sabato 25 agosto 2007

Ansa 25.8.07
Il cervello non riposa, sempre acceso

ROMA - Altro che relax: anche quando ci si riposa e si chiudono gli occhi per non pensare a niente, nel silenzio, il cervello non ne vuol sapere di riposarsi e continua a lavorare instancabile. Anche in mancanza di stimoli esterni, il cervello mantiene spontaneamente reti neurali simili a quelle osservate durante comportamenti attivi, come vedere, muoversi o ricordare.
Lo ha scoperto il gruppo dell'Istituto di Tecnologie Biomediche Avanzate (Itab) dell'università D'Annunzio di Chieti, coordinato dal fisico Gian Luca Romani, in collaborazione con il neurologo Maurizio Corbetta, della Washington University di St. Louis, nella ricerca pubblicata on line sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas). Lo studio è stato condotto nell'ambito del progetto di neuroscienze finanziato tramite il programma "Marie Curie" della Commissione Europea. "Per molti anni - osserva Corbetta - si è ritenuto che l'attività cerebrale fosse dominata dagli stimoli esterni, azioni e pensieri, e che in assenza di queste stimolazioni non ci fosse altro che un rumore di fondo, simile a quello che compare nella tv quando non ci sono più programmi".
Ma il nuovo studio dimostra che quello che veniva considerato rumore di fondo privo di significato non è affatto tale ed è invece un'attività altamente organizzata e funzionalmente importante. Per riconoscerla sono state decisive le immagini dell'attività cerebrale ottenute per mezzo della risonanza magnetica funzionale (fMri) confrontate con quelle ottenute contemporaneamente per mezzo dell'elettroencefalogramma (Eeg). La ricerca è stata condotta all'Itab di Chieti su 15 volontari sani mentre erano a riposo e con gli occhi chiusi.
Si è scoperto così che "a ogni rete identificata con la risonanza magnetica corrisponde una specifica 'firma' neurale, una sorta di codice che nasce dalla combinazione di ritmi cerebrali diversi", spiega il primo autore del lavoro, Dante Mantini dell'Itab. "Per la prima volta - prosegue Corbetta - abbiamo dimostrato che queste reti riflettono l'attività di gruppi di aree cerebrali che continuano a comunicare fra loro anche nello stato di riposo".
A che cosa serve tutto questo lavoro? "Una prima possibilità - spiega l'esperto - è che aree cerebrali diverse, connesse anatomicamente, continuano a oscillare insieme anche fisiologicamente. La seconda possibilità, non esclusiva, é che queste onde di oscillazione mantengono una memoria dell'attivazione pregressa di questi circuiti durante il comportamento, e che questa memoria serve a predire e anticipare eventi ed azioni future". Se tutto questo riguarda la conoscenza del modo in cui funziona il cervello sano, i ricercatori ritengono che in futuro le caratteristiche delle reti neurali potranno permettere di studiare le alterazioni provocate da lesioni focali dovute a ictus o tumori, oppure a malattie degenerative come l'Alzheimer. "Una lesione che colpisce una determinata area cerebrale - osserva Corbetta - ha effetti a distanza su altre aree del cervello, e interferisce con la loro normale attività. Questo concetto è critico per comprendere meglio gli effetti di una lesione, e per pianificare una riabilitazione efficace". In pratica, potrebbe diventare possibile misurare non solo gli effetti strutturali di una lesione, come oggi accade, ma anche l'impatto funzionale di questa sull'attività cerebrale.

l’Unità 25.8.07
Sacco e Vanzetti, 80 anni non invano
di Massimo Franchi

Il boia abbassò l'interruttore alle ore 0,19 per Nicola Sacco. Sette minuti dopo per Bartolomeo Vanzetti. Nella prigione di Charlestown (Massachusetts) la sedia elettrica funzionò perfettamente e i due italiani (Sacco era nato nel foggiano, Vanzetti nel cuneese) furono giustiziati il 23 agosto 1927.
Sono passati 80 anni e il ricordo di quella esecuzione di due innocenti colpevoli solo di essere anarchici è ancora viva. Sacco e Vanzetti sono diventati il simbolo della lotta alle ingiustizie, prima fra tutte la pena capitale.
I due emigrati italiani erano accusati di aver preso parte ad una rapina uccidendo un cassiere e una guardia del calzaturificio "Slater and Morrill" a South Baintree, sobborgo di Boston. Nonostante le prove evidenti della loro innocenza e la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che scagionava.
Bartolomeo Vanzetti era nato nel 1888 a Villafalletto, in provincia di Cuneo. Figlio di un agricoltore, a vent'anni entra in contatto con le idee socialiste e, dopo la morte della madre Giovanna, decise di partire per il "Nuovomondo", a caccia di una vita migliore come tanti italiani all'alba del Novecento.
Come Nicola Sacco, più vecchio di Vanzetti di tre anni, nato il 27 aprile 1891 a Torremaggiore (Foggia), che arrivato in America nel 1908 fece l'operaio alla Slatter.
I due si conosco nel maggio 1916 a Boston in una riunione di anarchici. Insieme ad altri militanti scappano in Messico per evitare di essere arruolati. Tornano nel Massachusetts a settembre e iniziano a scrivere per "Cronaca sovversiva", giornale anarchico. Da allora, Nick e Bart, come vengono soprannominati oltreoceano, diventano inseparabili.
La lotta agli anarchici da parte della polizia è fortissima. Molti amici di Sacco e Vanzetti vengono arrestati e i due pensano anche di tornare in Italia per fuggire alla persecuzione. Il 5 maggio 1920 vengono arrestati perché nei loro cappotti nascondevano volantini anarchici e alcune armi. Tre giorni dopo i due vengono accusati anche della rapina al calzaturificio, avvenuta poche settimane prima.
Dopo tre processi pieni di errori e incongruenze, Sacco e Vanzetti vengono condannati a morte nel 1921. A nulla valse neppure la mobilitazione della stampa, la creazione di comitati per la liberazione degli innocenti e gli appelli più volte lanciati dall'Italia.
Il verdetto fu fortemente condizionato dal clima da caccia alle streghe contro gli anarchici che in quel momenti caratterizzava gli Stati uniti e da un evidente sentimento razzista nei confronti degli immigrati italiani. Contro l'esecuzione di Sacco e Vanzetti si mobilitarono non solo gli italiani d'America, ma anche intellettuali in tutto il mondo, tra i quali Bertrand Russel, George Bernard Shaw e John Dos Passos.
«Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini». Così Bartolomeo Vanzetti si rivolse alla giuria che lo condannò alla pena di morte. La stessa frase sarà detta da Gian Maria Volontà in uno dei momenti più toccanti del film "Sacco e Vanzetti" di Giuliano Montalto del 1971. Una pellicola divenuta presto un cult grazie anche alla colonna sonora di Ennio Morricone, interpretata da Joan Baez, autrice dei testi. «Voi restate nella nostra memoria con la vostra agonia che diventa vittoria»: sono le parole di "Here's to you" che, insieme alla "Ballata per Sacco e Vanzetti", è entrata nel repertorio internazionale della canzone d'autore sollevando le coscienze negli Usa su un caso da molti dimenticato.
Il loro caso non solo smosse le coscienze degli uomini dell'epoca, ma come un fantasma continuò ad agitare l'America per decenni. Finché nel 1977, cinquant'anni dopo la loro morte, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis (riparando parzialmente all'errore del suo predecessore Fuller, che nonostante gli appelli non fermo il boia) riconobbe in un documento ufficiale gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.
La loro figura, anche alla luce del rinnovato impegno italiano nella campagna contro la pena capitale, torna alla ribalta. L'ottantesimo anniversario dell'esecuzione verrà ricordato il 23 agosto a Torremaggiore (Foggia), la città d'origine di Sacco nel cui cimitero sono custodite le ceneri dei due italiani, attraverso una serie di manifestazioni e la costituzione di un'associazione che porta il loro nome.
L'associazione sarà animata da Fernanda Sacco, nipote di Nicola Sacco, che da anni è impegnata nella valorizzazione del messaggio contro la pena di morte lanciato dal sacrificio dei due anarchici. Nonostante i 75 anni, Fernanda è arzilla e continua a girare le scuole per tramandare la storia di quel suo famigliare così particolare e impegnarsi nella battaglia contro la pena di morte.
Il Quirinale, in una lettera indirizzata all'associazione Sacco e Vanzetti e da essa resa nota, ha trasmesso «l'apprezzamento» del presidente della repubblica Giorgio Napolitano per l'iniziativa che, «nel tenere viva la memoria dei due emigranti italiani, intende contribuire al movimento per l'abolizione della pena di morte, tappa fondamentale per la difesa dei diritti umani, sulla quale si è di recente registrato l'unanime consenso dell'Unione europea».
A San Biagio della Cima, paese in provincia di Imperia, giovedì 23 alle 17 intitolerà la nuova piazza del Comune a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Al termine della cerimonia seguirà il dibattito: "Pena di morte, a quando la moratoria Internazionale?" al quale parteciperanno membri di associazioni e del mondo della cultura.

l’Unità 25.8.07
«Quand’ero molto giovane ho scoperto nella classe lavoratrice una straordinaria voglia di conoscenza e di libertà, ho trovato un bisogno straordinario di diventare persone libere. Questo spiega anche la grande fierezza che risorge continuamente nel mondo del lavoro in tutti i continenti, in tutti i Paesi. Da qui è nata la voglia di mettermi al servizio di questa causa».

Bruno Trentin, incontro con gli studenti,
30 marzo 1998

l'Unità 25.8.07
Inchiesta/4
Risalgono agli anni 70 le radici della crisi di oggi

di Gianfranco Pasquino

Come eravamo/4. Negli anni 2000, dominati dal Berlusconi rampante, forte è stata la tentazione conservatrice. Tanto che se è riuscito il referendum costituzionale, è difficile ora varare la legge elettorale. E alcune riforme prima demonizzate, il federalismo e il premierato, si riaffacciano nel programma di Veltroni

La riflessione sull'ultimo incompiuto decennio deve andare per spizzichi. La persistenza di alcune tematiche - le istituzioni, la legge elettorale, il bipolarismo, il sistema dei partiti - segnala, purtroppo, che poco si muove, forse male, anzi, in qualche caso, verso il peggio. È giusto cominciare da Berlusconi poiché il primo quinquennio è stato dominato dal suo governo. Il Cavaliere dell'antipolitica, certamente non un profondo conoscitore delle istituzioni che, comunque, a giudicare dalle sue esternazioni e dalle sue letture, non sono il forte neppure di Romano Prodi, dopo avere dichiarato «le majoritaire c'est moi!» e avere abborracciato una riforma costituzionale riguardante quasi la metà dei 138 articoli, ha acconsentito a ritornare ad una legge elettorale proporzionale, appena temperata da un mal congegnato e peggio assegnato premio di maggioranza. Forse non poteva fare altrimenti dovendo mettere insieme le richieste anche contrastanti dei suoi alleati di governo, ma, alla fine, ha ceduto anche all'Udc concedendogli una legge elettorale che avrebbe quasi dell'incredibile, se non fosse che il centro-sinistra sembra non essere in grado di cambiarla. Fra troppi centro-sinistri, adesso, si trova addirittura chi vaneggia di un «modello all'italiana», non troppo dissimile dalla legge vigente, e chi si esercita in maniera alquanto rétro nella critica al nuovo, meritorio e rivelatore referendum elettorale, che rappresenta quasi una cartina di tornasole per i conservatori istituzionali.
Molti degli antireferendari, una sorta di triste brigata all'insegna del «come eravamo» quindici anni fa, déjà vu, già anche sentiti e già fin troppo letti, sono stati incentivati a mettersi insieme da alcune dogmatiche motivazioni a fondamento del referendum costituzionale che ha debitamente cancellato nel giugno 2006 gli sbreghi della Casa delle Libertà. Ma hanno dimenticato che alcune di quelle riformette erano state variamente agitate da loro esponenti tanto che sono riuscite, nel frattempo, come per quel che riguarda il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro e per un federalismo senza basi culturali, politiche e sociali, a fare la loro inopinata ricomparsa nel decalogo istituzionale del candidato Veltroni. Si ha l'impressione di un ritorno alla strategia istituzionale di Craxi che, però, intendeva, almeno inizialmente, utilizzarla per sbloccare il sistema politico.
Cosicché ci si ritrova, alquanto invecchiati, ma non per questo meno vigili, schiacciati, da una parte, dalla Grande Riforma che non si fa, per timore sull'incertezza degli esiti particolaristici e per il rischio di doversi rinnovare davvero; dall'altra, dall'esclusivo rafforzamento dei poteri del Primo ministro come se lì si trovassero i problemi italiani di governo e di rappresentanza e come se potesse essere e, altrove, nelle democrazie europee, fosse qualcosa che producono le norme costituzionali e non invece la conseguenza di una effettiva ristrutturazione del sistema dei partiti e delle capacità e delle qualità, anche personali, dei capi di governo.
Riprodottasi nel 2006, sotto gli sguardi attoniti del resto dell'Europa, la competizione fra gli stessi protagonisti del 1996 - ovviamente dieci anni più anziani e, come conseguenza naturale, anche i più vecchi governanti e sfidanti rimasti nelle democrazie europee, ma proprio per questo molto rappresentativi della loro popolazione - l'Unione riuscì a vincere di pochissimo. Il margine minimo della vittoria non è affatto da attribuire alla pessima legge elettorale (alibi banale, infondato, non credibile per quanto troppo spesso pappagallescamente recitato), ma più correttamente al numero dei voti ottenuti che, rispetto a credibili previsioni, la sciagurata campagna elettorale degli Unionisti fece raggrinzire. Eppure, il trampolino di lancio delle primarie, prima volute, poi rientrate, infine tenute, ma quasi come regolamento interno di conti, con quei quattro milioni di elettori che, saggiamente, il 16 ottobre 2005 si attivarono per dare un bello spintone ai loro non proprio fiduciosissimi dirigenti, era stato davvero rassicurante, anzi, promettente. Vale a dire che prometteva che, se fossero state loro offerte altre opportunità, gli elettori dell'Unione si sarebbero dimostrati altrettanto pronti e disponibili a sfruttarle sostenendo la loro coalizione, i partiti, i candidati.
Invece, mentre Berlusconi tornava d'impeto a sfruttare le sue innegabili capacità di protagonista delle campagne elettorali, di rappresentante autentico dell'antipolitica, di genuino, gioioso e gaudente populista, i dirigenti dell'Unione preferirono affidare la scelta delle candidature parlamentari, non a consultazioni primarie che avrebbero prodotto informazione, creato coinvolgimento, incentivato una partecipazione influente, ma alle classiche procedure burocratiche e verticistiche, che sono quelle a loro più note, da loro frequentate da tempo immemorabile e, certamente, quelle preferite.
Le innegabili difficoltà del governo Prodi, la consapevolezza che il consenso dei due maggiori partiti dell'Unione sembra bloccato, la necessità di sperimentare qualcosa di nuovo ha prodotto l'accelerazione del percorso verso il Partito Democratico, certamente non dotato del fascino di un Ulivo allargato, anche perché non lo è. Qualcosa di meglio e, quasi certamente, di più si sarebbe potuto ottenere già dieci anni prima, se qualcuno, magari lo stesso Presidente del Consiglio, Romano Prodi con i suoi collaboratori, avesse insistito sull'attuazione di un'importante indicazione contenuta nel Programma dell'Ulivo: «convenzioni di collegio» nelle quali gli eletti sarebbero tornati a spiegare ai cittadini il fatto, il non fatto e il misfatto e a ascoltare le loro opinioni, le loro valutazioni, i loro suggerimenti, costruendo quell'azione politica continua e duratura che i partiti italiani non sanno più in nessun modo praticare.
Non è questo né il luogo né, ancor meno, il tempo nel quale addentrarci nell'esplorazione delle potenzialità e delle contraddizioni del Partito Democratico. Quello che si può dire con certezza e che si può criticare con amarezza, è che le lezioni del passato non sono state apprese e che i problemi reali che fecero la loro comparsa negli anni ‘70 nel sistema politico italiano rimangono tutti con noi - probabilmente anche perché quasi tutti i politici che contano, ad eccezione di Berlusconi e di Prodi, entrarono in politica, si addestrarono e si temprarono proprio negli anni ‘70. Il bipolarismo italiano è sgangherato, ma la soluzione non sta né in un multipolarismo che ricondurrebbe a governi imperniati sul centro, simili al pentapartito, ma non più restringibili a cinque soli partiti. Non sta neppure in un bipolarismo mite, le cui implicazioni mi sfuggono; ma in un bipolarismo flessibile perché competitivo (chi perde esce dal teatrino della politica), e competitivo proprio perché flessibile (le alleanze possono essere cambiate poiché cambiano i problemi).
Le istituzioni attendono di essere riformate, non in maniera opportunistica, vale a dire valutando con bilancini i vantaggi particolaristici, ma in maniera sistemica, vale a dire, facendo quelle riforme che consentano di portare il sistema politico italiano a pieno titolo fra le democrazie europee. Infine, il sistema partitico deve essere totalmente ristrutturato, non attraverso fusioni (e cooptazioni), più o meno burocratiche e verticistiche, come giustamente paventa Pierluigi Bersani, ma come conseguenza di un sistema elettorale che, opportunamente maggioritario, saprebbe premiare e punire, partiti e candidati, e non si limiterebbe a fotografare la frammentazione e a salvare i nanetti, come fanno quasi tutte le varianti della proporzionale.
In un paese dove l'antipolitica continua ad essere tanto radicata e diffusa da legittimare l'attesa di un uomo forte, non un dittatore, ma un decisore, che si vorrebbe svincolato dall'asfissiante mediazione partitica e capace di assumersi le sue responsabilità, dovrebbe essere un impegno ineludibile per i governanti di centro-sinistra quello di ricostruire la dignità della politica e di ricondurla pazientemente e tenacemente al suo compito di formulare regole e farle osservare, nel «pluralismo e nell'imparzialità dell'informazione» (dal messaggio di Ciampi al Parlamento che spiegava che cosa non era accettabile nella legge Gasparri). Per fortuna, dall'alto del Quirinale, un politico di professione come il Presidente Giorgio Napolitano dimostra che comportamenti migliori, politicamente efficaci e rispettosi della Costituzione corretti, sono possibili e non passano per imprecisati rinnovamenti generazionali, ma attraverso la coerenza e la competenza. Tuttavia, nessun arbitro, neppure il più abile e il più profondo conoscitore delle regole del gioco, può cambiare quelle regole e neppure può supplire all'inadeguatezza e all'opportunismo dei giocatori.
4 - Fine. Gli articoli precedenti sono stati pubblicati il 14, il 19 e 20 agosto


il manifesto 25.8.07
Cina. L'altra metà del cielo si suicida più dei maschi cinesi
Pechino rende note le stime (edulcorate) dei suicidi: 280 mila, 25 ogni 100 mila abitanti contro i 15 della media mondiale
M.Ca.

La Cina ha il primato dei suicidi. Ieri il China Daily, quotidiano semi-ufficiale, ha pubblicato le statistiche ufficiali. Secondo il ministero della sanità in un anno 280 mila cinesi si danno la morte. Una cifra enorme. E per forza, dirà il cinico di turno, i cinesi sono un miliardo e 300 milioni e dunque... E invece no, anche in rapporto alla popolazione la Cina mantiene il suo primato. 25 suicidi ogni 100 mila abitanti, contro una media mondiale di 15 ogni 100 mila abitanti. Inoltre, è fondato il sospetto che le stime ufficiali siano inferiori alla realtà. Il governo le edulcorerebbe per ragioni d'immagine. Oppure, più banalmente, non è in grado di contare i suicidi. In Cina manca un registro dei decessi simile a quello usato nei paesi occidentali, aferma un medico dell'ospedale Hui Long Guan di Pechino. Infatti, più che statistiche quelle sui suicidi sono stime, proiezioni su scala nazionale dei dati raccolti nelle grandi città e nelle zone rurali più avanzate. E qui ci sarebbe l'inganno perchè nelle zone rurali più arretrate i suicidi non vengono quasi mai dichiarati. Ed è proprio nelle campagne che si suicidano un numero impressionante di donne: 30 ogni 100 mila abitanti.
Sulle ragioni del picco femminile torneremo tra breve. Restiamo alle stime ufficiali. Secondo il ministero della sanità, il suicidio è una delle maggiori cause di morte tra le persone di età compresa tra i 15 e i 34 anni. I cinesi che si ammazzano costano al paese 3,5 miliardi di dollari all'anno. E' sempre il ministero a sostenerlo e, dalle sintesi d'agenzia, non si capisce come questo costo venga calcolato (è il danno delle braccia sottratte all'economia?). Altra cosa bizzarra: le stime pubblicate ieri ricalcano da vicino quelle fornite per l'anno 2003, quando Pechino dichiarava 287 mila suicidi, 156 mila dei quali commessi da donne. L'impressione è che le autorità cinesi riciclino sempre gli stessi dati, con l'avvertenza di limarli verso il basso l'anno successivo per dimostrare che la situazione non è peggiorata, anzi è leggermente migliorata. Vaghissima, infine, la stima dei tentati suicidi: dai 20 ai 50 milioni l'anno.
Fatta la tara alle stime governative, è incontrovertibile che le donne cinesi, pur essendo meno degli uomini, si ammazzano più di questi ultimi. Davvero in Cina non splende il sole nell'altra metà del cielo. Falcidiate prima o appena dopo la nascita - conseguenza della politica del figlio unico - le donne si danno la morte soprattutto nelle campagne. Usano quel che hanno a portata di mano, in genere i pesticidi. Ristrettezze economiche, fatica, monotonia, costrizione domestica, mancanza di libertà, depressione, assenza di aiuto psicologico. E' lungo l'elenco delle cause addotte per spiegare l'altissimo numero di donne che nelle campagne decidono di farla finita.
A queste si aggiunge un parodosso. La rarefazione delle femmine alla nascita fa sì che molti maschi non trovino moglie. Aritmetica vorrebbe che le giovani in età da marito fossero assediate da uno stuolo di corteggiatori anelanti. Invece nelle zone arretrate molte vengono vendute dai genitori al miglior offerente. I matrimoni combinati a pagamento spesso finiscono in suicidio. Della moglie, ovviamente.
pasticche e paurA

Repubblica 25.8.07
Il dramma ecstasy
di Umberto Galimberti

I pericoli fisici e psicologici della sostanza Molti i falsi miti che accompagnano questo stupefacente. Che sia 'pulito' e che sia 'nuovo' Il suo cerimoniale è fatto di una 'techno-scena' composta da un 'techno-sound' Si acquista maggiore apertura verso gli altri e vengono meno le barriere difensive

Se l' eroina è una droga "sporca", che dire di quella droga cosiddetta "pulita", come molti giovani ritengono sia l' ecstasy, la più famosa delle cosiddette "nuove droghe", che poi tanto "nuova" non è? L' ecstasy, infatti, o MDMA come si chiama in chimica, venne brevettata nel 1913 dalla compagnia tedesca Merk come pillola dimagrante con delle comiche descrizioni dei suoi effetti collaterali, ma non fu commercializzata. Ritornò in auge nel 1953 quando l' esercito americano provò una serie di droghe per usi militari. Messa sul mercato nel 1977, la MDMA vi rimase come droga terapeutica fino al 1985, quando la Dea, l' agenzia federale antidroga americana, la rubricò nella tabella 1, la più restrittiva. Da allora l' ecstasy, in un primo tempo battezzata empaty per la sua capacità di favorire la comunicazione, fu lavorata in laboratori clandestini e distribuita attraverso la rete degli spacciatori. Ricavo queste informazioni dal libro di Nicholas Saunders, E come Ecstasy (Feltrinelli). Un contributo a quella lotta al buio in cui brancolano troppi genitori che ogni sabato sera si apprestano a passare la loro nottata d' ansia per quei loro figli, poco appariscenti e abbastanza integrati, che spendono il loro tempo libero in quei santuari dove un' altra trinità ha preso il posto di quella religiosa, e che, al pari di questa, ha il suo cerimoniale in quella "techno-scena" composta da techno-sound, techno-droga e techno-party. L' ecstasy è la techno-droga, la seconda componente di questa trinità. Sempre in questo libro leggo questo dialogo. Dice la ragazza: «Non puoi mettere l' amore in una pillola». E il ragazzo risponde: «Non sto dicendo questo. Non penso che l' ecstasy crei un' esperienza d' amore. Penso che faccia qualcosa di molto più umile e specifico. Elimina la paura. E tolta quella, l' amore viene da sé». Se guardiamo le cose da questo punto di vista è più istruttivo conoscere non solo i pericoli connessi all' uso di questa droga, ma anche i piaceri da essa indotti. Perché solo la conoscenza dei piaceri assicurati, o anche solo promessi, può gettar luce sulla qualità del disagio che porta al suo consumo. Gli effetti piacevoli dell' ecstasy possono sostanzialmente essere ridotti a due: il sollievo della tensione muscolare e, come riferiva il dialogo tra i due giovani, il dissolversi delle paure. Il primo effetto, quello fisico, consente ai giovani del sabato sera di ballare per trentasei ore senza avvertire la fatica. Questo non significa che il corpo non si stanchi e che la fatica non si paghi, semplicemente non se ne ha la sensazione. Tutto ciò non è una gran bella cosa, perché le soglie di dolore o di affaticamento sono lì ad avvertirci che non possiamo fare del nostro corpo ciò che vogliamo, e che i deliri di onnipotenza, anche se piacevoli, non cessano di essere deliri che, a effetto concluso, presentano il conto. Più interessante è l' effetto psicologico che si traduce nel dissolvimento delle paure, sia nei confronti dei nuclei profondi della propria personalità (al punto che alcuni psicoterapeuti americani tra il 1977 e il 1985, gli anni d' oro dell' ecstasy in America, ne avevano sperimentato l' uso per un più rapido rapporto con il proprio inconscio), sia nei confronti degli altri a cui ci si relaziona in modo più disinibito e affettuoso. Per quanto concerne il rapporto con gli altri, si ha una maggiore apertura e capacità di interazione, dovuta allo scioglimento delle barriere difensive e a una diminuzione della paura e dell' aggressività. Quest' ultimo tratto riduce nei maschi la possibilità di rapporti sessuali, ma questo rassicura le ragazze che possono celebrare il loro narcisismo senza il timore di essere aggredite, perché il clima che si crea è quello di un appassionato innamoramento o di una insolita sensibilità verso il partner, sempre meno specifico in termini di compagno di vita o incontro occasionale, di omosessuale o eterosessuale. Tra gli effetti spiacevoli vanno ricordati: sul versante fisico il surriscaldamento con la possibilità, peraltro non frequente, di morire per collasso da calore, per cui l' ecstasy è cinque volte più tossico in condizioni affollate che in isolamento; sul versante psicologico il possibile scatenamento di attacchi epilettici o di attacchi psicotici, più frequenti in personalità già predisposte. Dalla qualità dei piaceri attesi o comunque promessi sembra che i consumatori di ecstasy, e qui siamo al punto, siano alla ricerca di una riduzione delle barriere che nella nostra cultura rendono così difficile la comunicazione: artificiale in pubblico e noiosa e ripetitiva nel privato. Hanno scelto come strada la chimica, e come effetto la sua azione sul proprio cervello e quindi sul proprio corpo. Dell' anima non si fidano, con le sue possibilità non hanno consuetudine, troppi sono stati i tentativi che hanno avuto insuccesso. E allora quel che nella nostra cultura non si riesce più a far con l' anima, lo si fa con la chimica, pur di riuscire a raggiungere quello scopo che è la comunicazione e il contatto, al di là di tutte le barriere che ci costringono nel recinto stretto della nostra solitudine di massa. Si tratta di quella solitudine che i giovani, tra i 15 e i 25 anni, quando massima è la forza biologica, emotiva e intellettuale, soffrono più degli adulti, perché vivono parcheggiati in quella terra di nessuno dove la famiglia non svolge più alcuna funzione e la società alcun richiamo, dove il tempo è vuoto, l' identità non trova alcun riscontro, il senso di sé si smarrisce, l' autostima deperisce. E allora chiedono alla chimica di precisare la loro passione che non sa se avere legami con il cuore o con il sesso, per celebrare l' eccesso della vita nei riti del sabato sera, con sonno diurno per smaltire, oltre agli effetti di una notte che di "estasi" aveva solo il nome, le conseguenze distruttive di quell' energia giovanile che le nostre società efficienti ed avanzate non sanno come utilizzare. Vivono di notte i nostri giovani, perché di giorno nessuno li riconosce, nessuno ha bisogno di loro. E loro lo sanno e non vogliono sbattere ogni giorno la faccia contro il misconoscimento della loro esistenza. Per coloro invece che già sono inseriti nel mondo del lavoro, l' ecstasy rappresenta una liberazione dall' oppressione dei ruoli, delle funzioni, dell' estetica, della distanza e della freddezza, che negli usi e costumi degli occidentali si chiama "correttezza". Una parola elegante cresciuta nel giardino della non-comunicazione, dove il contatto è formalizzato, la parola stereotipata, lo sguardo impersonale, il tutto all' insegna della non-confidenza, che garantisce a ciascuno di noi di ritirarsi dai rapporti senza offendere nessuno. Una sorta di "liberazione in vita (jivanmuktiviveka)" come si legge nel commento ai Veda di Vidyaranya, capo del centro monastico sankariano di Srnegevi dove morì probabilmente nel 1386. Pur nella radicale differenza degli scenari c' è un punto in comune tra la via della liberazione indicata dalla meditazione orientale e quella freneticamente cercata dai consumatori di chimica occidentale: la "soppressione della mente" perché, scrive Vidyaranya: «La prosperità della mente è una rovina, la rovina della mente è grande prosperità. Fino a che la mente non è stata vinta esercitandosi a mantenere saldamente l' attenzione su una sola realtà, nel cuore si levano le predisposizioni, demoni di mezzanotte. La mente, infatti, è il mezzo della ruota dell' illusione, vincendo la quale, si raggiunge l' assenza di paura (abhaya), l' estinzione del dolore, la conoscenza di sé, come anche la pace imperitura». Dunque le stesse cose che i nostri giovani cercano con l' ecstasy, ma la via da essi percorsa rischia di sollevare quelli che per la meditazione orientale sono i "demoni di mezzanotte", proprio quelle predisposizioni che non danno, ma tolgono la pace. Per raggiungere la pace, scrive ancora Vidyaranya: «Vi sono due tipi di controllo: metodico e violento. Il controllo violento delle facoltà sensoriali e di azione avviene tramite il controllo delle loro sedi fisiche. è questa la via che non porta alla vera quiete, e perciò è seguita solo dagli sciocchi che si adoperano a vincere la mente con la violenza, che è come legare un grosso elefante impazzito con filamenti di loto». Non possiamo seguire le vie orientali perché siamo occidentali, e se è delirio di onnipotenza sconfinare con l' ecstasy oltre i limiti del proprio io, non lo è da meno sconfinare in Oriente con l' anima gravida d' Occidente. Ma se non possiamo seguire la via indicata dall' Oriente evitiamo almeno di seguire quella sconsigliata, quella dei "demoni di mezzanotte" e di credere che la chimica possa farci raggiungere a fine settimana, su nostro comando, qualcosa che assomigli a quello che in Oriente chiamano Brahman-Nirvana. Coloro infatti che si nutrono di ecstasy, anche se animati dal desiderio di sottrarsi agli aspetti invivibili della cultura dell' Occidente, a loro insaputa non fanno che confermare a livelli elementari quello che è il tratto tipico di questa cultura, ossia la volontà di potenza che nulla vuole se non che il mondo desiderato accada a nostro comando.
(3 - continua)

il Resto del Carlino 24.8.07
Festival della filosofia
Dopo i processi a Platone e Spinoza la rassegna porta in tribunale Foucault

Modena, 23 agosto 2007 - Il Festival filosofia 'processà 'l'intellettuale francese Michel Foucault (1926-1984), uno dei più originali interpreti novecenteschi del rapporto tra sapere e potere. Accadrà sabato 15 settembre alle 21.30 nell'atrio del Palazzo dei Musei di Modena.

Dopo i processi filosofici che nelle scorse edizioni del Festival hanno visto come imputati Platone, Schopenhauer e Spinoza, il Teatro Filosofico di Mondotre 'porta in tribunale' un filosofo idolatrato negli anni '70 dai movimenti di contestazione sociale e rispettato da molti intellettuali per l'originalità del suo pensiero, padre indiscusso di alcuni degli effetti che la sua critica alle istituzioni ha avuto nella sfera del sociale: la cosiddetta antipsichiatria e la lotta contro gli eccessi della detenzione carceraria. In una riflessione che incrocia psicanalisi, antropologia e filosofia, Foucault identifica il processo di formazione del sapere come uno dei grandi strumenti di controllo delle coscienze nella storia occidentale.

Gli interpreti del processo cercheranno dunque di stabilire se Foucault sia stato un vero maestro per la cultura contemporanea oppure un mito sostenuto da una struttura ideologica di fondo. Anche il pubblico verrà coinvolto nella valutazione.

La rappresentazione prevede i ruoli della voce narrante (Antonio Baroncini), del giudice (Ivo Germano), del pubblico ministero (Matteo Mugnani) e dell'imputato che difende se stesso (Vittorio Riguzzi, che cura anche la regia). Gli interpreti in scena dispongono del più ampio margine di improvvisazione in quanto, pur essendovi una traccia precisa della scansione delle parti, nessuno dei quattro attori conosce gli argomenti utilizzati dagli altri e il modo in cui ciascuno intenderà esporli.

venerdì 24 agosto 2007

La Stampa e Repubblica 24.8.07
Sacco e Vanzetti, ferita aperta
di Andrea Camilleri

Il secolo che ci siamo da solo sette anni lasciato alle spalle è stato brillantemente definito da un grande storico inglese «il secolo breve». Ma forse una definizione più esatta sarebbe «il secolo compresso», perché mai in cento anni sono accadute tante guerre mondiali, tante scoperte scientifiche e tecnologiche, tante rivoluzioni, tanti eventi che «hanno sconvolto il mondo», per rubare un titolo a John Reed, tanti fatti epocali che si sono sovrapposti l’uno all’altro quasi togliendoci il respiro. Il secolo trascorso si configura come una valigia troppo piccola per contenere tutto ciò che è accaduto, è troppo stipata da abiti usati, alcuni dei quali ne ostacolano la chiusura facendo sì che non si possa riporre definitivamente in soffitta.

Uno di questi ostacoli è indubbiamente il caso Sacco e Vanzetti. Sono morti, nel secolo passato, centinaia di milioni d’uomini e donne per guerre, epidemie, genocidi, persecuzioni e la loro memoria purtroppo rischia di perdersi anche troppo facilmente. Ma di alcune singole morti, come nel caso di Sacco e Vanzetti o dei fratelli Kennedy o di Rabin e di altri, la memoria è destinata a durare. Forse perché non conta né la posizione sociale né il modo della loro morte (tanto per fare qualche esempio, Sacco era un calzolaio, Vanzetti un pescivendolo, e morirono sulla sedia elettrica, John F. Kennedy era il presidente degli Stati Uniti e morì ucciso a Dallas), quanto piuttosto il «perché» delle loro uccisioni. Si tratta di «perché» che aprono interrogativi ai quali è assai difficile dare una risposta definitiva e valida per tutti coloro che la domanda si pongono.

Nel caso specifico di Sacco e Vanzetti, apparve subito chiaro a moltissimi, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, che col loro arresto, prima con l’accusa di detenzione di volantini sovversivi e di armi, quindi con quella di duplice omicidio nel corso di una rapina, i tre processi che subirono e la successiva condanna a morte si voleva dare un esempio al di là dell’assoluta mancanza di prove contro i due anarchici e anzi, malgrado la testimonianza a discarico di un partecipante alla rapina che dichiarò di non avere mai visto i due italiani. Si percepì subito che Sacco e Vanzetti erano vittime di un’ondata repressiva che investiva gli Stati Uniti guidati da Wilson e questo fece sì che sorgessero dovunque, in Italia, comitati e organizzazioni contro la condanna. Quando questa venne eseguita, nel 1927, il fascismo in Italia era al potere da quasi cinque anni e stava consolidando brutalmente la dittatura, perseguitando e incarcerando chiunque fosse avverso al regime, anarchici compresi, naturalmente.

Eppure quando i due vennero giustiziati, il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, non esitò a dare la notizia con un titolo su sei colonne e nei sottotitoli, messa in molta evidenza, la frase: «Erano innocenti». Dal 1945 a oggi, a ogni 23 agosto si può dire che non ci sia stato giornale italiano che non abbia dedicato articoli più o meno lunghi alla vicenda. Molto rilievo venne dato, nel 1977, alla notizia che Michael Dukakis, governatore del Massachusetts, aveva ufficialmente riconosciuto gli errori processuali e riabilitata la memoria dei due anarchici.

Ma la storia di Sacco e Vanzetti non è rimasta chiusa nelle pagine dei giornali. In Italia è diventata prima un dramma che conobbe un vasto successo sui palcoscenici e poi, nel 1971, un ottimo film diretto da Giuliano Montaldo, splendidamente interpretato, con la colonna sonora di Ennio Moricone e canzoni su testi di Joan Baez (e larga diffusione aveva avuto anche da noi la Ballads di Woody Guthrie). Recentemente la Rai (la tv di Stato) ha dedicato una lunga e ben fatta trasmissione ai due italiani giustiziati ma non ha mai mandato in onda, chissà perché, The Sacco-Vanzetti Story di Reginald Rose, diretto da Sidney Lumet, che pure ha acquistato da molti anni. Proprio in questi giorni un sito Internet aperto a tutti si è interessato alla vicenda dei due anarchici.

Sorprendente è stata la grande quantità di interlocutori che son voluti intervenire. Trascrivo alcuni pareri. Uno scrive: «Questi poveretti avevano come colpa quella di combattere il razzismo e la xenofobia». E un altro: «Cosa è cambiato? La pena di morte in America sussiste ancora anche per chi a volte è innocente, il razzismo e la xenofobia colpiscono sempre di più...». E un terzo: «Impossibile paragonare quel periodo a questo, ora ci sono errori giudiziari, gravi ma errori, allora si compivano omicidi veri e propri, solo a scopo politico. E anche se esiste ancora fortemente il razzismo, negli States si sono fatti enormi passi avanti».

E infine una conclusione: «Quella fu una brutta storia in un’epoca dura». Già, proprio una gran brutta storia. A sentire questi dialoghi, il dibattito è sempre vivo e aperto. Segno che la ferita ancora non si è rimarginata. E che la valigia non si riesce in nessun modo a chiuderla.

(Questo articolo di Andrea Camilleri è stato pubblicato ieri negli Stati Uniti sul «New York Times»)

l’Unità 24.8.07
«Una perdita indicibile, è stato tra i più alti protagonisti della lotta per la liberazione del lavoro»
La commozione di Ingrao: «È stato un rivoluzionario»
di Giuliano Capecelatro

«È una perdita indicibile». Raggiunto nella sua casa di Lenola dalla notizia della morte di Bruno Trentin, Pietro Ingrao non vorrebbe, sulle prime, dire di più. Li legava un’amicizia antica e profonda, che nessuna divergenza di vedute aveva mai potuto scalfire. Hanno attraversato insieme il secolo breve. Si sono trovati a militare sotto la stessa bandiera in periodi difficili, il dopoguerra, l’autunno caldo, la stagione del terrorismo, le modificazioni radicali del capitalismo, che avevano condotto il leader sindacale a parlare di crisi del taylorismo e tramonto del fordismo. La commozione è forte. Ma la figura dell’amico si impone un’ultima volta.
«Bruno Trentin... è stato tra i più alti protagonisti della lotta per la liberazione del lavoro, vissuta nel Novecento e alla soglia del nuovo secolo».
Sorge spontanea la domanda se si possa parlare, di conseguenza, di una lezione di Trentin? La risposta è affermativa. «Bruno ha evocato e sostenuto il significato rivoluzionario e sconvolgente dell’atto lavorativo nel nuovo secolo, ed è stato alla testa delle grandi battaglie che in Occidente hanno vissuto - nello scontro di classe - milioni di operai non solo in Italia. Mi auguro sia reso alto onore al suo slancio rivoluzionario e all’idea nuova del mondo che ha seminato in Italia e in Europa».
Negli ultimi tempi, spesso si erano trovati su posizioni distanti, contrapposte. E proprio Ingrao - era il 2003 - aveva criticato aspramente la scelta di Trentin, in accordo con altri esponenti del mondo sindacale e politico, di far fallire il referendum sull’articolo 18, che regolava la complessa materia dei licenziamenti. Il referendum in effetti, fallì per il mancato raggiungimento del quorum. Ma la discordanza non offusca il profilo del compagno di tante battaglie.
«Bruno l’ho conosciuto in tempi di lotte aspre e indimenticabili e da lui ho imparato a comprendere e a sostenere il ruolo centrale del lavoro nella vita umana. E non saprò mai come ringraziarlo di questo dono e di tutto ciò che ho imparato dalla sua umanità e dal suo pensiero in anni ed anni di passione comune».
Un leader, Trentin, di altissimo profilo. Della statura di un Di Vittorio, di un Lama. Logico quindi pensare a un suo lascito ideale, a un’eredità spirituale. Ingrao non ha dubbi: «Spero che sapremo tenere alto il suo ricordo e raccontare ai figli e ai nipoti le scoperte umane cruciali che abbiamo appreso dalla sua bocca e dalle sue battaglie. Onore per sempre a lui».

giovedì 23 agosto 2007

l’Unità 23.8.07
«Ipocrisia, male italiano». Firmato, Gramsci
di Nicola Tranfaglia

1937-2007 A settant’anni dalla sua morte restano dei caposaldi alcuni concetti contenuti nei «Quaderni del carcere». E aiutano a comprendere la storia intera del nostro Paese

Se si scorrono le pagine di quel gran libro di storia del mondo moderno che sono i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, ora che un periodo lungo settant’anni è trascorso dalla sua morte, emergono alcuni concetti che ci aiutano a comprendere elementi centrali della nostra storia. Se dovessi indicarli per rilevanza storica partirei, riferendomi al nostro Paese ma più in generale all’Europa e all’Occidente, dalla rivoluzione passiva, per passare subito dopo al trasformismo, ai processi di restaurazione e di rivoluzione, al ruolo degli intellettuali, ai processi organici e congiunturali, all’analisi del fordismo e dell’americanismo.
Il trasformismo degli uomini e dei gruppi sociali nel nostro Paese ha caratterizzato il volgere delle stagioni in tutti i periodi dell’ultimo secolo e mezzo. Gramsci aveva colto un punto essenziale nel Quaderno 19 (scritto tra il 1932 e il 1935 ma steso in parte negli anni precedenti, e in particolare nel 1930, appena arrivato nel carcere di Turi), quando scriveva, a questo proposito, che «tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratterizzata dal trasformismo, cioè dall’elaborazione di una sempre più larga classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il 1848 e la caduta delle utopie neoguelfe e federalistiche, con l’assorbimento graduale, ma continuo e ottenuto con metodi diversi nella loro efficacia, degli elementi attivi sorti dai gruppi alleati e anche da quelli avversari e che parevano irreconciliabilmente nemici».
Il nostro presente offre, da questo punto di vista, conferma dell’attualità di queste considerazioni, pur essendo mutati i riferimenti legati, nell’analisi gramsciana, ai comportamenti delle classi sociali nella lotta politica nazionale.
È difficile oggi parlare di una contrapposizione, ottocentesca o novecentesca, tra una borghesia ricca egemonizzata da ceti moderati e masse popolari e proletarie, anche perché l’analisi sociale (pur lacunosa) degli ultimi anni tende, comunque, a dividere la borghesia in strati diversi e separati che politicamente si schierano in un arco di forze politiche egemonizzate, in parte, dal populismo patrimoniale, in parte da una piattaforma conservatrice di tipo tradizionale. Dall’altra parte si collocano prima di tutto forze che hanno accantonato i tradizionali ancoraggi ideologici del comunismo e del socialismo novecenteschi e contrappongono al populismo ricette provvisorie e oscillanti che provengono dalla liberaldemocrazia più meno adeguata ai tempi e da un socialismo riformista nelle sue varie tendenze storiche.
Ma, pur in un orizzonte profondamente diverso, il fenomeno del trasformismo continua a caratterizzare in maniera centrale la vita politica italiana, anche grazie alla crisi assai grave delle istituzioni repubblicane. Ha una funzione essenzialmente difensiva e non propositiva, almeno per ora, la resistenza intransigente esercitata da quelle poche forze politiche e sociali che cercano di sfuggire alla capacità egemonica esercitata nel capitalismo mondializzato dalle borghesie collegate all’azione delle multinazionali, in questo periodo protese all’attacco degli Stati nazionali nell’Occidente in crisi.
2. Le riflessioni di Gramsci sulle contraddizioni insite nel modello fordista americano e nella sua espansione sembrano, per molti aspetti, lontane dalla situazione attuale in Occidente come nel nostro paese. Ma, indagando sulla crisi nazionale, emerge, a mio avviso, la tendenza propria della «rivoluzione passiva» che presiede ai cambiamenti che hanno luogo nel nostro Paese. Cambiamenti che, a livello politico, si qualificano ancora con il termine generico e vago di «transizione» dagli anni Novanta al ventunesimo secolo. E che, a livello economico-sociale, oscillano tra il sogno di un’americanizzazione contraddittoria e quello di una via mediana tra il rinnovamento del modello europeo e l’apertura alla globalizzazione incalzante. Sicché sembra di essere all’esaurimento ancora non avvenuto di una formazione sociale novecentesca e in larga parte fordista e all’apparizione, soltanto accennata, di modelli inediti.
Riemerge il termine del transitorio, con la difficoltà di individuare le forze in grado di operare attivamente la trasformazione, di accettarle e di portarle avanti. Scrive Gramsci nel Quaderno 13 (1932-34): «Si verifica una crisi che talvolta si prolunga per decine di anni. Questa durata eccezionale significa che nella struttura si sono rivelate (o sono venute a maturità) contraddizioni insanabili e che le forze politiche operanti positivamente alla conservazione e difesa della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro certi limiti e di superare. Questi sforzi incessanti e perseveranti (poiché nessuna forma sociale vorrà mai confessare di essere superata) formano il terreno dell’occasionale sul quale si organizzano le forze antagonistiche che tendono a dimostrare che esistono già le condizioni necessarie e sufficienti perché determinati compiti possano e quindi debbono esser risolti storicamente (debbano, perché ogni venir meno al dovere storico aumenta il disordine necessario e provoca più gravi catastrofi)». Sembra il ritratto somigliante di una società come quella italiana negli ultimi anni che abbiamo vissuto. Una trasformazione complessiva che contiene al suo interno il vecchio e il nuovo.
Peraltro molti altri esempi potrebbero desumersi dallo stesso ordine di mutamenti auspicati dalle classi dirigenti e frustrati da un carattere costante degli italiani che lo stesso Gramsci, in un articolo pubblicato nel marzo 1917, richiamava sull’edizione piemontese dell’Avanti!. «Una delle forme più appariscenti e vistose del carattere italiano- scriveva allora il giovane Gramsci- è l’ipocrisia. Ipocrisia in tutte le forme della vita: nella vita familiare, nella vita politica, negli affari. La sfiducia reciproca, il sottointeso sleale corrodono nel nostro paese tutte le forme di rapporto: i rapporti tra singolo e singolo, i rapporti tra singolo e collettività. L’ipocrisia del carattere italiano è in dipendenza assoluta con la mancanza di libertà. È una forma di resistenza. L’ipocrisia nei rapporti tra singolo e collettività è una conseguenza dei paterni governi polizieschi che hanno preceduto e seguito l’unificazione del regno d’Italia. L’ipocrisia nei rapporti tra singolo e singolo è una conseguenza dell’educazione gesuitica che si è impartita e si continua a impartirsi nelle scuole e nelle famiglie, e che scaturisce spontanea dall’esperienza della vita quotidiana». Se pensiamo ad alcuni problemi che affliggono oggi la vita pubblica, come quella privata - dalla corruzione pubblica ai metodi mafiosi, dal degrado dei rapporti sociali all’incertezza dello Stato di diritto, all’eccessiva disuguaglianza nei rapporti economici che ci pone al vertice dei Paesi occidentali- possiamo forse dire che i «caratteri degli italiani» di cui novant’anni fa parlava il giovane Gramsci si siano evoluti e modificati in maniera evidente? Personalmente ne dubito assai.

l’Unità 23.8.07
In un bel giardino con ser Boccaccio
di Roberto Carnero

Non c’è forse classico più «vacanziero» del Decameron di Giovanni Boccaccio (1313-1375). Perché l’«onesta e lieta brigata» delle sette ragazze e dei tre ragazzi che, a turno, racconteranno le cento novelle di cui è composta l’opera, hanno proprio deciso di prendersi una vacanza. Mentre a Firenze - siamo nel 1348 - infuria la piaga della peste, con la corruzione fisica, morale e civile che questo male terribile porta con sé a tutti i livelli, i nostri dieci giovani hanno avuto la bella idea di andarsene fuori porta, in una villa lontana dalla città: «Era il detto luogo sopra una piccola montagnetta, da ogni parte lontano alquanto alle nostre strade, di varii arbuscelli e piante tutte di verdi fronde ripiene piacevoli a riguardare; in sul colmo della quale era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e con camere, tutta ciascuna verso di sé bellissima e di liete dipinture ragguardevole e ornata, con pratelli da torno e con giardini maravigliosi e con pozzi d’acque freschissime e con volte di preziosi vini».
Non meno di un hotel a cinque stelle, questo «locus amoenus» che sarà la cornice del «novellare»! Un raccontare fatto, nelle intenzioni dell’autore, a parziale consolazione delle donne innamorate. «Consolazione» in latino si dice «solacium», la stessa parola da cui deriva «sollazzo», cioè «piacere». Perché, prima ancora che i vari e multiformi casi raccontati nelle novelle delle dieci giornate in cui è suddiviso il Decameron, fulcro dell’opera è proprio questo piacere del racconto, cioè il piacere vicendevole del raccontare e del farsi raccontare una storia. Tanto che alcuni anni fa uno studioso di Boccaccio, Mirko Bevilacqua, intitolò un suo aureo libretto sul Decameron Il giardino del piacere (Semar 1995): a significare proprio la primaria importanza, già in quest’opera scritta negli anni 1349-1351, di quello che in tempi a noi più vicini Roland Barthes avrebbe chiamato «il piacere del testo».
E leggere il Decameron è ancora più piacevole sfogliando la preziosa edizione nella collana «I Diamanti» di Salerno Editrice, in due volumi in cofanetto a cura di Valeria Mouchet e con introduzione di Lucia Battaglia Ricci. Due piccoli, deliziosi volumetti che stanno davvero in tasca. Ma se non vi accontentate di leggere per il piacere della narrazione e volete approfondire sul piano storico e culturale l’opera di Boccaccio, vi segnaliamo, appena pubblicato sempre da Salerno Editrice, un saggio firmato da uno dei più noti medievisti, Franco Cardini. Si intitola Le cento novelle contro la morte (pp. 160, euro 11,00). Scommettiamo che al ritorno dalle ferie la tesi dell’autore non mancherà di far discutere gli esperti. Se infatti il Decameron è stato letto tradizionalmente come opera celebrativa della nuova etica borghese e mercantile (contrariamente alla Commedia di Dante in cui si condannava «la gente nova e i subiti guadagni»), Cardini riafferma il forte radicamento di Boccaccio nella cultura medievale e ne fa il paladino di un recupero di valori cortesi quali l’amore disinteressato, l’amicizia sincera, la lealtà a costo della morte, la solidarietà, il disprezzo delle ricchezze materiali.

Repubblica 23.8.07
I cambiamenti biologici e quelli culturali
Come sono fatte le idee e come si trasmettono da un individuo a un altro
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza

Genitori e insegnanti trasmettono ai ragazzi le norme del vivere civile
Al pari dei geni, anche la cultura può mutare nel corso del tempo
La comunicazione è il meccanismo che permette di riprodurre le opinioni

In Inghilterra, si sa, la guida è a sinistra, anziché a destra come nel resto d´Europa. Si dice che questo costume si sia tramandato dai tempi in cui si viaggiava a piedi o a cavallo: non si poteva sapere chi si sarebbe incontrato per strada, e nel dubbio ci si teneva pronti a incrociare, in caso di bisogno, la spada. Si sa che gli inglesi amano conservare le antiche tradizioni, ed è probabile che le cose siano andate proprio così.
Per noi italiani, o europei "continentali", come gli inglesi amano definirci, guidare in Gran Bretagna o nei paesi dell´ex impero inglese, come l´India, richiede un piccolo aggiustamento delle nostre abitudini, o meglio di quel flusso di pensieri che ci permette di mantenerci in carreggiata evitando incidenti, quando siamo al volante. In fondo, come usa dire, "è lo stesso, soltanto che è al contrario". Ma a molti sarà capitato, in un momento di distrazione, di trovarsi improvvisamente, e paurosamente, a procedere contromano.
Quando insegniamo a un bambino a traversare la strada, gli spieghiamo che deve guardare prima a sinistra e poi a destra (in Italia; in Inghilterra naturalmente gli si dice il contrario). All´inizio, il bambino potrà restare perplesso: perché questa prescrizione astrusa? le macchine vengono da tutte le parti; è ovvio che per traversare la strada bisogna guardare dappertutto. Poi, piano piano, la logica di questa prescrizione si farà strada nel suo cervello, fino a trasformarsi in una sorta di automatismo psichico, che lo aiuterà a sopravvivere al traffico cittadino. Un automatismo che dovrà imparare a rovesciare se vorrà sopravvivere, una volta cresciuto, ad una visita in Inghilterra.
Che si tratti di imparare a guidare su un lato o su un altro, o a guardare prima da una parte e poi da un´altra della strada, o di una qualsiasi delle centomila cose in cui veniamo istruiti vivendo, ciò che accade quando impariamo è che un´idea, una nozione, un´informazione presente nella mente di chi insegna si trasferisce nella mente di chi apprende: crea, insomma, una copia di se stessa, che continuerà ad esistere nella mente di chi impara anche quando chi insegna non è più presente.
Di cosa sono fatte le nostre idee? non lo sappiamo, o meglio non lo sappiamo ancora bene, perché è chiaro che deve trattarsi di associazioni fra le cellule del sistema nervoso, i neuroni. Non si parla di un pugno di cellule: ciascuno di noi dispone di cento miliardi di neuroni, e ciascuno di questi è connesso in media con mille altri neuroni, per un totale di centomila miliardi di connessioni, un numero mille volte superiore a quello delle stelle nella nostra galassia. Non dovremmo correre il rischio di restare a corto di idee!
Gli esseri viventi si riproducono perché il DNA forma copie di se stesso, quando trova le condizioni adatte all´interno della cellula. In modo analogo, anche le idee riproducono se stesse, quando trovano condizioni adatte all´interno di un altro cervello: semplicemente, si trasferiscono da un cervello a un altro. Come il genitore può trasmettere al figlio il proprio patrimonio biologico, così un individuo può trasferire a un altro il suo patrimonio di conoscenze, convinzioni, consuetudini: in una parola, la sua cultura, se con questo termine intendiamo tutto ciò che una persona può imparare e trasmettere a un´altra, quindi in generale ogni comportamento, informazione, creazione, credenza o attività umana.
L´esistenza dei geni, che sono le unità minime del patrimonio biologico, è stata individuata quasi cent´anni prima che si scoprisse la loro natura chimica. Sappiamo da sempre che esistono le idee: possiamo sperare che in questo secolo la ricerca neurobiologica ci illumini sulla loro natura. Forse si scoprirà che non sono, almeno non solo, un fatto chimico, come i geni, ma un fatto fisico. Forse ci renderemo anche conto che la nostra cultura è immensamente più complessa della nostra biologia: in fondo, un genoma umano si compone di poco più di tre miliardi di nucleotidi.
Come i geni, anche le idee possono cambiare nel corso del tempo. Un´idea nuova può affiancare e poi sostituire un´idea precedente. Tutta la storia del pensiero umano è lì a dimostrarlo. Mentre le mutazioni biologiche, però, sono un fenomeno del tutto casuale, le idee nuove nascono di solito intenzionalmente, e in genere con l´obiettivo di risolvere un preciso problema pratico. Sono strumenti di sopravvivenza e di adattamento: non diversamente, in questo, dai geni.
C´è poi un´altra differenza fondamentale. I geni possono essere trasmessi solo da genitori a figli, cioè in verticale (salvo eccezioni, specie nei batteri), per cui una novità può presentarsi solo al cambio di generazione. Di conseguenza, l´evoluzione biologica è lentissima. Anche le idee, e quindi la cultura in generale, vengono trasmesse in verticale, da genitori a figli, e passando di generazione in generazione si conservano per lunghi periodi di tempo senza subire mutamenti di rilievo, tanto che troviamo in popoli di tutto il mondo usanze, costumi, rituali che proseguono inalterati per secoli e millenni, anche quando più nessuno ne ricorda il senso. Le idee e la cultura, però, possono trasmettersi anche in orizzontale, cioè all´interno di una stessa generazione, e questo moltiplica la loro velocità di diffusione. Oggi, con le informazioni che viaggiano in tempo reale sulle reti informatiche che avvolgono il pianeta, è facile rendersene conto: basti pensare alla rapidissima diffusione di un´invenzione degli ultimi anni, il telefono cellulare. Ma anche in passato era così: la stampa a caratteri mobili, inventata in Germania a metà del Quattrocento, con la fine del secolo era già presente in tutta Europa. Tremila anni fa, vediamo l´alfabeto fonetico raggiungere in pochi secoli tutte le sponde del Mediterraneo. Ventimila anni fa, l´arco e le frecce si propagano in pochi millenni. Sono tempi brevi rispetto a quelli del cambiamento biologico.
Se la trasmissione verticale di idee e costumi è molto conservatrice, la trasmissione orizzontale può portare cambiamenti anche rapidissimi, ma solo nei casi in cui si diffonde da un unico trasmittente a molti riceventi, e quando il centro di trasmissione gode di particolare autorità o prestigio. Così, le decisioni dei sovrani del passato raggiungevano tutti i sudditi, come le leggi promulgate oggi dall´autorità centrale valgono per ogni cittadino; i pronunciamenti dei capi religiosi influiscono su milioni di fedeli; una nuova moda o canzonetta può diffondersi con velocità fulminea a un´intera nazione o continente; una barzelletta spiritosa si propaga in onde concentriche, come una malattia infettiva in un´epidemia. Quando, all´opposto, si verifica una trasmissione concertata da molti verso uno solo, la trasmissione della cultura è estremamente conservatrice e rafforza tradizioni e norme acquisite: così i genitori e gli insegnanti trasmettono ai ragazzi le norme del vivere civile; la società impone all´immigrato le proprie leggi; l´esercito le proprie regole alla recluta; la mafia ai suoi associati. In generale, il gruppo umano prescrive in questo modo ai suoi membri i modelli di comportamento collettivamente riconosciuti e accettati.
Un padre e una madre possono trasmettere i loro geni a più figli, ma si tratterà sempre di uno stesso patrimonio biologico. Un figlio, per la sua parte, può ricevere solo una copia del genoma di due genitori. Anche nella trasmissione culturale i genitori sono i primi maestri, ma presto intervengono parecchi altri emittenti: insegnanti, coetanei (fratelli, amici, compagni di scuola), e tutti i mezzi di comunicazione oggi disponibili. A nostra volta, possiamo comunicare le nostre scoperte e intuizioni a un numero virtualmente elevatissimo di persone, anche a chi non parla la stessa lingua. La circolazione delle idee e la disponibilità di informazioni, conoscenze, tecnologie, divengono un fenomeno di portata gigantesca. Si crea una grande varietà di atteggiamenti. La cultura batte sul tempo la natura, e il cambiamento culturale rende possibile in poche generazioni modifiche che in natura richiederebbero un numero enorme di generazioni, o non sarebbero possibili.
È così che la cultura si è andata affermando, nel corso della storia, come lo strumento più potente a disposizione dell´umanità: ha permesso non solo un eccellente adattamento all´ambiente naturale, nelle mille forme praticate dalle diverse culture, ma ha consentito di modificare la natura stessa. È sufficiente uno sguardo dall´alto al nostro pianeta per rendersi conto della portata dell´intervento umano sulla superficie terrestre. L´allungamento della vita media e gli oltre sei miliardi di persone che vivono sulla Terra, sia pure nelle più miserabili condizioni, ne sono la più evidente testimonianza.
Se le idee sono il DNA della cultura, la comunicazione è il meccanismo che permette di riprodurle. Nella trasmissione della cultura ritroviamo, con alcune modifiche, gli stessi fattori di evoluzione che agiscono in biologia: la mutazione (idee e invenzioni nuove); la selezione, che qui naturalmente è selezione culturale (la comunità umana decide quali idee promuovere e quali rifiutare); il drift, per cui quelle manifestazioni culturali che non hanno un forte valore adattativo fluttuano in modo casuale di generazione in generazione nei diversi luoghi (così varia la pronuncia di una stessa lingua nelle varie regioni dove la si parla); la migrazione, che fa sì che credenze, lingue, tradizioni, stili di vita siano introdotte nei luoghi raggiunti dai migranti. Dell´evoluzione culturale si può dire, come dell´evoluzione biologica, che porta aumento di varietà, differenziazione e trasformazione, e in generale migliora la capacità di interagire con l´ambiente.
Anche se la cultura è spesso in grado di esercitare vere e proprie forme di controllo sulla natura, come quando una terapia medica salva una persona altrimenti condannata a morire, è però pur sempre la selezione naturale, alla fine, a decidere del futuro delle nostre innovazioni. Così, per esempio, benché le nostre tecnologie ci permettano di produrre una straordinaria quantità di cibo, e benché il numero degli esseri umani sia cresciuto di un milione di volte in centomila anni, rimane comunque vero che nessuna popolazione può crescere al di là delle dimensioni consentite dal suo ambiente di vita: quando questo accade, entrano in opera meccanismi retroattivi di controllo, che per l´umanità si chiamano carestie, epidemie, guerre, come ogni giorno abbiamo modo di osservare.
Per quanto approfondite e potenti, le conoscenze e le tecnologie sviluppate nel corso di tante generazioni non forniscono alcune garanzia che le scelte via via compiute dalla collettività umana siano le più opportune per il futuro della specie: questo è molto evidente oggi, nel progressivo degrado dell´ambiente naturale da cui dipende la qualità delle nostre vite e la nostra stessa esistenza.
Pure, la competenza collettiva che si è andata accumulando nel tempo fornisce tutti gli strumenti necessari per fare fronte alle sfide dell´oggi, se li si vorranno usare con saggezza, e l´era elettronica rende ormai possibile la trasmissione da molti verso molti, una novità assoluta nella storia umana. È una comunicazione fondamentalmente bidirezionale, dove ciascuno può essere al tempo stesso emittente e ricevente. Forse la migliore speranza per il nostro futuro è che sia questa modalità originale di scambio e confronto a permettere alle intelligenze individuali di coalizzarsi e a mobilitare le risorse dei singoli, scavalcando gerarchie consolidate, generando modelli di sviluppo praticabili e indirizzando in modo consapevole l´evoluzione delle società umane.

(9 - continua)


Aprile on line 23.8.07
Per un nuovo socialismo e una sinistra finalmente unita
di Gianluca Scroccu

Dibattito Lo vogliamo davvero tutti questo processo di costruzione di una forza di sinistra unitaria che sia di governo ma che contemporaneamente non si rassegni al ruolo di notaio che certifica l'esistente?

In questi giorni ho riletto l'intervento di Massimo Luigi Salvadori all'assemblea di fondazione di Sinistra Democratica a Roma del 5 maggio scorso. Un intervento assai lucido e ricco di significativi spunti.

In particolare sono tornato sul punto in cui lo storico torinese invita a prendere atto che la caduta del comunismo ha ingenerato lo straripamento dell'offensiva neoliberista, comportatasi come una vera forza egemonica capace di dettare l'agenda politico-economica su scala globale e delegittimando così, agli occhi di vasti strati sociali, ogni prospettiva di critica e di mobilitazione politica e sociale per la costruzione di un nuovo e alternativo modello di società. Credo anch'io che questo sia un elemento fondamentale che sino a quando non sarà risolto impedirà un vero processo di rinnovamento della sinistra italiana che ha scelto di non diluirsi nel cocktail insapore del Partito Democratico. Perché il punto è questo: lo vogliamo davvero tutti questo processo di costruzione di una forza di sinistra unitaria che sia di governo ma che contemporaneamente non si rassegni al ruolo di notaio che certifica l'esistente (la soluzione che praticano i DS verso il PD, rappresentato al meglio dalla "politica liquida" che personalmente individuo pienamente nella filosofia di fondo del discorso di Veltroni del Lingotto, come ha ben individuato anche Francesco De Gregori nella sua importante e coraggiosa intervista al Corriere della Sera)?

Se dalla società emergono infatti domande importanti di cambiamento per un mondo che gira in senso "ostinato e contrario" rispetto ai diritti dei cittadini, ci appare parimenti chiaro come il frastagliato arcipelago della sinistra italiana non basti certo a rappresentare e a fare sintesi politica di queste istanze, e quando succede tutto questo accade con risultati assai minori rispetto alle potenzialità reali. È un problema di contenuti? Solo in parte, perchè in realtà sui problemi si delinea spesso una linea comune. È un problema di difesa di rendite di posizione e di nicchie di rappresentanza? Si, perché la cristallizzazione della politica in chiave personalistica ha fatto scuola anche nella sinistra italiana. È un problema di nomi? Si, anche se è doloroso scriverlo. Ma dobbiamo prendere atto che utilizzando il nome di comunista in Italia non si può andare oltre. Per tante ragioni, ma la prima di tutte è che quel nome è legato ad una stagione che non c'è più, a partire dalla dimensione internazionale in cui nacque e prosperò e che ne era l'essenza più significativa e ne garantiva l'esistenza. Io sono sicuro che anche i compagni del PdCI e di Rifondazione avvertono questo problema; in una bellissima intervista di qualche settimana fa a "Liberazione" lo diceva, seppur non in maniera così netta, anche Nichi Vendola. Chiediamoci tutti: sicuri che la lezione di Berlinguer venga cancellata se facciamo sparire la dizione "comunista" da simboli dei partiti? Proviamo ad immaginare la novità dirompente sullo scenario politico e mediatico se nascesse un grande partito della Sinistra Democratica Italiana: crediamo che Berlusconi, ma anche i cosiddetti riformisti del centro-sinistra, avranno vita facile quando dovranno dire che le proposte sul mercato del lavoro di un partito unitario che non si chiama "comunista" siano un residuo del passato? E i cittadini non sentiranno meno quel fastidio che talora oggi provano verso una sinistra che percepiscono (intendiamoci, spesso per colpa delle rappresentazioni caricaturali dei media) come radicale o passatista?
Naturalmente in questo discorso deve rientrare anche lo SDI di Boselli, anch'esso chiamato a fare passi in avanti significativi e coraggiosi specie in relazione al suo approccio sulla globalizzazione e il mercato del lavoro. Perché è connaturata al socialismo democratico (si rileggano Nenni, Brandt, Saragat, Pertini, Lina Merlin) la critica di un capitalismo che accresce le disuguaglianze e devasta in maniera predatoria l'ambiente e che in base a questo approccio sappia elaborare politiche di netto contrasto di tali tendenze e sia capace di invertire i processi storici in atto, uso proprio le parole testuali di Salvadori, «reagendo rivendicando il ruolo dei poteri pubblici democraticamente legittimati di fronte al crescente potere di una plutocrazia industriale e finanziaria che ha assunto direttamente nelle proprie mani le maggiori decisioni attinenti alla produzione e alla dislocazione delle risorse obbedendo alla logica dominante del proprio profitto e riducendo i governi a enti amministrativi oppure assumendone direttamente la direzione, come nel caso dell'amministrazione Bush».

C'è poco da fare, nella "turbopolitica" italiana, come l'ha chiamata efficacemente in un bel saggio Edoardo Novelli, i nomi contano: guardiamo a quanto è stata abile la destra chiamando legge Biagi quella che in realtà dovrebbe essere denominata più onestamente, come ha sottolineato Furio Colombo, "legge Maroni"; se si chiamasse come l'ex ministro del Welfare, probabilmente oggi l'Unione l'avrebbe già abolita. Ma non può farlo, perché il nome del povero Marco Biagi, assassinato dalla brutalità delle BR, rappresenta una barriera insormontabile che impedisce ogni discussione seria sulle riforme del mercato del lavoro (tipico esempio di un'egemonia costruita sulla base del tramite del messaggio mediatico).
Possibile che non si capisca come la società italiana chieda uno scatto deciso, un elemento di freschezza e di reale novità che faccia uscire dal chiacchiericcio delle dichiarazioni politiche del quotidiano? La sfida del PD sarà alla lunga perdente sul piano dei contenuti e del reale amalgama sulle cose dei suoi aderenti, specie di quelli in buona fede che verranno delusi da un progetto che non si rivelerà quello da loro prospettato; ma comunque rischia di essere preferita per inerzia da quegli elettori progressisti che restano diffidenti rispetto ad una sinistra che appare, anche per colpe non sue, prigioniera del vecchio. Ad esempio, sicuri che basterà una manifestazione come quella del 20 ottobre? Sono scettico, perché sul piano formale rischiamo di fare dei passi indietro e di prestarci al gioco dei teorizzatori delle "sinistre del passato". Meglio sarebbe, ad esempio, organizzare sul territorio delle assemblee di discussione aperte in cui i cittadini facciano sentire il loro disagio e propongano le loro istanze.

Ecco perché occorre impostare da subito, ad iniziare da Sinistra Democratica, una coraggiosa battaglia di rinnovamento della politica, contemporaneamente nelle forme e nei contenuti programmatici.
Per rovesciare la tendenza verso una cittadinanza sempre più frammentata e politicamente passiva, disillusi dai partiti elettorali dominati dalla "casta", e il progressivo impoverimento di ogni pensare collettivo che si rifugia nella retorica del consumo particolaristico. Solo con uno sforzo collettivo e di costruzione paziente, fatta di confronto libero e partecipato, si riuscirà a rovesciare il modello egemonico impostosi a livello mondiale con la presentazione degli attuali assetti capitalistici come immodificabili e che, come in occasione della vicenda recente dei "subprime" statunitensi e del crollo della Borsa, produce crisi che il modello neoliberista non riesce a risolvere anche se, grazie ai suoi mezzi di comunicazione, riesce ad impedire in parallelo ogni risoluzione alternativa. E quando qualcuno rompe il sistema, seppur con la forza di un socialismo democratico come quello di Zapatero, scatta la demonizzazione sui mezzi di comunicazione (gioco analogo è in corso contro Beppe Grillo per il successo del suo libro sul precariato scaricabile dal suo blog, prefato nientemeno che da Stiglitz). Perché è fondamentale porsi il tema del rapporto pubblico/privato all'interno dell'economia globalizzata che potrebbe garantire grandi benefici se la si declinasse, a differenza di quello che accade oggi, in chiave democratica e cioè riequilibrando il confronto tra le forze capitalistico-finanziarie e quelle del lavoro. Se ne è accorto anche l'ex presidente Ciampi, che in un'intervista apparsa giorni fa su "Repubblica" si è chiesto se non sia arrivato il momento di allontanarsi dall'economia finanziaria e privilegiare il ritorno a quella reale. Quella cioè che non può rinunciare, in un mondo caratterizzato contemporaneamente da una dimensione globale ed interdipendente e da un parallelo ridimensionamento delle prerogative degli Stati Nazionali, alle regole e alla ricerca di un giusto equilibrio tra il fattore economico e quello sociale, fra la crescita sul piano quantitativo e il contemporaneo sviluppo su quello qualitativo. È questa l'unica ricetta che può permettere alle varie tipologie di famiglie di conciliare lavoro e vita privata, immettendo nel discorso economico concetti cardine come diritti dei consumatori, azionariato diffuso e rifiuto delle speculazioni finanziarie che portano al controllo aziendale da parte di imprenditori irresponsabili. Ponendo al centro della proposta politica della sinistra del XXI° secolo temi come il conflitto di genere e la piena parità fra uomo e donna in politica, nel lavoro e in famiglia, così come la questione ecologica per la costruzione di un diverso modello di sviluppo ecocompatibile ad iniziare dal superamento dello spreco delle risorse energetiche non rigenerabili.

Una sinistra che non abbia paura del mercato e sappia tutelare e valorizzare il valore di quella che Luciano Gallino ha chiamato efficacemente "l'impresa responsabile"; l'impresa, cioè, che porta avanti le sue strategie di profitto secondo le regole democratiche e che non demonizza uno Stato che interviene per limitare il campo di una prepotente economia finanziaria, la quale si rapporta senza mediazioni, assicurandosi lauti profitti, con il singolo cittadino indifeso non garantendo peraltro né sviluppo né crescita concreta. Una sinistra socialista (perché aderente convinta al Pse e all'Internazionale Socialista ma con autonomia di pensiero) e democratica che in questo senso deve guardare con favore all'esistenza, non legata direttamente ad un tesseramento, di gruppi ed organizzazioni che si riconoscano in un comune orizzonte di progresso e modernità e in cui ci si possa impegnare in prima fila in battaglie importanti che mettano in primo piano una cittadinanza attiva che discute e partecipa nella trasparenza delle informazioni e nel rispetto dei tempi della vita privata e lavorativa di ciascuno.
Vogliamo provarci davvero a costruire questa sinistra italiana del XXI secolo?

mercoledì 22 agosto 2007

il manifesto 22.8.07
Ospedali psichiatrici giudiziari Dove la «pena» si chiama «misura di sicurezza», e non ha limite massimo
Un po' manicomi, un po' carceri
di Maria Grazia Giannichedda

Gli «ospedali psichiatrici giudiziari», che hanno sostituito i vecchi manicomi criminali, potrebbero in molti casi essere sostituiti dall'affidamento ai servizi di salute mentale e altre misure alternative. Ma i servizi mancano, e l'inerzia è forte. Così restano sovrappopolati Rinchiudere è più facile che curare Una buona metà degli internati negli Opg ha commesso reati minori, ma spesso la «misura di sicurezza» si prolunga molto più della carcerazione corrispondente. Essere dichiarati «non imputabili»

In fila alla biglietteria della stazione Termini, Antonietta Bernardini, quarantenne, diversi ricoveri in ospedale psichiatrico alle spalle, litiga con un'anziana signora e schiaffeggia un giovane che si era intromesso e che è un carabiniere in borghese. Antonietta è arrestata, fa pochi giorni di carcere e di ospedale psichiatrico e viene mandata al manicomio giudiziario di Pozzuoli in osservazione. Vi resterà 14 mesi in attesa di processo, spesso legata al letto. Era legata da quattro giorni quando il materasso prese fuoco, per un incidente o per un gesto estremo di protesta.
Antonietta Bernardini morì il 31 dicembre 1974 per le ustioni riportate; direttore e sorveglianti furono condannati in primo grado ma poi assolti, la sezione femminile di Pozzuoli fu chiusa, il ministro di grazia e giustizia dichiarò che il governo si sarebbe impegnato per una chiusura rapida dei manicomi giudiziari, che da allora presero la denominazione attuale di ospedali psichiatrici giudiziari (Opg). Le indagini scoperchiarono però anche un'altra realtà: quella di uomini della camorra per i quali il meccanismo che aveva distrutto Antonietta Bernardini si convertiva in privilegio, attraverso perizie psichiatriche che assicuravano soggiorni privilegiati in Opg. Domenico Ragozzino e Guglielmo Rosapepe, direttori degli Opg di Aversa e Napoli, condannati in primo grado ma poi assolti, si suicidarono.
Tre anni dopo questi fatti fu approvata la «legge 180», a torto accusata di aver dimenticato gli Opg, che sono un problema non di legislazione sanitaria ma di diritto penale e penitenziario.

Carcere e manicomio insieme
Il codice penale disciplina infatti le condizioni e le conseguenze della «non imputabilità», totale o parziale, «per vizio di mente». Gli Opg dipendono dal Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) ma l'internamento in questi istituti non è una pena ma una «misura di sicurezza», della quale è definito il tempo minimo (2, 5 e 10 anni in relazione al reato) ma non quello massimo. In sostanza: nell'Opg i caratteri del carcere si sommano a quelli del manicomio.
Questa cornice normativa è rimasta immutata, e anche strutture e risorse sono rimaste in gran parte le stesse di trent'anni fa. Ci sono stati però dei mutamenti molto rilevanti nella normativa che riguarda l'invio e la permanenza in Opg. La Corte Costituzionale infatti, attraverso una ventina di sentenze emesse in gran parte dopo la «legge 180», ha cancellato alcuni degli automatismi più aberranti delle vecchie norme o ne ha indotto la modifica.
Così, pur senza una ridefinizione organica della cornice normativa, si è messo in moto un processo di riforma che ha toccato i canali di ingresso agli Opg e i meccanismi di uscita. Questo, insieme alla 180 e alle norme sul passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale (articolo 5 della legge delega 30/11/1998 e decreto delegato 22/6/1999, n. 230), ha creato da tempo le condizioni per ridurre fortemente sia il numero degli internati che i nuovi ingressi.
Il punto è che le possibilità offerte dalle nuove norme in gran parte non vengono colte, né dai servizi di salute mentale né dai giudici e dai magistrati di sorveglianza. Così le ricadute del processo di riforma avvenuto in questi anni restano labili, insufficienti. Pochi casi e luoghi dimostrano come già oggi si possa fare a meno dell'Opg o ridurre fortemente l'uso e la durata di questa misura, ma per lo più prevale un inerziale ripetersi dei vecchi e non più obbligati automatismi.
Questo è il problema chiave su cui puntare l'attenzione: senza smettere di indignarsi per la contenzione degli internati, per il degrado delle strutture e la povertà dei mezzi, ma evitando di imputare interamente agli Opg le responsabilità della situazione attuale, che vanno ridistribuite sul più complesso sistema - magistratura, servizi di salute mentale, amministrazione penitenziaria - che continua ad alimentare l'Opg e le sue aberrazioni.
Un esempio. Oltre la metà degli internati hanno commesso reati minori (alterchi, minacce, danneggiamenti etc) e sono stati perciò «condannati» alle misure di durata più bassa, cioè due anni: si tratta del 49,5% delle persone riconosciute totalmente non imputabili, e del 12,4% di quelle riconosciute parzialmente imputabili. All'opposto, solo al 16,5% degli internati è stata inflitta la misura di durata più alta in quanto autori di reati gravi come l'omicidio. Dunque una metà degli internati ha commesso, in condizioni di sofferenza, reati minori che magari, senza il giudizio di non imputabilità, avrebbero prodotto una carcerazione più breve.
Prima di scandalizzarsi sull'iniquità di una tale situazione, bisogna sapere che l'internamento in Opg oggi non è più la sola conseguenza automatica per chi ha commesso un reato in condizioni di totale o parziale incapacità. La Corte Costituzionale ha infatti riconosciuto da tempo un dato importante: poiché la misura di sicurezza serve a controllare la pericolosità sociale, occorre accertare se questa pericolosità perdura dopo il reato commesso. Non è detto infatti che si mantenga immutato lo stato di alterazione mentale in cui una persona ha fatto, ad esempio, minacce gravi e tentato di metterle in atto, e non è detto che questa persona, anche se non è guarita, tenderà a ripetere quel comportamento e a essere, quindi, pericolosa. Com'è noto, il disturbo mentale si può curare ed è anche possibile modificare le condizioni di vita e il contesto in cui il fatto è avvenuto.
La Corte ha detto perciò al giudice che, quando proscioglie una persona per vizio totale o la condanna a pena diminuita per vizio parziale, deve applicare la misura di sicurezza non automaticamente ma solo se ravvisa la presenza di una pericolosità sociale (art.231 della L. 10/10/1986 successiva all' abrogazione art.204 del codice penale).
Inoltre, la misura di sicurezza deve essere eseguita solo se il magistrato di sorveglianza (come dice l'art. 679 del codice di procedure penale) accerta che la pericolosità sociale della persona perdura nel momento in cui la misura deve essere eseguita. C'è anche una sentenza costituzionale più recente (n.253 del 2003), che ha dichiarato illegittimo l'articolo 222 del codice penale «nella parte in cui non consente al giudice di adottare, in luogo del ricovero in Opg, una diversa misura di sicurezza prevista dalla legge, idonea ad assicurare adeguate cure dell'infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale». Questa sentenza chiarisce che la misura di sicurezza può essere la libertà vigilata accompagnata dalla prescrizione di un rapporto stabile e continuativo con il servizio psichiatrico territoriale.
Una domanda a questo punto: quanta parte di quel 49,5% di internati avrebbe potuto evitare l'invio automatico in Opg se i servizi di salute mentale, i giudici e i magistrati si fossero messi a lavorare insieme, caso per caso, utilizzando, come in alcune situazioni si fa, gli spazi normativi appena citati?
Un altro esempio. Una sentenza della Corte Costituzionale che risale all'epoca della vicenda Bernardini (la n.110 del 1975) ha stabilito la possibilità di revocare la misura di sicurezza prima del tempo minimo stabilito dalla legge. Questo si è fatto e si fa, ma in casi davvero rari.

«Dimenticati» là dentro
Guardiamo infatti la tabella sul numero di proroghe: si tratta di una cifra altissima che, come tutti i direttori di Opg testimoniano, è dovuta, più che al perdurare della malattia e della pericolosità, al fatto che i servizi di salute mentale non vogliono o non possono occuparsi di queste persone. L'Opg diventa perciò, agli occhi del magistrato di sorveglianza che si limita a registrare questo dato, la sola risposta disponibile, anche se non l'unica possibile e di certo non la più adeguata.
Un questione, a questo punto, sulla politica e sulla sua capacità di produrre e governare innovazioni istituzionali orientate al rispetto dei diritti. Abbiamo avuto una riforma, la «180», criticata in quanto non graduale, «violenta», nella scelta di chiudere il manicomio. Abbiamo sotto gli occhi il processo graduale che ha riformato gli Opg. Ma in un caso e nell'altro, abbiamo una politica che poco o nulla ha fatto per promuovere il riorientamento delle istituzioni sulle nuove norme e per scoraggiare la persistenza delle vecchie attitudini e di comportamenti ai margini della legalità. Avrà ben poco esito una riforma organica degli Opg se la politica non saprà riformarsi.

Gli Opg in Italia, in cifre
I dati più aggiornati sulle presenze nei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) sono forniti dall'Associazione Antigone, che li ha visitati lo scorso maggio.
Risultavano in tutto 1.266 internati distribuiti come segue: Aversa 316 (capienza regolamentare 164), Barcellona Pozzo di Gotto 215 (capienza regolamentare 216), Castiglione dello Stiviere 225 di cui 90 donne (capienza regolamentare 193), Montelupo Fiorentino 137 (capienza regolamentare 100), Napoli Sant'Eframo 105 (capienza regolamentare 150), Reggio nell'Emilia 268 (capienza regolamentare 120).
Gli internati provenienti da paesi extracomunitari erano 116, il 9,16% del totale. Questa percentuale è molto più bassa rispetto a quella degli extracomunitari detenuti, che sono il 35,31% della popolazione reclusa, ma indica situazioni di grandissima sofferenza anche per la carenza, in queste strutture, di mediatori culturali.
Le tabelle qui accanto si riferiscono invece alla situazione degli Opg nel 2004 e sono tratte dal rapporto del Gruppo di lavoro Interministeriale «Giustizia e Salute» diffuso nel novembre 2006. Il numero complessivo di internati nel 2004 era 1057.

Liberazione 22.8.07
La Chiesa spinge l'acceleratore della divisione tra credenti e non
Sull'aborto la Chiesa scomunica Amnesty
E' "grazie a Dio" che si nasce da uno stupro
di Rina Gagliardi

Dal Meeting di Rimini, il Segretario di Stato Vaticano, Bertone, condanna l'associazione per aver inserito tra i diritti umani l'aborto in caso di stupro
«Non si può aggiungere a omicidi altri omicidi». Le donne si accontentino della pietà.

Aveva cominciato Avvenire , qualche giorno fa, con un titolo di prima pagina inequivoco: "Amnesty deraglia" e un duro commento di Eugenia Roccella, portavoce del Family Day. Poi, la conferma ufficiale, ufficialissima, del cardinale Tarcisio Bertone, l'attuale segretario di Stato del Vaticano: parlando in margine al meeting di Rimini (l'evento più terrestre e meno spirituale che ci sia, tra sponsorizzazioni e spazio mediatico), l'alto prelato ha sparato a zero su Amnesty International per la sua recente scelta di inserire l'aborto, in caso di stupro, tra i diritti umani fondamentali. «Bisogna salvare la vita anche se e è frutto di violenza», ha detto Bertone. «Non si può aggiungere a omicidi altri omicidi, l'uccisione di altre persone. Anche se sono persone in fieri, sono persone, soggetti umani». Una condanna netta, senz'appelli, alla posizione di Amnesty. Una frattura che, ora, non potrà non ripercuotersi all'interno dell'associazione, nella quale militano molti cattolici. Un ulteriore avvertimento, forse, al mondo cattolico e alle sue eventuali tentazioni "disobbedienti".
Ma che cosa mai è successo per giustificare l'apertura di un conflitto così aspro? Tra l'11 e il 18 di agosto, si è tenuta in Messico la conferenza internazionale di Amnesty, quattrocento delegati in rappresentanza di almeno un milione di aderenti in tutto il mondo. Nel documento conclusivo, su spinta dell'associazione messicana, è stato inserito - per la prima volta - il diritto di abortire per le donne che siano state stuprate, come "diritto umano fondamentale". Non, quindi, una scelta generalizzata di libertà d'aborto, e nemmeno una svolta laica, ma la proposta di depenalizzare la pratica abortiva (che in molti Paesi è tout court reato) almeno nei casi in cui la donna, spesso la ragazzina o l'adolescente, è oggetto di violenza. «Il nostro obiettivo è dare una risposta alla dilagante violenza sessuale contro donne e ragazze, spesso anche bambine. Colmando la lacuna lasciata dagli Stati, completamente incapaci di prevenire tale violenza», ha spiegato al Corriere Liliana Velasquez. Ma è proprio contro questa posizione, estremamente meditata e di buon senso civile, che si sono scagliate le alte gerarchie vaticane. Sembra incredibile, ma per il cardinal Bertone il "diritto alla vita" è così assoluto e indifferente a se stesso, così profondamente punitivo nei confronti delle donne, che non fa differenza alcuna che esso nasca da un atto d'amore o da una violenza efferata - da una volontà o da uno stato di totale coercizione.
Uno scatto fondamentalista - di un fondamentalismo che ignora, consapevolmente, perfino ogni moto di pietà per le persone e la loro dignità. Ma un fondamentalismo che, forse, è anche la spia di una difficoltà crescente, per la Chiesa cattolica, di ricondurre attorno alla sua dottrina morale l'universo dei credenti.
In "Amnesty International", come è noto, la componente cattolica è forte e ben presente - come del resto lo è in tutto il movimento per la pace, il disarmo, il dialogo tra i popoli.
E ora? Ora per il mondo cattolico impegnato nel sociale - e nei diversi territori di frontiera - il pericolo è, da capo, quello di nuove, assurde divisioni ideologiche. Da questo punto di vista, l'attacco ad Amnesty International ha un significato che va al di là della vicenda concreta che l'ha generato: punta a riproporre la separazione "totale" tra cattolici e laici, tra credenti e non credenti, in termini ottocententeschi. E punta anche, per come può, a dividere i movimenti, il volontariato, la stessa società civile, su discriminanti iperideologiche, fideistiche, confessionali. Per dirla in breve: la Chiesa, ovvero le alte gerarchie ecclesiastiche, sono sempre più schierate a destra. Non è finita, nient'affatto, l'era del cardinal Ruini. Non si è esaurita la fase delle crociate ideologiche. Del resto, il cardinal Bertone - sempre al meeting di Rimini - ha offerto alla criminosa proposta di sciopero fiscale, lanciata dai leghisti, un mezzo sostegno, per quanto ambiguo e indiretto (le "leggi" che hanno da essere "giuste"). Segno che l'antica tentazione di disconoscimento dello Stato italiano, della sua sovranità, e perfino della sua autonomia, torna a riaffacciarsi al di là del Tevere.

Repubblica 22.8.07
Una ricerca del Max Planck Institute getta un nuovo ponte tra la neurologia e le teorie psicanalitiche
Il super-io esiste, così funziona l'autocontrollo

ROMA - Tra un Sigmund Freud che studiava la mente accanto a un lettino e i neurologi abituati a pensare il cervello come un organo fatto di neuroni, le distanze si riducono. A gettare un nuovo ponte fra biologia e psicanalisi è oggi la scoperta che nella corteccia cerebrale esiste un´area deputata all´autocontrollo. Anche quando il cervello ha stabilito di mettere in atto un determinato comportamento, la decisione deve superare il vaglio di questa piccola area della corteccia frontale, situata proprio al di sopra degli occhi. Anche se gli scopritori del "freno a mano" delle nostre azioni non arrivano a legare quest´area con la morale, l´attinenza con gli scritti di Freud è sorprendente: "Il Super-io impone all´Io inerme, che è in sua balìa, i più severi criteri morali" scriveva infatti il padre della psicoanalisi nei suoi appunti degli anni ‘30. Marcel Brass, il neurologo tedesco del Max Planck Institute for Brain Sciences, che è arrivato alla scoperta, pubblica oggi i suoi risultati sul Journal of Neuroscience. Ai volontari nel suo laboratorio ha chiesto in alcuni casi di premere un tasto del computer d´impeto. In altri casi di fermarsi all´ultimo momento. Nel frattempo l´apparecchio della risonanza magnetica funzionale registrava l´attività delle diverse aree del cervello.
Brass ha osservato che il meccanismo dell´autocontrollo entrava in funzione e si "accendeva" nelle immagini della risonanza magnetica ogni volta che i suoi volontari fermavano il dito all´ultimo istante. E l´imposizione dello stop era sempre successiva rispetto all´ordine di mettere in moto la mano per premere il tasto. «La capacità di riconsiderare una decisione e trattenerci dal compiere un´azione che abbiamo già deliberato e preparato è una caratteristica peculiare degli esseri umani» spiega Brass nel suo articolo.

(e.d.)


Repubblica 22.8.07
Archeologia. Emerge a Orvieto il Fanum Vltumae, una svolta per gli studi
Il grande santuario etrusco

Orvieto. Una nuova scoperta sta arricchendo le conoscenze sugli etruschi: da uno scavo in corso a Orvieto sta emergendo il Fanum Voltumnae, il santuario federale dove si riunivano i rappresentanti delle dodici città principali che formavano la lega etrusca. Un luogo di grande rilievo sia religioso che politico il cui ritrovamento porterebbe a una svolta importantissima nell´etruscologia. Il rinvenimento, in questi giorni, di due altari, uno dei quali monumentale e di fattura particolarmente raffinata, insieme a quello di frammenti ceramici che consentono di datare l´inizio della frequentazione della zona in epoca villanoviana, vale a dire nella fase iniziale della civiltà etrusca, sembrano avvalorare decisamente l´ipotesi.
I ritrovamenti si devono a Simonetta Stopponi (Università di Macerata) che sta conducendo approfondite indagini dal 2000. L´area è quella di Campo della Fiera, ai piedi della rupe di Orvieto. È grande tre ettari e ha restituito numerosi resti che documentano una continuità ininterrotta di uso sino alla peste nera del 1348. Lo scavo sta per concludersi e i risultati verranno annunciati pubblicamente i primi giorni della prossima settimana.
Nel Fanum Voltumnae i rappresentanti delle principali città etrusche si ritrovavano annualmente. Ma erano previste anche assemblee straordinarie la cui convocazione poteva essere richiesta, in casi di particolare gravità, da parte di popoli alleati quali i Falisci e i Capenati. Così almeno accadde - secondo la testimonianza di Tito Livio - nel 397 a.C. quando si trattò di prendere una decisione sulla sorte di Veio, assediata dai Romani.
Le assemblee avevano un carattere politico. E a Roma si guardava ad esse con preoccupazione. Il valore politico degli incontri era ribadito dall´elezione di una sorta di primus inter pares, definito in iscrizioni latine di età imperiale come praetor Etruriae. Gli incontri avevano comunque anche un aspetto religioso: non a caso il luogo era posto sotto la protezione del dio Voltumna, una divinità assimilata a Tinia, vale a dire il Giove latino. Non mancavano neppure le manifestazioni sportive e gli spettacoli: grande scandalo suscitò la decisione del re di Veio di ritirare per protesta gli atleti e gli attori veienti dai giochi nel 404 a.C.
Tito Livio è lo storico latino che informa più dettagliatamente sul Fanum Voltumnae, ma purtroppo non fornisce indicazioni sulla sua localizzazione. A partire dal Quattrocento sono state avanzate diverse proposte per la sua identificazione. Nel Novecento ha preso quota la localizzazione a Orvieto, l´etrusca Velzna. Fra gli indizi veniva indicata una disposizione dell´imperatore Costantino - tra il 333 e il 337 d.C.- che autorizzava gli Umbri a svolgere la propria festa religiosa a Spello e non più aput Volsinios, presso Volsinii, insieme agli Etruschi. Va tenuto presente che in epoca imperiale, dopo il duro intervento effettuato da Roma nel 264 a.C., la città di Volsinii era stata saccheggiata e rifondata sulle sponde del lago di Bolsena e non si trovava quindi più sulla rupe orvietana. Ma nel testo costantiniano si dice "presso" e non "in" Volsinii.
Questo e altri elementi hanno spinto a cercare il Fanum Voltumnae tra Orvieto e Bolsena. Negli anni Trenta del secolo scorso, un erudito appassionato di archeologia, Geralberto Buccolini, avanzò l´ipotesi che il santuario fosse ai piedi della rupe orvietana, nell´area di Campo della Fiera e del Giardino della Regina. Determinanti erano per lui alcuni ritrovamenti avvenuti in quella zona negli anni Settanta e Ottanta dell´Ottocento.
Sulla scorta di queste conoscenze sono stati avviati gli scavi diretti da Simonetta Stopponi e resi possibili dal sostegno finanziario della Banca Monte dei Paschi di Siena. L´indagine ha intanto evidenziato un dato storico: la scoperta di un´intensa frequentazione attestata da interventi urbanistici e architettonici in epoca repubblicana e imperiale romana.
Tra le strutture riportate alla luce va segnalato un ampio recinto al cui interno è stato scoperto un tempio che presenta almeno due fasi edilizie e un percorso pedonale realizzato a fianco del suo lato lungo meridionale, due pozzi (uno con una base modanata in trachite) e da ultimo - come si è già ricordato - due altari rispettati nella ristrutturazione dell´area avvenuta nel II sec. a.C. Uno, di fattura pregevole, è realizzato in trachite, l´altro in tufo. Il più monumentale sembra risalire alla metà del V sec. a.C. ed essere contemporaneo alla fase più antica del tempio col quale è probabilmente in connessione. In questa stessa zona erano stati rinvenuti già due bronzetti di offerenti, oltre a numerosi frammenti di ceramica attica di qualità notevole, e ora si è scoperto il basamento di un donario.
In un altro settore della stessa area di scavo, gli archeologi hanno riportato alla luce una fontana monumentale e la base di un ulteriore edificio di epoca etrusca dalle dimensioni ragguardevoli.
Nelle prime campagne di scavo erano state messe in luce due antiche strade basolate, una delle quali appare delimitata da un muro in opera reticolata lungo 70 metri ed è stata interpretata dagli scavatori come una via sacra; terme di modeste dimensioni di epoca romana e una chiesa di origine altomedievale impostata su strutture precedenti. Un´altra ampia via lastricata e alcuni ambienti che vi si affacciavano sono stati rinvenuti, a non molta distanza, in scavi condotti direttamente dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell´Umbria sotto la direzione di Paolo Bruschetti.
Molto resta da indagare e comprendere: occorre cercare i resti delle strutture legate agli spettacoli e ai giochi e scoprire ancora con ogni probabilità l´edificio (o il luogo consacrato) principale. Ma che l'area del Fanum Voltumnae sia stata individuata appare - dopo i rinvenimenti di questa estate - sempre più verosimile.