venerdì 17 agosto 2007

Liberazione 17.8.07
Sul tedesco "Die Zeit" e sul francese "Le Monde"
"Die Linke" la sinistra che parla all'Europa
di Stefano Bocconetti

Il sondaggio tedesco di un settimanale, l'articolo di un giornale francese. Anzi, del giornale francese per definizione: Le Monde. Raccontano di quel che sta accadendo nel paese della Merkel. Ma in realtà parlano al resto dell'Europa, forse parlano anche all'Italia. Almeno a chi vuol capire.
Vediamo di che si tratta. Fatti veri e propri non ce ne sono, beninteso. Quanto piuttosto "umori", tendenze. Che a differenza di quanto avviene in Italia, i settimanali tedeschi non smettono di indagare, neanche d'estate. Die Zeit ha così scoperto che dopo due anni di governo di grande coalizione, cresce in Germania la voglia di sinistra. I primi segnali li aveva avuti mettendo insieme centinaia di affermazioni di dirigenti politici, di documenti. Poi l'ha verificato con un sondaggio: e ha scoperto che tanti - elettori di tutti i partiti, anche quelli di destra - chiedono l'aumento dei salari, chiedono che l'età pensionabile sia abbassata, riportata a livelli più umani. Chiedono la fine delle privatizzazioni selvagge. Chiedono il ritorno dello Stato, innanzitutto per ciò che riguarda l'istruzione (è addirittura la richiesta del 71% di chi ha votato il partito della Merkel). Temi che ovunque, anche in Germania, sono quelli cari alla sinistra. Sono i suoi obiettivi, le sue parole d'ordine. Di più: il settimanale ha fatto rivolgere una domanda esplicita alle persone usate come test. E ha scoperto che quel sentimento diffuso, quella "voglia di sinistra", si trasferisce - meglio: potrebbe trasferirsi - nel comportamento elettorale. Ad una domanda ("si sente di sinistra?") ha risposto di sì addirittura il 34% degli intervistati. I sondaggisti poi spiegano che è il doppio di sei anni fa. Un "bacino" rilevante che in qualche modo già comincia ad orientarsi. Se è vero che le ultime rilevazioni accreditano Die Linke (la neonata formazione, nata dalla fusione fra la sinistra socialdemocratica di Lafontaine e la Pds di Gregor Gysi, che era radicata soprattutto all'Est) ad una percentuale che va dall'11 al 14 per cento. Alle elezioni, due anni fa, prese l'8 e mezzo.
L'argomento - forse per opposizione in un paese, la Francia, dove la sinistra s'è dispersa in mille rivoli, insignificanti o poco più - ha incuriosito la redazione di Le Monde . Che in qualche modo è voluta andare a vedere cosa accadeva al di là del confine orientale. E scoprire così che Die Linke è già molto di più di quanto si dica. E' molto di più, anche organizzativamente. Se in soli due mesi - "ufficialmente" il partito è nato il 17 giugno, in contemporanea con la nascita della Sinistra europea in Italia - ha già tremila iscritti in più. Tutti provenienti dalle fila dei socialdemocratici e dei verdi. Ma è molto di più soprattutto "politicamente". Sì, perché un rapido giro di pareri fra alcuni dirigenti sindacali - tutti, come è ovvio, di estrazione socialdemocratica - racconta che la sinistra unita è percepita come «qualcosa» che serve. Che è indispensabile. La battaglia della Linke per l'aumento dei salari minimi, contro la "riforma" dei sussidi (anche in Germania i tagli al welfare si spacciano per riforme). La sua battaglia contro la privatizzazione della Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche. Le sue controproposte. Un insieme di vertenze, di comportamenti, di analisi, di obiettivi che fanno apparire Die Linke come una sinistra radicale ma anche «seria, affidabile» (si usano le virgolette perché è la definzione di uno dei dirigenti del sindacato dei pubblici dipendenti della Renania, che, con un groppo alla gola, annuncia di lasciare i socialdemocratici dopo 35 anni di militanza). Una sinistra «indispensabile».
Fin qui i giornali, le loro analisi. Complete. Resta una domanda. Molto "provinciale", se vogliamo: ma tutto questo parla anche all'Italia? Probabilmente anche la semplice formulazione del quesito potrà far arrabbiare qualcuno. Là, a Berlino, c'è una Grosse Koalition, che fa seguito ad un governo socialdemocratico, drammaticamente spostato a destra. Soprattutto sul piano sociale. Lì in qualche modo è stato tutto se non più semplice, più lineare. Più chiaro. Ma le domande restano lo stesso. Piccole domande. Quelle che arrivano spontanee, pensando che lì, in Germania, l'unità della sinistra è stata costruita sulle cose da fare. Sulle cose da cambiare. Sul programma, come si usa dire dalle nostre parti. Su quello hanno costruito l'unità e su quello - tutto fa capire - potrebbero vincere. Non come da noi, dove tanti - tanti Angius di turno per capire - prima di imbarcarsi in progetti unitari chiedono di verificare se nel Dna di tutti ci siano sufficienti dosi di «cultura di governo». Lì, in Germania hanno scelto un'altra strada: sono partiti da obiettivi concreti. E da lì, si sono mossi per costruire una sinistra unita che oggi fa una proposta di governo. Per governare il paese (assieme ai socialdemocratici), e intanto governa la capitale. Ma forse sono davvero paragoni molto, troppo "provinciali". Forse davvero sono interrogativi banali. Che farebbero torto al rigore e alla serietà di quei due articoli. Domande estive, insomma. Nulla di più.

l’Unità 17.8.07
Angius: da Sd troppi errori, diciamo no al corteo anti-governo
Il numero due di Sinistra democratica ora guarda all’«area del socialismo»
di Wanda Marra

«Non rinuncio a far nascere una forza socialista e democratica, che si collochi nel campo del socialismo europeo». Gavino Angius, tra i leader di Sinistra democratica, mentre non lesina le critiche né alla possibile futura Cosa Rossa, né al Partito
democratico, rilancia la possibilità e la legittimità di una “terza via”. E annuncia «una sorpresa» per chi a sinistra non si riconosce in questi due percorsi paralleli.
Nel dibattito politico di questi giorni sono al primo posto le divergenze nell’Unione sul welfare. Lei cosa ne pensa?
«C’è un intreccio perverso nel dibattito in corso, tra le nuove politiche sociali ed economiche, con le diverse posizioni nel merito e le questioni politiche, con la ricerca di nuovi ruoli, penso a Rifondazione, e nuovi equilibri, e penso alle forze più moderate del centrosinistra. Insomma, una materia serissima, come il welfare viene usata per manovre politiche. Questo determina una degenerazione propagandistica e grottesca, foriera di nuove e crescenti difficoltà, per l’Unione, il centrosinistra e il governo. Per quel che riguarda in particolare le problematiche del mercato del lavoro, ci si sta misurando con una delle questioni più rilevanti del nostro tempo. Non è negativa l’ occupazione flessibile, ma lo è che le imprese utilizzino le norme per protrarre la precarietà delle persone fino ai 30-35-40 anni. Nuove politiche del lavoro sono necessarie. ma bisogna vedere come e perché. E trovo intollerabile che una simile questione venga utilizzata per esercitare forme di aut aut al governo e alle altre forze della coalizione, come fa Rifondazione».
Sono possibili effettivamente maggioranze di nuovo conio?
«Si risponde a una posizione sbagliata come quella di Rc, con un’altra posizione altrettanto sbagliata: le maggioranze di nuovo conio prefigurano l’uscita dalla coalizione del Prc, con l’entrata dell’Udc. Posizione che porterebbe inevitabilmente alla crisi di governo. Non vedo altra possibilità. Ma c’è da interrogarsi sul perché Rc stia acquisendo questo spazio».
Che risposta si dà?
«L’uso spregiudicato che sta facendo Rc dei temi della precarietà e delle pensioni mi ricorda le 35 ore del lavoro settimanale dell’ottobre del ‘98. Sappiamo tutti come andò a finire: è caduto il governo e di 35 ore non si è parlato più. Credo ci siano stati una serie di errori fondamentali a monte, visto l’inconsistente profilo identitario del cosiddetto Pd. Si sta realizzando il dissolvimento dei Ds: questo lascia un vuoto pazzesco a sinistra, con le irrisolte contraddizioni politiche dentro l’Unione e il governo. Sono i danni causati dalla dissennatezza di chi ha voluto il Pd in questo modo. Ho sempre sostenuto che non andava bene un Pd come questo, estraneo al pensiero socialdemocratico. Così si dà un potere enorme alla sinistra radicale».
Andiamo con ordine. Mentre il cammino della Cosa Rossa sembra sempre più in salita, le posizioni dentro Sinistra democratica sembrano divergere sempre più, con l’area che a lei fa capo, per esempio, che ha condannato senza appello la manifestazione del 20 ottobre lanciata da Liberazione e dal Manifesto e quella che fa capo a Mussi, che invece è molto più possibilista sulla partecipazione. Cosa sta succedendo?
«Inizio dalla manifestazione, che non so se si farà, e che dovrebbe avvenire nel pieno della Finanziaria e dell’aspro scontro tra governo e Cdl. Lo considero un enorme errore strategico. L’idea dei dirigenti di Rc è che questa manifestazione sia una sorta di atto fondativo di massa della Cosa rossa, in quanto dovrebbe rappresentare in forma pressoché esclusiva il mondo del lavoro: mi sembra una pretesa assurda, tanto più visto che è contro il sindacato e il governo. Penso che sia un errore che Sd non abbia preso una posizione netta contro questa manifestazione. Quanto all’effettiva nascita della Cosa Rossa credo si tratti di una strada senza ritorno e che qualcosa la si farà. Ma mi auguro e spero che Sd non compia quest’ulteriore errore. Non ho considerato positivamente che si sia sempre più appiattita su Rc, sino ad arrivare ad iniziative comuni».
Qual è l’alternativa?
«Credo che molti abbiano aderito a Sd nel nome dell’appartenenza al campo politico non della Cosa rossa, ma del socialismo europeo, al quale Rc o il Pdci sono totalmente estranei, anzi lo considerano un nemico da battere. Invito a una riflessione i compagni dei Ds, i dirigenti, i militanti, gli elettori. Quello che sta avvenendo non è stato attentamente valutato al momento del congresso. Non voglio solo banalmente dire di aver avuto ragione. Ma è importante una riflessione sulle vicende congressuali e i modi in cui viene a formarsi il Pd, con lo scontro di potere, un debole profilo identitario, la nascita prima delle correnti e poi del partito vero e proprio e il rischio che la sinistra sia una componente non dico minoritaria, ma in seria difficoltà».
Il 17 luglio del 2006 nel Consiglio nazionale dei Ds lei si astenne sulla relazione di Fassino, per come si stava realizzando il Pd...
«Ho letto sull’Unità Chiti e Bersani, che hanno denunciato il rischio di verticismo e di poca rappresentanza della sinistra nel Pd, con un certo interesse e anche un certo stupore. Entrambi, che stimo moltissimo, hanno utilizzato espressioni da me già usate nella scorsa campagna congressuale, che però giungono con un certo ritardo, “A babbo morto”, per usare un’espressione trita».
Ma per esempio tra le liste che sostengono Veltroni ce n’è anche una, A sinistra, fatta da persone che hanno condotto con lei la campagna congressuale...
«La sinistra dovrebbe essere rappresentata da tutta la componente Ds, non solo da una parte. Penso che il problema fondamentale sia l’assenza di una forza socialista, democratica, socialdemocratica, appartenente al campo del socialismo europeo. Non si tratta di una questione meramente identitaria, ma di scelte in campo di politiche sociali, economiche, del lavoro. È qualcosa di molto corposo e rilevante. Se la situazione è questa, non bisogna meravigliarsi che poi a sinistra spunti una Cosa rossa, che se nascesse in questo modo forse sarebbe un inatteso regalo al Pd. Ma può darsi che nasca qualcosa di diverso a sinistra».
E dunque lei come si colloca? A cosa pensa esattamente?
«Non rinuncio a far nascere una forza socialista e democratica. C’è una larga fetta di elettorato che non si riconosce né nel Pd, né nella Cosa Rossa, e in mezzo non c’è niente. Ci saranno delle proposte e delle sorprese»
Qualche anticipazione?
«Una sorpresa è una sorpresa.La vedremo alla fine del mese. Può essere che attorno all’ idea di far nascere una forza socialista e democratica ci siano molte più forze di quanto oggi si creda. Si tratta di offrire una sede, un’occasione, un’opportunità a chi è critico del Pd e della Cosa rossa. E di portare avanti maggior rigore, serietà, coerenza di pensiero e di azione politica».
Ma con chi pensa di fare questa forza? Con Boselli? Con De MIchelis? Recuperando pezzi dei Ds?
«Ci stiamo lavorando».

Corriere della Sera 17.8.07
Affondo su Giordano: usano la vicenda per catalizzare il consenso
Angius: il Prc e la legge Biagi? Un veto sbagliato e strumentale
L' ex ds avversario da sinistra del Pd: folle eliminare norme anti lavoro nero «Speriamo che la manifestazione del 20 ottobre alla fine non si faccia»
di Marro Enrico

ROMA - L' attacco scatenato da Rifondazione comunista e dalle altre forze della sinistra radicale alla legge Biagi è «sbagliato e strumentale» perché «figlio di una degenerazione propagandistica che ha del grottesco, in quanto prodotta da un partito che sta al governo, ma che evidentemente è alla ricerca di nuovi equilibri politici a sinistra». A bocciare così Franco Giordano e gli altri leader massimalisti che il 20 ottobre saranno in piazza anche per chiedere l' abolizione della legge Biagi non è un esponente dell' opposizione di centrodestra, ma Gavino Angius, vicepresidente del Senato, già dirigente di spicco dei Ds, poi tra gli animatori di Sinistra democratica, la formazione promossa da Fabio Mussi e Cesare Salvi per dar voce ai diessini contrari al Partito democratico. Che però, secondo Angius, rischiano di finire risucchiati dalle posizioni di Rifondazione, come si vede, da ultimo, sulla legge Biagi. Anche per questo il senatore rimarca con parole nette la sua contrarietà alla manifestazione del 20 ottobre e stigmatizza «il silenzio dei Ds e del Partito democratico», su tutta questa partita. «Rifondazione comunista - dice Angius - utilizza la lotta contro la legge Biagi come un catalizzatore di consenso per conquistare uno spazio politico nei confronti del sindacato e del nascente Partito democratico. Ma è inaccettabile usare in maniera strumentale questa questione, prescindendo dal merito. E invece volano sciabolate da tutte le parti, con rischio di lasciare sul campo solo morti e feriti». I dati, continua, smentiscono le tesi di Giordano e compagni, come anche quelle del comico Beppe Grillo, che alla pari dei rifondaroli ha accusato la Biagi di essere all' origine del dilagare della precarietà. «In questi anni - dice Angius - il lavoro regolare, ancorché flessibile, è aumentato per milioni di giovani. Merito della legge Treu e in parte anche della Biagi. In questo modo si è contrastato in parte il lavoro nero. Perciò eliminare queste leggi sarebbe un' operazione folle». Tutto bene allora? Niente affatto, replica Angius: «Resta il fatto che il lavoro precario coinvolge 5 milioni di persone e c' è un problema in particolare per chi si trova ancora in questa condizione sebbene abbia un' età di 30 o 40 anni. Non è accettabile, insomma, che la precarietà si prolunghi per troppo tempo. Qui servono politiche del lavoro nuove». Ma questo, conclude il senatore, non c' entra con l' abolizione della Biagi. In questo senso, l' accordo del 23 luglio fra governo e sindacati su pensioni e welfare «è importante, ma è solo un primo passo nella direzione giusta, che sarebbe bene fosse seguito rapidamente da altri provvedimenti». Di questo bisognerebbe discutere, insiste Angius. E invece siamo alle battaglie di retroguardia: questa di Rifondazione contro la Biagi «mi ricorda quella del 1998 per le 35 ore settimanali e tutti sappiamo come andò a finire...», cioè con la caduta del primo governo Prodi. Il vicepresidente del Senato non si sbilancia in previsioni, ma si augura «che non si arrivi alla manifestazione del 20 ottobre: una sorta di redde rationem all' interno della coalizione promosso da un partito di governo contro lo stesso governo». Un' iniziativa che potrebbe rivelarsi molto rischiosa per la stabilità dell' esecutivo, «a maggior ragione se ci dovessero essere ministri in piazza». Un governo già debole, osserva Angius, che avrebbe invece bisogno di un sostegno per reggere all' aut aut di Giordano che dice: o si toglie di mezzo la Biagi o Rifondazione non voterà i provvedimenti per applicare l' accordo del 23 luglio. L' autunno si annuncia caldo, concordano tutti. Purtroppo, dice sconsolato il senatore, «il dissolvimento dei Ds e l' inconsistente profilo identitario del Partito democratico, che, guarda caso, su questa materia non dice nulla, hanno lasciato tutto questo spazio alla pretesa assurda di Rifondazione comunista di rappresentare in maniera esclusiva tutto il mondo del lavoro. Una pretesa che del resto loro stessi dichiarano e che va contro il governo e i sindacati». È chiaro che con questa piega che ha preso il dibattito a sinistra Angius non vuole avere nulla a che fare. Nessuna sorpresa, quindi, che non abbia condiviso le ultime scelte di Mussi: «Vedo una deriva verso la nascita della Cosa rossa e penso che sia un errore. Molti di noi non hanno aderito al Partito democratico per preservare in Italia una forza appartenente al socialismo europeo». E non per finire nelle braccia di Rifondazione. Angius guarda ora soprattutto in direzione dello Sdi mentre volgendo gli occhi al Partito democratico e alle primarie che dovrebbero incoronare Walter Veltroni vede solo una lotta di potere, «perché non si è mai visto nascere le correnti prima di un partito». Non ci sono più i Ds, il Partito democratico non c' è ancora e comunque, secondo l' ex capogruppo dei Ds al Senato, non sarà mai sufficientemente di sinistra. E la Sinistra democratica non ha ancora trovato la sua strada. Così al vecchio comunista Gavino Angius non resta che lanciare l' allarme sul fatto che a sinistra non c' è più nessuno che sappia fare da argine a Rifondazione.

Repubblica 17.8.07
La prima uscita del sindaco sarà un dibattito sui sentimenti in politica
Il ritorno di Veltroni "Parlerò dell'amore"
di Alessandra Longo

«Ma quello non è Veltroni? Sindaco, possiamo fare una foto insieme?». Il candidato leader del Partito democratico è sotto l´ombrellone, in prima fila, in uno stabilimento balneare di Sperlonga, meglio conosciuta come «La perla del Tirreno», già residenza di Tiberio l´imperatore, oggi amministrata dal centrodestra perché, alle ultime elezioni del 2006, lo slogan dell´Ulivo, «Diamo speranza agli sperlongani», non ha funzionato. Ecco Veltroni, reduce dall´atollo maldiviano di Lhaviyani, abbronzatissimo, in pantaloncini da mare blu, circondato da una folta delegazione di bagnanti che, sfidando la sabbia bollente, non lo molla e gli si para davanti alla sdraio: «Sindaco, le posso offrire un caffè?; Veltroni, coraggio, vada avanti così, c´è bisogno di lei; Scusi, mi fa un autografo qui?».
«Cose che fanno piacere», dice lui, affiancato dalla moglie Flavia e dalla figlia Vittoria, 17 anni, anche loro bronze doré dopo due settimane sull´isola-paradiso di Madhiriguraidhoo, tra delfini e pesci Napoleone.
Parlare di politica? C´è tempo, grazie. La vacanza, ancora per poco, continua, tra Sperlonga e Sabaudia, a un´ora dalla capitale, stesso fuso orario. Il Veltroni sindaco, arrivato qui senza scorta, con la sua macchina privata, è già operativo, ha ripreso i contatti (telefonici) con il Campidoglio, ma il Veltroni candidato segretario del Pd si concede un supplemento di vita privata prima di tornare sotto i riflettori. Per la delusione di Rosy Bindi, che da giorni lo invoca e lo aspetta al varco, la prima uscita pubblica sarà sabato prossimo, a Fondi, nel chiostro dell´ex convento di San Domenico. Dibattito a tre con monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, autore del libro «L´amore cristiano» e Andrea Riccardi, fondatore di quella Comunità di Sant´Egidio da sempre molto in sintonia con il sindaco. Tema della serata: «Ha ancora senso l´amore?». Nella nota di presentazione Veltroni viene definito «uomo di condivisioni sociali e di proficua dialettica, esponente di una cultura umanistica di formazione laica».
L´amore, dunque, («Illusione buonista o sfida per la politica?») e non il nodo delle alleanze o la polemica sulla corsa degli apparati Ds e Dl a posizionarsi nel nuovo soggetto politico. Veltroni si prepara. Sotto l´ombrellone, quando finisce il pellegrinaggio degli estimatori, ripassa il volume di Paglia. E ne ha altri due in lettura: «Lo specchio del diavolo» di Giorgio Ruffolo, «una storia dell´economia dal paradiso terrestre all´inferno della finanza» e , per il sollievo dei laici e degli atei, «Non abusare di Dio», di Gian Enrico Rusconi. Va da sé, gli resta poco tempo per nuotare.

Repubblica 17.8.07
L’invenzione è la specialità degli umani
Un cervello più complesso che ci distingue dagli animali
Dall’uso del fuoco alle nuove tecnologie
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza

La rivoluzione industriale genera una nuova ondata di mezzi di trasporto e di comunicazione
La creazione di un linguaggio perfezionato ha permesso la relazione tra gli individui
È la capacità di accendere un falò che consente all´uomo di affrontare ambienti diversi
I primi strumenti sono rozzi ma efficaci: semplici ciottoli scheggiati, utili a procurarsi il cibo

Cosa significa "evoluzione"? Prima di tutto, aumento di varietà, progressiva differenziazione e trasformazione. Questo comporta spesso, ma non sempre, un aumento di complessità. Significa infine - e questo punto è fondamentale - miglioramento della capacità di interagire con l´ambiente.
La caratteristica principale della vita è la capacità di produrre copie di se stessi. Solo gli organismi che si riproducono continuano ad esistere nelle generazioni successive: gli altri sono destinati ad estinguersi. I batteri si dividono in due. Da una patata rotta in più pezzetti nascono altrettante patate. In questi casi i figli sono identici al genitore: se non fosse per le occasionali mutazioni, non ci sarebbe mai alcun cambiamento. Moltissime piante, e quasi tutti gli animali, si riproducono invece per via sessuale: per dare origine a un figlio sono necessari due genitori, che mescolano i propri patrimoni biologici. In questi casi i figli somigliano un po´ all´uno e un po´ all´altro dei genitori, ma sono diversi da entrambi e sono diversi tra di loro: ciascuno di noi ne avrà fatto esperienza, se ha più figli o più fratelli (che non siano gemelli identici).
È facile capire perché la riproduzione sessuale abbia avuto tanto successo, nel corso della storia della vita: una certa varietà aiuta ad affrontare le sfide che l´ambiente pone. Se l´ambiente fosse sempre lo stesso, non ci sarebbe bisogno di questa varietà: un batterio, una patata o un uomo, ben adattati all´ambiente in cui nascono, potrebbero in teoria riprodursi sempre uguali a se stessi; cambiare sarebbe inutile, anzi magari controproducente. Ma l´ambiente cambia di continuo, ed è così che diversi tipi hanno un successo maggiore o minore: alcuni crescono fino all´età adulta e si riproducono, altri hanno maggiore difficoltà a farlo. Di generazione in generazione, si affermano quindi gli organismi che riescono ad interagire con più efficacia con l´ambiente in cui vivono. Nel corso di questo processo, alcuni tipi prosperano, mentre altri scompaiono.
Si tratta però di un processo lentissimo, che va avanti di un passo solo ad ogni cambio di generazione. Le mutazioni sono rare, e non hanno di solito un impatto particolarmente drammatico. Se un certo tipo di becco, per esempio, permette di nutrirsi di un certo tipo di seme, particolarmente abbondante e nutriente, nel corso del tempo si affermeranno gli uccelli muniti di quel tipo di becco, ma occorreranno parecchie generazioni.
La caratteristica che ha reso gli esseri umani così speciali e distinti dalle altre specie viventi è la nostra inventività, intesa come la capacità di costruire strumenti che ci permettono di interagire con particolare efficacia con il nostro ambiente. Nei luoghi abitati dai più lontani antenati cui diamo il nome di uomini è stata trovata una grande quantità di pietre lavorate: all´inizio si tratta di ciottoli rozzamente scheggiati, ma utili a procurarsi fonti di cibo altrimenti inaccessibili, come il midollo contenuto nelle ossa di animali morti (magari uccisi da predatori, le cui zanne non sono però in grado di rompere le ossa), oppure fonti di nutrimento sotterranee, come tuberi e radici, o frutti protetti da una dura scorza. Questi primi strumenti sono rozzi, ma efficaci, ed è significativo che accompagnino le ossa dei più antichi esseri umani: si direbbe che la comparsa del genere umano sia concomitante alla comparsa delle prime manifestazioni culturali.
Gli uomini più antichi sono stati datati a quasi tre milioni di anni fa. Si pensa che i primissimi strumenti non fossero in realtà di pietra, ma di legno, che però non si conserva per un tempo così lungo. Nei milioni di anni successivi e attraverso il susseguirsi di più tipi umani, con caratteristiche fisiche che mutano notevolmente nel tempo, la produzione di strumenti si fa via via più perfezionata; compaiono utensili destinati alle più diverse mansioni: spezzare, tagliare, raschiare, lisciare, forare e così via, in corrispondenza di una capacità sempre più articolata di intervento sull´ambiente naturale.
Non sappiamo a quando risalga il controllo del fuoco: la testimonianza finora più antica è stata trovata in Kenya ed è datata a 1,6 milioni di anni fa. È un fuoco da campo che dev´essere rimasto acceso per più giorni consecutivi, attorniato da migliaia di frammenti di pietra lavorata e di ossa di animali. Sappiamo che a partire da poco meno di due milioni di anni fa l´uomo antico inizia a diffondersi dall´Africa orientale, dove è comparso: raggiungerà l´Europa meridionale, il Caucaso, l´Asia centrale, la Cina, l´Estremo Oriente, ed è facile immaginare che sia stata proprio la capacità di usare il fuoco a metterlo in grado di affrontare gli ambienti più diversi. La fiamma non solo fornisce calore, luce e protezione, ma permette di cuocere il cibo, uccidendo così la maggior parte dei parassiti e rendendolo molto più digeribile, oltre che più gustoso; è utile nella caccia; permette di intervenire sull´ambiente per liberarlo dalla vegetazione o per ripulire, ad esempio, una grotta. Al fuoco si lavorano il legno e la pietra, come la pelle e pressoché ogni altro materiale.
È anche probabile che la scomparsa del pelo corporeo (siamo gli unici primati nudi) sia stata favorita dall´impiego del fuoco, che è un pericolo per un animale coperto di pelliccia. Alla perdita del pelo, come alla diffusione al Vecchio Mondo, avrà contribuito poi un´altra invenzione: la capacità di fabbricarsi abiti, utili a sottrarsi al rigore delle stagioni, lontano dall´Equatore.
L´invenzione di strumenti che permettono un migliore adattamento all´ambiente accompagna così il genere umano fin dalle origini, dandogli per così dire quella "marcia in più", rispetto agli altri animali, che gli permette non solo di adattarsi più velocemente al mondo che ha intorno ma anche di adattarlo, in qualche misura, alle proprie esigenze. È un´evoluzione squisitamente culturale, che da un lato permette un´accelerazione fortissima rispetto ai tempi dell´evoluzione biologica (che è di necessità piuttosto lenta in una specie che si riproduce solo ogni venti o trent´anni), e dall´altro ha probabilmente consentito di accelerare la nostra stessa evoluzione biologica. Il succedersi dei diversi tipi umani è stato accompagnato da un rapido sviluppo del cervello. A cosa può essere stata dovuta questa rapidità? Può essere stata favorita proprio dal fatto che c´era modo di mettere a profitto un cervello più sviluppato: una volta liberate dalle necessità della deambulazione, le mani sono state messe in grado di "dialogare" col cervello e di dare origine ad invenzioni nuove, o di perfezionare quelle già esistenti. Un cervello più complesso, insomma, si sarebbe rivelato più utile alle specie umane che ad altre specie costrette ad impiegare tutti i propri arti negli spostamenti, e quindi di necessità meno capaci di utilizzare nuove tecnologie.
Lo sviluppo della struttura ossea e del cranio - e probabilmente anche quello del cervello - raggiunge il grado attuale intorno ai 150.000 anni fa, con la comparsa dell´uomo moderno, cioè della specie umana che abita il mondo oggi (Homo sapiens sapiens). Se le invenzioni dei primi due milioni e mezzo o più di anni possono essere ricondotte direttamente all´impiego delle mani, con l´uomo moderno sono gli strumenti di comunicazione ad assumere un´importanza via via maggiore. Probabilmente, la sua invenzione fondamentale è stata un linguaggio perfezionato, tale da permettere un´eccellente comunicazione fra individui. Si pensa oggi che sia stato questo a rendere possibile la diffusione del nuovo tipo umano all´intero pianeta, a partire - di nuovo - dall´Africa orientale. Tutte le 5000 o 6000 lingue parlate oggi al mondo hanno analoga complessità, ed ogni bambino che nasce può imparare una qualsiasi di queste lingue: imparerà, semplicemente, quella che gli viene insegnata. Questi fatti ci suggeriscono che tutte le lingue esistenti siano derivate da quella che parlava l´unica piccola popolazione che a partire da 50.000 anni fa o poco più si è lasciata alle spalle l´Africa e ha colonizzato il mondo, rimpiazzando gli altri tipi umani che già ne abitavano buona parte e che sono invece scomparsi.
Nel corso di questa espansione, compiuta in parte per via di mare, assistiamo ad una straordinaria accelerazione nello sviluppo di nuove tecnologie, forse proprio grazie alla migliore comunicazione ora possibile all´interno dei gruppi umani. Si afferma una grande varietà di utensili di pietra, sempre più versatili e specializzati. Accanto alla pietra si lavorano il legno, il corno, l´osso, la corteccia e altre fibre vegetali. Si inventano strumenti fondamentali come l´ago per cucire e armi ingegnose ed efficaci per la caccia, come il propulsore, le bola, l´arco e le frecce. Compaiono le prime forme d´arte: pitture rupestri e piccole statue. Nasce senz´altro la navigazione, benché le prime imbarcazioni non si siano conservate. Si cominciano a trovare resti di abitazioni nelle regioni fredde: capanne costruite con le ossa dei grandi animali dell´epoca e ricoperte di pelli. Gli strumenti musicali potevano essere già stati inventati, in un tempo poco più antico.
In centomila anni la popolazione umana aumenta di mille volte, da qualche migliaio a qualche milione di individui. Con l´aumento del numero di esseri umani aumenta il numero degli inventori. Poi, diecimila anni fa, ecco le invenzioni da cui nasce ciò che chiamiamo "civiltà": l´agricoltura e l´allevamento degli animali, che permettendo di produrre il proprio cibo, determineranno un nuovo aumento della popolazione umana, che salirà ancora di mille volte, da qualche milione a qualche miliardo di individui. Sorgono le città, e con esse si affermano forme di divisione del lavoro e le prime gerarchie.
Le invenzioni degli ultimi millenni estendono la portata dell´azione umana sull´ambiente: i sistemi di irrigazione, i metalli, l´aratro, le prime macchine, come i mulini ad acqua. Compaiono sistemi di comunicazione e strumenti di trasporto: la scrittura, la ruota, il carro, imbarcazioni perfezionate. Poi, con l´età moderna, la bussola, le armi da fuoco, la stampa, la produzione in serie. La rivoluzione industriale trasforma la faccia del pianeta e genera una nuova ondata di mezzi di trasporto e di comunicazione: il treno, la nave a motore, l´auto, l´aereo, e in parallelo la trasmissione elettrica dei segnali: il telegrafo e il telefono, la radio e la televisione, il computer e internet.
Il motore a scoppio e l´elettrificazione tendono a fare della società umana un unico spazio globale. L´accelerazione esponenziale di scoperte e invenzioni ci porta così alla domanda su cui si è aperto questo secolo: il controllo acquisito sull´ambiente ci porterà a distruggere le nostre basi di sopravvivenza? o saremo in grado di sopravvivere alle applicazioni delle nostre stesse tecnologie?

(8 - continua)

mercoledì 15 agosto 2007

Liberazione 15.8.07
Corsera, Bonanni, Bonino contro il Prc
Lavoro, dignità diritti... Esiste un'altra sinistra?
di Rina Gagliardi

Siamo arrivati al dunque: la precarietà
E' l'idea di società in perenne competizione

La "campagna di Ferragosto" del Corriere della Sera sta arrivando al suo culmine - ieri, il maggior quotidiano italiano stanziava il giuslavorista Ichino, il segretario della Cisl Bonanni, nonché la petulante ministra Bonino, tutti insieme contro Rifondazione Comunista e le misurate dichiarazioni di Franco Giordano. Tutti insieme a magnificare la legge 30 e i suoi mirabolanti effetti, nientemeno che sulla riduzione della precarietà. Tutti insieme, ancora, a spiegare che comunque, però, la precarietà è un bene e che è l'ora di smetterla con la "fissazione", tipica della sinistra, del "posto fisso". Basterebbe questa flagrante, flagrantissima contraddizione, a svelare le intenzioni reali della campagna e a renderne evidente la natura ideologica e politica. Giacchè delle due l'una: o la legislazione italiana degli ultimi dieci anni sul così chiamato "mercato del lavoro", quella che va dall'abolizione del collocamento al job and call , ha davvero ridotto la precarietà dell'occupazione giovanile ed esteso il lavoro a tempo indeterminato - e sfido chiunque a sostenere questa tesi, di qualunque cifra sia armato e di qualsiasi statistica si faccia imbonitore - oppure, all'opposto, ha contribuito ad ampliarla, a legalizzarla, a renderla, perfino, senso comune. Come si può agevolmente constatare solo guardandosi intorno, se si vive in questo Paese e non in un altro. Come sa chiunque abbia figli, nipoti, figli di amici e conoscenti, laureati o diplomati o reduci da una (pessima) scuola di formazione professionale, che si arrabattano generalmente a vivere tra un call center e una borsa di studio, tra uno stage in un giornale e un part time a termine in un supermercato rionale - e mille altri così detti "nuovi lavori" e piccole consulenze, che prolungano (così dicono i sociologi) l'adolescenza fino alle soglie dei quarant'anni.
Ora, si può sostenere che tutto questo sia un progresso - non che non ci sia. Né si può affermare che il protocollo del 23 luglio abbia segnato una tappa significativa in quel contrasto alla precarietà, che è un impegno solennemente sottoscritto dall'Unione, nel suo programma elettorale, e da tutti, almeno a parole, condiviso. Allora, qual è il problema? Che siamo arrivati, scusate la ridondanza, al cuore del problema: la condizione del lavoro nel capitalismo contemporaneo. I suoi diritti, la sua dignità. Il suo rapporto con la vita delle persone. Un problema gigantesco, sia dal punto di vista sociale e politico, che culturale.

***
Perché il capitalismo, o la sua parte trainante, sceglie oggi la precarietà? Se volessimo rispondere in termini forse un po' scolastici, ma in fondo (ci pare) abbastanza rigorosi, diremmo, marxianamente, che questa scelta nasce dall'enorme "esercito industriale di riserva" che la globalizzazione offre agli imprenditori: per la prima volta (o forse non è affatto la prima volta, accadde anche alla fine dell'Ottocento), c'è una forzalavoro mondiale, diffusa cioè sul pianeta, a disposizione dello "sviluppo". Dunque, se la tendenza "naturale" del sistema diventa (ridiventa) quella di inseguire questa merce speciale (la forzalavoro) al suo prezzo più basso, al suo costo minore, per forza essa ha da essere flessibile: cioè da usare solo e soprattutto quando serve, quando è (relativamente) compatibile con il profitto. Ovvero, da non usare, tout court , nelle fasi basse del ciclo, nei periodi di crisi, e così via. Questa, per altro, è la natura di fondo del capitalismo e della sua forma attuale, il neoliberismo: un "elefante amorale", come l'ha definito uno studioso, che non conosce né il Bene né il Male, ma solo la propria logica espansiva, la cieca crescita quantitativa - l'orrore economico di cui parlava Vivien Forrester. Quasi duecento anni di lotte hanno avuto un solo filo rosso comune: di qua, il movimento operaio e le sue organizzazioni, che cercavano di ridurre, con fatiche sovrumane ma anche risultati importanti, gli effetti sociali di tale "voracità", e ottenevano diritti, e mettevano in campo la politica; di là, il sistema economico, che opponeva, appunto, la sua logica, i suoi interessi, le sue alleanze - e li presentava come la forma "perfetta" dell'interesse generale.
In Europa, nel secolo breve, questa dialettica ha prodotto un "patto", un compromesso politico e sociale tra due "bisogni", tra due punti di vista altrimenti inconciliabili - ma questo ciclo si è esaurito, anche sotto le macerie dell'89. E oggi, nella fase della competizione globale, il capitalismo europeo (cioè i capitalismi d'Europa) si ritrova stretto tra i due "modelli" dominanti: quello nordamericano, che usufruisce della strapotenza politica e militare degli Usa, e quello asiatico, che applica livelli tali di sfruttamento della forzalavoro da diventare concorrenziale per chiunque. La sua risposta è l'offensiva politico-culturale che vedete dispiegata, quasi ogni giorno, dai suoi più o meno consapevoli apologeti: riduzione, fino allo smantellamento, dei contratti collettivi, delle tutele sociali, dei sistemi di garanzia e protezione. E precarizzazione massima, strutturale del lavoro. Non è una distorsione, è un'idea di società: la società della competizione permanente, che seleziona spietatamente i "migliori" e abbandona la grande massa a una vita mediocre, o peggio che mediocre, e assicura ai poveri un po' d'assistenza - siamo pur sempre in una zona ricca del pianeta. La società senza sicurezze e senza diritti collettivi, codificati, esigibili, garantiti. La società in cui il lavoro, come tale, come la persona, non ha più né valore né dignità - anche se resta la base imprescindibile della ricchezza della società.

Liberazione 15.8.07
Il caso Sanremo, l'orrore, la Giustizia e alcune proposte
La galera non aiuta la sicurezza
Ci vuole un nuovo codice penale
di Giuliano Pisapia

Il magistrato, che ha dimostrato alta sensibilità morale e giuridica, ha dichiarato di aver applicato la legge e non vi è motivo, sulla base di quanto emerso, per dubitarne. Suo compito era quello di decidere se richiedere, o meno, un'ordinanza di custodia cautelare valutando gli elementi esistenti (non quanto avvenuto successivamente). L'attuale legge sulla custodia cautelare, del resto - e va detto con forza - è la migliore possibile, in quanto concilia la doverosa tutela della collettività e dei singoli, con il dovere giuridico di evitare, per quanto possibile, l'arresto di innocenti. E', in breve, ciò che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia. Ecco perché, per un provvedimento restrittivo della libertà personale, sono necessari quei "gravi indizi di colpevolezza" (l'indizio è molto meno della prova necessaria per una sentenza di condanna) che, nel caso specifico, il Pm e gli investigatori che con lui collaboravano, hanno ritenuto insussistenti. Una norma, quella prevista dal codice, per nulla "indulgente" o "lassista": lo conferma il fatto che sono di gran lunga più numerosi i casi di arrestati risultati innocenti di quelli di colpevoli nei cui confronti non sia stata accolta una richiesta di custodia cautelare (e ciò malgrado il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza). La limitazione delle garanzie va a scapito, infatti, non dei colpevoli ma degli innocenti e ogni innocente condannato significa un colpevole rimasto in libertà e che continua a commettere reati. Troppo spesso si dimentica che, fino a qualche anno fa, la carcerazione preventiva - definita anche la "lebbra del processo penale" - poteva durare 12-14 anni anche in presenza di indizi labili ed era immenso il numero di imputati incarcerati ingiustamente.
I genitori di Maria Antonia, la donna uccisa a Genova, provati da un dolore senza fine, hanno il diritto di esprimere in ogni modo le loro critiche e le loro "accuse". Chi ha ruoli di responsabilità, invece, deve essere più lucido ed evitare di proporre modifiche che accentuerebbero i rischi sia di errori che di delitti tanto orrendi. Non è con l'emergenza o rimpiangendo un passato che si sperava definitivamente superato, che si migliora la giustizia e si garantisce la sicurezza dei cittadini.
E veniamo al secondo punto: abbiamo, in Italia, un codice penale di stampo autoritario che risale al 1930 e che quindi, in più punti, contrasta con i principi costituzionali. Basti pensare ai casi di responsabilità oggettiva, ai numerosi reati anacronistici e al fatto che le uniche pene previste siano il carcere e la multa, spesso non adeguate alla condotta illecita che si intende punire (un esempio: fino a sei mesi di carcere per "rappresentazione abusiva di spettacolo teatrale o cinematografico"). Sono invece completamente ignorati comportamenti delittuosi nuovi e diffusi, quale quello di cui era già vittima Maria Antonia: le molestie e le minacce persistenti (il cosiddetto stalking, dall'inglese "perseguitare", di cui sono quotidianamente vittime tante donne). Se quel comportamento fosse già stato reato, il magistrato avrebbe potuto prendere tutti i provvedimenti necessari per impedire quell'omicidio. Non con un carcere preventivo basato su sospetti labili che, se generalizzato, rischierebbe di colpire tanti innocenti, ma con una norma "preventiva", specifica e mirata.
Ecco perché è necessario e urgente un nuovo codice penale, accompagnato da una ampia depenalizzazione (che non equivale affatto a impunità ma significa immediata ed efficace sanzione amministrativa). Un nuovo codice per cancellare le tante fattispecie ormai polverose e, soprattutto, per introdurre un diverso sistema sanzionatorio che preveda, oltre alla pena detentiva e a quella pecuniaria, anche pene interdittive e prescittive (come i lavori socialmente utili e le attività riparatorie) in molti casi più efficaci, con una minore recidiva e un maggiore reinserimento sociale. La giustizia non può, e non deve, essere né vendetta nè ricerca di capri espiatori, ma accertamento delle responsabilità e commissione di sanzioni eque, proporzionate quindi all'effettiva colpevolezza.
Questa mattina, al bar, un gruppo di persone, commentando i fatti di questi giorni, invocavano a gran voce la pena di morte. Avrei voluto rispondere che chi è pronto a sacrificare le libertà fondamentali per briciole di temporanea (e apparente) sicurezza, finisce col perdere la libertà senza ottenere la sicurezza. Ho invece pensato che, proprio perché non si può e non si deve sottovalutare il comprensibile allarme suscitato da fatti così gravi, non ci si può limitare a contrastare chi cavalca strumentalmente il dolore e la paura, ma è indispensabile ricreare, anche a sinistra, una cultura realmente garantista e operare, quotidianamente, per una giustizia degna di questo nome.

il manifesto 15.8.07
Radicali e destra in piazza per difendere la legge Biagi
di Alessandro Braga

Roma. Nel giorno in cui Cesare Damiano prova ad abbassare un po' i toni dello scontro sul welfare, con timide aperture alla sinistra alternativa, ci pensano il centrodestra e i radicali a mantenere calda la situazione, annunciando la loro adesione alla contromanifestazione del 20 ottobre in difesa della legge Biagi.
«E' venuto il momento di contrapporre i fatti all'ideologia, di ragionare e non di inveire: il 20 ottobre organizzeremo una manifestazione anche noi, per non consentire che in quella giornata parlino solo i propagandisti dei luoghi comuni». Così due giorni fa l'economista Giuliano Cazzola aveva lanciato l'idea che il 20 ottobre, nel giorno in cui la sinistra alternativa scenderà in piazza per chiedere il rispetto del programma dell'Unione, tutti i sostenitori della legge 30 facessero lo stesso.
Un'idea che ha visto l'adesione convinta di buona parte del centrodestra e, nella maggioranza, dei radicali. «Mi sembra un'iniziativa meritoria», ha subito commentato Emma Bonino. E non poteva fare altrimenti, visto che il giorno prima aveva minacciato una «grave crisi politica» se in autunno il presidente del consiglio Romano Prodi avesse ceduto ai «ricatti» della sinistra e cambiato il protocollo sul welfare. Anche se lei non ci sarà, in quanto membro dell'esecutivo, il suo partito vi aderirà convinto e compatto: «Noi radicali della Rosa nel pugno ci saremo sicuramente e i socialisti molto probabilmente», ha assicurato Marco Pannella.
E il centrodestra si accoda quasi unanime all'invito, anche per cercare di dimostrare di essere ancora unito. E' Pierferdinando Casini il primo a far sapere che ci sarà, «per difendere una legge giusta che fece il governo Berlusconi». Di più, «una delle migliori». Poche parole, ma che bastano a far dire a Forza Italia che «la casa delle libertà torna unita in piazza». Che sarebbe anche vero, se si tenesse conto solo delle parole degli alleati leghisti, che hanno fatto sapere che il Carroccio sarà in piazza, perché «è un imperativo morale». Peccato per loro che Alleanza nazionale, ad eccezione di Gianni Alemanno, abbia dato forfait. «Il comportamento di Casini? Mi sembra un po' schizofrenico». Ignazio La Russa liquida così l'adesione dell'Udc alla manifestazione, visto che proprio pochi giorni prima l'ex presidente della camera aveva detto no all'iniziativa sulla sicurezza organizzata per il 13 ottobre dai nazional-alleati.
Un po' imbarazzati, tra la voglia di scendere in piazza e l'impossibilità di farlo, i riformisti dell'Unione. Tiziano Treu promette che la legge 30 sarà «difesa in parlamento. Sulla stessa lughezza d'onda l'Italia dei valori, che non manifesterà. Mentre non cambia di una virgola la sua posizione Lamberto Dini, che continua a minacciare l' uscita dalla maggioranza se si dovesse cambiare il protocollo sul welfare: «Sto semplicemente ribadendo la posizione del presidente del consiglio - dice Dini - che aveva dichiarato inemendabile il protocollo».
Ma proprio ieri il ministro del lavoro Cesare Damiano ha provato una debole apertura nei confronti del Prc: «Al di là di quello che si dice, noi la legge Biagi la stiamo cambiando. Procederemo all'abrogazione delle forme di contratto particolarmente precarizzanti in maniera graduale». Parole caute, ma valutate positivamente dal capogruppo al senato di Rifondazione comunista Giovanni Russo Spena: «Mi fa piacere che il ministro Damiano riconosca, sia pure con una formula un pò obliqua, la necessità di rimettere le mani nel protocollo sul welfare per chiarire gli equivoci sui contratti a termine». Anche se il ministro ha continuato a rimarcare la bontà del documento, e a considerare «in modo negativo l'eventuale presenza di ministri in piazza».

l’Unità 15.7.07
Vi spiego la protesta a sinistra
di Nicola Tranfaglia

Sostituire il governo Prodi con governi di larghe intese sarebbe un grave errore
Ma questo non può voler dire attuare solo la parte del programma che piace alle imprese

Escono in questi giorni sonnacchiosi di mezza estate e sembrano fatte apposta per dare il via nell’ormai prossimo settembre a una nuova disputa sul programma e sull’agenda del governo Prodi. L’intervista di Franco Giordano al «Corriere della Sera» fa seguito a quella uscita ieri del ministro del Lavoro Cesare Damiano. Sono state precedute da alcune, sconsiderate dichiarazioni dell’ex leader dei no-global Francesco Caruso.
Il quale ha definito «assassini» il senatore Tiziano Treu della Margherita e il professor Marco Biagi assassinato dalle Brigate Rosse. Una dichiarazione quest’ultima che non dovrebbe avere posto nel linguaggio e nelle idee di un parlamentare che ha libertà di critica ma non può scambiare le differenze ideali all’interno dell’una o dell’altra coalizione (qui si tratta, dovrebbe ricordare Caruso, della medesima, quella di maggioranza) come discriminanti tra il bene e il male, le vittime e i carnefici.
Nel caso specifico, Caruso dimentica anche che la cosiddetta legge Biagi non è stata espressione diretta del lavoro del giuslavorista modenese ma un adattamento politico di alcune idee discutibili ma non certo criminali compiuto dalla coalizione berlusconiana.
Tutti i partiti, occorrerebbe ricordarlo ai giornali che fingono di dimenticarlo, della sinistra hanno condannato quelle parole e il giudizio in esse contenuto a dimostrazione di una cultura e mentalità diverse da quella di Caruso. Ma per i quotidiani che si rifanno al forte desiderio di far cadere l’attuale governo di centro-sinistra prima ancora che termini la quindicesima legislatura, si tratta di un ottimo pretesto per preparare un autunno caldo almeno a livello mediatico, se non reale.
In realtà le cose stanno diversamente e basta leggere le risposte di Giordano alla cronista del quotidiano più diffuso del paese per rendersene conto.
Che i sindacati, in particolare la Cgil, non siano soddisfatti del protocollo sulle pensioni e il Welfare è un fatto difficile da negare. Lo stesso Epifani, segretario generale del maggior sindacato nazionale, ha parlato di una firma con riserva, di fronte a un governo che ha cambiato le carte in tavola all’ultimo momento e con la minaccia di far cadere il governo. Quanto al gabinetto Prodi, quattro ministri si sono dissociati dal testo siglato e hanno affermato che nei mesi successivi, attraverso il lavoro parlamentare, cercheranno di modificare l'accordo per ora raggiunto.
Da questo punto di vista non ci si può meravigliare che i leader legati al progetto di unificazione della sinistra decisa a non confluire nel partito democratico, pur continuando a far parte della coalizione di centro-sinistra e del governo, useranno gli strumenti parlamentari (mozioni, emendamenti, interpellanze e interrogazioni) per modificare parzialmente quella scelta e correggerla in alcuni punti essenziali.
La piattaforma, a differenza di quel che sostiene il ministro Damiano, sta nel programma Prodi e non in improvvise velleità pseudo-rivoluzionarie.
In quel programma si dà un giudizio assai negativo della cosiddetta legge Biagi e ci si impegna a sostenere l’urgenza e la necessità di modifiche di fondo. Si può dire che il protocollo di luglio vada chiaramente in quella direzione? A me pare assai difficile rispondere in maniera positiva.
Non si è distinto il piano della spesa pensionistica da quella previdenziale come pure molti hanno auspicato.
Non si è data, attraverso il nuovo meccanismo contributivo, così come è stato organizzato, la speranza ai lavoratori spogli della protezione del contratto a tempo indeterminato di costruire una pensione finale corrispondente al sessanta per cento dell'ultimo salario, essendo questa una mera possibilità assai difficile da conquistare attraverso i calcoli oggi possibili.
E a questi aspetti altri si aggiungono che disegnano un panorama che non è quello della legge Biagi ma non è neppure quello di una legislazione del lavoro che tuteli la maggior parte degli attuali precari, dei lavoratori a progetto, a tempo determinato, interinali e così via dicendo.
Di fronte a una scelta politico-economica di questo genere, c’è da stupirsi che le forze politiche che hanno al centro del loro programma la questione del lavoro e dello sviluppo economico per le masse popolari protestino e si preparino a lavorare in Parlamento per modificare i termini dell’accordo di luglio? In una situazione nella quale la popolarità del governo Prodi è bassa e si distanzia per più di dieci punti dalle aspettative di voto dell’opposizione di centro-destra, pur con l’improbabilità dei sondaggi a lungo termine?
Chi può aspettarsi che l’approvazione dell’accordo da parte della Confidustria e dell’opinione pubblica moderata rappresentata dai giornali degli imprenditori possano annullare il forte disagio economico e di vita di milioni di giovani, di pensionati, di persone che continuano a non arrivare alla fine del mese?
Non si tratta, per queste forze politiche, di sostituire il governo Prodi con governi di larghe intese o gabinetti istituzionali, magari aperti a pezzi della destra? Sarebbe un errore inaccettabile.
Ma questo non può significare attuare solo quella parte del programma elettorale che piace alle imprese e al mondo finanziario di questo Paese e metter da parte la parte che può migliorare la vita delle masse popolari, dare speranze ai giovani, render più difficile il conflitto di interessi, allargare le libertà e l’eguaglianza degli uomini e delle donne, introdurre un effettivo pluralismo nell’orizzonte radiotelevisivo come in quello giornalistico ed editoriale.
Altrimenti che senso avrebbe porsi di fronte al centro-destra come competitori capaci di contrastarne la vittoria nelle prossime elezioni?

La Stampa 15.8.07
La Chiesa nemica di se stessa
di Antonio Scurati
(l'articolo che segue risponde ad un'intervista a Messori pubblicata da La Stampa l'11.8 che riproduciamo di seguito ad esso)

L'estate dei preti pedofili. Pedofili e santi. Forse così sarà ricordata l'estate del 2007. Corriamo il rischio che, di qui a cent'anni, quando gli storici si volteranno indietro a studiare la stagione che stiamo vivendo, vi individueranno l'origine di una trasformazione sconvolgente in seno alla Chiesa cattolica, il momento in cui la perversione sessuale cominciò a essere rivendicata quale privilegio ecclesiastico, l'abuso sull'infanzia e ogni altra manifestazione di sessualità patologica cominciarono a essere ritenute il normale contraltare della vocazione religiosa e la Chiesa tutta cominciò a essere percepita da gran parte della popolazione come un luogo separato dalla società, sottratto alle leggi e alle norme che governano la normale convivenza civile, un luogo al tempo stesso superiore e inferiore ad essa.

La Chiesa come arca di vizi demoniaci e angeliche virtù, che prende il largo in un mare sacro, per una navigazione terribile ma forse salvifica, su rotte comunque remote rispetto alla terra sottoposta alla legge degli uomini, quegli uomini che affannosamente la calcano, giorno dopo giorno, portando il loro fardello di piccole speranze e piccoli peccati. L'estate 2007 verrà forse ricordata come l'inizio di una regressione verso un passato arcano, al tempo stesso splendido e oscuro, verso un medioevo di grandi peccatori e grandi cattedrali.

Probabilmente questa rimarrà soltanto una fantasia ferragostana, suggerita dalla canicola e dai pasti abbondanti, ma è suggerita anche dai fatti delle ultime settimane e, soprattutto, da alcuni autorevoli commenti che li hanno accompagnati. Sabato scorso, sulle colonne di questo giornale, Vittorio Messori, uno dei più colti e stimati intellettuali cattolici, coautore di ben due papi (ha scritto libri a quattro mani sia con Benedetto XVI sia con Giovanni Paolo II), in una sconcertante intervista, ha dichiarato di non trovare nulla di scandaloso in un uomo di Chiesa che ogni tanto «tocchi qualche ragazzo» se poi «ne salva a migliaia». Dopo aver ricordato che molti santi e beati della Chiesa erano psicopatici vittime di gravi turbe della sessualità, Messori si è spinto fino a dichiarare che la pedofilia - forse il più odioso tra tutti i crimini, stando al senso comune - sarebbe, secondo un certo «realismo della Chiesa», nient'altro che «un'ipocrita invenzione». Poiché la linea di demarcazione tra l'adulto e il bambino sarebbe sempre in qualche misura convenzionale, non ci sarebbe nessuna sostanziale differenza tra un rapporto omosessuale consensuale tra due adulti e gli abusi di un adulto su di un bambino.

L'aberrante argomentazione di Messori - che io sinceramente mi auguro di aver frainteso - mira a scagionare preventivamente un prete come don Gelmini dalle accuse di molestie sessuali. Non con il dichiararlo innocente, ma con il ritenerlo esente dalla legge penale e morale, anche se colpevole. La sua presunta «santità» lo collocherebbe in uno stato d'eccezione sottratto alla giurisdizione umana. Sebbene sconcertante, questa proposta da Messori è una concezione molto radicata nella tradizione cristiano-cattolica e, più in generale, nell'antropologia del sacro: il prete, in quanto ministro del culto di Dio, proprio perché più vicino degli altri uomini al principio divino, sarebbe più prossimo anche a quello diabolico. Il sacerdote, in quanto iniziato alle pratiche sacre, sarebbe una sorta di maneggiatore di potenti veleni, capaci di portentose guarigioni ma anche di micidiali tentazioni. In ogni caso, l'esperienza religiosa, in quanto strettamente legata all'ordine soprannaturale, si separerebbe da quello naturale (sacro, etimologicamente, significa «separato»). L'uomo di Chiesa, nella misura in cui prende a modello il santo, non sarebbe più un uomo in mezzo ad altri uomini, che si distingue da essi per una superiore moralità, ma un uomo che, aspirando alla santità, si ritiene al di sopra di ogni moralità. E, talora, perfino della legalità.

Si tratta, insomma, di una concezione che potremmo definire «cattolicesimo magico», prepotentemente tornata alla ribalta della storia negli ultimi anni, da quando l'onda della cosiddetta secolarizzazione e il disincanto del mondo, dopo aver sommerso la società occidentale, hanno cominciato il loro movimento di risacca. Lasciano sulla riva una recrudescenza di ferventi culti mariani, di attese miracolistiche, di antichi riti pagani, di devozioni totali a guaritori presto canonizzati in santi cristiani, di estasi collettive e accensioni mistiche. Fa parte di quest'onda di riflusso anche la delega in bianco della cura delle tossicodipendenze, una delle più gravi patologie sociali del nostro tempo, a istituzioni religiose da parte dello Stato laico. Nelle «stanze del silenzio» in cui giovani disperati aprono il loro cuore a curatori (nel senso letterale del prendersi cura) quali don Gelmini, la guarigione la si attende non dall'applicazione di un protocollo medico-scientifico ma dalla benedizione di un dono religioso. In quelle stanze, intanto, c'è comunque un uomo in totale potere di un altro uomo.

Si ritorna così a un clima da Santa Inquisizione, nel quale però i processi per stregoneria vengono celebrati sui media e a parti invertite: per una sorta di nemesi storica, oggi sono i preti a essere accusati di quei commerci carnali con il Maligno di cui nei secoli accusarono presunte streghe e stregoni. Anche il sospetto che gli indemoniati sottraggano gli infanti alle loro famiglie per sacrificarli sull'altare del Male riecheggia quegli antichi e deliranti capi d'accusa.

Ma, lungo questa china scivolosa, è la Chiesa, non un fantomatico e inesistente anticlericalismo, la peggior nemica di se stessa. Anche noi laici, forse soprattutto noi, ci auguriamo che la Chiesa rimanga fedele a se stessa, alla sua più alta ispirazione e custodisca - come vuole ad esempio un conservatore illuminato, monsignor Biffi - la castità dei suoi preti, quel grande dono che gli uomini di Dio fanno ad altri uomini, garantendo ai loro figli e alle loro figlie uno spazio preservato dalla furia travolgente della libido sessuale. Ci auguriamo che la Chiesa custodisca questo dono prezioso fin dove possibile e, quando anche la castità fosse un traguardo impossibile, salvi almeno la temperanza, antica virtù cristiana. Sarà allora una Chiesa con meno aspiranti santi e con più uomini probi. Una Chiesa ancora capace di scandalizzarsi perché memore dello «scandalo» su cui si fonda: Gesù Cristo, il Dio che si abbassa fino a incarnarsi nell'uomo, non l'uomo che pretende di innalzarsi fino a farsi Dio.

La Stampa 11.8.07
Messori: "Il problema? Troppi gay in seminario"
intervista di Giacomo Galeazzi

«La santità è assolutamente compatibile con una vita sessualmente disordinata»
«Su quali basi si santifica l’omosessualità e poi si demonizza la pedofilia?»
«I preti antidroga? I vescovi non li controllano e diventano superstar»

ROMA. Vittorio Messori, lei è coautore di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger: qual è, da ascoltato frequentatore dei Sacri Palazzi, la sua idea sugli scandali sessuali nella Chiesa dopo gli ultimi casi giudiziari di don Gelmini e dei sacerdoti ricattati a Torino?
«Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora? La Chiesa ha beatificato un prete denunciato a ripetizione perché ai giardini pubblici si mostrava nudo alle mamme. Queste storie sono il riconoscimento della debolezza umana che fa parte della grandezza del Vangelo. Gesù dice di non essere venuto per i sani, ma per i peccatori. E’ il realismo della Chiesa: c’è chi non si sa fermare davanti agli spaghetti all’amatriciana, chi non sa esimersi dal fare il puttaniere e chi, senza averlo cercato, ha pulsioni omosessuali. E poi su quali basi la giustizia umana santifica l’omosessualità e demonizza la pedofilia? Chi stabilisce la norma e la soglia d’età?»

La Chiesa non controlla più i sacerdoti?
«Nessuno osa più comandare, si pretende dalla Chiesa il dialogo invece della disciplina. Ci si scandalizza del sacerdote molestatore, poi però il vescovo diventa un odioso despota se nega l’ingresso in seminario ad un gay. Ci si indigna dei peccati dei sacerdoti ma se l’autorità ecclesiastica cerca di imporre le regole scoppia il finimondo e si grida alla repressione, all’autoritarismo, alla discriminazione. Casi come quelli esplosi in questi giorni, la Chiesa li ha sempre ricondotti sotto il proprio controllo. Ma oggi il “vietato vietare” le proibisce di esigere disciplina al suo interno. La Chiesa ha sempre saputo che seminari e monasteri attirano omosessuali. Prima era molto attenta a porre barriere all’ingresso e a sorvegliare la formazione. Chi dimostrava tendenze gay veniva messo fuori. Poi il no alla discriminazione ha permesso l’ingresso in forze degli omosessuali e ora la Chiesa paga quell’imprudenza».

I suoi sostenitori definiscono don Gelmini un «santo»
«Non entro nel caso giudiziario, però è indubbio che nella storia della Chiesa una sessualità disordinata ha potuto convivere agevolmente con la santità. Sono legato al segreto richiesto dai Postulatori, ma potrei fare nomi celebri. Il fondatore di molte istituzioni caritative in Europa è stato proclamato Beato nonostante le turbe sessuali che per un istinto incoercibile lo spingevano a compiere atti osceni in luogo pubblico. Non mi scandalizzo, penso ai drammi umani che ci sono dietro. San Giovanni Calabria era un benefattore dell’umanità, ma è stato sottoposto a sette elettroshock: da psicopatico grave, da manicomio».

Perché scoppiano adesso questi scandali?
«In America è stata assolta la maggior parte delle diocesi che invece di patteggiare hanno tenuto duro e sono arrivate in giudizio. Però è innegabile che oggi nella Chiesa la castità fa problema. Sul piano umano è disumana. Si resta casti solo se si ha fede salda, fiducia nella vita eterna. Il deficit non organizzativo, ma di fede. E non si risolve abolendo il celibato ecclesiastico perché l’80% sono casi gay. Deviazioni sessuali di preti che mettono le mani addosso agli uomini e ai ragazzini. La caduta della fede e la rivoluzione sessuale accrescono il problema. Chi è causa del suo mal pianga se stesso: sono stati eliminati i controlli per ammettere in seminario pure gli effeminati il cui sogno era stare in mezzo agli uomini».

Le comunità antidroga sono terra di nessuno?
«La Chiesa deve tappare i buchi della società laica. I preti antidroga nessuno li controlla, sfuggono alla sorveglianza dei vescovi e dei superiori perché diventano superstar, con i rispettivi supporter politici. E così c’è lo schieramento dei buoni samaritani di destra e di quelli di sinistra, don Ciotti contro don Gelmini. I preti di Torino sono finiti nella rete dell’estorsione perché si è inventato il concetto ipocrita di pedofilia. Così un ricattatore senza arte né parte campa con la minaccia di far esplodere uno scandalo. Una volta ricattavano i notai con l’amante, oggi la categoria più esposta è il prete gay».

Un business, come dice Bertone?
«Sì. Negli Usa gli avvocati mettono cartelli per strada: “Vuoi diventare milionario? Manda tuo figlio un anno in seminario e poi passa da noi”. Le diocesi sono facilmente ricattabili, preferiscono pagare anche se innocenti. Temono un danno d’immagine. E l’inquinamento riguarda anche noi. Il politicamente corretto sta prendendo campo anche nel cattolicesimo italiano. E i risultati si vedono, purtroppo».

martedì 14 agosto 2007

Repubblica 14.8.07
Con l’eroina la vita è nulla
Oggi parlare di morte , secondo Baudrillard, fa ridere di un riso forzato e osceno, è pornografia
di Umberto Galimberti

Dovevamo aspettare Irvine Welsh, l´autore del romanzo Trainspotting, per apprendere che l´eroina, considerata una droga "sporca", anestetizza tutti i dolori, e che una delle cause della sua diffusione è dovuta al fatto che l´informazione, mentre terrorizza i giovani illustrando le drammatiche conseguenze connesse all´assunzione della sostanza, trascura di dire che l´eroina procura anche uno sconfinato piacere. E così si confina il problema della droga nel recinto ristretto del piacere-dispiacere come si fa con il tabacco e con l´alcol, sottintendendo che, se la questione è tutta lì, per uscirne basta la forza di volontà. Ma la questione non è tutta lì, anzi non è proprio lì.
Alla base dell´assunzione di eroina, ma forse di tutte le droghe, anche del tabacco e dell´alcol, c´è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c´è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita.
A differenza del piacere sessuale che è intenso, attivo e produttivo, il piacere dell´eroina è "anestetico". Chi lo cerca non vuol sentire di più, ma sentire di meno, non vuole partecipare più intensamente alla vita, ma prendervi parte il meno possibile.
Come i martiri, come gli eremiti che dicono no al mondo perché nel mondo non scorgono alcun senso e alcuna traccia di salvezza, così gli eroinomani si sottraggono alla vita quotidiana perché la successione dei giorni diffonde solo quella noia senza speranza che ispessisce l´aria che si respira fino al soffocamento. Di qui la ricerca spasmodica per tutto ciò che può anestetizzare.
L´anestesia concessa da "quella belva dispotica e indomabile", come vuole l´immagine di Platone, spinge ad aggrapparsi ad essa senza poter più tendere ad altro. E allora torna qui in mente la dialettica hegeliana servo-signore, nonché la metafora heideggeriana del pendio, in tedesco Hang, da cui hangen, essere appeso, e anhangen, dipendere. Torna il concetto lacaniano di manque, la mancanza come molla del desiderio, e la teoria freudiana del piacere narcotico come piacere affascinante perché doppiamente negativo: fa cessare il dolore fisico e fa da sedativo al male di vivere.
Sulla traccia dell´etica aristotelica, Freud ipotizza che il nostro cervello sia fatto per godere dell´inerzia e della noncuranza, assecondando le quali, non ci si cura di nient´altro se non di quell´oggetto che pensiamo possa dispensarci da ogni cura. Tale è l´oggetto tossico, nevrotico, onirico, in presenza del quale la pulsione si fa insistente, implacabile e coatta, dove il desiderio, come vuole il nichilismo denunciato da Platone e da Aristotele, è sempre vivo perché insoddisfatto, e insoddisfatto perché il piacere che cerca è negativo, è l´uscire dalla pena dell´insaziabilità del desiderio.
Per questo la droga che anestetizza ha un successo da far invidia al sistema moderno delle merci, dal momento che nessun bene di consumo può competere con essa in termini di soddisfazione e di piacere anestetizzante. Qui filosofia e psicoanalisi convengono nel dirci che quando la voluttà tende all´anestesia (e tutte le droghe, anche quelle euforizzanti che i nostri giovani consumano ogni sabato sera nelle discoteche, sono paradossalmente anestetiche perché anestetizzano dal prendersi cura degli altri e del mondo), l´appetito si fa divorante, ma il prodotto con cui si tenta di placarlo si rivela di volta in volta sempre più insoddisfacente.
Per questo, il piacere dell´anestesia è il più sottile dei piaceri, forse il più insidioso, senz´altro il più diffuso. Lo incontriamo ogni volta che accendiamo una sigaretta per attutire noia o stress, piccoli indizi della fatica di vivere, ogni volta che ci affidiamo all´alcol per liberare quanto siamo costretti abitualmente a reprimere. Tutto ciò avviene quando si è detto sì alla vita e ci si vuol solo sostenere per mantenere la promessa.
Quando invece alla vita si è detto no, senza neppure bisogno di dirlo, perché è la vita stessa a non essere mai sorta come una passione, allora si cerca un piacere anestetico più forte, che vuol dire cercare un modo qualsiasi per non esserci.
I recettori che l´eroina impregna fanno già da sé il lavoro anestetico, ma se questo non basta, perché la vita nella sua insensatezza oltrepassa i limiti di sopportazione previsti dalla nostra fisiologia, non resta che aiutare i nostri recettori a renderci più insensibili a tutto ciò che non si ha più voglia di sentire, né di vedere, né di sopportare.
E questo perché? Perché, spiega Freud, accanto alla "pulsione di vita", c´è in noi anche una "pulsione di morte" che sempre la fiancheggia, come sua ombra. Non solo nel caso dei tossicomani ma, come possiamo constatare se appena prestiamo un minimo di attenzione alla nostra esistenza, in ciascuno di noi. E´ questo un pensiero difficile da pensare, soprattutto nella nostra cultura dove, come scrive Jean Baudrillard: «Parlare di morte fa ridere di un riso forzato e osceno. Parlare di sesso non provoca più nemmeno questa reazione: il sesso è legale, solo la morte è pornografica».
Esorcizzata, messa fuori dal circuito dei nostri pensieri e delle nostre conversazioni, la "pulsione di morte" finisce con l´essere attestata ed evidenziata proprio dai tossicomani che la praticano come esercizio quotidiano. Infatti, come scrive Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria (Feltrinelli): «Nel comportamento dei tossicomani è possibile constatare con particolare chiarezza l´esistenza di un problema psicologico che costituisce uno degli enigmi fondamentali della psichiatria: la tendenza a tornare a ripetere molte volte schemi di comportamento chiaramente fallimentari. In termini un po´ tecnici, si può sostenere l´ipotesi che i tossicomani, come altri, abbiano la tendenza a meta-storicizzare una situazione di scacco, e di crisi, ritualizzandola attraverso la ripetizione. Ma in molti casi, soprattutto di alcolisti e di eroinomani, la tossicomania diventa, da un certo punto in poi, volontà di morte: cioè in pratica un progressivo suicidio». A questo punto il problema non è quello di far sapere ai giovani che, per evitare terribili conseguenze, bisogna saper rinunciare al piacere che l´eroina indubbiamente offre, perché chi prende a bucarsi, non ha in vista quel piacere, ma proprio quelle terribili conseguenze a cui desidera arrivare anestetizzato. Il no alla vita non è ciò che si trova alla fine di un percorso intrapreso per la ricerca del piacere, ma è ciò che si trova all´inizio del percorso, ciò che da subito ci si propone di raggiungere nel modo più anestetizzato possibile.
Questa è la ragione per cui quanti si fanno ripulire i recettori dai farmaci si trovano, a lavaggio avvenuto, davanti alla stessa insensata biografia del cui peso avevano cercato di liberarsi con l´anestetico. Ma questa è anche la ragione per cui quando la comunità terapeutica ha disintossicato il drogato con il calore della comunicazione non può che riconsegnarlo al mondo esterno, dove quel calore si raggela e il bisogno dell´anestesia ritorna più urgente, soprattutto quando, in assenza di qualsiasi progetto, la propria vita non si configura come "storia", ma come pura successione di "momenti", scanditi dalla sofferenza dell´astinenza che, spasmodica, chiede di essere placata con la periodicità delle assunzioni.
La disintossicazione farmaceutica e la disintossicazione comunitaria, l´una con la chimica l´altra con il calore della comunità, alla fine restituiscono l´individuo alla sua esistenza nuda e cruda, da cui un giorno quell´individuo si era allontanato perché la vita non aveva "fatto presa". E dove la vita non fa presa non c´è chimica né comunità che tenga, c´è solo la voglia di non vivere come puro quantitativo biologico. E se la biologia segue la sua legge o costringe a vivere quella vita in terza persona scandita dai ritmi dell´organismo, allora non resta che il piacere dell´anestesia, quel sì alla vita, purché in nostra assenza, che è il sì di ogni esistenza traghettata dalla droga.
I lettori di Trainspotting, e quanti sono accorsi a vederne la versione cinematografica, non si lascino ingannare. Sia il libro sia il film dicono che la droga è anche piacere, e chiunque è libero di cercare il piacer suo e di preferire una vita breve ma piacevole a una lunga ma insignificante.
Non è vero! Il piacere della droga non è la scelta di una maggiore intensità della vita al prezzo della sua brevità, è la scelta dell´astinenza dalla vita, perché questa, una volta apparsa in tutta la sua insignificanza, prosegua pure il tracciato della sua insensatezza, ma risparmiando almeno il dolore. A questo tende il piacere dell´eroina, ossia il piacere dell´anestesia, a null´altro.

(2-continua)

Repubblica 14.8.07
Il sesso dei libertini
Le perversioni morali dell'aristocrazia
di Benedetta Craveri

Come Montesquieu e Rousseau di cui era discepolo fedele anche Laclos adottò il romanzo epistolare e fece proprie le idee rivoluzionarie degli illuministi

Torna in una nuova traduzione "Le relazioni pericolose" di Choderlos de Laclos un classico settecentesco, una corrosiva critica sociale

La nobiltà, diceva lo scrittore, era troppo corrotta per potersi rigenerare da sola
I protagonisti formano una coppia unita dallo stesso nichilismo implacabile e feroce
Valmont e la Merteuil sono vittime di un delirio di onnipotenza che li distruggerà

Apparse nel 1782. Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos possono essere lette, assieme alle Massime, caratteri aneddoti, di Chamfort, come la desolante conclusione della grande inchiesta sulla società francese avviata sessanta anni prima da Montesquieu con le Lettere persiane. Nel suo capolavoro giovanile, l´autore dello Spirito delle Leggi aveva tracciato l´identikit di una società frivola, galante, imprudente, teatrale, eppure «capace di coraggio, di generosità, di franchezza, di un certo senso dell´onore». Una società sostanzialmente libera, vitale e aperta al futuro. Ma già a partire dagli anni 1760, ancora in pieno trionfo dei Lumi, quest´arte aristocratica del vivere assieme, che aveva fatto di Parigi la capitale d´Europa, trovava in Rousseau un censore implacabile. Discepolo fedele di Jean-Jacques, Laclos ne riprendeva, un ventennio dopo, le imputazioni, giungendo a conclusioni ancora più radicali. Nel denunciare, nella Nouvelle Héloïse, l´artificio, l´impostura e la volontà di dominio del bel mondo parigino, Jean-Jacques proponeva come contro-modello l´utopia salvifica di Clarins, una comunità basata sulla virtù e la trasparenza dei cuori. Per Laclos, invece, l´élite nobiliare francese appariva troppo irrimediabilmente corrotta per potersi rigenerare dal suo interno: aveva bisogno di una riforma morale imposta dall´esterno, di una «rivoluzione» che doveva presto diventare realtà e di cui lo scrittore, con il sopraggiungere del 1789, non avrebbe esitato a farsi parte attiva.
Preoccupazione centrale dell´Età dei Lumi, la riflessione sulla società e sulla natura dei rapporti che ne costituivano il criterio di valore, trovava in effetti nei tre grandi romanzi di Montesquieu, di Rosseau e di Laclos la sua espressione più suggestiva. Né era casuale che la formula narrativa adottata dai tre scrittori fosse quella del romanzo epistolare «polifonico». Essa permetteva, lettera dopo lettera, di illustrare con immediatezza la varietà dei caratteri e la diversità dei punti di vista dei diversi corrispondenti e, al tempo stesso, di servirsene per ricostruire un contesto sociale più ampio. E consentiva ugualmente di inscrivere la riflessione morale, politica, filosofica dell´autore all´interno stesso della logica narrativa, facendone parte integrante dello scambio epistolare.
Laclos per primo sembra invitarci a una lettura in chiave sociologica del suo capolavoro, definendolo una «raccolta di lettere di una intera società». E non stupisce che una specialista di Baudelaire come Cinzia Bigliosi Franck abbia privilegiato questa prospettiva critica nel presentare la nuova edizione de Le relazioni pericolose da lei curata per la casa editrice Feltrinelli (pagg. 373, euro 9,00). Negli appunti preparatori di un saggio che intendeva scrivere sul romanzo di Laclos, il poeta dei Fiori del male, non faceva forse sua l´indicazione dell´autore e non vedeva in questa storia che «brucia come il ghiaccio», «un libro di vita di società», un «libro essenzialmente francese», un libro «terribile ma sotto la frivolezza e le convenienze»?
Proviamo dunque, partendo dalle osservazioni dalla Bigliosi e della sua nuova traduzione italiana, piacevolmente scorrevole malgrado la sua estrema aderenza al testo francese, a riprendere in mano questo romanzo spietatamente lucido e al tempo stesso sommamente ambiguo.
Il grande tema del libro è il libertinaggio, un male mortifero che avanza mascherato e mina dal suo interno una società quella del «bel mondo» aristocratico così «calcificata» da essere incapace di riconoscerne la presenza, rendendo pericolose anche le relazioni apparentemente più innocenti.
Eppure non era sempre stato così. Per tutto il Seicento «libertinaggio» era stato sinonimo di libero pensiero e anche quando nei primi decenni del Settecento, il termine aveva perso la sua connotazione filosofica, per indicare semplicemente coloro che perseguivano senza remore morali il piacere dei sensi, non aveva per questo assunto un significato necessariamente negativo. Nei romanzi di Crebillon, ambientati al tempo della Reggenza, il libertinaggio appariva già come lo sport preferito di una società oziosa e narcisistica, ma segnava anche una vittoria della «filosofia moderna» sugli ipocriti formalismi di un´ideologia dell´amore diventata obsoleta.
Sotto il segno dell´"amour-goût", uomini e donne stabilivano un nuovo patto di complicità ludica che consentiva loro di conciliare desiderio e rispetto delle forme e di riconoscere la legittimità del piacere sessuale in armonia con il pensiero naturalistico settecentesco. E´ quanto avrebbe, d´altronde, teorizzato qualche decennio dopo Diderot nel Sogno di d´Alembert. E non si può non riconoscere che, al di là della monotonia e della ripetitività delle tematiche e delle situazioni, una stessa esigenza di libertà, una stessa sfida ai divieti della chiesa e dello stato assoluto sembra accomunare la maggior parte della produzione letteraria erotico - libertino - pornografica del tempo, facendone una alleata preziosa dei Lumi nella lotta ad oltranza contro ogni principio d´autorità imposta dall´alto.
Ne Le relazioni pericolose, invece, il libertinaggio descritto da Laclos non obbedisce più a un´esigenza libertaria, non promuove più una moderna morale del piacere volta ad esaltare l´autonomia dell´individuo, è dichiaratamente al servizio di un progetto dispotico. Per Valmont come per la marchesa di Merteuil la posta in gioco non è tanto il godimento sessuale quanto l´esercizio incondizionato di una perversa volontà di dominio.
Ricordiamo brevemente la trama. Per vendicarsi del conte di Gercourt, un bellimbusto alla moda che l´ha tradita, la marchesa di Merteuil chiede aiuto al cavaliere di Valmont con cui intrattiene, dopo esserne stata l´amante, una amicizia complice. Valmont dovrà fare di Gercourt «lo zimbello di Parigi», seducendone la giovane fidanzata, l´ingenua e inesperta Cécile, ed educarla o, per meglio dire, depravarla sessualmente, mandandola all´altare già gravida. Il cavaliere si cimenterà, oltre che in questo, nella ben più difficile conquista della angelica presidentessa di Tourvel con l´impegno di sacrificarla alla marchesa dopo averne ottenuto la capitolazione. A rendere questo progetto possibile non è solo la diabolica astuzia dei due libertini ma la loro perfetta padronanza di un codice di comportamento mondano che consente loro di ordire impunemente i loro intrighi criminali sotto gli occhi di una società fatua, dimentica dei suoi valori e attenta soltanto alle forme. Se la verità finirà per emergere è esclusivamente perché la Merteuil e Valmont, rotto il patto che li univa, sono passati a farsi una guerra all´ultimo sangue, perdendo così il controllo del gioco. La lezione che ne ricaveranno quanti se ne erano lasciati ingannare non lascia adito alla benché minima speranza di rigenerazione. «La nostra ragione» si limiterà a dichiarare l´improvvida madre di Cécile, «già così insufficiente a prevenire le nostre sventure, lo è ancora di più a consolarcene».
Il primo grande colpo di genio di Laclos è quello di rinnovare lo schema abituale della narrativa libertina mettendo in scena, al posto di un solo protagonista, una coppia. Un uomo e una donna, uniti dallo stesso nichilismo feroce, che incarnano la personificazione maschile e femminile del libertinaggio e mostrano come non ci sia pacificazione possibile ma solo accordi provvisori nella guerra tradizionale tra i sessi. Inutile chiedersi chi dei due risulti il più forte: credendosi entrambi padroni del proprio destino e accecati da questa illusione, ambedue finiranno per essere vittime di un delirio di onnipotenza che li porterà all´autodistruzione.
Vi è certamente la tendenza a vedere in Valmont una vittima della Merteuil. Succube della marchesa il cavaliere le sacrificherebbe la passione che ha saputo ispirargli Madame de Tourvel, provocando così la follia e la morte della donna amata e precludendo a se stesso la possibilità di essere felice nella pienezza della vita affettiva.
Questa interpretazione, tuttavia, come ha mostrato Pierre Hartmann in uno studio importante (Le contrat et la séduction. Essai sur la subjectivitè amoureuse dans le roman des Lumières, París. Champion, 1998) fa torto alla lucidità di Valmont e inficia la coerenza di un personaggio che Laclos ha eretto a simbolo di quell´ordine sociale obsoleto e corrotto di cui i Lumi non erano ancora riusciti ad avere ragione. Il cavaliere è una figura del passato, un eroe decaduto di Corneille, un superuomo narcisista che si possiede saldamente e basta a se stesso. In accordo con la morale della sua casta egli cerca «la gloria» non più, come ai tempi d´oro della nobiltà, sui campi di battaglia ma nel libertinaggio. E poiché la gloria è direttamente proporzionale alla difficoltà dell´ostacolo con cui misurarsi, la conquista di Madame de Tourvel gli appare doppiamente meritoria. Essa, infatti, deve fare i conti con un ostacolo esterno, la virtù della vittima prescelta, e uno interno, il sentimento inatteso che ha messo radice nel suo cuore. Perché Valmont avverte chiaramente che l´amore che prova per la Tourvel, l´amore autentico di cui fa per la prima volta esperienza è una relazione tra persone, un´apertura all´altro incompatibile con l´ideologia libertina di cui egli si vuole l´interprete supremo. Per salvare l´integrità del suo io minacciato, il cavaliere mette a punto una strategia implacabile di cui è pronto a pagare il prezzo. Dopo aver trionfato sui «pregiudizi» della sua vittima e averla indotta a darsi liberamente a lui per amore, le spezzerà il cuore con un congedo umiliante. Come lui stesso lucidamente dichiara «degradata dalla sua caduta, ella ritornerà così ad essere per lui una donna qualunque», consentendogli di trionfare definitivamente su se stesso. Un trionfo irreparabile di cui il cavaliere non sarà in grado controllare le tragiche conseguenze.
E´ precisamente per evitare la sorte in cui è incorsa madame de Tourvel, per non soggiacere alla iniqua condizione di sudditanza imposta alle donne dalla società patriarcale, che Madame de Merteuil ha imparato fin da giovanissima l´arte della dissimulazione. E´ per essere libera e «vendicare il suo sesso» che ella ha optato per il libertinaggio e ne ha fatto la sua scelta di vita.
L´attenzione che Laclos ha dimostrato in vari suoi scritti per i problemi legati alla condizione femminile potrebbero indurre a credere come propongono i women's studies - che a differenza di quella del tutto sterile di Valmont, la sfida libertina della Merteuil guardi al futuro. Ma è davvero così? La depravazione morale della marchesa, la sua stessa spietatezza non dipendono anche dal fatto che la sua è una rivolta solitaria e pur sempre servile? Solitaria perché lo sforzo di volontà che ella ha compiuto su se stessa per forgiare la sua corazza impenetrabile ignora la pietà e si basa sull´inganno. Servile perché per dominare gli uomini ella ha scelto di imitarne il comportamento, adottando in tutto e per tutto il modello del libertinaggio maschile, trovandosi così ad agire in una posizione di netto svantaggio. Se il libertino è un personaggio sociale perfettamente integrato nella vita di società e le sue conquiste sono fonte di prestigio mondano, la libertina, al contrario, è oggetto generale di biasimo: una donna perduta davanti a cui si chiudono tutte le porte.
In realtà è un sentimento tipicamente femminile, la gelosia per un´altra donna, a perdere Madame de Merteuil inducendola a vendicarsi di Valmont, ma lo smascheramento finale della sua impostura non farà che confermare la ragione della sua rivolta. Saranno solo le sue lettere, e non quelle di Valmont, a venire divulgate, sarà solo lei, resa ancora più criminale per essersi ribellata alle leggi del suo sesso, a fungere da capro espiatorio di una società ipocrita che non sa di avere le ore contate.

l'Unità 14.8.07
Inchiesta/1
Anni ’70, quando la politica non colse il cambiamento
Una cappa sulla politica
di Gianfranco Pasquino

Dei quattro decenni dal 1970 ad oggi, certamente il primo, che si conclude nel 1980, è il più tormentato e complesso, ricco di avvenimenti, di contraddizioni, di drammi, di conseguenze, di potenzialità, sciupate. I terrorismi, nero e rosso, stando ad una possibile interpretazione che condivido, sono sia il prodotto di progetti politici di sovversione, che poco o nulla hanno a che fare con il disagio giovanile e/o sociale, sia la conseguenza perversa della percezione di un blocco del sistema politico italiano che nella sua evoluzione ha raggiunto, alla metà degli anni settanta, con la quasi inclusione del Pci, il massimo che poteva dare.

COME ERAVAMO Il compromesso storico è stato l’anticipazione dell’Ulivo? Sarebbe stato una cappa di piombo su una società che, come ha mostrato il referendum sul divorzio e le lotte sui diritti civili, chiedeva più libertà. Davanti alla sfida i due maggiori partiti, Pci e Dc, non hanno saputo che ripiegarsi su se stessi
Quando neanche un Partito Comunista arrivato al 34,4 per cento dei voti, il livello più elevato mai raggiunto dai comunisti in libere elezioni nel mondo occidentale, e che si colloca al governo di tutte le maggiori città italiane, riesce a ottenere una svolta nel governo nazionale, non può esservi più nessun dubbio che le aspettative di cambiamento non saranno soddisfatte. D'altro canto, quello stesso Partito Comunista non appare perseguire nessun cambiamento profondo, nessuna svolta, nessuna alternativa. Fin da subito, la politica del compromesso storico venne variamente e diffusamente interpretata come dichiarazione di disponibilità a svolgere un ruolo parzialmente subalterno alla Democrazia cristiana per un periodo di tempo molto lungo. Quella disponibilità fu certamente una buona notizia per Aldo Moro che, consapevole, come dichiarò esplicitamente, che il futuro non era più nelle mani della Democrazia cristiana, colse l'occasione per puntellarne il potere anche grazie al sostegno dato dai comunisti ai due governi monocolore guidati da Andreotti (1976-1979).
Con il senno di poi, non soltanto è possibile, ma è doveroso chiedersi se il compromesso storico, qualora fosse stato spinto più avanti, non avrebbe potuto costituire, da un lato, l'anticipazione di un fenomeno come quello dell'Ulivo; dall'altro, la soluzione di una crisi del funzionamento, dell'evoluzione, della qualità della democrazia italiana. Tutti coloro che pensavano allora e ritengono oggi che l'alternanza al governo costituisce lo strumento più efficace per obbligare la classe politica ad essere attenta ai bisogni e alle preferenze dei cittadini e a comportarsi in maniera responsabile, debbono rispondere che il compromesso storico avrebbe portato l'Italia fuori dal solco delle democrazie europee, vecchie e nuove. Governi effettivamente di compromesso storico non avrebbero garantito innovazione; avrebbero imposto una cappa, di piombo, su una società che sembrava attraversare una fase di liberazione; non avrebbero permesso ricambio in classi politiche già invecchiate. Nel frattempo, anche grazie alla spinta possente dei radicali, il ricorso al referendum, a cominciare da quello sul divorzio, rivelò che esistevano due mondi separati non soltanto dalla velocità di cambiamento, ma dalla cultura. Il mondo della politica rifletteva, con poche eccezioni, una società provinciale e tradizionale che non esisteva più, tranne in poche zone periferiche e meridionali. Dal canto suo, la società italiana era pervenuta ad una sostanziale liberazione attraverso processi di istruzione, di mobilità sul territorio, di piena occupazione che la rendevano già alquanto insofferente di quei "lacci e laccioli" la cui persistenza negativa venne autorevolmente denunciata da Guido Carli con riferimento all'economia italiana.
Sarebbe, naturalmente, non del tutto corrispondente alla realtà sostenere che il gruppo dirigente socialista avesse acquisito piena consapevolezza degli avvenimenti, delle potenzialità, delle trasformazioni da incoraggiare, da facilitare, da guidare. Tuttavia, in parte per cultura in parte per la natura del partito, che era un'organizzazione debole e abbastanza permeabile, meno esigente in termini di disciplina nei confronti dei suoi iscritti, più accessibile agli intellettuali, il Psi ebbe alcune delle intuizioni giuste. Certo, la sua struttura non era neppure sufficientemente diffusa da attrarre tutte le energie che vennero sprigionate dal movimento studentesco, dal movimento sindacale, dalle associazioni femministe. Ma la sua cultura era ricettiva, moderna, europea come le pagine di "Mondoperaio" di quegli anni sono in grado di testimoniare convincentemente. E la soluzione europea, come sembrò argomentare il segretario del Psi Francesco De Martino, non poteva che essere quella dell'alternativa socialista. Overdose di wishful thinking per un Partito socialista di ridotte dimensioni, l'alternativa socialista suonava anche come severa critica al compromesso storico e come presa di distanza dalla Democrazia Cristiana, in special modo da quella di Moro, portato per temperamento e per cultura alla mediazione e all'assorbimento delle sfide, non alla competizione e alla decisione.
La divaricazione di strategie dei tre maggiori partiti italiani è il prodotto di differenze culturali profonde, probabilmente inconciliabili, ma il potere politico dei socialisti di imporre la loro strategia o la loro visione era semplicemente inesistente. Appena eletto, Bettino Craxi decise di procedere in due modi, entrambi importanti e controversi, ma, a determinate condizioni, complementari. Da un lato, sfidò il "bipolarismo" che, nel gergo politico degli anni settanta, era molto visibilmente costituito dallo strapotere di Dc e Pci i quali, congiuntamente, nelle elezioni del 1976 avevano ottenuto il 72 per cento dei voti (vale a dire che tre italiani su quattro avevano votato o per la DC o per il PCI). Dall'altro, Craxi giunse alla convinzione che, con tutta probabilità, a ragione, il sistema istituzionale italiano come delineato nella Costituzione e come fatto funzionare nella pratica, era diventato un ostacolo alle trasformazioni politiche, sociali e economiche di cui il paese aveva bisogno.
Da queste riflessioni nacque il lancio, con grande scandalo dei conservatori costituzionali che erano una cospicua maggioranza sia dentro la Dc che dentro il Pci, della Grande Riforma. Doveva essere il grimaldello istituzionale in grado di rompere il bipolarismo politico e di aprire la strada anzitutto ad un ruolo del Psi maggiormente corrispondente alle sue aspirazioni di rappresentanza dei ceti liberati dalla modernizzazione del paese e di maggiore decisionalità al servizio di una ancora più intensa e più veloce modernizzazione. A prescindere dalle debolezze intrinseche e forse anche strutturali della strategia di Craxi, è mia opinione che l'assassinio di Moro, che rappresentò la svolta degli anni settanta, bloccando una serie di evoluzioni possibili, sia verso l'alternativa sia verso il compimento del compromesso storico, e conducendo infine ad una vera e propria, lunga e triste fase di, regressione: il pentapartito.
Poiché è improponibile gettare la colpa del riflusso su una società che chiedeva spazi e li otteneva, mobilitandosi, quando i referendum gliene offrivano la possibilità, appare evidente che i veri responsabili furono, da un lato, l'inadeguatezza della classe politica comunista, troppo convinta della sua superiorità intellettuale, dall'altro, il riflesso di conservatorismo della DC che, senza la spinta ideale e la capacità progettuale di Aldo Moro, preferì ripiegarsi sulla difesa, di stampo totalmente doroteo, dell'ingente potere fino ad allora accumulato, un tesoretto che sarebbe poi comunque andato disperso, ma lentamente. Infine, la spinta non si tradusse in cambiamento anche a causa della comprensibile preoccupazione di Craxi che, in assenza di una affidabile e credibile sponda comunista, il Partito socialista non poteva svenarsi, ma doveva ottenere quel tanto di potere anche governativo che gli consentisse di tenere viva la speranza dell'alternativa.
Furono tutte occasioni perdute oppure fu soprattutto una incomprensione dei processi profondi per la quale le culture politiche democristiana e comunista non possedevano gli strumenti, poiché né il cattolicesimo democratico né il marxismo, pure vivificato dal pensiero di Gramsci, potevano arrivare all'altezza di sfide che, altrove in Europa, vennero affrontate con gli strumenti delle scienze sociali e del keynesismo? Poiché anche oggi discutiamo di che cosa possa essere una nuova cultura della sinistra senza preoccuparci di che cosa sia effettivamente, nella pratica dei processi politici e di governo, la cultura socialdemocratica europea, la risposta è facile. Posti di fronte a importanti sfide politiche e istituzionali, i due grandi partiti italiani dimostrarono di non avere la cultura adeguata per affrontarle. Dotato di una cultura potenzialmente superiore, il Psi non disponeva del potere politico per tentarne l'applicazione. Presto avrebbe scelto di rafforzare il suo potere anche a scapito (dei suoi intellettuali e) della modernità e dei dettami della sua cultura.
Poteva un incontro fra democristiani e comunisti fare abbastanza strada senza l'apporto di una moderna cultura laica e socialista? Questo interrogativo mantiene tutta la sua pregnanza e validità.