla incantevole collina (quasi una «montagna incantata» ante litteram). Secondo lui, ben lungi dal guardare davanti a sé in direzione del mondo borghese il cui sangue pulsava già da tempo nelle vene di mercanti e banchieri, lo scrittore di Certaldo si volgeva indietro, verso i valori e gli ideali del mondo cavalleresco.
Leggendo le pagine di Cardini, come sempre narrativamente accattivanti e costruite capitalizzando lunghe frequentazioni dei testi, viene in mente il celebre affresco coetaneo del Decameron e dipinto sulle pareti del Camposanto di Pisa da un pittore che fu specialmente vicino a Boccaccio e al Decameron: la brigata di giovani riunita nel giardino fiorito è una precisa allusione al gruppo dei narratori messo in gioco dal Boccaccio. Giuliano Briganti individuò in Bruno Buffalmacco, l´eroe delle burle al povero Calandrino, il pittore di quello stupendo affresco: lì il trionfo della Morte davanti al cui potere si arresta la lieta cavalcata dei cacciatori incombe su di un paesaggio dove le vie di fuga suggerite sembrano essere quelle dei santi romiti che popolavano allora i gioghi dell´Appennino e vi rimasero fino ai tempi di Machiavelli.
E tuttavia non l´ascetismo dei romiti ma le regole di una superiore moralità cavalleresca trionfante nella sublimazione del desiderio amoroso (così in Matelda e in Federigo degli Alderighi), costituiscono secondo Franco Cardini le proposte avanzate da Boccaccio per la sua «rifondazione del mondo». Davanti alla spaventosa tragedia della Morte Nera l´opera di Boccaccio ritorna ai fondamenti morali elaborati nell´epoca ormai lontana della nobile cavalleria: e la primavera della modernità ha in lui i colori dell´autunno del Medioevo. Un fatto è certo: anche qui, come osservava Walter Benjamin commentando il dipinto di Paul Klee, l´angelo della storia investito dal vento del mutamento avanza verso l´ignoto futuro con lo sguardo fisso al mondo rimasto alle sue spalle.

Repubblica Lettere 18.8.07
Mi chiamo Anna F. e sono una ragazza di venticinque anni.

Scrivo questa lettera con la speranza che possa gettare luce su una realtà che molti non conoscono, e affinché chi la legga (e soprattutto i politici) capisca a quali drammi vanno incontro tante persone.

Sono circa quattro anni che mio fratello maggiore soffre di problemi psicologici e sono quattro anni che in famiglia stiamo soffrendo perché nessuno ha fatto niente per aiutarci.

Purtroppo quando mio fratello sta male rompe tutto. E picchia anche me e i miei genitori, che più volte sono stati costretti a chiamare i carabinieri. Ora mio fratello si trova nel carcere di Poggioreale.

Noi, come famiglia, abbiamo più volte chiesto aiuto al Csm di Ercolano, ma la loro risposta è stata sempre la stessa e cioè: "Se lui non vuole curarsi noi non possiamo fare niente". E non vi dico l'indifferenza con cui lo dicevano.

Ma noi siamo andati oltre e abbiamo mandato una lettera al ministero della Salute (che ci ha risposto ma non ci ha aiutato),poi ci siamo rivolti al sindaco il quale, a sua volta, ha inviato una lettera all'Asl e al Csm ma, come sempre, non si è risolto niente.

Io ora, da sorella di un ragazzo che soffre di questi problemi, mi domando come è possibile che in Italia non esista una legge che possa aiutare queste persone.

Io non parlo di un obbligo a metterle in manicomio, ma della possibilità di curarle. E poterlo fare in strutture adeguate.

Nessuno che non lo abbia vissuto di persona può capire la sofferenza che si può provare a dover mandare in carcere un proprio caro (noi siamo stati costretti a mandare in carcere mio fratello più di una volta).

Lui è un ragazzo di ventisei anni che andrebbe aiutato ma noi da soli non ce la facciamo e adesso non sappiamo più che fare.

Siamo costretti a vedere giorno dopo giorno distruggersi la vita di un ragazzo che potrebbe ancora salvarsi (perché non ha perso il senno), ed è una cosa straziante che non auguro a nessuno!

Lettera firmata

venerdì 17 agosto 2007

Liberazione 17.8.07
Sul tedesco "Die Zeit" e sul francese "Le Monde"
"Die Linke" la sinistra che parla all'Europa
di Stefano Bocconetti

Il sondaggio tedesco di un settimanale, l'articolo di un giornale francese. Anzi, del giornale francese per definizione: Le Monde. Raccontano di quel che sta accadendo nel paese della Merkel. Ma in realtà parlano al resto dell'Europa, forse parlano anche all'Italia. Almeno a chi vuol capire.
Vediamo di che si tratta. Fatti veri e propri non ce ne sono, beninteso. Quanto piuttosto "umori", tendenze. Che a differenza di quanto avviene in Italia, i settimanali tedeschi non smettono di indagare, neanche d'estate. Die Zeit ha così scoperto che dopo due anni di governo di grande coalizione, cresce in Germania la voglia di sinistra. I primi segnali li aveva avuti mettendo insieme centinaia di affermazioni di dirigenti politici, di documenti. Poi l'ha verificato con un sondaggio: e ha scoperto che tanti - elettori di tutti i partiti, anche quelli di destra - chiedono l'aumento dei salari, chiedono che l'età pensionabile sia abbassata, riportata a livelli più umani. Chiedono la fine delle privatizzazioni selvagge. Chiedono il ritorno dello Stato, innanzitutto per ciò che riguarda l'istruzione (è addirittura la richiesta del 71% di chi ha votato il partito della Merkel). Temi che ovunque, anche in Germania, sono quelli cari alla sinistra. Sono i suoi obiettivi, le sue parole d'ordine. Di più: il settimanale ha fatto rivolgere una domanda esplicita alle persone usate come test. E ha scoperto che quel sentimento diffuso, quella "voglia di sinistra", si trasferisce - meglio: potrebbe trasferirsi - nel comportamento elettorale. Ad una domanda ("si sente di sinistra?") ha risposto di sì addirittura il 34% degli intervistati. I sondaggisti poi spiegano che è il doppio di sei anni fa. Un "bacino" rilevante che in qualche modo già comincia ad orientarsi. Se è vero che le ultime rilevazioni accreditano Die Linke (la neonata formazione, nata dalla fusione fra la sinistra socialdemocratica di Lafontaine e la Pds di Gregor Gysi, che era radicata soprattutto all'Est) ad una percentuale che va dall'11 al 14 per cento. Alle elezioni, due anni fa, prese l'8 e mezzo.
L'argomento - forse per opposizione in un paese, la Francia, dove la sinistra s'è dispersa in mille rivoli, insignificanti o poco più - ha incuriosito la redazione di Le Monde . Che in qualche modo è voluta andare a vedere cosa accadeva al di là del confine orientale. E scoprire così che Die Linke è già molto di più di quanto si dica. E' molto di più, anche organizzativamente. Se in soli due mesi - "ufficialmente" il partito è nato il 17 giugno, in contemporanea con la nascita della Sinistra europea in Italia - ha già tremila iscritti in più. Tutti provenienti dalle fila dei socialdemocratici e dei verdi. Ma è molto di più soprattutto "politicamente". Sì, perché un rapido giro di pareri fra alcuni dirigenti sindacali - tutti, come è ovvio, di estrazione socialdemocratica - racconta che la sinistra unita è percepita come «qualcosa» che serve. Che è indispensabile. La battaglia della Linke per l'aumento dei salari minimi, contro la "riforma" dei sussidi (anche in Germania i tagli al welfare si spacciano per riforme). La sua battaglia contro la privatizzazione della Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche. Le sue controproposte. Un insieme di vertenze, di comportamenti, di analisi, di obiettivi che fanno apparire Die Linke come una sinistra radicale ma anche «seria, affidabile» (si usano le virgolette perché è la definzione di uno dei dirigenti del sindacato dei pubblici dipendenti della Renania, che, con un groppo alla gola, annuncia di lasciare i socialdemocratici dopo 35 anni di militanza). Una sinistra «indispensabile».
Fin qui i giornali, le loro analisi. Complete. Resta una domanda. Molto "provinciale", se vogliamo: ma tutto questo parla anche all'Italia? Probabilmente anche la semplice formulazione del quesito potrà far arrabbiare qualcuno. Là, a Berlino, c'è una Grosse Koalition, che fa seguito ad un governo socialdemocratico, drammaticamente spostato a destra. Soprattutto sul piano sociale. Lì in qualche modo è stato tutto se non più semplice, più lineare. Più chiaro. Ma le domande restano lo stesso. Piccole domande. Quelle che arrivano spontanee, pensando che lì, in Germania, l'unità della sinistra è stata costruita sulle cose da fare. Sulle cose da cambiare. Sul programma, come si usa dire dalle nostre parti. Su quello hanno costruito l'unità e su quello - tutto fa capire - potrebbero vincere. Non come da noi, dove tanti - tanti Angius di turno per capire - prima di imbarcarsi in progetti unitari chiedono di verificare se nel Dna di tutti ci siano sufficienti dosi di «cultura di governo». Lì, in Germania hanno scelto un'altra strada: sono partiti da obiettivi concreti. E da lì, si sono mossi per costruire una sinistra unita che oggi fa una proposta di governo. Per governare il paese (assieme ai socialdemocratici), e intanto governa la capitale. Ma forse sono davvero paragoni molto, troppo "provinciali". Forse davvero sono interrogativi banali. Che farebbero torto al rigore e alla serietà di quei due articoli. Domande estive, insomma. Nulla di più.

l’Unità 17.8.07
Angius: da Sd troppi errori, diciamo no al corteo anti-governo
Il numero due di Sinistra democratica ora guarda all’«area del socialismo»
di Wanda Marra

«Non rinuncio a far nascere una forza socialista e democratica, che si collochi nel campo del socialismo europeo». Gavino Angius, tra i leader di Sinistra democratica, mentre non lesina le critiche né alla possibile futura Cosa Rossa, né al Partito
democratico, rilancia la possibilità e la legittimità di una “terza via”. E annuncia «una sorpresa» per chi a sinistra non si riconosce in questi due percorsi paralleli.
Nel dibattito politico di questi giorni sono al primo posto le divergenze nell’Unione sul welfare. Lei cosa ne pensa?
«C’è un intreccio perverso nel dibattito in corso, tra le nuove politiche sociali ed economiche, con le diverse posizioni nel merito e le questioni politiche, con la ricerca di nuovi ruoli, penso a Rifondazione, e nuovi equilibri, e penso alle forze più moderate del centrosinistra. Insomma, una materia serissima, come il welfare viene usata per manovre politiche. Questo determina una degenerazione propagandistica e grottesca, foriera di nuove e crescenti difficoltà, per l’Unione, il centrosinistra e il governo. Per quel che riguarda in particolare le problematiche del mercato del lavoro, ci si sta misurando con una delle questioni più rilevanti del nostro tempo. Non è negativa l’ occupazione flessibile, ma lo è che le imprese utilizzino le norme per protrarre la precarietà delle persone fino ai 30-35-40 anni. Nuove politiche del lavoro sono necessarie. ma bisogna vedere come e perché. E trovo intollerabile che una simile questione venga utilizzata per esercitare forme di aut aut al governo e alle altre forze della coalizione, come fa Rifondazione».
Sono possibili effettivamente maggioranze di nuovo conio?
«Si risponde a una posizione sbagliata come quella di Rc, con un’altra posizione altrettanto sbagliata: le maggioranze di nuovo conio prefigurano l’uscita dalla coalizione del Prc, con l’entrata dell’Udc. Posizione che porterebbe inevitabilmente alla crisi di governo. Non vedo altra possibilità. Ma c’è da interrogarsi sul perché Rc stia acquisendo questo spazio».
Che risposta si dà?
«L’uso spregiudicato che sta facendo Rc dei temi della precarietà e delle pensioni mi ricorda le 35 ore del lavoro settimanale dell’ottobre del ‘98. Sappiamo tutti come andò a finire: è caduto il governo e di 35 ore non si è parlato più. Credo ci siano stati una serie di errori fondamentali a monte, visto l’inconsistente profilo identitario del cosiddetto Pd. Si sta realizzando il dissolvimento dei Ds: questo lascia un vuoto pazzesco a sinistra, con le irrisolte contraddizioni politiche dentro l’Unione e il governo. Sono i danni causati dalla dissennatezza di chi ha voluto il Pd in questo modo. Ho sempre sostenuto che non andava bene un Pd come questo, estraneo al pensiero socialdemocratico. Così si dà un potere enorme alla sinistra radicale».
Andiamo con ordine. Mentre il cammino della Cosa Rossa sembra sempre più in salita, le posizioni dentro Sinistra democratica sembrano divergere sempre più, con l’area che a lei fa capo, per esempio, che ha condannato senza appello la manifestazione del 20 ottobre lanciata da Liberazione e dal Manifesto e quella che fa capo a Mussi, che invece è molto più possibilista sulla partecipazione. Cosa sta succedendo?
«Inizio dalla manifestazione, che non so se si farà, e che dovrebbe avvenire nel pieno della Finanziaria e dell’aspro scontro tra governo e Cdl. Lo considero un enorme errore strategico. L’idea dei dirigenti di Rc è che questa manifestazione sia una sorta di atto fondativo di massa della Cosa rossa, in quanto dovrebbe rappresentare in forma pressoché esclusiva il mondo del lavoro: mi sembra una pretesa assurda, tanto più visto che è contro il sindacato e il governo. Penso che sia un errore che Sd non abbia preso una posizione netta contro questa manifestazione. Quanto all’effettiva nascita della Cosa Rossa credo si tratti di una strada senza ritorno e che qualcosa la si farà. Ma mi auguro e spero che Sd non compia quest’ulteriore errore. Non ho considerato positivamente che si sia sempre più appiattita su Rc, sino ad arrivare ad iniziative comuni».
Qual è l’alternativa?
«Credo che molti abbiano aderito a Sd nel nome dell’appartenenza al campo politico non della Cosa rossa, ma del socialismo europeo, al quale Rc o il Pdci sono totalmente estranei, anzi lo considerano un nemico da battere. Invito a una riflessione i compagni dei Ds, i dirigenti, i militanti, gli elettori. Quello che sta avvenendo non è stato attentamente valutato al momento del congresso. Non voglio solo banalmente dire di aver avuto ragione. Ma è importante una riflessione sulle vicende congressuali e i modi in cui viene a formarsi il Pd, con lo scontro di potere, un debole profilo identitario, la nascita prima delle correnti e poi del partito vero e proprio e il rischio che la sinistra sia una componente non dico minoritaria, ma in seria difficoltà».
Il 17 luglio del 2006 nel Consiglio nazionale dei Ds lei si astenne sulla relazione di Fassino, per come si stava realizzando il Pd...
«Ho letto sull’Unità Chiti e Bersani, che hanno denunciato il rischio di verticismo e di poca rappresentanza della sinistra nel Pd, con un certo interesse e anche un certo stupore. Entrambi, che stimo moltissimo, hanno utilizzato espressioni da me già usate nella scorsa campagna congressuale, che però giungono con un certo ritardo, “A babbo morto”, per usare un’espressione trita».
Ma per esempio tra le liste che sostengono Veltroni ce n’è anche una, A sinistra, fatta da persone che hanno condotto con lei la campagna congressuale...
«La sinistra dovrebbe essere rappresentata da tutta la componente Ds, non solo da una parte. Penso che il problema fondamentale sia l’assenza di una forza socialista, democratica, socialdemocratica, appartenente al campo del socialismo europeo. Non si tratta di una questione meramente identitaria, ma di scelte in campo di politiche sociali, economiche, del lavoro. È qualcosa di molto corposo e rilevante. Se la situazione è questa, non bisogna meravigliarsi che poi a sinistra spunti una Cosa rossa, che se nascesse in questo modo forse sarebbe un inatteso regalo al Pd. Ma può darsi che nasca qualcosa di diverso a sinistra».
E dunque lei come si colloca? A cosa pensa esattamente?
«Non rinuncio a far nascere una forza socialista e democratica. C’è una larga fetta di elettorato che non si riconosce né nel Pd, né nella Cosa Rossa, e in mezzo non c’è niente. Ci saranno delle proposte e delle sorprese»
Qualche anticipazione?
«Una sorpresa è una sorpresa.La vedremo alla fine del mese. Può essere che attorno all’ idea di far nascere una forza socialista e democratica ci siano molte più forze di quanto oggi si creda. Si tratta di offrire una sede, un’occasione, un’opportunità a chi è critico del Pd e della Cosa rossa. E di portare avanti maggior rigore, serietà, coerenza di pensiero e di azione politica».
Ma con chi pensa di fare questa forza? Con Boselli? Con De MIchelis? Recuperando pezzi dei Ds?
«Ci stiamo lavorando».

Corriere della Sera 17.8.07
Affondo su Giordano: usano la vicenda per catalizzare il consenso
Angius: il Prc e la legge Biagi? Un veto sbagliato e strumentale
L' ex ds avversario da sinistra del Pd: folle eliminare norme anti lavoro nero «Speriamo che la manifestazione del 20 ottobre alla fine non si faccia»
di Marro Enrico

ROMA - L' attacco scatenato da Rifondazione comunista e dalle altre forze della sinistra radicale alla legge Biagi è «sbagliato e strumentale» perché «figlio di una degenerazione propagandistica che ha del grottesco, in quanto prodotta da un partito che sta al governo, ma che evidentemente è alla ricerca di nuovi equilibri politici a sinistra». A bocciare così Franco Giordano e gli altri leader massimalisti che il 20 ottobre saranno in piazza anche per chiedere l' abolizione della legge Biagi non è un esponente dell' opposizione di centrodestra, ma Gavino Angius, vicepresidente del Senato, già dirigente di spicco dei Ds, poi tra gli animatori di Sinistra democratica, la formazione promossa da Fabio Mussi e Cesare Salvi per dar voce ai diessini contrari al Partito democratico. Che però, secondo Angius, rischiano di finire risucchiati dalle posizioni di Rifondazione, come si vede, da ultimo, sulla legge Biagi. Anche per questo il senatore rimarca con parole nette la sua contrarietà alla manifestazione del 20 ottobre e stigmatizza «il silenzio dei Ds e del Partito democratico», su tutta questa partita. «Rifondazione comunista - dice Angius - utilizza la lotta contro la legge Biagi come un catalizzatore di consenso per conquistare uno spazio politico nei confronti del sindacato e del nascente Partito democratico. Ma è inaccettabile usare in maniera strumentale questa questione, prescindendo dal merito. E invece volano sciabolate da tutte le parti, con rischio di lasciare sul campo solo morti e feriti». I dati, continua, smentiscono le tesi di Giordano e compagni, come anche quelle del comico Beppe Grillo, che alla pari dei rifondaroli ha accusato la Biagi di essere all' origine del dilagare della precarietà. «In questi anni - dice Angius - il lavoro regolare, ancorché flessibile, è aumentato per milioni di giovani. Merito della legge Treu e in parte anche della Biagi. In questo modo si è contrastato in parte il lavoro nero. Perciò eliminare queste leggi sarebbe un' operazione folle». Tutto bene allora? Niente affatto, replica Angius: «Resta il fatto che il lavoro precario coinvolge 5 milioni di persone e c' è un problema in particolare per chi si trova ancora in questa condizione sebbene abbia un' età di 30 o 40 anni. Non è accettabile, insomma, che la precarietà si prolunghi per troppo tempo. Qui servono politiche del lavoro nuove». Ma questo, conclude il senatore, non c' entra con l' abolizione della Biagi. In questo senso, l' accordo del 23 luglio fra governo e sindacati su pensioni e welfare «è importante, ma è solo un primo passo nella direzione giusta, che sarebbe bene fosse seguito rapidamente da altri provvedimenti». Di questo bisognerebbe discutere, insiste Angius. E invece siamo alle battaglie di retroguardia: questa di Rifondazione contro la Biagi «mi ricorda quella del 1998 per le 35 ore settimanali e tutti sappiamo come andò a finire...», cioè con la caduta del primo governo Prodi. Il vicepresidente del Senato non si sbilancia in previsioni, ma si augura «che non si arrivi alla manifestazione del 20 ottobre: una sorta di redde rationem all' interno della coalizione promosso da un partito di governo contro lo stesso governo». Un' iniziativa che potrebbe rivelarsi molto rischiosa per la stabilità dell' esecutivo, «a maggior ragione se ci dovessero essere ministri in piazza». Un governo già debole, osserva Angius, che avrebbe invece bisogno di un sostegno per reggere all' aut aut di Giordano che dice: o si toglie di mezzo la Biagi o Rifondazione non voterà i provvedimenti per applicare l' accordo del 23 luglio. L' autunno si annuncia caldo, concordano tutti. Purtroppo, dice sconsolato il senatore, «il dissolvimento dei Ds e l' inconsistente profilo identitario del Partito democratico, che, guarda caso, su questa materia non dice nulla, hanno lasciato tutto questo spazio alla pretesa assurda di Rifondazione comunista di rappresentare in maniera esclusiva tutto il mondo del lavoro. Una pretesa che del resto loro stessi dichiarano e che va contro il governo e i sindacati». È chiaro che con questa piega che ha preso il dibattito a sinistra Angius non vuole avere nulla a che fare. Nessuna sorpresa, quindi, che non abbia condiviso le ultime scelte di Mussi: «Vedo una deriva verso la nascita della Cosa rossa e penso che sia un errore. Molti di noi non hanno aderito al Partito democratico per preservare in Italia una forza appartenente al socialismo europeo». E non per finire nelle braccia di Rifondazione. Angius guarda ora soprattutto in direzione dello Sdi mentre volgendo gli occhi al Partito democratico e alle primarie che dovrebbero incoronare Walter Veltroni vede solo una lotta di potere, «perché non si è mai visto nascere le correnti prima di un partito». Non ci sono più i Ds, il Partito democratico non c' è ancora e comunque, secondo l' ex capogruppo dei Ds al Senato, non sarà mai sufficientemente di sinistra. E la Sinistra democratica non ha ancora trovato la sua strada. Così al vecchio comunista Gavino Angius non resta che lanciare l' allarme sul fatto che a sinistra non c' è più nessuno che sappia fare da argine a Rifondazione.

Repubblica 17.8.07
La prima uscita del sindaco sarà un dibattito sui sentimenti in politica
Il ritorno di Veltroni "Parlerò dell'amore"
di Alessandra Longo

«Ma quello non è Veltroni? Sindaco, possiamo fare una foto insieme?». Il candidato leader del Partito democratico è sotto l´ombrellone, in prima fila, in uno stabilimento balneare di Sperlonga, meglio conosciuta come «La perla del Tirreno», già residenza di Tiberio l´imperatore, oggi amministrata dal centrodestra perché, alle ultime elezioni del 2006, lo slogan dell´Ulivo, «Diamo speranza agli sperlongani», non ha funzionato. Ecco Veltroni, reduce dall´atollo maldiviano di Lhaviyani, abbronzatissimo, in pantaloncini da mare blu, circondato da una folta delegazione di bagnanti che, sfidando la sabbia bollente, non lo molla e gli si para davanti alla sdraio: «Sindaco, le posso offrire un caffè?; Veltroni, coraggio, vada avanti così, c´è bisogno di lei; Scusi, mi fa un autografo qui?».
«Cose che fanno piacere», dice lui, affiancato dalla moglie Flavia e dalla figlia Vittoria, 17 anni, anche loro bronze doré dopo due settimane sull´isola-paradiso di Madhiriguraidhoo, tra delfini e pesci Napoleone.
Parlare di politica? C´è tempo, grazie. La vacanza, ancora per poco, continua, tra Sperlonga e Sabaudia, a un´ora dalla capitale, stesso fuso orario. Il Veltroni sindaco, arrivato qui senza scorta, con la sua macchina privata, è già operativo, ha ripreso i contatti (telefonici) con il Campidoglio, ma il Veltroni candidato segretario del Pd si concede un supplemento di vita privata prima di tornare sotto i riflettori. Per la delusione di Rosy Bindi, che da giorni lo invoca e lo aspetta al varco, la prima uscita pubblica sarà sabato prossimo, a Fondi, nel chiostro dell´ex convento di San Domenico. Dibattito a tre con monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, autore del libro «L´amore cristiano» e Andrea Riccardi, fondatore di quella Comunità di Sant´Egidio da sempre molto in sintonia con il sindaco. Tema della serata: «Ha ancora senso l´amore?». Nella nota di presentazione Veltroni viene definito «uomo di condivisioni sociali e di proficua dialettica, esponente di una cultura umanistica di formazione laica».
L´amore, dunque, («Illusione buonista o sfida per la politica?») e non il nodo delle alleanze o la polemica sulla corsa degli apparati Ds e Dl a posizionarsi nel nuovo soggetto politico. Veltroni si prepara. Sotto l´ombrellone, quando finisce il pellegrinaggio degli estimatori, ripassa il volume di Paglia. E ne ha altri due in lettura: «Lo specchio del diavolo» di Giorgio Ruffolo, «una storia dell´economia dal paradiso terrestre all´inferno della finanza» e , per il sollievo dei laici e degli atei, «Non abusare di Dio», di Gian Enrico Rusconi. Va da sé, gli resta poco tempo per nuotare.

Repubblica 17.8.07
L’invenzione è la specialità degli umani
Un cervello più complesso che ci distingue dagli animali
Dall’uso del fuoco alle nuove tecnologie
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza

La rivoluzione industriale genera una nuova ondata di mezzi di trasporto e di comunicazione
La creazione di un linguaggio perfezionato ha permesso la relazione tra gli individui
È la capacità di accendere un falò che consente all´uomo di affrontare ambienti diversi
I primi strumenti sono rozzi ma efficaci: semplici ciottoli scheggiati, utili a procurarsi il cibo

Cosa significa "evoluzione"? Prima di tutto, aumento di varietà, progressiva differenziazione e trasformazione. Questo comporta spesso, ma non sempre, un aumento di complessità. Significa infine - e questo punto è fondamentale - miglioramento della capacità di interagire con l´ambiente.
La caratteristica principale della vita è la capacità di produrre copie di se stessi. Solo gli organismi che si riproducono continuano ad esistere nelle generazioni successive: gli altri sono destinati ad estinguersi. I batteri si dividono in due. Da una patata rotta in più pezzetti nascono altrettante patate. In questi casi i figli sono identici al genitore: se non fosse per le occasionali mutazioni, non ci sarebbe mai alcun cambiamento. Moltissime piante, e quasi tutti gli animali, si riproducono invece per via sessuale: per dare origine a un figlio sono necessari due genitori, che mescolano i propri patrimoni biologici. In questi casi i figli somigliano un po´ all´uno e un po´ all´altro dei genitori, ma sono diversi da entrambi e sono diversi tra di loro: ciascuno di noi ne avrà fatto esperienza, se ha più figli o più fratelli (che non siano gemelli identici).
È facile capire perché la riproduzione sessuale abbia avuto tanto successo, nel corso della storia della vita: una certa varietà aiuta ad affrontare le sfide che l´ambiente pone. Se l´ambiente fosse sempre lo stesso, non ci sarebbe bisogno di questa varietà: un batterio, una patata o un uomo, ben adattati all´ambiente in cui nascono, potrebbero in teoria riprodursi sempre uguali a se stessi; cambiare sarebbe inutile, anzi magari controproducente. Ma l´ambiente cambia di continuo, ed è così che diversi tipi hanno un successo maggiore o minore: alcuni crescono fino all´età adulta e si riproducono, altri hanno maggiore difficoltà a farlo. Di generazione in generazione, si affermano quindi gli organismi che riescono ad interagire con più efficacia con l´ambiente in cui vivono. Nel corso di questo processo, alcuni tipi prosperano, mentre altri scompaiono.
Si tratta però di un processo lentissimo, che va avanti di un passo solo ad ogni cambio di generazione. Le mutazioni sono rare, e non hanno di solito un impatto particolarmente drammatico. Se un certo tipo di becco, per esempio, permette di nutrirsi di un certo tipo di seme, particolarmente abbondante e nutriente, nel corso del tempo si affermeranno gli uccelli muniti di quel tipo di becco, ma occorreranno parecchie generazioni.
La caratteristica che ha reso gli esseri umani così speciali e distinti dalle altre specie viventi è la nostra inventività, intesa come la capacità di costruire strumenti che ci permettono di interagire con particolare efficacia con il nostro ambiente. Nei luoghi abitati dai più lontani antenati cui diamo il nome di uomini è stata trovata una grande quantità di pietre lavorate: all´inizio si tratta di ciottoli rozzamente scheggiati, ma utili a procurarsi fonti di cibo altrimenti inaccessibili, come il midollo contenuto nelle ossa di animali morti (magari uccisi da predatori, le cui zanne non sono però in grado di rompere le ossa), oppure fonti di nutrimento sotterranee, come tuberi e radici, o frutti protetti da una dura scorza. Questi primi strumenti sono rozzi, ma efficaci, ed è significativo che accompagnino le ossa dei più antichi esseri umani: si direbbe che la comparsa del genere umano sia concomitante alla comparsa delle prime manifestazioni culturali.
Gli uomini più antichi sono stati datati a quasi tre milioni di anni fa. Si pensa che i primissimi strumenti non fossero in realtà di pietra, ma di legno, che però non si conserva per un tempo così lungo. Nei milioni di anni successivi e attraverso il susseguirsi di più tipi umani, con caratteristiche fisiche che mutano notevolmente nel tempo, la produzione di strumenti si fa via via più perfezionata; compaiono utensili destinati alle più diverse mansioni: spezzare, tagliare, raschiare, lisciare, forare e così via, in corrispondenza di una capacità sempre più articolata di intervento sull´ambiente naturale.
Non sappiamo a quando risalga il controllo del fuoco: la testimonianza finora più antica è stata trovata in Kenya ed è datata a 1,6 milioni di anni fa. È un fuoco da campo che dev´essere rimasto acceso per più giorni consecutivi, attorniato da migliaia di frammenti di pietra lavorata e di ossa di animali. Sappiamo che a partire da poco meno di due milioni di anni fa l´uomo antico inizia a diffondersi dall´Africa orientale, dove è comparso: raggiungerà l´Europa meridionale, il Caucaso, l´Asia centrale, la Cina, l´Estremo Oriente, ed è facile immaginare che sia stata proprio la capacità di usare il fuoco a metterlo in grado di affrontare gli ambienti più diversi. La fiamma non solo fornisce calore, luce e protezione, ma permette di cuocere il cibo, uccidendo così la maggior parte dei parassiti e rendendolo molto più digeribile, oltre che più gustoso; è utile nella caccia; permette di intervenire sull´ambiente per liberarlo dalla vegetazione o per ripulire, ad esempio, una grotta. Al fuoco si lavorano il legno e la pietra, come la pelle e pressoché ogni altro materiale.
È anche probabile che la scomparsa del pelo corporeo (siamo gli unici primati nudi) sia stata favorita dall´impiego del fuoco, che è un pericolo per un animale coperto di pelliccia. Alla perdita del pelo, come alla diffusione al Vecchio Mondo, avrà contribuito poi un´altra invenzione: la capacità di fabbricarsi abiti, utili a sottrarsi al rigore delle stagioni, lontano dall´Equatore.
L´invenzione di strumenti che permettono un migliore adattamento all´ambiente accompagna così il genere umano fin dalle origini, dandogli per così dire quella "marcia in più", rispetto agli altri animali, che gli permette non solo di adattarsi più velocemente al mondo che ha intorno ma anche di adattarlo, in qualche misura, alle proprie esigenze. È un´evoluzione squisitamente culturale, che da un lato permette un´accelerazione fortissima rispetto ai tempi dell´evoluzione biologica (che è di necessità piuttosto lenta in una specie che si riproduce solo ogni venti o trent´anni), e dall´altro ha probabilmente consentito di accelerare la nostra stessa evoluzione biologica. Il succedersi dei diversi tipi umani è stato accompagnato da un rapido sviluppo del cervello. A cosa può essere stata dovuta questa rapidità? Può essere stata favorita proprio dal fatto che c´era modo di mettere a profitto un cervello più sviluppato: una volta liberate dalle necessità della deambulazione, le mani sono state messe in grado di "dialogare" col cervello e di dare origine ad invenzioni nuove, o di perfezionare quelle già esistenti. Un cervello più complesso, insomma, si sarebbe rivelato più utile alle specie umane che ad altre specie costrette ad impiegare tutti i propri arti negli spostamenti, e quindi di necessità meno capaci di utilizzare nuove tecnologie.
Lo sviluppo della struttura ossea e del cranio - e probabilmente anche quello del cervello - raggiunge il grado attuale intorno ai 150.000 anni fa, con la comparsa dell´uomo moderno, cioè della specie umana che abita il mondo oggi (Homo sapiens sapiens). Se le invenzioni dei primi due milioni e mezzo o più di anni possono essere ricondotte direttamente all´impiego delle mani, con l´uomo moderno sono gli strumenti di comunicazione ad assumere un´importanza via via maggiore. Probabilmente, la sua invenzione fondamentale è stata un linguaggio perfezionato, tale da permettere un´eccellente comunicazione fra individui. Si pensa oggi che sia stato questo a rendere possibile la diffusione del nuovo tipo umano all´intero pianeta, a partire - di nuovo - dall´Africa orientale. Tutte le 5000 o 6000 lingue parlate oggi al mondo hanno analoga complessità, ed ogni bambino che nasce può imparare una qualsiasi di queste lingue: imparerà, semplicemente, quella che gli viene insegnata. Questi fatti ci suggeriscono che tutte le lingue esistenti siano derivate da quella che parlava l´unica piccola popolazione che a partire da 50.000 anni fa o poco più si è lasciata alle spalle l´Africa e ha colonizzato il mondo, rimpiazzando gli altri tipi umani che già ne abitavano buona parte e che sono invece scomparsi.
Nel corso di questa espansione, compiuta in parte per via di mare, assistiamo ad una straordinaria accelerazione nello sviluppo di nuove tecnologie, forse proprio grazie alla migliore comunicazione ora possibile all´interno dei gruppi umani. Si afferma una grande varietà di utensili di pietra, sempre più versatili e specializzati. Accanto alla pietra si lavorano il legno, il corno, l´osso, la corteccia e altre fibre vegetali. Si inventano strumenti fondamentali come l´ago per cucire e armi ingegnose ed efficaci per la caccia, come il propulsore, le bola, l´arco e le frecce. Compaiono le prime forme d´arte: pitture rupestri e piccole statue. Nasce senz´altro la navigazione, benché le prime imbarcazioni non si siano conservate. Si cominciano a trovare resti di abitazioni nelle regioni fredde: capanne costruite con le ossa dei grandi animali dell´epoca e ricoperte di pelli. Gli strumenti musicali potevano essere già stati inventati, in un tempo poco più antico.
In centomila anni la popolazione umana aumenta di mille volte, da qualche migliaio a qualche milione di individui. Con l´aumento del numero di esseri umani aumenta il numero degli inventori. Poi, diecimila anni fa, ecco le invenzioni da cui nasce ciò che chiamiamo "civiltà": l´agricoltura e l´allevamento degli animali, che permettendo di produrre il proprio cibo, determineranno un nuovo aumento della popolazione umana, che salirà ancora di mille volte, da qualche milione a qualche miliardo di individui. Sorgono le città, e con esse si affermano forme di divisione del lavoro e le prime gerarchie.
Le invenzioni degli ultimi millenni estendono la portata dell´azione umana sull´ambiente: i sistemi di irrigazione, i metalli, l´aratro, le prime macchine, come i mulini ad acqua. Compaiono sistemi di comunicazione e strumenti di trasporto: la scrittura, la ruota, il carro, imbarcazioni perfezionate. Poi, con l´età moderna, la bussola, le armi da fuoco, la stampa, la produzione in serie. La rivoluzione industriale trasforma la faccia del pianeta e genera una nuova ondata di mezzi di trasporto e di comunicazione: il treno, la nave a motore, l´auto, l´aereo, e in parallelo la trasmissione elettrica dei segnali: il telegrafo e il telefono, la radio e la televisione, il computer e internet.
Il motore a scoppio e l´elettrificazione tendono a fare della società umana un unico spazio globale. L´accelerazione esponenziale di scoperte e invenzioni ci porta così alla domanda su cui si è aperto questo secolo: il controllo acquisito sull´ambiente ci porterà a distruggere le nostre basi di sopravvivenza? o saremo in grado di sopravvivere alle applicazioni delle nostre stesse tecnologie?

(8 - continua)