Liberazione 18.8.07
La calda estate di Gavino
Angius attacca il Prc: agosto, sinistra mia non ti conosco
di Rina Gagliardi
Il vero pericolo per Prodi viene dai centristi dell'Unione
e dalla voglia matta di Dini di diventare premier
Me lo ricordo bene il compagno Gavino Angius, in quel lontano lunedì del 1991. Eravamo a Rimini, all'Hotel Continental (che si era trasformato nel quartier generale del No allo scioglimento del Pci) e il congresso costituivo del Pds era quasi finito: si trattava solo di eleggere Achille Occhetto segretario del nuovo partito. Si aspettava la notizia - più che scontata, quasi una sorta di adempimento burocratico - in un clima non particolarmente allegro. Invece, di notizia ne arrivò un'altra, e inaspettata: Occhetto non era stato eletto per mancato raggiungimento del quorum previsto. E fu proprio Angius, in quel momento, a balzare dalla sedia in preda ad un irrefrenabile scoppio di felicità: si procurò sull'istante due bottiglie di spumante e officiò un brindisi per tutti gli astanti. Un brindisi "alla faccia di Occhetto". Una piccola compensazione, dopo le sofferenze di una campagna congressuale durata due anni. Gavino, così mi pareva, è fatto così: un uomo intelligente ma anche schietto, e un po' sanguigno. Non un politicante, o un adepto dell'arte dell'intrigo, così cara a tanti politici. Uno che usa ponderare a lungo le sue posizioni, le sue scelte, ma poi le esprime apertis verbis , senza troppi giri di parole o contorsioni dialettiche.
Voi direte: perché questa lunga premessa sul vicepresidente del Senato, oggi uno dei leader di spicco di Sinistra Democratica? Perché in questo scorcio di torrido agosto, Gavino Angius sembra essersi consacrato a una sola "missione": l'attacco alle sinistre radicali, e segnatamente a Rifondazione comunista. Ieri, addirittura, una doppia uscita - Unità e Corriere della sera - per difendere le bellezze della Legge 30, mettere sotto accusa la manifestazione del 20 ottobre e paventare un nuovo ‘98. Insomma, ci si è buttato anima e corpo, in questa battaglia - proprio come se la sinistra, le sinistre, fossero il suo nemico principale. Nemmeno l'unità d'azione gli piace. Ora, alla luce della limpida storia politica che Gavino Angius ha alle spalle, non riesco a trovare una ratio convincente, né in queste sue posizioni, né in questo suo sfrenato attivismo agostano. E provo a interrogarmi.
Prima, possibile spiegazione: la distanza "nel merito delle cose", cioè sulle leggi (Treu e Biagi) che regolano il mercato del lavoro. Forse Angius non le conosce bene, forse ha letto troppi articoli di Ichino, e ne è stato folgorato. Forse, ancora, non considera il superamento della precarietà del lavoro come una priorità, a dispetto degli impegni solenni assunti nel programma dell'Unione. Fin qui, opinioni personali - sbagliate, ma pur sempre opinioni. Ma come fa, poi, Angius ad affermare che il Prc è contro la legge 30 «per pure ragioni strumentali» e con una «degenerazione propagandistica che ha del grottesco»? Qui, duole dirlo, o c'è disinformazione, o (come propendo a pensare) c'è pura malafede. Fin dai tempi in cui quella legge fu approvata, Rifondazione espresse un netto, nettissimo giudizio critico - e non da sola, ma in compagnia, per dire, di fette amplissime del sindacato, oltre che di numerosi giuslavoristi. Nella campagna elettorale di un anno e mezzo fa, tutti i dirigenti, grandi, medi e piccoli, di Rifondazione si sono sgolati a ripetere, in quattro o cinquemila comizi, che uno dei nostri obiettivi qualificanti era proprio l'abolizione, o il superamento sostanziale, di quel tipo di legislazione.
Tanto è vero che, a governo Prodi già ampiamente insediato, il 4 novembre del 2006 il Prc partecipò massicciamente a un corteo (assai riuscito) contro la precarietà - e tutti, forse anche Gavino, capirono allora di che cosa si trattava, di una grande insostituibile battaglia di civiltà. Arrivare adesso a sostenere che, invece, si tratta di una «spregiudicata» (sic) manovra politica, anzi politicistica, per sbarazzarsi del governo Prodi è davvero scorretto, infondato e palesemente strumentale - del resto, a tutti è chiaro che il vero pericolo, per il governo Prodi, viene dalle componenti centriste dell'Unione, dallo stravolgimento del programma dell'Unione in senso moderato e confindustriale che una parte della maggioranza tenta di compiere, nonché dalla "voglia matta" di Lamberto Dini di ridiventare presidente del consiglio, sia pure per un giro di valzer. Ma, supponiamo, tutto questo Angius lo sa bene. Vuol dire, allora, chissà, che il passionale dirigente comunista di vent'anni fa si è trasformato, lui sì, in uno spregiudicato uomo di manovra? Una quinta colonna del Pd, che opera - pensa di operare più efficacemente - da fuori, da "libero battitore", con l'incarico di far deragliare, se e come può, il treno dell'unità a sinistra? Uno che alle ragioni di Sinistra Democratica - quelle strategiche e di lunga durata - ci crede come noi crediamo in Dio?
Seconda spiegazione (non alternativa ma complementare alla precedente): Angius ha il terrore, qualunque cosa essa sia, della "Cosa Rossa", ovvero di una soggettività di sinistra plurale, unitaria, consistente, capace di incidere nella grande politica e perfino nell'attività di governo. Teme di tornare "indietro", nell'inferno del comunismo e della radicalità, e di privarsi così di un dignitoso futuro politico - al punto da pensare che quello con Boselli e De Michelis possa davvero definirsi tale. Ma un tal panico, vivaddio, è quasi incomprensibile, anche dal punto di vista di chi, come l'ultimo Angius, ha il vezzo di definire se stesso come un "socialdemocratico europeo". Non la vede, il vicepresidente del Senato, la crisi profonda in cui si dibatte, in tutta Europa, la socialdemocrazia? Non si è accorto della sua deriva centrista, liberista, social-liberale? Non ha avuto notizia della Grosse Koalition tedesca e del successo crescente della Linke, guidata da un socialdemocratico europeo vero come Oskar Lafontaine? Insomma, se il modello in cui Angius si riconosce è quello di Blair, o di Gordon Brown, o dell'attuale Spd, e se quelle sono le sue prospettive politiche, lo dica con maggiore chiarezza. Magari spiegando meglio le ragioni che lo hanno portato a non aderire al Partito Democratico (non gli piaceva il nome?), che è oggi la casa naturale, il logico approdo, di chi pensa la politica in termini neocentristi. Oltre che di chi, naturalmente, ha una sfegatata paura del "Rosso", come ogni buon toro alla corrida di Pamplona.
Liberazione 18.8.07
Bonino e Angius, la strana coppia
Un solo obiettivo: Rifondazione
di Romina Velchi
La contro-manifestazione di Cazzola raccoglie altre adesione nell'Unione, mentre la leader radicale minaccia il governo
Al centro delle polemiche il lavoro e la precarietà. Il Prc si prepara a modificare la legge 30 in piazza e in parlamento
Il ministro radicale: se Prodi modifica il protocollo, il governo cade. Enrico Letta difende l'accordo.
Russo Spena: «E' iniziato il confronto su lavoro interinale, contratto a termine e lavoro a chiamata»
Addirittura in formato stereo. Le accuse di Gavino Angius arrivano dalle colonne del "Corriere della sera" e dell'"Unità". E il bersaglio privilegiato, manco a dirlo, è Rifondazione, anche se è lecito il dubbio che l'esponente di Sinistra democratica «parli a nuora perché suocera intenda», per dirla con Giovanni Russo Spena: cioè che l'obiettivo vero siano gli esponenti della sua stessa formazione politica, "colpevoli" di essere succubi del Prc. Così, mentre si fa più acuta la sfida delle "due piazze" pro e contro la legge 30, prosegue il tentativo di colpire l'ala radicale della coalizione, di metterla nell'angolo, di ricacciarla in posizioni subordinate, pena la caduta del governo. E il bello (o il brutto) è che l'attacco arriva anche da chi dovrebbe essere un alleato. Mentre, a ben vedere, i toni volutamente alti non aiutano un confronto serio sul merito della questione, proprio mentre il governo, per ammissione dello stesso ministro Damiano, cerca una mediazione apprestandosi ad alcune modifiche alla legge 30.
In sostanza, Angius accusa il Prc di fare un uso «strumentale» della lotta alla precarietà «per manovre politiche, alla ricerca di nuovi equilibri politici a sinistra» e per «esercitare forme di aut aut al governo e alle altre forze della coalizione». Questo determina una «degenerazione propagandistica e grottesca». Un uso «spregiudicato», una «battaglia di retroguardia», che «mi ricorda quella del 1998 per le 35 ore settimanali e tutti sappiamo come andò a finire: è caduto il governo e di 35 ore non si è parlato più». Quanto alla manifestazione del 20 ottobre, lanciata da "Liberazione" e il "manifesto", è «un errore strategico», «una sorta di redde rationem all'interno della coalizione».
Ce n'è quanto basta per far infuriare i dirigenti del Prc. Anche perché la critica esplicita alla gestione Mussi del "dopo-Ds" sta nel fatto che Sd si è «sempre più appiattita su Rc»; «Vedo una deriva verso la nascita della Cosa rossa e penso che sia un errore», mentre il Partito democratico ha un «inconsistente profilo identitario» ed è troppo occupato nello «scontro di potere» tanto da lasciare spazio alla «pretesa assurda di Rifondazione comunista di rappresentare in maniera esclusiva tutto il mondo del lavoro» «contro il governo e i sindacati».
Per Angius, invece, «il problema fondamentale è l'assenza di una forza socialista, democratica, socialdemocratica, appertenente al campo del socialismo europeo. Se la situazione è questa non bisogna meravigliarsi che poi a sinistra spunti una Cosa rossa». Amen.
Cosa farà Gavino Angius, visto che non si riconosce «né nel Pd, né nella Cosa rossa e in mezzo non c'è niente»? Andrà con De Michelis? Con Boselli? «Ci stiamo lavorando. Ci saranno delle sorprese». Nell'attesa, all'ex diessino risponde con parole dure il presidente dei senatori del Prc, Giovanni Russo Spena. «La pazienza ha un limite - sbotta - Si può discutere tra posizioni diverse, ma è intollerabile accusare di propagandismo strumentale, in materia di lotta alla precarietà, il Prc che di questa lotta ha fatto da oltre dieci anni un paradigma fondativo nel paese e in Parlamento. Non è neppure lecito accusare Rifondazione di mire egemoniche sulle altre forze della sinistra alternativa, quando il nostro asse strategico è, al contrario, la generosa e limpida costruzione, da subito, di un soggetto unitario e plurale». E a riprova che il Prc non intende fare passi indietro - manifestazione del 20 ottobre a parte - Russo Spena conferma che «nonostante i toni alti di alcuni ministri come la Bonino, è iniziato il confronto su lavoro interinale, contratto a termine e lavoro a chiamata. Dovranno poi seguire interventi molto più seri e non escludo che già in finanziaria vi siano accorgimenti sul tema degli ammortizzatori sociali». Come dire: se il governo cadrà non sarà stato per colpa del Prc, il governo essendo intenzionato a farle quelle modifiche. E non solo per "tenere buona" Rifondazione, ma anche perché servono a Prodi per sopravvivere e, magari, recuperare consenso.
Gli aut aut, invece, arrivano da ben altri settori del centrosinistra. Bonino, per esempio, torna a minacciare: «Se malauguratamente Prodi dovesse accettare le modifiche richieste da Giordano al protocollo sul welfare, è evidente che si porrà una grave crisi di governo. Non per nostra responsabilità», aggiunge. E suona come una excusatio non petita . Anche perché Bonino parteciperà, con Pannella, alla contro-manifestazione in difesa della "legge Biagi" organizzata dall'ex sindacalista della Cgil, Giuliano Cazzola, e alla quale ha aderito praticamente tutta l'opposizione, dall'Udc ad An. Tanto che ha buon gioco Paolo Cento ad avvertire che «chi il 20 ottobre scende in piazza con Cazzola si pone automaticamente fuori dall'Unione». Anche perché lo stesso Tiziano Treu, finito nel mirino di Caruso insieme con Marco Biagi, alla contro-piazza non ci sarà: «La legge - ha avuto modo di dire - la difenderemo in parlamento». «Da parte nostra non c'è nessun aut aut - insiste Cento - nessun ricatto, ma solo la volontà di far rispettare il programma, che prevede il superamento della legge 30. Bisogna che ci mettiamo d'accordo: o la precarietà è un'emergenza e allora si interviene cambiando le leggi che l'hanno regolamentata finora. Oppure non lo è e allora si lascia tutto come sta». Siccome l'emergenza c'è, è già pronto un progetto di legge sottoscritto da più di 100 deputati della sinistra per modificare profondamente la legge 30. Perché, alla fine, è in parlamento che si misurano i rapporti di forza.
Intanto, mentre per Enrico Letta, uno dei candidati alla segreteria del Pd, il protocollo sul welfare «deve reggere» perché è un «ottimo accordo», il "manifesto" di Cazzola (che ieri si è appellato alla sinistra riformista affinché restituisca «a Biagi l'onore che gli è stato tolto») raccoglie altre adesioni (quella di Nicola Rossi - che in un primo tempo si era tirato fuori - di Franco Debenedetti e di Vittorio Craxi), mentre c'è chi, come Donato Robilotta, capogruppo alla Regione Lazio dei Socialisti Riformisti, arriva a proporre che «aderiscano anche le istituzioni pubbliche».
Insomma, la "guerra delle piazze" continua e si annuncia un ottobre di fuoco.
Liberazione 18.8.07
Un'opposizione senza progetti non può spaventare Prodi
La vera destra sta nelle "idee" ed è trasversale
di Ritanna Armeni
L'autunno forse sarà caldo, l'estate per il centro sinistra è stata tempestosa, ma come si possono definire questi mesi estivi del centro destra? L'immagine dell'opposizione che è emersa giustificherebbe definizioni drastiche e anche irridenti, ma ce ne asterremo. Ci limiteremo a constatare che in questi mesi di opposizione se ne è vista poca e quel poco è apparso diviso, senza strategia, incapace anche di far intravedere un'idea di governo. Saranno anche veritieri i sondaggi che Silvio Berlusconi rende noti con straordinaria frequenza. Sarà anche vero che il governo dell'Unione ha deluso molte delle aspettative di chi l'aveva votato. Ma che cosa è lo schieramento che in caso di nuove elezioni dovrebbe sostituirlo? Che cosa è diventato?
Uno schieramento diviso. L'idea del partito unico è stata ormai apertamente bocciata proprio dal leader, Silvio Berlusconi che avrebbe dovuto promuoverla.
Uno schieramento senza una leadership e incapace di darsela. Berlusconi che non l'ha voluta cedere, non è stato neppure in grado di designare un erede. E oggi non è più credibile. Quindici mesi di opposizione ne hanno offuscato la figura, hanno indebolito la sua immagine di eterno vincitore. Non si può pronosticare ogni settimana sulle questioni più disparate la prossima, sicura, ineludibile caduta del governo. Se questa non avviene chi l'ha prevista è destinato ad indebolirsi.
Uno schieramento, infine, incapace di usare questi mesi di opposizione per costruire una vera cultura di destra che all'Italia manca e alla cui assenza finora hanno supplito le risorse e la leadership di Silvio Berlusconi.
Neanche dalla collocazione all'opposizione, che pure può favorire processi di omologazione culturale il centro destra italiano è stato capace di ricomporre le varie anime del capitalismo italiano e di cercare un collegamento più stretto con quella destra cattolica e ratzingeriana che tende a diffondere nella società civile i valori di un cattolicesimo intransigente.
In questo quadro la provocazione di Bossi, il suo invito a non pagare le tasse che a molti è apparso eversivo e illegale, è piuttosto un grido di disperazione, il tentativo di dire qualcosa di destra in una situazione politica nella quale il silenzio è rotto solo dalla descrizione del nuovo look del leader di Forza Italia, delle sue notti nei locali, delle sue compagnie femminili. E in cui si sono frantumate ad una ad una tutte le immagini che un centro destra forte avrebbe dovuto e potuto dare di sé.
Il governo dell'Unione quindi ha poco da temere da questa destra? E' probabile. Ha poco da temere da questo schieramento politico. Ma ha molto da temere lo stesso da un altro schieramento e da altri protagonisti della politica che non vengono definiti e non si definiscono di destra. A chi ci riferiamo? A chi di fronte alla manifestazione contro la precarietà del 20 ottobre pensa di farne una contrapposta con il sogno magari di riprodurre i fasti di quel 14 ottobre del 1980 che segnò la sconfitta alla Fiat dei sindacati e delle sinistra. A chi ritiene la precarietà un male minore di fronte alle esigenze del mercato e alla necessità del rigore economico. A chi crede - e sono veramente tanti - che sulle questioni del lavoro non c'è alcun bisogno di un intervento della politica. Che il compito di quest'ultima è se mai di intervenire quando il mercato e l'impresa gli unici detentori del potere di cambiare il lavoro, producono dei disastri sociali, mietono delle vittime che alla lunga potrebbero essere dannose per il sistema stesso. E' lo schieramento che non vuole sconfiggere la precarietà, ma se mai sostenerne l'estensione e fornendola di alcuni ammortizzatori sociali la cui assenza oggi la rende visibilmente discriminatoria.
Questo schieramento che non si definisce e non viene definito di destra e che ha al suo interno molto centro e parecchia Unione, in questi mesi di governo Prodi non si è indebolito, anzi è diventato più visibile. Le adesioni che vengono anche dallo schieramento del centro sinistra ad un eventuale manifestazione da contrapporre il 20 ottobre a quella della sinistra ne è la prova. Il sostegno che ad esso stanno dando anche coloro che non intendono aderirvi è un'altra dimostrazione di una pervasività di quelle idee che ormai ha scavalcato gli schieramenti tradizionali della politica.
Sono queste le idee di destra pericolose e da combattere oggi. L'altra, quella di Berlusconi, Fini e Casini per ora va a rimorchio.
il manifesto 18.8.07
Salvi: «Serve un chiarimento vero, siamo nati per l'unità a sinistra»
Il capogruppo di Sd in senato critica Angius e chiede una verifica col governo sul welfare
di Matteo Bartocci
Un «chiarimento strategico» dentro Sd e una «verifica politica» su lavoro e welfare con il governo Prodi. Pur trincerandosi dietro il «politichese» Cesare Salvi non nasconde come la pensa né sul movimento nato dalla scissione dai Ds né sulla fase durissima che aspetta la sinistra in autunno .
«Leggendo le ultime interviste di Angius su lavoro e precarietà - dice il capogruppo di Sinistra democratica in senato - mi sembra evidente che c'è stato un fraintendimento. Perché se non fosse così vorrebbe dire che la destra ha fatto la migliore delle leggi possibili. E invece noi abbiamo sempre detto tutto il contrario, sia quando eravamo all'opposizione sia in campagna elettorale. Chiunque abbia un minimo di familiarità con il mondo reale ha ben presente la totale sovrabbondanza di lavoro precario soprattutto tra i più giovani. Anche se il precariato c'era già da prima ed è stato legalizzato con il pacchetto Treu noi abbiamo criticato e critichiamo la legge 30 perché di sicuro non l'ha certo contrastato.
Più che un fraintendimento mi pare che dentro Sd si prefiguri quasi una scissione...
E' ormai evidente che c'è una sofferenza strategica di Sinistra democratica. Qual è il nostro compito? E' vero che siamo nati solo da pochi mesi ma ora è venuto il momento di prendere l'iniziativa. Credo che al seminario del direttivo di Orvieto (1-2 settembre, ndr) dovremo arrivare a un chiarimento vero tra di noi e rompere gli indugi.
Si rischia di spaccare ulteriormente un «cantiere» che già mostra le prime crepe.
La legge 30 è diventata un simbolo. E la sinistra, come spesso le accade, si compiace a dividersi sul nulla. Rischiamo di cincischiare per mesi e mesi sui sottosegretari e i ministri che vanno o non vanno a una manifestazione mentre il danno sociale al quale vogliamo mettere argine è serissimo e riguarda milioni di lavoratori.
Qual è il tuo giudizio sull'accordo firmato il 23 luglio da sindacati e governo?
E' una profonda delusione non tanto sul versante pensionistico quanto su quello che riguarda il lavoro. Le nuove regole sui contratti precari sono spaventosamente arretrate. Eppure sono riforme a costo zero, che non subiscono gli strali o le «compatibilità» di Almunia, Bini Smaghi o delle "brillanti" agenzie di rating all'opera in questi giorni sui mercati. Ci sono misure che semplicemente non vanno nella direzione giusta.
Quindi parteciperai alla manifestazione del 20 ottobre indetta dal manifesto e da Liberazione?
Io sono favorevole ad aderire. Altri non sono convinti perché si ha l'impressione che tempi e modi della convocazione siano stati decisi da altri e a noi si chieda semplicemente di accodarci. Il tema vero invece è il rapporto tra la sinistra e il governo. La sinistra non può limitarsi a gridare. Dobbiamo darci una strategia comune. Già i rapporti di forza sono quelli che sono, se continuiamo a discutere sul nulla c'è il rischio che a ottobre sia già tutto deciso. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che finora abbiamo perso tutti i passaggi cruciali di questo primo anno di governo. Scendere in piazza ad ottobre rischia di essere troppo tardi.
E quindi?
La mia posizione è che dovremmo chiedere una verifica politica con il governo e il resto della coalizione subito, già a settembre. Discutiamo pochi punti per noi fondamentali e avviamo su questi un confronto molto serio anche con lo stesso Romano Prodi. Dobbiamo farlo subito. Perché se si legge alla lettera il Dpef la prossima finanziaria rischia di essere insostenibile. Peggio di quella passata.
Angius e altri guardano alla «costituente socialista». Tu?
Io lavorerò fino all'ultimo per l'unità di tutta la sinistra italiana. Come Sd abbiamo il dovere di provarci. Se altri sceglieranno strade diverse si assumeranno le loro responsabilità.
Repubblica 18.8.07
Le carte segrete di Lawrence
Centinaia di inediti dell’autore di "L’amante di Lady Chatterley"
I documenti conservati dalla famiglia sono ora consultabili all´Università di Nottingham
Compaiono note su fatti del tempo come il grande sciopero dei minatori del '26
Nei quaderni c'è un testo che poi diventerà un capitolo del romanzo "Figli e amanti"
I "Clarke Papers", lettere, cartoline, appunti sono stati raccolti dalla sorella minore, Ada
LONDRA. Il lato nascosto di D. H. Lawrence, quello del fratello affezionato, dello zio che non dimentica mai di mandare una cartolina al nipote di 8 anni. Da qualche giorno sono consultabili all´università di Nottingham centinaia di scritti inediti dell´autore di L´amante di Lady Chatterley. Sono lettere, cartoline, quaderni di appunti e dipinti, che la famiglia aveva finora conservato. "The Clarke Papers", questo il nome con cui la collezione verrà catalogata, sono stati raccolti da Ada, la sorella minore di Lawrence, la Lettice delle lettere, una figura centrale nella vita dello scrittore. Gli inediti arricchiscono la collezione già fondamentale dell´università di Nottingham, dove Lawrence studiò, e dove ora si sta tenendo una mostra su lui e le donne, nella quale è stato possibile inserire alcuni pezzi dei «Clarke Papers».
I documenti hanno un valore inestimabile sia dal punto di vista delle ricerche, sia come oggetti da collezionismo. La famiglia di Lawrence li aveva già affidati all´Università di Nottingham perché li conservasse in modo appropriato. Ora le trattative affinché le carte fossero messe a disposizione degli studiosi sono giunte a conclusione. Fino a oggi la famiglia ha preferito non rendere pubblici i documenti anche perché in essi compaiono riferimenti espliciti a persone ancora in vita e perché, spiega Sean Matthews, direttore del centro di ricerca su Lawrence all´università, «si tratta di scritti talvolta commoventi, che mostrano il lato più intimo di un personaggio pubblico. Mostrano, di fatto, l´uomo di famiglia, che i suoi cari ricordano ancora con affetto e nostalgia».
Tra i "Clarke Papers" ci sono prime versioni di poesie e annotazioni sul lavoro di revisione, racconti brevi scritti da un giovanissimo Lawrence e tante lettere e cartoline. Nelle lettere alla sorella Ada si trovano l´uno vicino all´altro i resoconti delle difficoltà economiche, le frasi da «lessico famigliare» e commenti su eventi di cronaca, come ad esempio il grande sciopero dei minatori britannici del 1926. Lo scrittore fornisce notizie continue sul proprio lavoro, sui progressi fatti sia dal punto di vista letterario che editoriale, annotazioni che potranno offrire elementi fondamentali per comprendere la difficile carriera letteraria di Lawrence. Solo ben oltre la sua morte nel 1930, infatti, fu riconosciuto il valore internazionale di questo autore. I critici del suo tempo gli rimproverarono di non aver innovato come James Joyce e di aver descritto donne che non avevano il carattere rivoluzionario di quelle di Virginia Wolf.
Lawrence, che ha cantato un inno alla sensualità con L´amante di Lady Chatterley e ha lasciato straordinari resoconti dei suoi viaggi in tutto il mondo, autore prolifico di saggi, poesie, teatro, fu una figura scomoda, bollato subito dopo la morte come «fascista e sessista». Ci sono, tra i «Clarke Papers» anche lettere che membri della famiglia si scambiarono dopo la morte dello scrittore e che Ada inviò ad amiche, testi che indicano le disposizioni testamentarie di Lawrence, l´angoscia che lo colse negli ultimi periodi di vita in sanatorio (da cui andò via per morire «da uomo libero» il giorno prima del decesso), e tutta l´amarezza per le incomprensioni sulla sua opera.
Nelle cartoline che scrisse al figlio di Ada, Jack, si rivela il senso profondo della famiglia che accompagnò sempre le peregrinazioni di Lawrence. «Le cartoline sono deliziose», spiega Dorothy Johnston, direttrice dell´archivio dell´Università, «danno nuove chiavi di interpretazione dei rapporti fra lo scrittore e i parenti più stretti. Lawrence non ebbe figli, ma scrisse di bambini con grande trasporto. Quanto rivelano le cartoline del suo rapporto intimo con il nipote di 8 anni è molto interessante».
Densi di suggestioni e di spunti per la ricerca sono i due quaderni. Lawrence cominciò a prendere appunti quando era uno studente a Nottingham, dal 1906 al 1908, a 21 anni, e su uno dei due libriccini scrisse fino al 1911. Essi contengono poesie, bozze di racconti, annotazioni per soggetti, tra i quali un testo che diverrà poi il decimo capitolo del romanzo Figli e amanti. Gli appunti sono pieni di correzioni febbrili, di versioni emendate o ampliate di uno stesso testo, una testimonianza straordinaria del labor limae che caratterizza l´attività dello scrittore per tutta la sua vita: basta pensare che de L´amante di Lady Chatterley esistono tre versioni successive e che anche nel periodo in cui la tubercolosi minava le sue forze, Lawrence non smise mai di rivedere e aggiustare.
«I «Clarke Papers» sono l´ultimo grande corpus letterario che contiene sia materiale biografico che significativi testi originali di Lawrence», conclude Dorothy Johnston. Di sicuro la possibilità di consultare i «Clarke Papers» terrà impegnati gli studiosi per parecchi anni e c´è da attendersi un fiorire di nuove pubblicazioni su Lawrence, vista la diffusa presenza di elementi autobiografici in tutta la sua opera.
Repubblica 18.8.07
Un saggio di Franco Cardini sul “Decameron”
Boccaccio e il trionfo della vita
di Adriano Prosperi
Se nelle Mille e una notte il raccontar novelle è un buon modo per evitare la morte al narratore, si può immaginare che lo stesso espediente valga per allontanarne il pensiero nei lettori. E qui la scelta è varia e ognuno può provare a immaginare quale libro vorrebbe per compagno in simili frangenti. Viene in mente quel fabbro ligure del ´600 che, alla vigilia dell´esecuzione capitale, chiese alla moglie di portargli l´Orlando Furioso per rileggerlo durante quell´ultima notte. Se poi chi racconta le novelle è Giovanni Boccaccio gli si può far credito di meriti speciali nel portare la mente del lettore lontano da immagini di morte. Eppure il suo Decameron, avverte Franco Cardini (Le cento novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e la rifondazione cavalleresca del mondo, Salerno editrice, pagg. 160, euro 11) non fu un´opera di evasione. Nata nel contesto di una tragedia collettiva di proporzioni inaudite - la Peste Nera del 1348, il più spaventoso attacco da altre forme di vita subìto dalla specie umana nel corso della storia dell´Europa cristiana - quell´opera fu una meditata risposta alla tragedia. Con essa l´autore cercò di «rifondare il mondo» (così Cardini), cioè di trovare davanti alla violenza terribile della morte collettiva una ragione perché i dieci giovani rifugiatisi in villa potessero alla fine affrontare di nuovo la realtà armati di una ritrovata regola di vita.
Questo libro che l´autore presenta discretamente come un primo regesto di anni di studio e di amore per il grande capolavoro di Boccaccio, è un´occasione da non trascurare, non foss´altro che per rileggere il Decameron, capolavoro grandissimo e lettura tanto deliziosa quanto - temiamo - sempre meno familiare agli italiani. Ma Cardini va al di là del piacere della rilettura: la sua intenzione è quella di guidarci da storico a scoprire l´itinerario morale disegnato dall´autore nella tessitura delle dieci giornate, così come si studia il significato storico del viaggio dantesco nell´oltremondo della Divina Commedia.
Quel modello era ben presente alla mente di Boccaccio, come sappiamo; e la struttura del Decameron è chiaramente esemplata su quella della Commedia dantesca, amatissima e attentamente chiosata dallo scrittore di Certaldo. Una Commedia tutta umana la sua, si è detto spesso, un mondo borghese che guarda al sopramondo religioso con la spregiudicatezza di ser Ciappelletto. Nel momento in cui la peste appariva come lo strumento scelto da Dio per quella fine del mondo che i cristiani attendevano da secoli ecco farsi avanti con Boccaccio le seduzioni del mondo, le donne e i cavalieri, le cortesie, le amorose e audaci imprese.
Questa immagine vulgata di un Boccaccio narratore di un mondo moderno che si lascia alle spalle l´ascetismo medievale e inaugura una civiltà mercantile e borghese è qui messa in discussione da Franco Cardini. Il suo saggio richiama l´attenzione sulla struttura dell´opera, ne mette in evidenza la cornice, analizza il percorso dell´educazione sentimentale dei giovani intenti a raccontare storie sulla incantevole collina (quasi una «montagna incantata» ante litteram). Secondo lui, ben lungi dal guardare davanti a sé in direzione del mondo borghese il cui sangue pulsava già da tempo nelle vene di mercanti e banchieri, lo scrittore di Certaldo si volgeva indietro, verso i valori e gli ideali del mondo cavalleresco.
Leggendo le pagine di Cardini, come sempre narrativamente accattivanti e costruite capitalizzando lunghe frequentazioni dei testi, viene in mente il celebre affresco coetaneo del Decameron e dipinto sulle pareti del Camposanto di Pisa da un pittore che fu specialmente vicino a Boccaccio e al Decameron: la brigata di giovani riunita nel giardino fiorito è una precisa allusione al gruppo dei narratori messo in gioco dal Boccaccio. Giuliano Briganti individuò in Bruno Buffalmacco, l´eroe delle burle al povero Calandrino, il pittore di quello stupendo affresco: lì il trionfo della Morte davanti al cui potere si arresta la lieta cavalcata dei cacciatori incombe su di un paesaggio dove le vie di fuga suggerite sembrano essere quelle dei santi romiti che popolavano allora i gioghi dell´Appennino e vi rimasero fino ai tempi di Machiavelli.
E tuttavia non l´ascetismo dei romiti ma le regole di una superiore moralità cavalleresca trionfante nella sublimazione del desiderio amoroso (così in Matelda e in Federigo degli Alderighi), costituiscono secondo Franco Cardini le proposte avanzate da Boccaccio per la sua «rifondazione del mondo». Davanti alla spaventosa tragedia della Morte Nera l´opera di Boccaccio ritorna ai fondamenti morali elaborati nell´epoca ormai lontana della nobile cavalleria: e la primavera della modernità ha in lui i colori dell´autunno del Medioevo. Un fatto è certo: anche qui, come osservava Walter Benjamin commentando il dipinto di Paul Klee, l´angelo della storia investito dal vento del mutamento avanza verso l´ignoto futuro con lo sguardo fisso al mondo rimasto alle sue spalle.
Repubblica Lettere 18.8.07
Mi chiamo Anna F. e sono una ragazza di venticinque anni.
Scrivo questa lettera con la speranza che possa gettare luce su una realtà che molti non conoscono, e affinché chi la legga (e soprattutto i politici) capisca a quali drammi vanno incontro tante persone.
Sono circa quattro anni che mio fratello maggiore soffre di problemi psicologici e sono quattro anni che in famiglia stiamo soffrendo perché nessuno ha fatto niente per aiutarci.
Purtroppo quando mio fratello sta male rompe tutto. E picchia anche me e i miei genitori, che più volte sono stati costretti a chiamare i carabinieri. Ora mio fratello si trova nel carcere di Poggioreale.
Noi, come famiglia, abbiamo più volte chiesto aiuto al Csm di Ercolano, ma la loro risposta è stata sempre la stessa e cioè: "Se lui non vuole curarsi noi non possiamo fare niente". E non vi dico l'indifferenza con cui lo dicevano.
Ma noi siamo andati oltre e abbiamo mandato una lettera al ministero della Salute (che ci ha risposto ma non ci ha aiutato),poi ci siamo rivolti al sindaco il quale, a sua volta, ha inviato una lettera all'Asl e al Csm ma, come sempre, non si è risolto niente.
Io ora, da sorella di un ragazzo che soffre di questi problemi, mi domando come è possibile che in Italia non esista una legge che possa aiutare queste persone.
Io non parlo di un obbligo a metterle in manicomio, ma della possibilità di curarle. E poterlo fare in strutture adeguate.
Nessuno che non lo abbia vissuto di persona può capire la sofferenza che si può provare a dover mandare in carcere un proprio caro (noi siamo stati costretti a mandare in carcere mio fratello più di una volta).
Lui è un ragazzo di ventisei anni che andrebbe aiutato ma noi da soli non ce la facciamo e adesso non sappiamo più che fare.
Siamo costretti a vedere giorno dopo giorno distruggersi la vita di un ragazzo che potrebbe ancora salvarsi (perché non ha perso il senno), ed è una cosa straziante che non auguro a nessuno!
sabato 18 agosto 2007
venerdì 17 agosto 2007
Liberazione 17.8.07
Sul tedesco "Die Zeit" e sul francese "Le Monde"
"Die Linke" la sinistra che parla all'Europa
di Stefano Bocconetti
Il sondaggio tedesco di un settimanale, l'articolo di un giornale francese. Anzi, del giornale francese per definizione: Le Monde. Raccontano di quel che sta accadendo nel paese della Merkel. Ma in realtà parlano al resto dell'Europa, forse parlano anche all'Italia. Almeno a chi vuol capire.
Vediamo di che si tratta. Fatti veri e propri non ce ne sono, beninteso. Quanto piuttosto "umori", tendenze. Che a differenza di quanto avviene in Italia, i settimanali tedeschi non smettono di indagare, neanche d'estate. Die Zeit ha così scoperto che dopo due anni di governo di grande coalizione, cresce in Germania la voglia di sinistra. I primi segnali li aveva avuti mettendo insieme centinaia di affermazioni di dirigenti politici, di documenti. Poi l'ha verificato con un sondaggio: e ha scoperto che tanti - elettori di tutti i partiti, anche quelli di destra - chiedono l'aumento dei salari, chiedono che l'età pensionabile sia abbassata, riportata a livelli più umani. Chiedono la fine delle privatizzazioni selvagge. Chiedono il ritorno dello Stato, innanzitutto per ciò che riguarda l'istruzione (è addirittura la richiesta del 71% di chi ha votato il partito della Merkel). Temi che ovunque, anche in Germania, sono quelli cari alla sinistra. Sono i suoi obiettivi, le sue parole d'ordine. Di più: il settimanale ha fatto rivolgere una domanda esplicita alle persone usate come test. E ha scoperto che quel sentimento diffuso, quella "voglia di sinistra", si trasferisce - meglio: potrebbe trasferirsi - nel comportamento elettorale. Ad una domanda ("si sente di sinistra?") ha risposto di sì addirittura il 34% degli intervistati. I sondaggisti poi spiegano che è il doppio di sei anni fa. Un "bacino" rilevante che in qualche modo già comincia ad orientarsi. Se è vero che le ultime rilevazioni accreditano Die Linke (la neonata formazione, nata dalla fusione fra la sinistra socialdemocratica di Lafontaine e la Pds di Gregor Gysi, che era radicata soprattutto all'Est) ad una percentuale che va dall'11 al 14 per cento. Alle elezioni, due anni fa, prese l'8 e mezzo.
L'argomento - forse per opposizione in un paese, la Francia, dove la sinistra s'è dispersa in mille rivoli, insignificanti o poco più - ha incuriosito la redazione di Le Monde . Che in qualche modo è voluta andare a vedere cosa accadeva al di là del confine orientale. E scoprire così che Die Linke è già molto di più di quanto si dica. E' molto di più, anche organizzativamente. Se in soli due mesi - "ufficialmente" il partito è nato il 17 giugno, in contemporanea con la nascita della Sinistra europea in Italia - ha già tremila iscritti in più. Tutti provenienti dalle fila dei socialdemocratici e dei verdi. Ma è molto di più soprattutto "politicamente". Sì, perché un rapido giro di pareri fra alcuni dirigenti sindacali - tutti, come è ovvio, di estrazione socialdemocratica - racconta che la sinistra unita è percepita come «qualcosa» che serve. Che è indispensabile. La battaglia della Linke per l'aumento dei salari minimi, contro la "riforma" dei sussidi (anche in Germania i tagli al welfare si spacciano per riforme). La sua battaglia contro la privatizzazione della Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche. Le sue controproposte. Un insieme di vertenze, di comportamenti, di analisi, di obiettivi che fanno apparire Die Linke come una sinistra radicale ma anche «seria, affidabile» (si usano le virgolette perché è la definzione di uno dei dirigenti del sindacato dei pubblici dipendenti della Renania, che, con un groppo alla gola, annuncia di lasciare i socialdemocratici dopo 35 anni di militanza). Una sinistra «indispensabile».
Fin qui i giornali, le loro analisi. Complete. Resta una domanda. Molto "provinciale", se vogliamo: ma tutto questo parla anche all'Italia? Probabilmente anche la semplice formulazione del quesito potrà far arrabbiare qualcuno. Là, a Berlino, c'è una Grosse Koalition, che fa seguito ad un governo socialdemocratico, drammaticamente spostato a destra. Soprattutto sul piano sociale. Lì in qualche modo è stato tutto se non più semplice, più lineare. Più chiaro. Ma le domande restano lo stesso. Piccole domande. Quelle che arrivano spontanee, pensando che lì, in Germania, l'unità della sinistra è stata costruita sulle cose da fare. Sulle cose da cambiare. Sul programma, come si usa dire dalle nostre parti. Su quello hanno costruito l'unità e su quello - tutto fa capire - potrebbero vincere. Non come da noi, dove tanti - tanti Angius di turno per capire - prima di imbarcarsi in progetti unitari chiedono di verificare se nel Dna di tutti ci siano sufficienti dosi di «cultura di governo». Lì, in Germania hanno scelto un'altra strada: sono partiti da obiettivi concreti. E da lì, si sono mossi per costruire una sinistra unita che oggi fa una proposta di governo. Per governare il paese (assieme ai socialdemocratici), e intanto governa la capitale. Ma forse sono davvero paragoni molto, troppo "provinciali". Forse davvero sono interrogativi banali. Che farebbero torto al rigore e alla serietà di quei due articoli. Domande estive, insomma. Nulla di più.
l’Unità 17.8.07
Angius: da Sd troppi errori, diciamo no al corteo anti-governo
Il numero due di Sinistra democratica ora guarda all’«area del socialismo»
di Wanda Marra
«Non rinuncio a far nascere una forza socialista e democratica, che si collochi nel campo del socialismo europeo». Gavino Angius, tra i leader di Sinistra democratica, mentre non lesina le critiche né alla possibile futura Cosa Rossa, né al Partito
democratico, rilancia la possibilità e la legittimità di una “terza via”. E annuncia «una sorpresa» per chi a sinistra non si riconosce in questi due percorsi paralleli.
Nel dibattito politico di questi giorni sono al primo posto le divergenze nell’Unione sul welfare. Lei cosa ne pensa?
«C’è un intreccio perverso nel dibattito in corso, tra le nuove politiche sociali ed economiche, con le diverse posizioni nel merito e le questioni politiche, con la ricerca di nuovi ruoli, penso a Rifondazione, e nuovi equilibri, e penso alle forze più moderate del centrosinistra. Insomma, una materia serissima, come il welfare viene usata per manovre politiche. Questo determina una degenerazione propagandistica e grottesca, foriera di nuove e crescenti difficoltà, per l’Unione, il centrosinistra e il governo. Per quel che riguarda in particolare le problematiche del mercato del lavoro, ci si sta misurando con una delle questioni più rilevanti del nostro tempo. Non è negativa l’ occupazione flessibile, ma lo è che le imprese utilizzino le norme per protrarre la precarietà delle persone fino ai 30-35-40 anni. Nuove politiche del lavoro sono necessarie. ma bisogna vedere come e perché. E trovo intollerabile che una simile questione venga utilizzata per esercitare forme di aut aut al governo e alle altre forze della coalizione, come fa Rifondazione».
Sono possibili effettivamente maggioranze di nuovo conio?
«Si risponde a una posizione sbagliata come quella di Rc, con un’altra posizione altrettanto sbagliata: le maggioranze di nuovo conio prefigurano l’uscita dalla coalizione del Prc, con l’entrata dell’Udc. Posizione che porterebbe inevitabilmente alla crisi di governo. Non vedo altra possibilità. Ma c’è da interrogarsi sul perché Rc stia acquisendo questo spazio».
Che risposta si dà?
«L’uso spregiudicato che sta facendo Rc dei temi della precarietà e delle pensioni mi ricorda le 35 ore del lavoro settimanale dell’ottobre del ‘98. Sappiamo tutti come andò a finire: è caduto il governo e di 35 ore non si è parlato più. Credo ci siano stati una serie di errori fondamentali a monte, visto l’inconsistente profilo identitario del cosiddetto Pd. Si sta realizzando il dissolvimento dei Ds: questo lascia un vuoto pazzesco a sinistra, con le irrisolte contraddizioni politiche dentro l’Unione e il governo. Sono i danni causati dalla dissennatezza di chi ha voluto il Pd in questo modo. Ho sempre sostenuto che non andava bene un Pd come questo, estraneo al pensiero socialdemocratico. Così si dà un potere enorme alla sinistra radicale».
Andiamo con ordine. Mentre il cammino della Cosa Rossa sembra sempre più in salita, le posizioni dentro Sinistra democratica sembrano divergere sempre più, con l’area che a lei fa capo, per esempio, che ha condannato senza appello la manifestazione del 20 ottobre lanciata da Liberazione e dal Manifesto e quella che fa capo a Mussi, che invece è molto più possibilista sulla partecipazione. Cosa sta succedendo?
«Inizio dalla manifestazione, che non so se si farà, e che dovrebbe avvenire nel pieno della Finanziaria e dell’aspro scontro tra governo e Cdl. Lo considero un enorme errore strategico. L’idea dei dirigenti di Rc è che questa manifestazione sia una sorta di atto fondativo di massa della Cosa rossa, in quanto dovrebbe rappresentare in forma pressoché esclusiva il mondo del lavoro: mi sembra una pretesa assurda, tanto più visto che è contro il sindacato e il governo. Penso che sia un errore che Sd non abbia preso una posizione netta contro questa manifestazione. Quanto all’effettiva nascita della Cosa Rossa credo si tratti di una strada senza ritorno e che qualcosa la si farà. Ma mi auguro e spero che Sd non compia quest’ulteriore errore. Non ho considerato positivamente che si sia sempre più appiattita su Rc, sino ad arrivare ad iniziative comuni».
Qual è l’alternativa?
«Credo che molti abbiano aderito a Sd nel nome dell’appartenenza al campo politico non della Cosa rossa, ma del socialismo europeo, al quale Rc o il Pdci sono totalmente estranei, anzi lo considerano un nemico da battere. Invito a una riflessione i compagni dei Ds, i dirigenti, i militanti, gli elettori. Quello che sta avvenendo non è stato attentamente valutato al momento del congresso. Non voglio solo banalmente dire di aver avuto ragione. Ma è importante una riflessione sulle vicende congressuali e i modi in cui viene a formarsi il Pd, con lo scontro di potere, un debole profilo identitario, la nascita prima delle correnti e poi del partito vero e proprio e il rischio che la sinistra sia una componente non dico minoritaria, ma in seria difficoltà».
Il 17 luglio del 2006 nel Consiglio nazionale dei Ds lei si astenne sulla relazione di Fassino, per come si stava realizzando il Pd...
«Ho letto sull’Unità Chiti e Bersani, che hanno denunciato il rischio di verticismo e di poca rappresentanza della sinistra nel Pd, con un certo interesse e anche un certo stupore. Entrambi, che stimo moltissimo, hanno utilizzato espressioni da me già usate nella scorsa campagna congressuale, che però giungono con un certo ritardo, “A babbo morto”, per usare un’espressione trita».
Ma per esempio tra le liste che sostengono Veltroni ce n’è anche una, A sinistra, fatta da persone che hanno condotto con lei la campagna congressuale...
«La sinistra dovrebbe essere rappresentata da tutta la componente Ds, non solo da una parte. Penso che il problema fondamentale sia l’assenza di una forza socialista, democratica, socialdemocratica, appartenente al campo del socialismo europeo. Non si tratta di una questione meramente identitaria, ma di scelte in campo di politiche sociali, economiche, del lavoro. È qualcosa di molto corposo e rilevante. Se la situazione è questa, non bisogna meravigliarsi che poi a sinistra spunti una Cosa rossa, che se nascesse in questo modo forse sarebbe un inatteso regalo al Pd. Ma può darsi che nasca qualcosa di diverso a sinistra».
E dunque lei come si colloca? A cosa pensa esattamente?
«Non rinuncio a far nascere una forza socialista e democratica. C’è una larga fetta di elettorato che non si riconosce né nel Pd, né nella Cosa Rossa, e in mezzo non c’è niente. Ci saranno delle proposte e delle sorprese»
Qualche anticipazione?
«Una sorpresa è una sorpresa.La vedremo alla fine del mese. Può essere che attorno all’ idea di far nascere una forza socialista e democratica ci siano molte più forze di quanto oggi si creda. Si tratta di offrire una sede, un’occasione, un’opportunità a chi è critico del Pd e della Cosa rossa. E di portare avanti maggior rigore, serietà, coerenza di pensiero e di azione politica».
Ma con chi pensa di fare questa forza? Con Boselli? Con De MIchelis? Recuperando pezzi dei Ds?
«Ci stiamo lavorando».
Corriere della Sera 17.8.07
Affondo su Giordano: usano la vicenda per catalizzare il consenso
Angius: il Prc e la legge Biagi? Un veto sbagliato e strumentale
L' ex ds avversario da sinistra del Pd: folle eliminare norme anti lavoro nero «Speriamo che la manifestazione del 20 ottobre alla fine non si faccia»
di Marro Enrico
ROMA - L' attacco scatenato da Rifondazione comunista e dalle altre forze della sinistra radicale alla legge Biagi è «sbagliato e strumentale» perché «figlio di una degenerazione propagandistica che ha del grottesco, in quanto prodotta da un partito che sta al governo, ma che evidentemente è alla ricerca di nuovi equilibri politici a sinistra». A bocciare così Franco Giordano e gli altri leader massimalisti che il 20 ottobre saranno in piazza anche per chiedere l' abolizione della legge Biagi non è un esponente dell' opposizione di centrodestra, ma Gavino Angius, vicepresidente del Senato, già dirigente di spicco dei Ds, poi tra gli animatori di Sinistra democratica, la formazione promossa da Fabio Mussi e Cesare Salvi per dar voce ai diessini contrari al Partito democratico. Che però, secondo Angius, rischiano di finire risucchiati dalle posizioni di Rifondazione, come si vede, da ultimo, sulla legge Biagi. Anche per questo il senatore rimarca con parole nette la sua contrarietà alla manifestazione del 20 ottobre e stigmatizza «il silenzio dei Ds e del Partito democratico», su tutta questa partita. «Rifondazione comunista - dice Angius - utilizza la lotta contro la legge Biagi come un catalizzatore di consenso per conquistare uno spazio politico nei confronti del sindacato e del nascente Partito democratico. Ma è inaccettabile usare in maniera strumentale questa questione, prescindendo dal merito. E invece volano sciabolate da tutte le parti, con rischio di lasciare sul campo solo morti e feriti». I dati, continua, smentiscono le tesi di Giordano e compagni, come anche quelle del comico Beppe Grillo, che alla pari dei rifondaroli ha accusato la Biagi di essere all' origine del dilagare della precarietà. «In questi anni - dice Angius - il lavoro regolare, ancorché flessibile, è aumentato per milioni di giovani. Merito della legge Treu e in parte anche della Biagi. In questo modo si è contrastato in parte il lavoro nero. Perciò eliminare queste leggi sarebbe un' operazione folle». Tutto bene allora? Niente affatto, replica Angius: «Resta il fatto che il lavoro precario coinvolge 5 milioni di persone e c' è un problema in particolare per chi si trova ancora in questa condizione sebbene abbia un' età di 30 o 40 anni. Non è accettabile, insomma, che la precarietà si prolunghi per troppo tempo. Qui servono politiche del lavoro nuove». Ma questo, conclude il senatore, non c' entra con l' abolizione della Biagi. In questo senso, l' accordo del 23 luglio fra governo e sindacati su pensioni e welfare «è importante, ma è solo un primo passo nella direzione giusta, che sarebbe bene fosse seguito rapidamente da altri provvedimenti». Di questo bisognerebbe discutere, insiste Angius. E invece siamo alle battaglie di retroguardia: questa di Rifondazione contro la Biagi «mi ricorda quella del 1998 per le 35 ore settimanali e tutti sappiamo come andò a finire...», cioè con la caduta del primo governo Prodi. Il vicepresidente del Senato non si sbilancia in previsioni, ma si augura «che non si arrivi alla manifestazione del 20 ottobre: una sorta di redde rationem all' interno della coalizione promosso da un partito di governo contro lo stesso governo». Un' iniziativa che potrebbe rivelarsi molto rischiosa per la stabilità dell' esecutivo, «a maggior ragione se ci dovessero essere ministri in piazza». Un governo già debole, osserva Angius, che avrebbe invece bisogno di un sostegno per reggere all' aut aut di Giordano che dice: o si toglie di mezzo la Biagi o Rifondazione non voterà i provvedimenti per applicare l' accordo del 23 luglio. L' autunno si annuncia caldo, concordano tutti. Purtroppo, dice sconsolato il senatore, «il dissolvimento dei Ds e l' inconsistente profilo identitario del Partito democratico, che, guarda caso, su questa materia non dice nulla, hanno lasciato tutto questo spazio alla pretesa assurda di Rifondazione comunista di rappresentare in maniera esclusiva tutto il mondo del lavoro. Una pretesa che del resto loro stessi dichiarano e che va contro il governo e i sindacati». È chiaro che con questa piega che ha preso il dibattito a sinistra Angius non vuole avere nulla a che fare. Nessuna sorpresa, quindi, che non abbia condiviso le ultime scelte di Mussi: «Vedo una deriva verso la nascita della Cosa rossa e penso che sia un errore. Molti di noi non hanno aderito al Partito democratico per preservare in Italia una forza appartenente al socialismo europeo». E non per finire nelle braccia di Rifondazione. Angius guarda ora soprattutto in direzione dello Sdi mentre volgendo gli occhi al Partito democratico e alle primarie che dovrebbero incoronare Walter Veltroni vede solo una lotta di potere, «perché non si è mai visto nascere le correnti prima di un partito». Non ci sono più i Ds, il Partito democratico non c' è ancora e comunque, secondo l' ex capogruppo dei Ds al Senato, non sarà mai sufficientemente di sinistra. E la Sinistra democratica non ha ancora trovato la sua strada. Così al vecchio comunista Gavino Angius non resta che lanciare l' allarme sul fatto che a sinistra non c' è più nessuno che sappia fare da argine a Rifondazione.
Repubblica 17.8.07
La prima uscita del sindaco sarà un dibattito sui sentimenti in politica
Il ritorno di Veltroni "Parlerò dell'amore"
di Alessandra Longo
«Ma quello non è Veltroni? Sindaco, possiamo fare una foto insieme?». Il candidato leader del Partito democratico è sotto l´ombrellone, in prima fila, in uno stabilimento balneare di Sperlonga, meglio conosciuta come «La perla del Tirreno», già residenza di Tiberio l´imperatore, oggi amministrata dal centrodestra perché, alle ultime elezioni del 2006, lo slogan dell´Ulivo, «Diamo speranza agli sperlongani», non ha funzionato. Ecco Veltroni, reduce dall´atollo maldiviano di Lhaviyani, abbronzatissimo, in pantaloncini da mare blu, circondato da una folta delegazione di bagnanti che, sfidando la sabbia bollente, non lo molla e gli si para davanti alla sdraio: «Sindaco, le posso offrire un caffè?; Veltroni, coraggio, vada avanti così, c´è bisogno di lei; Scusi, mi fa un autografo qui?».
«Cose che fanno piacere», dice lui, affiancato dalla moglie Flavia e dalla figlia Vittoria, 17 anni, anche loro bronze doré dopo due settimane sull´isola-paradiso di Madhiriguraidhoo, tra delfini e pesci Napoleone.
Parlare di politica? C´è tempo, grazie. La vacanza, ancora per poco, continua, tra Sperlonga e Sabaudia, a un´ora dalla capitale, stesso fuso orario. Il Veltroni sindaco, arrivato qui senza scorta, con la sua macchina privata, è già operativo, ha ripreso i contatti (telefonici) con il Campidoglio, ma il Veltroni candidato segretario del Pd si concede un supplemento di vita privata prima di tornare sotto i riflettori. Per la delusione di Rosy Bindi, che da giorni lo invoca e lo aspetta al varco, la prima uscita pubblica sarà sabato prossimo, a Fondi, nel chiostro dell´ex convento di San Domenico. Dibattito a tre con monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, autore del libro «L´amore cristiano» e Andrea Riccardi, fondatore di quella Comunità di Sant´Egidio da sempre molto in sintonia con il sindaco. Tema della serata: «Ha ancora senso l´amore?». Nella nota di presentazione Veltroni viene definito «uomo di condivisioni sociali e di proficua dialettica, esponente di una cultura umanistica di formazione laica».
L´amore, dunque, («Illusione buonista o sfida per la politica?») e non il nodo delle alleanze o la polemica sulla corsa degli apparati Ds e Dl a posizionarsi nel nuovo soggetto politico. Veltroni si prepara. Sotto l´ombrellone, quando finisce il pellegrinaggio degli estimatori, ripassa il volume di Paglia. E ne ha altri due in lettura: «Lo specchio del diavolo» di Giorgio Ruffolo, «una storia dell´economia dal paradiso terrestre all´inferno della finanza» e , per il sollievo dei laici e degli atei, «Non abusare di Dio», di Gian Enrico Rusconi. Va da sé, gli resta poco tempo per nuotare.
Repubblica 17.8.07
L’invenzione è la specialità degli umani
Un cervello più complesso che ci distingue dagli animali
Dall’uso del fuoco alle nuove tecnologie
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza
La rivoluzione industriale genera una nuova ondata di mezzi di trasporto e di comunicazione
La creazione di un linguaggio perfezionato ha permesso la relazione tra gli individui
È la capacità di accendere un falò che consente all´uomo di affrontare ambienti diversi
I primi strumenti sono rozzi ma efficaci: semplici ciottoli scheggiati, utili a procurarsi il cibo
Cosa significa "evoluzione"? Prima di tutto, aumento di varietà, progressiva differenziazione e trasformazione. Questo comporta spesso, ma non sempre, un aumento di complessità. Significa infine - e questo punto è fondamentale - miglioramento della capacità di interagire con l´ambiente.
La caratteristica principale della vita è la capacità di produrre copie di se stessi. Solo gli organismi che si riproducono continuano ad esistere nelle generazioni successive: gli altri sono destinati ad estinguersi. I batteri si dividono in due. Da una patata rotta in più pezzetti nascono altrettante patate. In questi casi i figli sono identici al genitore: se non fosse per le occasionali mutazioni, non ci sarebbe mai alcun cambiamento. Moltissime piante, e quasi tutti gli animali, si riproducono invece per via sessuale: per dare origine a un figlio sono necessari due genitori, che mescolano i propri patrimoni biologici. In questi casi i figli somigliano un po´ all´uno e un po´ all´altro dei genitori, ma sono diversi da entrambi e sono diversi tra di loro: ciascuno di noi ne avrà fatto esperienza, se ha più figli o più fratelli (che non siano gemelli identici).
È facile capire perché la riproduzione sessuale abbia avuto tanto successo, nel corso della storia della vita: una certa varietà aiuta ad affrontare le sfide che l´ambiente pone. Se l´ambiente fosse sempre lo stesso, non ci sarebbe bisogno di questa varietà: un batterio, una patata o un uomo, ben adattati all´ambiente in cui nascono, potrebbero in teoria riprodursi sempre uguali a se stessi; cambiare sarebbe inutile, anzi magari controproducente. Ma l´ambiente cambia di continuo, ed è così che diversi tipi hanno un successo maggiore o minore: alcuni crescono fino all´età adulta e si riproducono, altri hanno maggiore difficoltà a farlo. Di generazione in generazione, si affermano quindi gli organismi che riescono ad interagire con più efficacia con l´ambiente in cui vivono. Nel corso di questo processo, alcuni tipi prosperano, mentre altri scompaiono.
Si tratta però di un processo lentissimo, che va avanti di un passo solo ad ogni cambio di generazione. Le mutazioni sono rare, e non hanno di solito un impatto particolarmente drammatico. Se un certo tipo di becco, per esempio, permette di nutrirsi di un certo tipo di seme, particolarmente abbondante e nutriente, nel corso del tempo si affermeranno gli uccelli muniti di quel tipo di becco, ma occorreranno parecchie generazioni.
La caratteristica che ha reso gli esseri umani così speciali e distinti dalle altre specie viventi è la nostra inventività, intesa come la capacità di costruire strumenti che ci permettono di interagire con particolare efficacia con il nostro ambiente. Nei luoghi abitati dai più lontani antenati cui diamo il nome di uomini è stata trovata una grande quantità di pietre lavorate: all´inizio si tratta di ciottoli rozzamente scheggiati, ma utili a procurarsi fonti di cibo altrimenti inaccessibili, come il midollo contenuto nelle ossa di animali morti (magari uccisi da predatori, le cui zanne non sono però in grado di rompere le ossa), oppure fonti di nutrimento sotterranee, come tuberi e radici, o frutti protetti da una dura scorza. Questi primi strumenti sono rozzi, ma efficaci, ed è significativo che accompagnino le ossa dei più antichi esseri umani: si direbbe che la comparsa del genere umano sia concomitante alla comparsa delle prime manifestazioni culturali.
Gli uomini più antichi sono stati datati a quasi tre milioni di anni fa. Si pensa che i primissimi strumenti non fossero in realtà di pietra, ma di legno, che però non si conserva per un tempo così lungo. Nei milioni di anni successivi e attraverso il susseguirsi di più tipi umani, con caratteristiche fisiche che mutano notevolmente nel tempo, la produzione di strumenti si fa via via più perfezionata; compaiono utensili destinati alle più diverse mansioni: spezzare, tagliare, raschiare, lisciare, forare e così via, in corrispondenza di una capacità sempre più articolata di intervento sull´ambiente naturale.
Non sappiamo a quando risalga il controllo del fuoco: la testimonianza finora più antica è stata trovata in Kenya ed è datata a 1,6 milioni di anni fa. È un fuoco da campo che dev´essere rimasto acceso per più giorni consecutivi, attorniato da migliaia di frammenti di pietra lavorata e di ossa di animali. Sappiamo che a partire da poco meno di due milioni di anni fa l´uomo antico inizia a diffondersi dall´Africa orientale, dove è comparso: raggiungerà l´Europa meridionale, il Caucaso, l´Asia centrale, la Cina, l´Estremo Oriente, ed è facile immaginare che sia stata proprio la capacità di usare il fuoco a metterlo in grado di affrontare gli ambienti più diversi. La fiamma non solo fornisce calore, luce e protezione, ma permette di cuocere il cibo, uccidendo così la maggior parte dei parassiti e rendendolo molto più digeribile, oltre che più gustoso; è utile nella caccia; permette di intervenire sull´ambiente per liberarlo dalla vegetazione o per ripulire, ad esempio, una grotta. Al fuoco si lavorano il legno e la pietra, come la pelle e pressoché ogni altro materiale.
È anche probabile che la scomparsa del pelo corporeo (siamo gli unici primati nudi) sia stata favorita dall´impiego del fuoco, che è un pericolo per un animale coperto di pelliccia. Alla perdita del pelo, come alla diffusione al Vecchio Mondo, avrà contribuito poi un´altra invenzione: la capacità di fabbricarsi abiti, utili a sottrarsi al rigore delle stagioni, lontano dall´Equatore.
L´invenzione di strumenti che permettono un migliore adattamento all´ambiente accompagna così il genere umano fin dalle origini, dandogli per così dire quella "marcia in più", rispetto agli altri animali, che gli permette non solo di adattarsi più velocemente al mondo che ha intorno ma anche di adattarlo, in qualche misura, alle proprie esigenze. È un´evoluzione squisitamente culturale, che da un lato permette un´accelerazione fortissima rispetto ai tempi dell´evoluzione biologica (che è di necessità piuttosto lenta in una specie che si riproduce solo ogni venti o trent´anni), e dall´altro ha probabilmente consentito di accelerare la nostra stessa evoluzione biologica. Il succedersi dei diversi tipi umani è stato accompagnato da un rapido sviluppo del cervello. A cosa può essere stata dovuta questa rapidità? Può essere stata favorita proprio dal fatto che c´era modo di mettere a profitto un cervello più sviluppato: una volta liberate dalle necessità della deambulazione, le mani sono state messe in grado di "dialogare" col cervello e di dare origine ad invenzioni nuove, o di perfezionare quelle già esistenti. Un cervello più complesso, insomma, si sarebbe rivelato più utile alle specie umane che ad altre specie costrette ad impiegare tutti i propri arti negli spostamenti, e quindi di necessità meno capaci di utilizzare nuove tecnologie.
Lo sviluppo della struttura ossea e del cranio - e probabilmente anche quello del cervello - raggiunge il grado attuale intorno ai 150.000 anni fa, con la comparsa dell´uomo moderno, cioè della specie umana che abita il mondo oggi (Homo sapiens sapiens). Se le invenzioni dei primi due milioni e mezzo o più di anni possono essere ricondotte direttamente all´impiego delle mani, con l´uomo moderno sono gli strumenti di comunicazione ad assumere un´importanza via via maggiore. Probabilmente, la sua invenzione fondamentale è stata un linguaggio perfezionato, tale da permettere un´eccellente comunicazione fra individui. Si pensa oggi che sia stato questo a rendere possibile la diffusione del nuovo tipo umano all´intero pianeta, a partire - di nuovo - dall´Africa orientale. Tutte le 5000 o 6000 lingue parlate oggi al mondo hanno analoga complessità, ed ogni bambino che nasce può imparare una qualsiasi di queste lingue: imparerà, semplicemente, quella che gli viene insegnata. Questi fatti ci suggeriscono che tutte le lingue esistenti siano derivate da quella che parlava l´unica piccola popolazione che a partire da 50.000 anni fa o poco più si è lasciata alle spalle l´Africa e ha colonizzato il mondo, rimpiazzando gli altri tipi umani che già ne abitavano buona parte e che sono invece scomparsi.
Nel corso di questa espansione, compiuta in parte per via di mare, assistiamo ad una straordinaria accelerazione nello sviluppo di nuove tecnologie, forse proprio grazie alla migliore comunicazione ora possibile all´interno dei gruppi umani. Si afferma una grande varietà di utensili di pietra, sempre più versatili e specializzati. Accanto alla pietra si lavorano il legno, il corno, l´osso, la corteccia e altre fibre vegetali. Si inventano strumenti fondamentali come l´ago per cucire e armi ingegnose ed efficaci per la caccia, come il propulsore, le bola, l´arco e le frecce. Compaiono le prime forme d´arte: pitture rupestri e piccole statue. Nasce senz´altro la navigazione, benché le prime imbarcazioni non si siano conservate. Si cominciano a trovare resti di abitazioni nelle regioni fredde: capanne costruite con le ossa dei grandi animali dell´epoca e ricoperte di pelli. Gli strumenti musicali potevano essere già stati inventati, in un tempo poco più antico.
In centomila anni la popolazione umana aumenta di mille volte, da qualche migliaio a qualche milione di individui. Con l´aumento del numero di esseri umani aumenta il numero degli inventori. Poi, diecimila anni fa, ecco le invenzioni da cui nasce ciò che chiamiamo "civiltà": l´agricoltura e l´allevamento degli animali, che permettendo di produrre il proprio cibo, determineranno un nuovo aumento della popolazione umana, che salirà ancora di mille volte, da qualche milione a qualche miliardo di individui. Sorgono le città, e con esse si affermano forme di divisione del lavoro e le prime gerarchie.
Le invenzioni degli ultimi millenni estendono la portata dell´azione umana sull´ambiente: i sistemi di irrigazione, i metalli, l´aratro, le prime macchine, come i mulini ad acqua. Compaiono sistemi di comunicazione e strumenti di trasporto: la scrittura, la ruota, il carro, imbarcazioni perfezionate. Poi, con l´età moderna, la bussola, le armi da fuoco, la stampa, la produzione in serie. La rivoluzione industriale trasforma la faccia del pianeta e genera una nuova ondata di mezzi di trasporto e di comunicazione: il treno, la nave a motore, l´auto, l´aereo, e in parallelo la trasmissione elettrica dei segnali: il telegrafo e il telefono, la radio e la televisione, il computer e internet.
Il motore a scoppio e l´elettrificazione tendono a fare della società umana un unico spazio globale. L´accelerazione esponenziale di scoperte e invenzioni ci porta così alla domanda su cui si è aperto questo secolo: il controllo acquisito sull´ambiente ci porterà a distruggere le nostre basi di sopravvivenza? o saremo in grado di sopravvivere alle applicazioni delle nostre stesse tecnologie?
mercoledì 15 agosto 2007
Liberazione 15.8.07
Corsera, Bonanni, Bonino contro il Prc
Lavoro, dignità diritti... Esiste un'altra sinistra?
di Rina Gagliardi
Siamo arrivati al dunque: la precarietà
E' l'idea di società in perenne competizione
La "campagna di Ferragosto" del Corriere della Sera sta arrivando al suo culmine - ieri, il maggior quotidiano italiano stanziava il giuslavorista Ichino, il segretario della Cisl Bonanni, nonché la petulante ministra Bonino, tutti insieme contro Rifondazione Comunista e le misurate dichiarazioni di Franco Giordano. Tutti insieme a magnificare la legge 30 e i suoi mirabolanti effetti, nientemeno che sulla riduzione della precarietà. Tutti insieme, ancora, a spiegare che comunque, però, la precarietà è un bene e che è l'ora di smetterla con la "fissazione", tipica della sinistra, del "posto fisso". Basterebbe questa flagrante, flagrantissima contraddizione, a svelare le intenzioni reali della campagna e a renderne evidente la natura ideologica e politica. Giacchè delle due l'una: o la legislazione italiana degli ultimi dieci anni sul così chiamato "mercato del lavoro", quella che va dall'abolizione del collocamento al job and call , ha davvero ridotto la precarietà dell'occupazione giovanile ed esteso il lavoro a tempo indeterminato - e sfido chiunque a sostenere questa tesi, di qualunque cifra sia armato e di qualsiasi statistica si faccia imbonitore - oppure, all'opposto, ha contribuito ad ampliarla, a legalizzarla, a renderla, perfino, senso comune. Come si può agevolmente constatare solo guardandosi intorno, se si vive in questo Paese e non in un altro. Come sa chiunque abbia figli, nipoti, figli di amici e conoscenti, laureati o diplomati o reduci da una (pessima) scuola di formazione professionale, che si arrabattano generalmente a vivere tra un call center e una borsa di studio, tra uno stage in un giornale e un part time a termine in un supermercato rionale - e mille altri così detti "nuovi lavori" e piccole consulenze, che prolungano (così dicono i sociologi) l'adolescenza fino alle soglie dei quarant'anni.
Ora, si può sostenere che tutto questo sia un progresso - non che non ci sia. Né si può affermare che il protocollo del 23 luglio abbia segnato una tappa significativa in quel contrasto alla precarietà, che è un impegno solennemente sottoscritto dall'Unione, nel suo programma elettorale, e da tutti, almeno a parole, condiviso. Allora, qual è il problema? Che siamo arrivati, scusate la ridondanza, al cuore del problema: la condizione del lavoro nel capitalismo contemporaneo. I suoi diritti, la sua dignità. Il suo rapporto con la vita delle persone. Un problema gigantesco, sia dal punto di vista sociale e politico, che culturale.
In Europa, nel secolo breve, questa dialettica ha prodotto un "patto", un compromesso politico e sociale tra due "bisogni", tra due punti di vista altrimenti inconciliabili - ma questo ciclo si è esaurito, anche sotto le macerie dell'89. E oggi, nella fase della competizione globale, il capitalismo europeo (cioè i capitalismi d'Europa) si ritrova stretto tra i due "modelli" dominanti: quello nordamericano, che usufruisce della strapotenza politica e militare degli Usa, e quello asiatico, che applica livelli tali di sfruttamento della forzalavoro da diventare concorrenziale per chiunque. La sua risposta è l'offensiva politico-culturale che vedete dispiegata, quasi ogni giorno, dai suoi più o meno consapevoli apologeti: riduzione, fino allo smantellamento, dei contratti collettivi, delle tutele sociali, dei sistemi di garanzia e protezione. E precarizzazione massima, strutturale del lavoro. Non è una distorsione, è un'idea di società: la società della competizione permanente, che seleziona spietatamente i "migliori" e abbandona la grande massa a una vita mediocre, o peggio che mediocre, e assicura ai poveri un po' d'assistenza - siamo pur sempre in una zona ricca del pianeta. La società senza sicurezze e senza diritti collettivi, codificati, esigibili, garantiti. La società in cui il lavoro, come tale, come la persona, non ha più né valore né dignità - anche se resta la base imprescindibile della ricchezza della società.
Liberazione 15.8.07
Il caso Sanremo, l'orrore, la Giustizia e alcune proposte
La galera non aiuta la sicurezza
Ci vuole un nuovo codice penale
di Giuliano Pisapia
Il magistrato, che ha dimostrato alta sensibilità morale e giuridica, ha dichiarato di aver applicato la legge e non vi è motivo, sulla base di quanto emerso, per dubitarne. Suo compito era quello di decidere se richiedere, o meno, un'ordinanza di custodia cautelare valutando gli elementi esistenti (non quanto avvenuto successivamente). L'attuale legge sulla custodia cautelare, del resto - e va detto con forza - è la migliore possibile, in quanto concilia la doverosa tutela della collettività e dei singoli, con il dovere giuridico di evitare, per quanto possibile, l'arresto di innocenti. E', in breve, ciò che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia. Ecco perché, per un provvedimento restrittivo della libertà personale, sono necessari quei "gravi indizi di colpevolezza" (l'indizio è molto meno della prova necessaria per una sentenza di condanna) che, nel caso specifico, il Pm e gli investigatori che con lui collaboravano, hanno ritenuto insussistenti. Una norma, quella prevista dal codice, per nulla "indulgente" o "lassista": lo conferma il fatto che sono di gran lunga più numerosi i casi di arrestati risultati innocenti di quelli di colpevoli nei cui confronti non sia stata accolta una richiesta di custodia cautelare (e ciò malgrado il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza). La limitazione delle garanzie va a scapito, infatti, non dei colpevoli ma degli innocenti e ogni innocente condannato significa un colpevole rimasto in libertà e che continua a commettere reati. Troppo spesso si dimentica che, fino a qualche anno fa, la carcerazione preventiva - definita anche la "lebbra del processo penale" - poteva durare 12-14 anni anche in presenza di indizi labili ed era immenso il numero di imputati incarcerati ingiustamente.
I genitori di Maria Antonia, la donna uccisa a Genova, provati da un dolore senza fine, hanno il diritto di esprimere in ogni modo le loro critiche e le loro "accuse". Chi ha ruoli di responsabilità, invece, deve essere più lucido ed evitare di proporre modifiche che accentuerebbero i rischi sia di errori che di delitti tanto orrendi. Non è con l'emergenza o rimpiangendo un passato che si sperava definitivamente superato, che si migliora la giustizia e si garantisce la sicurezza dei cittadini.
E veniamo al secondo punto: abbiamo, in Italia, un codice penale di stampo autoritario che risale al 1930 e che quindi, in più punti, contrasta con i principi costituzionali. Basti pensare ai casi di responsabilità oggettiva, ai numerosi reati anacronistici e al fatto che le uniche pene previste siano il carcere e la multa, spesso non adeguate alla condotta illecita che si intende punire (un esempio: fino a sei mesi di carcere per "rappresentazione abusiva di spettacolo teatrale o cinematografico"). Sono invece completamente ignorati comportamenti delittuosi nuovi e diffusi, quale quello di cui era già vittima Maria Antonia: le molestie e le minacce persistenti (il cosiddetto stalking, dall'inglese "perseguitare", di cui sono quotidianamente vittime tante donne). Se quel comportamento fosse già stato reato, il magistrato avrebbe potuto prendere tutti i provvedimenti necessari per impedire quell'omicidio. Non con un carcere preventivo basato su sospetti labili che, se generalizzato, rischierebbe di colpire tanti innocenti, ma con una norma "preventiva", specifica e mirata.
Ecco perché è necessario e urgente un nuovo codice penale, accompagnato da una ampia depenalizzazione (che non equivale affatto a impunità ma significa immediata ed efficace sanzione amministrativa). Un nuovo codice per cancellare le tante fattispecie ormai polverose e, soprattutto, per introdurre un diverso sistema sanzionatorio che preveda, oltre alla pena detentiva e a quella pecuniaria, anche pene interdittive e prescittive (come i lavori socialmente utili e le attività riparatorie) in molti casi più efficaci, con una minore recidiva e un maggiore reinserimento sociale. La giustizia non può, e non deve, essere né vendetta nè ricerca di capri espiatori, ma accertamento delle responsabilità e commissione di sanzioni eque, proporzionate quindi all'effettiva colpevolezza.
Questa mattina, al bar, un gruppo di persone, commentando i fatti di questi giorni, invocavano a gran voce la pena di morte. Avrei voluto rispondere che chi è pronto a sacrificare le libertà fondamentali per briciole di temporanea (e apparente) sicurezza, finisce col perdere la libertà senza ottenere la sicurezza. Ho invece pensato che, proprio perché non si può e non si deve sottovalutare il comprensibile allarme suscitato da fatti così gravi, non ci si può limitare a contrastare chi cavalca strumentalmente il dolore e la paura, ma è indispensabile ricreare, anche a sinistra, una cultura realmente garantista e operare, quotidianamente, per una giustizia degna di questo nome.
il manifesto 15.8.07
Radicali e destra in piazza per difendere la legge Biagi
di Alessandro Braga
Roma. Nel giorno in cui Cesare Damiano prova ad abbassare un po' i toni dello scontro sul welfare, con timide aperture alla sinistra alternativa, ci pensano il centrodestra e i radicali a mantenere calda la situazione, annunciando la loro adesione alla contromanifestazione del 20 ottobre in difesa della legge Biagi.
«E' venuto il momento di contrapporre i fatti all'ideologia, di ragionare e non di inveire: il 20 ottobre organizzeremo una manifestazione anche noi, per non consentire che in quella giornata parlino solo i propagandisti dei luoghi comuni». Così due giorni fa l'economista Giuliano Cazzola aveva lanciato l'idea che il 20 ottobre, nel giorno in cui la sinistra alternativa scenderà in piazza per chiedere il rispetto del programma dell'Unione, tutti i sostenitori della legge 30 facessero lo stesso.
Un'idea che ha visto l'adesione convinta di buona parte del centrodestra e, nella maggioranza, dei radicali. «Mi sembra un'iniziativa meritoria», ha subito commentato Emma Bonino. E non poteva fare altrimenti, visto che il giorno prima aveva minacciato una «grave crisi politica» se in autunno il presidente del consiglio Romano Prodi avesse ceduto ai «ricatti» della sinistra e cambiato il protocollo sul welfare. Anche se lei non ci sarà, in quanto membro dell'esecutivo, il suo partito vi aderirà convinto e compatto: «Noi radicali della Rosa nel pugno ci saremo sicuramente e i socialisti molto probabilmente», ha assicurato Marco Pannella.
E il centrodestra si accoda quasi unanime all'invito, anche per cercare di dimostrare di essere ancora unito. E' Pierferdinando Casini il primo a far sapere che ci sarà, «per difendere una legge giusta che fece il governo Berlusconi». Di più, «una delle migliori». Poche parole, ma che bastano a far dire a Forza Italia che «la casa delle libertà torna unita in piazza». Che sarebbe anche vero, se si tenesse conto solo delle parole degli alleati leghisti, che hanno fatto sapere che il Carroccio sarà in piazza, perché «è un imperativo morale». Peccato per loro che Alleanza nazionale, ad eccezione di Gianni Alemanno, abbia dato forfait. «Il comportamento di Casini? Mi sembra un po' schizofrenico». Ignazio La Russa liquida così l'adesione dell'Udc alla manifestazione, visto che proprio pochi giorni prima l'ex presidente della camera aveva detto no all'iniziativa sulla sicurezza organizzata per il 13 ottobre dai nazional-alleati.
Un po' imbarazzati, tra la voglia di scendere in piazza e l'impossibilità di farlo, i riformisti dell'Unione. Tiziano Treu promette che la legge 30 sarà «difesa in parlamento. Sulla stessa lughezza d'onda l'Italia dei valori, che non manifesterà. Mentre non cambia di una virgola la sua posizione Lamberto Dini, che continua a minacciare l' uscita dalla maggioranza se si dovesse cambiare il protocollo sul welfare: «Sto semplicemente ribadendo la posizione del presidente del consiglio - dice Dini - che aveva dichiarato inemendabile il protocollo».
Ma proprio ieri il ministro del lavoro Cesare Damiano ha provato una debole apertura nei confronti del Prc: «Al di là di quello che si dice, noi la legge Biagi la stiamo cambiando. Procederemo all'abrogazione delle forme di contratto particolarmente precarizzanti in maniera graduale». Parole caute, ma valutate positivamente dal capogruppo al senato di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena: «Mi fa piacere che il ministro Damiano riconosca, sia pure con una formula un pò obliqua, la necessità di rimettere le mani nel protocollo sul welfare per chiarire gli equivoci sui contratti a termine». Anche se il ministro ha continuato a rimarcare la bontà del documento, e a considerare «in modo negativo l'eventuale presenza di ministri in piazza».
l’Unità 15.7.07
Vi spiego la protesta a sinistra
di Nicola Tranfaglia
Sostituire il governo Prodi con governi di larghe intese sarebbe un grave errore
Ma questo non può voler dire attuare solo la parte del programma che piace alle imprese
Escono in questi giorni sonnacchiosi di mezza estate e sembrano fatte apposta per dare il via nell’ormai prossimo settembre a una nuova disputa sul programma e sull’agenda del governo Prodi. L’intervista di Franco Giordano al «Corriere della Sera» fa seguito a quella uscita ieri del ministro del Lavoro Cesare Damiano. Sono state precedute da alcune, sconsiderate dichiarazioni dell’ex leader dei no-global Francesco Caruso.
Il quale ha definito «assassini» il senatore Tiziano Treu della Margherita e il professor Marco Biagi assassinato dalle Brigate Rosse. Una dichiarazione quest’ultima che non dovrebbe avere posto nel linguaggio e nelle idee di un parlamentare che ha libertà di critica ma non può scambiare le differenze ideali all’interno dell’una o dell’altra coalizione (qui si tratta, dovrebbe ricordare Caruso, della medesima, quella di maggioranza) come discriminanti tra il bene e il male, le vittime e i carnefici.
Nel caso specifico, Caruso dimentica anche che la cosiddetta legge Biagi non è stata espressione diretta del lavoro del giuslavorista modenese ma un adattamento politico di alcune idee discutibili ma non certo criminali compiuto dalla coalizione berlusconiana.
Tutti i partiti, occorrerebbe ricordarlo ai giornali che fingono di dimenticarlo, della sinistra hanno condannato quelle parole e il giudizio in esse contenuto a dimostrazione di una cultura e mentalità diverse da quella di Caruso. Ma per i quotidiani che si rifanno al forte desiderio di far cadere l’attuale governo di centro-sinistra prima ancora che termini la quindicesima legislatura, si tratta di un ottimo pretesto per preparare un autunno caldo almeno a livello mediatico, se non reale.
In realtà le cose stanno diversamente e basta leggere le risposte di Giordano alla cronista del quotidiano più diffuso del paese per rendersene conto.
Che i sindacati, in particolare la Cgil, non siano soddisfatti del protocollo sulle pensioni e il Welfare è un fatto difficile da negare. Lo stesso Epifani, segretario generale del maggior sindacato nazionale, ha parlato di una firma con riserva, di fronte a un governo che ha cambiato le carte in tavola all’ultimo momento e con la minaccia di far cadere il governo. Quanto al gabinetto Prodi, quattro ministri si sono dissociati dal testo siglato e hanno affermato che nei mesi successivi, attraverso il lavoro parlamentare, cercheranno di modificare l'accordo per ora raggiunto.
Da questo punto di vista non ci si può meravigliare che i leader legati al progetto di unificazione della sinistra decisa a non confluire nel partito democratico, pur continuando a far parte della coalizione di centro-sinistra e del governo, useranno gli strumenti parlamentari (mozioni, emendamenti, interpellanze e interrogazioni) per modificare parzialmente quella scelta e correggerla in alcuni punti essenziali.
La piattaforma, a differenza di quel che sostiene il ministro Damiano, sta nel programma Prodi e non in improvvise velleità pseudo-rivoluzionarie.
In quel programma si dà un giudizio assai negativo della cosiddetta legge Biagi e ci si impegna a sostenere l’urgenza e la necessità di modifiche di fondo. Si può dire che il protocollo di luglio vada chiaramente in quella direzione? A me pare assai difficile rispondere in maniera positiva.
Non si è distinto il piano della spesa pensionistica da quella previdenziale come pure molti hanno auspicato.
Non si è data, attraverso il nuovo meccanismo contributivo, così come è stato organizzato, la speranza ai lavoratori spogli della protezione del contratto a tempo indeterminato di costruire una pensione finale corrispondente al sessanta per cento dell'ultimo salario, essendo questa una mera possibilità assai difficile da conquistare attraverso i calcoli oggi possibili.
E a questi aspetti altri si aggiungono che disegnano un panorama che non è quello della legge Biagi ma non è neppure quello di una legislazione del lavoro che tuteli la maggior parte degli attuali precari, dei lavoratori a progetto, a tempo determinato, interinali e così via dicendo.
Di fronte a una scelta politico-economica di questo genere, c’è da stupirsi che le forze politiche che hanno al centro del loro programma la questione del lavoro e dello sviluppo economico per le masse popolari protestino e si preparino a lavorare in Parlamento per modificare i termini dell’accordo di luglio? In una situazione nella quale la popolarità del governo Prodi è bassa e si distanzia per più di dieci punti dalle aspettative di voto dell’opposizione di centro-destra, pur con l’improbabilità dei sondaggi a lungo termine?
Chi può aspettarsi che l’approvazione dell’accordo da parte della Confidustria e dell’opinione pubblica moderata rappresentata dai giornali degli imprenditori possano annullare il forte disagio economico e di vita di milioni di giovani, di pensionati, di persone che continuano a non arrivare alla fine del mese?
Non si tratta, per queste forze politiche, di sostituire il governo Prodi con governi di larghe intese o gabinetti istituzionali, magari aperti a pezzi della destra? Sarebbe un errore inaccettabile.
Ma questo non può significare attuare solo quella parte del programma elettorale che piace alle imprese e al mondo finanziario di questo Paese e metter da parte la parte che può migliorare la vita delle masse popolari, dare speranze ai giovani, render più difficile il conflitto di interessi, allargare le libertà e l’eguaglianza degli uomini e delle donne, introdurre un effettivo pluralismo nell’orizzonte radiotelevisivo come in quello giornalistico ed editoriale.
Altrimenti che senso avrebbe porsi di fronte al centro-destra come competitori capaci di contrastarne la vittoria nelle prossime elezioni?
La Stampa 15.8.07
La Chiesa nemica di se stessa
di Antonio Scurati
(l'articolo che segue risponde ad un'intervista a Messori pubblicata da La Stampa l'11.8 che riproduciamo di seguito ad esso)
L'estate dei preti pedofili. Pedofili e santi. Forse così sarà ricordata l'estate del 2007. Corriamo il rischio che, di qui a cent'anni, quando gli storici si volteranno indietro a studiare la stagione che stiamo vivendo, vi individueranno l'origine di una trasformazione sconvolgente in seno alla Chiesa cattolica, il momento in cui la perversione sessuale cominciò a essere rivendicata quale privilegio ecclesiastico, l'abuso sull'infanzia e ogni altra manifestazione di sessualità patologica cominciarono a essere ritenute il normale contraltare della vocazione religiosa e la Chiesa tutta cominciò a essere percepita da gran parte della popolazione come un luogo separato dalla società, sottratto alle leggi e alle norme che governano la normale convivenza civile, un luogo al tempo stesso superiore e inferiore ad essa.
La Chiesa come arca di vizi demoniaci e angeliche virtù, che prende il largo in un mare sacro, per una navigazione terribile ma forse salvifica, su rotte comunque remote rispetto alla terra sottoposta alla legge degli uomini, quegli uomini che affannosamente la calcano, giorno dopo giorno, portando il loro fardello di piccole speranze e piccoli peccati. L'estate 2007 verrà forse ricordata come l'inizio di una regressione verso un passato arcano, al tempo stesso splendido e oscuro, verso un medioevo di grandi peccatori e grandi cattedrali.
Probabilmente questa rimarrà soltanto una fantasia ferragostana, suggerita dalla canicola e dai pasti abbondanti, ma è suggerita anche dai fatti delle ultime settimane e, soprattutto, da alcuni autorevoli commenti che li hanno accompagnati. Sabato scorso, sulle colonne di questo giornale, Vittorio Messori, uno dei più colti e stimati intellettuali cattolici, coautore di ben due papi (ha scritto libri a quattro mani sia con Benedetto XVI sia con Giovanni Paolo II), in una sconcertante intervista, ha dichiarato di non trovare nulla di scandaloso in un uomo di Chiesa che ogni tanto «tocchi qualche ragazzo» se poi «ne salva a migliaia». Dopo aver ricordato che molti santi e beati della Chiesa erano psicopatici vittime di gravi turbe della sessualità, Messori si è spinto fino a dichiarare che la pedofilia - forse il più odioso tra tutti i crimini, stando al senso comune - sarebbe, secondo un certo «realismo della Chiesa», nient'altro che «un'ipocrita invenzione». Poiché la linea di demarcazione tra l'adulto e il bambino sarebbe sempre in qualche misura convenzionale, non ci sarebbe nessuna sostanziale differenza tra un rapporto omosessuale consensuale tra due adulti e gli abusi di un adulto su di un bambino.
L'aberrante argomentazione di Messori - che io sinceramente mi auguro di aver frainteso - mira a scagionare preventivamente un prete come don Gelmini dalle accuse di molestie sessuali. Non con il dichiararlo innocente, ma con il ritenerlo esente dalla legge penale e morale, anche se colpevole. La sua presunta «santità» lo collocherebbe in uno stato d'eccezione sottratto alla giurisdizione umana. Sebbene sconcertante, questa proposta da Messori è una concezione molto radicata nella tradizione cristiano-cattolica e, più in generale, nell'antropologia del sacro: il prete, in quanto ministro del culto di Dio, proprio perché più vicino degli altri uomini al principio divino, sarebbe più prossimo anche a quello diabolico. Il sacerdote, in quanto iniziato alle pratiche sacre, sarebbe una sorta di maneggiatore di potenti veleni, capaci di portentose guarigioni ma anche di micidiali tentazioni. In ogni caso, l'esperienza religiosa, in quanto strettamente legata all'ordine soprannaturale, si separerebbe da quello naturale (sacro, etimologicamente, significa «separato»). L'uomo di Chiesa, nella misura in cui prende a modello il santo, non sarebbe più un uomo in mezzo ad altri uomini, che si distingue da essi per una superiore moralità, ma un uomo che, aspirando alla santità, si ritiene al di sopra di ogni moralità. E, talora, perfino della legalità.
Si tratta, insomma, di una concezione che potremmo definire «cattolicesimo magico», prepotentemente tornata alla ribalta della storia negli ultimi anni, da quando l'onda della cosiddetta secolarizzazione e il disincanto del mondo, dopo aver sommerso la società occidentale, hanno cominciato il loro movimento di risacca. Lasciano sulla riva una recrudescenza di ferventi culti mariani, di attese miracolistiche, di antichi riti pagani, di devozioni totali a guaritori presto canonizzati in santi cristiani, di estasi collettive e accensioni mistiche. Fa parte di quest'onda di riflusso anche la delega in bianco della cura delle tossicodipendenze, una delle più gravi patologie sociali del nostro tempo, a istituzioni religiose da parte dello Stato laico. Nelle «stanze del silenzio» in cui giovani disperati aprono il loro cuore a curatori (nel senso letterale del prendersi cura) quali don Gelmini, la guarigione la si attende non dall'applicazione di un protocollo medico-scientifico ma dalla benedizione di un dono religioso. In quelle stanze, intanto, c'è comunque un uomo in totale potere di un altro uomo.
Si ritorna così a un clima da Santa Inquisizione, nel quale però i processi per stregoneria vengono celebrati sui media e a parti invertite: per una sorta di nemesi storica, oggi sono i preti a essere accusati di quei commerci carnali con il Maligno di cui nei secoli accusarono presunte streghe e stregoni. Anche il sospetto che gli indemoniati sottraggano gli infanti alle loro famiglie per sacrificarli sull'altare del Male riecheggia quegli antichi e deliranti capi d'accusa.
Ma, lungo questa china scivolosa, è la Chiesa, non un fantomatico e inesistente anticlericalismo, la peggior nemica di se stessa. Anche noi laici, forse soprattutto noi, ci auguriamo che la Chiesa rimanga fedele a se stessa, alla sua più alta ispirazione e custodisca - come vuole ad esempio un conservatore illuminato, monsignor Biffi - la castità dei suoi preti, quel grande dono che gli uomini di Dio fanno ad altri uomini, garantendo ai loro figli e alle loro figlie uno spazio preservato dalla furia travolgente della libido sessuale. Ci auguriamo che la Chiesa custodisca questo dono prezioso fin dove possibile e, quando anche la castità fosse un traguardo impossibile, salvi almeno la temperanza, antica virtù cristiana. Sarà allora una Chiesa con meno aspiranti santi e con più uomini probi. Una Chiesa ancora capace di scandalizzarsi perché memore dello «scandalo» su cui si fonda: Gesù Cristo, il Dio che si abbassa fino a incarnarsi nell'uomo, non l'uomo che pretende di innalzarsi fino a farsi Dio.
La Stampa 11.8.07
Messori: "Il problema? Troppi gay in seminario"
intervista di Giacomo Galeazzi
«La santità è assolutamente compatibile con una vita sessualmente disordinata»
«Su quali basi si santifica l’omosessualità e poi si demonizza la pedofilia?»
«I preti antidroga? I vescovi non li controllano e diventano superstar»
ROMA. Vittorio Messori, lei è coautore di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger: qual è, da ascoltato frequentatore dei Sacri Palazzi, la sua idea sugli scandali sessuali nella Chiesa dopo gli ultimi casi giudiziari di don Gelmini e dei sacerdoti ricattati a Torino?
«Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora? La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. E’ il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?»
La Chiesa non controlla più i sacerdoti?
«Nessuno osa più comandare, si pretende dalla Chiesa il dialogo invece della disciplina. Ci si scandalizza del sacerdote molestatore, poi però il vescovo diventa un odioso despota se nega l’ingresso in seminario ad un gay. Ci si indigna dei peccati dei sacerdoti ma se l’autorità ecclesiastica cerca di imporre le regole scoppia il finimondo e si grida alla repressione, all’autoritarismo, alla discriminazione. Casi come quelli esplosi in questi giorni, la Chiesa li ha sempre ricondotti sotto il proprio controllo. Ma oggi il “vietato vietare” le proibisce di esigere disciplina al suo interno. La Chiesa ha sempre saputo che seminari e monasteri attirano omosessuali. Prima era molto attenta a porre barriere all’ingresso e a sorvegliare la formazione. Chi dimostrava tendenze gay veniva messo fuori. Poi il no alla discriminazione ha permesso l’ingresso in forze degli omosessuali e ora la Chiesa paga quell’imprudenza».
I suoi sostenitori definiscono don Gelmini un «santo»
«Non entro nel caso giudiziario, però è indubbio che nella storia della Chiesa una sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con la santità. Sono legato al segreto richiesto dai Postulatori, ma potrei fare nomi celebri. Il fondatore di molte istituzioni caritative in Europa è stato proclamato Beato nonostante le turbe sessuali che per un istinto incoercibile lo spingevano a compiere atti osceni in luogo pubblico. Non mi scandalizzo, penso ai drammi umani che ci sono dietro. San Giovanni Calabria era un benefattore dell’umanità, ma è stato sottoposto a sette elettroshock: da psicopatico grave, da manicomio».
Perché scoppiano adesso questi scandali?
«In America è stata assolta la maggior parte delle diocesi che invece di patteggiare hanno tenuto duro e sono arrivate in giudizio. Però è innegabile che oggi nella Chiesa la castità fa problema. Sul piano umano è disumana. Si resta casti solo se si ha fede salda, fiducia nella vita eterna. Il deficit non organizzativo, ma di fede. E non si risolve abolendo il celibato ecclesiastico perché l’80% sono casi gay. Deviazioni sessuali di preti che mettono le mani addosso agli uomini e ai ragazzini. La caduta della fede e la rivoluzione sessuale accrescono il problema. Chi è causa del suo mal pianga se stesso: sono stati eliminati i controlli per ammettere in seminario pure gli effeminati il cui sogno era stare in mezzo agli uomini».
Le comunità antidroga sono terra di nessuno?
«La Chiesa deve tappare i buchi della società laica. I preti antidroga nessuno li controlla, sfuggono alla sorveglianza dei vescovi e dei superiori perché diventano superstar, con i rispettivi supporter politici. E così c’è lo schieramento dei buoni samaritani di destra e di quelli di sinistra, don Ciotti contro don Gelmini. I preti di Torino sono finiti nella rete dell’estorsione perché si è inventato il concetto ipocrita di pedofilia. Così un ricattatore senza arte né parte campa con la minaccia di far esplodere uno scandalo. Una volta ricattavano i notai con l’amante, oggi la categoria più esposta è il prete gay».
Un business, come dice Bertone?
«Sì. Negli Usa gli avvocati mettono cartelli per strada: “Vuoi diventare milionario? Manda tuo figlio un anno in seminario e poi passa da noi”. Le diocesi sono facilmente ricattabili, preferiscono pagare anche se innocenti. Temono un danno d’immagine. E l’inquinamento riguarda anche noi. Il politicamente corretto sta prendendo campo anche nel cattolicesimo italiano. E i risultati si vedono, purtroppo».
