domenica 12 agosto 2007

Il Sole - 24 Ore Domenica 12.8.07
José Pablo Feinmann
Maledetto Martin
Nel suo nuovo romanzo lo scrittore sudamericano racconta l'angoscia di Dieter Müller, allievo di Heidegger, che osserva imbarazzato l'adesione del maestro al nazismo
di Bruno Arpaia


Prima Lukàcs, Adorno e Löwith. Poi Habermas e Schneeberger. Infine, con sempre meno remore, più indignazione e più documenti alla mano, Hugo Ott, Victor Farìas ed Emmanuel Faye. A poco a poco, nel corso degli anni, le compromissioni con il nazismo di Martin Heidegger, uno tra i più grandi filosofi del Novecento, sono venute chiaramente alla luce. Nel marzo del 1933, infatti, l'autore di Essere e tempo venne nominato dalle autorità naziste Rettore dell'Università di Friburgo. Nel suo discorso inaugurale, Heidegger espresse l'adesione dell'Università al movimento hitleriano e assicurò la propria fedeltà totale al Führerprinzip, glorificando il «destino del popolo tedesco» e della sua lingua, l'unica, insieme a quella greca, in cui fosse possibile filosofare. Ma Heidegger non si limitò a queste affermazioni imbevute di superbia etnica: riorganizzò gli studi secondo la dottrina nazista, eliminando professori dai ruoli accademici e pensatori scomodi dai programmi d'esame. E tuttavia, sebbene il Terzo Reich, si attendesse un futuro millenario, undici mesi dopo Heidegger si dimise. In quel breve tempo, comprese che non sarebbe mai diventato il Führer culturale e filosofico del regime, che per lui non c'era spazio di fronte al potere totale di Hitler.
Come scrisse Ernst Jünger, invece di ammettere il proprio errore, Heidegger pensò sempre che Hitler avrebbe dovuto chiedergli scusa per essersi allontanato dalle sue idee. Nemmeno dopo la guerra il Maestro, sentendosi innocente, volle modificare o attenuare i passaggi della propria opera più compromettenti e più in sintonia con il nazismo, accrescendo così l'imbarazzo dei filosofi e rendendo sempre più cogente la domanda etica derivante dal suo comportamento: come è possibile che una mente così privilegiata e profonda abbia sostenuto il totalitarismo più tragico e inumano del XX secolo?
Da questa domanda prende le mosse l'intenso romanzo dell'argentino José Pablo Feinmann, che sceglie la strada della narrativa, della finzione letteraria, per affrontare il caso Heidegger e i problemi che ne derivano. Come scrivono Antonio Gnoli e Franco Volpi nella bella postfazione al volume, qui sono in gioco «i rapporti della saggezza con la tirannide, del pensiero con la politica, della teoria con la prassi, degli intellettuali con il potere». Problemi affrontati con rigore e lucidità da tanta saggistica, ma la prospettiva più obliqua e sottile della letteratura, la forza evidente delle cose e dei sentimenti, la partecipazione emozionale alle vicende dei personaggi letterari riescono forse meglio a proiettarci dentro gli eventi, a farceli valutare nella loro complessità.
Per questo Feinmann mette in scena, nell'Argentina del 1948, il personaggio di Dieter Müller, un professore di filosofia allievo del Maestro che, in una lunga e drammatica lettera al figlio, racconta gli anni dell'ascesa al potere del nazismo, le discussioni tra i giovani intellettuali tedeschi all'Università di Friburgo, la sconvolgenete lettura di Essere e tempo, e la fede nella missione storica della Germania. Dopo la guerra, esiliato in Argentina, Müller continua a pensare che le notizie sull'olocausto e sui campi di concentramento siano versioni della storia fornite dai vincitori, finché, davanti a una foto di un ebreo sul punto di entrare in una camera a gas, capisce che lui, Heidegger e tanti altri sono stati complici di un orrore infinito.
Così, dopo aver scritto la lettera, con la stessa Luger con la quale, durante la Prima guerra mondiale, aveva ucciso il suo tenente colpevole di disfattismo, Müller si uccide. Anni dopo quella stessa pistola riappare sulla scrivania della baita di Heidegger a Todtnauberg: ce l'ha portata Martin, il figlio di Dieter Müller. Ossessionato dall'influenza dal Maestro su suo padre, Martin cercherà di strappargli una risposta sul suo comportamento. Invano.
Romanzo filosofico in cui i due termini dell'espressione sono perfettamente bilanciati, L'ombra di Heidegger parla al lettore di pensieri profondi e di problemi inquietanti con una scrittura di grande fascino ed efficacia, che a volte sfiora perfino atmosfere da thriller. Nella storia di Dieter Müller, nella sua voce trasparente e appassionata, Feinmann mette allo scoperto l'ambiguità delle verità assolute, la razionalità dell'orrore, gli inganni dell'intelligenza. Per lui, come per il suo protagonista, vale la tesi Lukàcs e di Adorno: «Il nazionalsocialismo» scrive Dieter a Martin, «non è l'avventura sanguinaria di una manica di rozzi tedeschi brutali e svitati. La sua ideologia non riposa sulla lettura ben poco scrupolosa che Alfred Rosenberg ha fatto di Nietzsche. Non riposa sui grugniti paranoici, razzisti, disarticolati del Mein Kampf. E', figlio mio, nel più grande libro di filosofia tedesca che l'anima tedesca abbia scritto dai tempi della Fenomenologia dello Spirito». Una tesi discussa e discutibile, ma è innegabile che l'approccio di Feinmann la rende plausibile, svelando come, sotto alcune frasi di Essere e tempo, possa battere il genocidio. E come l'ombra di Heidegger, provocando una lacerazione tra filosofia e politica, si stenda ancora su di noi e sul nostro tormentatissimo tempo.

José Pablo Feinmann, L'ombra di Heidegger, traduzione di Lucio Sessa, Neri Pozza editore, Vicenza, pagg. 184, € 15

Liberazione 12.8.07
Destra e sinistra al duello decisivo: difendere o smantellare la precarietà
di Piero Sansonetti

L'offensiva dei conservatori (di entrambi gli schieramenti) sul caso-Caruso, ha un obiettivo molto semplice: difendere il nuovo modello di società
costruito dal liberismo (non solo in Italia). E cioè il precariato (non solo sul lavoro) come mediazione tra lo schiavismo e l'orgia dei diritti degli anni '70

Tutti - come noi - si sono indignati per le offese rivolte da Francesco Caruso a Marco Biagi e Tiziano Treu. Alla fine, e per fortuna, si è indignato persino lo stesso Caruso che le ha ritrattate, le ha definite uno «sfogo incontrollato» e ha anche chiesto scusa alla famiglia di Marco Biagi. Meno male.
Una parte consistente del mondo politico, e anche della stampa (quasi tutta la stampa), prosegue però - ed era prevedibile - una campagna molto massiccia a favore del precariato. Cioè usa la condanna verso le frasi insensate di un deputato, per erigere un muro a difesa delle leggi e dei costumi che stanno stravolgendo, a una velocità impressionante, l'intero impianto del lavoro e della sua regolazione. Negli ultimi quindici-vent'anni, in Italia, e in tutta Europa, si è invertito il trend che nei decenni precedenti aveva portato a una parziale riduzione dello sfruttamento e a un aumento delle garanzie per i lavoratori dipendenti. E' aumentato, in questi anni, il tasso di sfruttamento, sono diminuiti i diritti e i salari. La parte più forte del mondo politico-giornalistico italiano guarda con soddisfazione a questa inversione, vuole spingerla più avanti, ritiene che sia la sola garanzia di modernità e di crescita e il solo modello oggi possibile in Occidente.
Se vogliamo parlare seriamente di politica, dobbiamo partire da qui. Avere consapevolezza della ragione vera dello scontro politico che è aperto, in Italia, nella maggioranza e fuori di essa. E' uno scontro reso confuso dal gigantesco impianto ideologico che lo circonda - costruito dalla destra, dalle pressioni confindustriali, da un sistema molto compatto e assai ben governato dei media - ma che invece è semplicissimo, cristallino.
La destra classica ritiene necessaria la restaurazione del vecchio potere capitalistico, nelle sue forme più tradizionali e arretrate che portano al prevalere assoluto del profitto sul salario e al dominio dell'imprenditore sui lavoratori subalterni. Sollecita la cancellazione delle conquiste sociali che hanno caratterizzato il trentennio 1950-1980, e che ancora segnano soprattutto le nazioni più politicizzate e sindacalizzate (come l'Italia, la Germania e in parte la Francia), e avverte che un sacrificio di questo genere, da parte dei lavoratori, è indispensabile alla modernizzazione, alla competizione internazionale, e alla tenuta dell'Occidente e dei suoi livelli di benessere.
La sinistra crede, al contrario, che una inversione nel cammino dei diritti collettivi e individuali non solo sia un sacrificio inaccettabile, ma che conduca inevitabilmente verso la barbarie, l'inferocirsi dello scontro di classe, nuove forme di schiavismo e di totalitarismo, prima sociale - che già in gran parte è in atto - e poi politico. E quindi pensa che occorra fare barriera e ostacolare in ogni modo il disegno di Confindustria.
La destra - che appunto è guidata oggi da Confindustria - immagina che lo strumento "concreto" per la restaurazione, sia il "precariato", e che il precariato debba diventare il modello moderno di relazione sindacale. Lo giudica un equilibrato punto di mediazione tra lo schiavismo di una volta e l'eccesso - l'orgia - dei diritti sindacali e individuali che travolse l'Occidente negli anni '70. Di più: lo considera un modello estendibile a molti altri aspetti della civiltà: le relazioni personali, l'uso dell'ambiente, la cultura, l'informazione, la struttura e la fruibilità delle città, l'amore, gli affetti, i rapporti tra i sessi... Ha l'idea che la precarietà, e gli squilibri che comporta, siano la condizione di sopravvivenza per una società che si basa sulla competizione e non sulla collaborazione, sull'individualismo e non sulla collettività. Cioè la società della concorrenza, la società capitalista.
La sinistra ritiene che il "precariato" sia lo strumento per minare alla base le relazioni civili e umane tra le persone, le classi, i ceti, tra il popolo e il potere, e che alla fine diventi un "virus" che porta alla degenerazione e alla disgregazione dell'impianto fondamentale della nostra società.
Naturalmente nel definire i due schieramenti - destra e sinistra - si tiene conto delle idee e dei riferimenti sociali e di potere, non della collocazione politica. Perché quella che abbiamo definito destra controlla saldamente, in Parlamento, l'intero schieramento conservatore (dalla Lega all'Udc) ma anche - seppure con meno sicurezza - una parte, forse non minoritaria, del centrosinistra. La vera anomalia italiana è questa: esistono due destre, che si sovrappongono perfettamente per le proprie posizioni politico-economiche (e spesso anche culturali) ma non si amano e non coincidono nel ceto politico e quindi sono presenti nei due diversi schieramenti. Il problema è se questa sovrapposizione finirà per costituire un ostacolo o, viceversa, un punto di forza per le destre.
E la cosa in gran parte dipende da come saprà muoversi la sinistra. In modo speciale, da come saprà muoversi nella lotta al precariato, cioè nella battaglia per far saltare il "progetto" di Confindustria per gli anni 10, 20 e 30. Se sarà unita - saggia, determinata - anche se attualmente è minoritaria, può farcela. Soprattutto se saprà giocarsi tutto in questa battaglia, senza calcoli, con generosità, mettendo tutta la propria anima e anche il cervello. Per questo noi abbiamo lanciato l'idea della manifestazione ad ottobre. Si può discutere quanto si vuole sulla piattaforma di quella manifestazione. Una cosa però è molto chiara: l'idea che ci proponiamo di battere è quella del modello precario (in tutti gli aspetti della nostra vita). E naturalmente di ottenere dal governo che sostituisca la legge Treu e la legge Maroni (legge 30), che sono organiche a quel modello.

Liberazione 12.8.07
Risposta a Folena sul Pd e il rischio di sottovalutarne il leader
Sinistra, attenta a Veltroni è un conservatore (e oligarca)
di Massimiliano Smeriglio*

Il Pd, Veltroni e la fine del Laboratorio romano
La sfida del leader in pectore del Pd è chiara: cambiare la politica,
per un'alternanza neoliberista, nel nome di stabilità e governabilità

In questi giorni si susseguono le analisi e i ragionamenti intorno al Pd che verrà e al profilo che Veltroni saprà imprimere alla nuova organizzazione politica. Da ultimo un articolo colto e intelligente di Pietro Folena, su Liberazione un pezzo denso di emozioni e stile, categorie politiche alte perché intrecciano la politica con le emozioni. Ma proprio Folena, del tutto inconsapevolmente, suggerisce il primo difficile tornante che noi di sinistra dovremo affrontare: la sindrome dell'album di famiglia. La storia di un uomo, in questo caso Walter Veltroni, dice molto, ma spesso non dice tutto e soprattutto dalla storia non si deduce interamente la geografia.
Per capire cosa sarà il Pd di Veltroni o il Veltroni del Pd serve solo la lente della contemporaneità; la storia, le memorie condivise, i percorsi collettivi che noi narriamo non serviranno ad esorcizzare gli esiti moderati inscritti in quel processo. La prima deduzione logica che ne dovremmo ricavare è che dovremmo strappare gli album di famiglia, e smettere di pensare che la militanza comune nel grande Pci sia garanzia di tenuta e riconoscimento reciproco. Per noi, che curiamo la memoria, ha senso tenere a mente le fila di un cammino comune, o la perimetrazione di un campo di valori condivisi e condivisibili; ma per chi vive nella politica del just in time , nel culto ossessivo dell'immagine che fagocita l'immaginario, la sinistra, il Pci, il movimento operaio sono il giurassico, pacchi ingombranti messi in soffitta da tempo. Prima ce ne convinciamo e meglio è per tutti noi. Siamo alle soglie di un grande smottamento della politica italiana e non ci verranno in aiuto categorie e traiettorie concluse nel secolo breve.
La sfida del leader in pectore del Pd è chiara: cambiare la politica, fondare il campo democratico e spostare il paese nel campo dell'alternanza neoliberista, una bolla politicista dove la conflittualità viene anestetizzata e la partecipazione messa a valore, funzionale al bene più importante per i poteri globali, stabilità e governabilità.
Veltroni è ambizioso, spera di avere un successo almeno simile a quello che Berlusconi ha realizzato prima nel centro destra e poi nel Paese. In questo schema la sinistra non esiste, in questo schema noi non ci siamo, il Pd veltroniano ha una vocazione onnivora, proverà a definirsi come tutto e non come parte di una alleanza più grande e articolata. Certo ci sarà spazio per qualche Jesse Jackson all'amatriciana, certo tratteranno con la vertenzialità diffusa in termini lobbystici o concertativi, ma tutto nel campo delle compatibilità predefinite. Nessun altro mondo è possibile, se non quello dato. Per la cura dell'anima basterà qualche campagna sulla fame nel mondo o sulla povera Africa, introiettando la presunzione, tutta eurocentrica, di voler essere parte astratta della soluzione senza mai sentirsi minimamente parte del problema.
Le cose appena scritte non sono solo il prossimo futuro, sono già il presente, basta indagare con più attenzione quanto sta accadendo a Roma, la terra promessa su cui il Pd ha costruito il suo prototipo e Veltroni la sua chance democratica.
Tra il 2001 e il 2006 nella capitale si è sviluppato un modello di governance contraddittorio e proprio per questo aperto a diverse opzioni strategiche. Da un lato quello che noi chiamavamo il Laboratorio Roma, la possibilità di mettere al governo della città i movimenti, i conflitti, i senza casa, la società civile, i comitati di quartiere, la comunità glbtq e la intellettualità diffusa. Il tutto basato sulla pratica della partecipazione, sulla pianificazione urbanistica e la valorizzazione della comunità locale. Punto di riferimento aperto e dialogante di questa soggettività moltitudinaria il sindaco Veltroni.
Dall'altro lato il modello Roma, un progetto spregiudicato di rifunzionalizzazione, sotto una nuova guida e la regia del senatore Bettini, del vecchio potentissimo blocco di potere romano: costruttori, proprietari di giornali controllori delle cronache locali, proprietari dei crediti della sanità privata, Camera di commercio e Vaticano; sembrano molti, in realtà parliamo di una strettissima oligarchia che fa tutte quelle cose insieme, in barba al mercato, alla tanto osannata concorrenza e alle conferenze alla moda sul capitalismo molecolare. Punto di riferimento di questo blocco di potere, che va da Caltagirone a Ciarrapico, il sindaco Veltroni.
Questi due mondi, distinti e conflittuali, erano tenuti insieme dalla garanzia che lo spazio pubblico, il Comune, avrebbe definito il campo democratico in cui far svolgere la partita. Insomma Veltroni e il Consiglio comunale, come arbitri e regolatori di interessi contrapposti che si misuravamo sul terreno dell'accentramento o della redistribuzione delle ricchezze accumulate dall'azienda Roma. In questo quadro ci è capitato di perdere, spesso, ma anche di portare a casa risultati importanti per la nostra gente o di provare, non solo a governare la città eterna, ma anche a trasformarla incidendo sulla composizione sociale, le periferie e strappando diritti ed opportunità per quelli che non ne hanno mai avuti.
Nel 2006 la storia è cambiata, Veltroni ha accelerato, ha allargato a dismisura la sua coalizione, ha consolidato intorno a se il vecchio blocco di potere romano, insomma ha smesso di fare l'arbitro ed è sceso in campo con la maglia del modello Roma scegliendo di rompere la dialettica con l'altra città. Veltroni ha fatto la sua scelta: moderata sul piano dei diritti civili (nessun registro delle unioni civili, nessuna iniziativa per il voto amministrativo ai migranti, niente decentramento), fortemente ancorata alle oligarchie capitoline sul terreno degli interessi materiali, incapace di mettere in campo processo reali di redistribuzione del reddito, diretto o indiretto, per aver appaltato il welfare community a settori del cattolicesimo caritatevole. In tutto questo non c'è traccia di innovazione tecnologica, di "classe creativa", di responsabilità sociale d'impresa e di produzioni immateriali per stare al lessico del sindaco. In fondo l'attuale assetto di governo concreto della città, nonostante i nostri sforzi e quelli dell'intera sinistra, assomiglia molto ad un patto di sindacato tra soggetti da sempre molto forti a Roma e che, da sempre, fanno accordi con chi momentaneamente la amministra.
Qui muore il laboratorio Roma, il sindaco ha deliberamene messo in crisi gli assetti costruiti nel quinquennio precedente, promuovendo una idea di città in cui stentiamo a ritrovarci. Il patto per la legalità, i mega campi per i Rom persino di seconda e terza generazione, gli spericolati sdoganamenti di ex post e neo fascisti, la riduzione dei poteri effettivi del Consiglio comunale, l'utilizzo continuo di forza lavoro precaria nell'amministrazione comunale e, in fondo, un certo fastidio per i partiti e tutti i corpi intermedi che hanno l'ambizione di non ridursi a fare da cinghia di trasmissione del super sindaco.
Lo schema che Veltroni ci propone è molto semplice: giocare con la sua squadra, inscrivendoci di fatto nel Pd, o fare da spettatori nella partita che sta giocando, ai quali è concesso persino il lusso di fischiare o tifare. Noi scegliamo un'altra strada, saltati gli spazi della mediazione politica (tra partiti) e istituzionale (il Consiglio comunale), ci accingiamo a fare delle belle invasioni di campo, praticando il conflitto e provando ad utilizzare il palcoscenico veltroniano per dare visibilità alla città di sotto. E non lo faremo per negoziare ma per dire che così non va, e che un centro sinistra così distante dalle fatiche quotidiane di chi vive di stipendi e pensioni comincia a farci paura. Da queste sane invasioni di campo potrà rinvigorire il sentiero della Sinistra, una sinistra in movimento che ritrovi il coraggio e la passione civile di squarciare il velo dello spettacolo e di calcare le scene della rappresentazione veltroniana. Le occasioni non mancheranno, chissà magari a partire dalla notte bianca e dalla festa del cinema potremmo farci carico di rappresentare al meglio un pò di neorealismo in salsa contemporanea. Prima che i telefoni bianchi prendano il sopravvento.

*deputato Prc-Se e segretario della federazione romana

Repubblica 12.8.07
L’ombra del ‘29 sui nostri risparmi
di Eugenio Scalfari

Ci sono state molte altre crisi finanziarie negli ultimi vent´anni del Novecento, dovute all´improvviso sgonfiarsi di bolle speculative. La crisi del rublo, quella dell´insolvenza messicana, quella dei «bonds» argentini, quella (e fu la più violenta e diffusa) che travolse i super-investimenti nell´industria informatica. E naturalmente le crisi petrolifere che portarono alle stelle i prezzi del greggio con ripercussioni non solo sulla finanza ma sull´economia reale. E tutte, ovunque fosse il loro epicentro iniziale, coinvolsero il centro finanziario del mondo: Wall Street, le grandi banche d´affari americane, l´immenso ventaglio dei loro clienti internazionali e multinazionali, chiamando in causa inevitabilmente anche la Federal Reserve, la Banca centrale americana, supremo regolatore del sistema monetario e finanziario del pianeta.
Ma nessuna di queste «fibrillazioni» somiglia a quella di questi giorni. Forse proprio perché nel caso attuale l´epicentro è nel sistema bancario americano, nei mutui immobiliari facili, nel loro piazzamento in titoli «derivati» e nella loro diffusione in molte istituzioni finanziarie internazionali.
La finanza Usa e la Fed questa volta non giocano di rimessa, ma giocano in proprio. Il sisma nasce lì, a Manhattan, nel cuore della Grande Mela e ciò aumenta la sua potenza diffusiva e le sue devastanti capacità.
C´è però un precedente cui la crisi attuale può esser confrontata ed è il terremoto finanziario del 1929. Lo si nomina poco in questi giorni, anche gli analisti che inclinano piuttosto al pessimismo fingono di dimenticarsene, forse per scaramanzia. Ma, pur nelle grandi differenze di contesto rispetto a ciò che accadde ottant´anni fa, le analogie sono impressionanti. Consiglio ai lettori di procurarsi e di leggere un libro diventato fin dal suo primo apparire un classico in materia: «Il grande crollo» di Kenneth Galbraith. E´ una lettura paurosamente affascinante.
Intanto la crisi di oggi e quella del ´29 cominciano allo stesso modo: una gigantesca bolla immobiliare, mutui facili, esposizione di istituti bancari specializzati in questo settore, fame di case concentrata soprattutto in California e in Florida, emissione di azioni da parte di società-fantasma, cieca fiducia dei risparmiatori, rifinanziamenti a breve da parte del sistema bancario, interventi (inutili) della Banca centrale e delle principali istituzioni finanziarie, in particolare le banche d´affari che facevano allora capo ai Rockefeller, ai Morgan, ai Rothschild.
Nel ´29 vigeva il sistema aureo, non esisteva alcuna disciplina sul mercato dei cambi, New York, Londra, Berlino, Parigi erano in accesa competizione tra loro. Ciò aggravò e moltiplicò gli effetti del sisma che da una crisi di Borsa si estese al dollaro, dalla moneta americana alla sterlina e al marco tedesco e a tutto il sistema aureo, cioè a tutte le monete del mondo.
Per fortuna il sistema monetario mondiale è oggi completamente diverso, l´amplificazione dei fenomeni si verifica agevolmente ma è entro certi limiti governabile.
Siamo più attrezzati di allora. Ma le analogie restano e i rischi sono tutt´altro che lievi.
* * *
Non starò ora a ripercorrere le tecniche dei mutui immobiliari, della loro cartolarizzazione in titoli, dei tassi di interesse prossimi allo zero per invogliare la clientela, dell´assenza di valide garanzie e infine nella diffusione anche fuori dal mercato Usa dei titoli - spazzatura e dei relativi rischi. Nei giorni scorsi tutto questo perverso meccanismo è stato ampiamente descritto e quindi lo do per noto.
Ricordo soltanto ai lettori che il mercato immobiliare e il suo enorme indotto coprono almeno un quarto dell´economia Usa. A loro volta i consumi privati rappresentano i due terzi della domanda interna di quel paese e gran parte di essi, specie tutta la fascia dei beni durevoli, è strettamente connessa alla costruzione di nuove abitazioni. Stiamo insomma discutendo di uno dei gangli vitali del sistema America e del «business» ad esso collegato.
Questo sensibilissimo settore è entrato in crisi di insolvenza. I clienti che hanno contratto mutui sono insolventi, non hanno soldi per pagare le rate; di conseguenza i loro creditori diventano man mano insolventi anch´essi; i risparmiatori che hanno affidato i loro risparmi a fondi d´investimento che hanno in portafoglio anche titoli immobiliari, ritirano i loro capitali; i fondi più deboli e più presi di mira cominciano a congelare le quote della clientela e creano in questo modo altri punti d´insolvenza. Purtroppo tra i fondi coinvolti ci sono anche alcuni fondi-pensione che sono tenuti dai loro statuti a corrispondere con periodica frequenza i dividendi ai pensionati. Per ora non si ha notizia di insolvenze in questo delicatissimo settore. Auguriamoci che i gestori dei fondi-pensione non siano stati troppo aggressivi nella ricerca di rendimenti superiori alla media.
Si tratta comunque di un´insolvenza abbastanza diffusa. Il governatore della Fed, in una recentissima dichiarazione, l´ha valutata a cento miliardi di dollari. Per ora le insolvenze acclarate ammontano a cifre molto minori, eppure sono state sufficienti a terremotare i mercati finanziari in Usa, in Europa, in Canada, in Australia. L´Asia, Giappone compreso, sembra al riparo dalla tempesta. Ma se e quando dovessero venire allo scoperto le insolvenze preannunciate da Bernanke, gli effetti potrebbero essere assai più micidiali.
Proprio per impedire che ciò accada e soprattutto per recuperare la fiducia dei risparmiatori e degli operatori, le Banche centrali hanno deciso di concerto di iniettare liquidità nei mercati con prestiti a breve e brevissimo termine ai sistemi bancari, accompagnando queste operazioni con inviti alla calma e solenni assicurazioni che la crisi è circoscritta, le insolvenze limitate, la liquidità comunque garantita e i «fondamentali» senza alcun contraccolpo.
Non avevano altra strada, le Banche centrali, che stanno facendo egregiamente il loro lavoro. Riassorbire l´eccesso di liquidità quando non sarà più necessario non è tecnicamente difficile. Non è detto invece che il recupero di fiducia avvenga rapidamente. Nella crisi del 29 non avvenne, anzi durò per molti mesi fino a creare effetti depressivi sulle economie reali. Abbiamo già detto che le autorità monetarie e le istituzioni finanziarie sono oggi molto più attrezzate di allora. Tuttavia la fiducia è un elemento immateriale e estremamente volatile. L´ostentata tranquillità delle Banche centrali e delle autorità monetarie può non esser sufficiente a ripristinarla.
Se poi prendesse corpo la speculazione ribassista con l´obiettivo di deprimere fortemente i listini di Borsa per poi ricoprirsi realizzando favolosi guadagni, come spesso avviene in situazioni del genere, non c´è Banca centrale che possa reggere né fiducia che possa esser recuperata. E´ tuttavia difficile (o almeno così ci auguriamo) un intervento massiccio al ribasso. La situazione dei mercati si è fatta di colpo così delicata che un intervento speculativo al ribasso potrebbe produrre effetti di tale magnitudine da render poi impossibile per lungo tempo l´esito positivo per gli speculatori. C´è insomma un deterrente psicologico, e speriamo che basti a fermar la mano della speculazione.
* * *
La Borsa italiana ha preso nell´ultimo mese e in particolare negli ultimi tre giorni potenti scoppole, più o meno in misura analoga a quella degli altri mercati europei. Più per contagio che per reali insolvenze. Di queste ne sono finora venute alla luce assai poche. Quella, di circa 700 milioni, dei tre fondi della Paribas parzialmente congelati. Altre sulle quali per ora circolano soltanto voci.
Il contagio comunque si può propagare come il «venticello» della calunnia cantato da Don Basilio nel «Barbiere di Siviglia». Ma se non è sostenuto da evidenze concrete può essere rapidamente dissipato. Il caso italiano non sembra dunque particolarmente esplosivo. C´è un punto tuttavia che merita di esser considerato e riguarda i fondi pensione nei quali sono recentemente affluiti oltre un milione di pensionandi che hanno versato i loro Tfr col metodo del silenzio-assenso.
Si è fatto un gran can-can da parte della «setta» degli economisti liberali perché il collocamento del Tfr nei fondi non era stato sufficientemente incoraggiato dal governo. Era una menzogna e il risultato delle sottoscrizioni lo dimostra. Ma ora ci sarà chi rimpiangerà, tra i pensionandi che hanno scelto la previdenza complementare, di non aver versato i propri Tfr ai fondi aziendali gestiti dai sindacati o addirittura di non aver conservato il vecchio sistema della previdenza pubblica dell´Inps. Gli investimenti arrischiati di alcuni fondi pensione americani ci dicono che anche la via della previdenza alternativa non è cosparsa di rose e fiori e che il mercato non è mai stato e mai sarà il paese di Bengodi se non per i pochi che possono manovrarlo a danno dei molti.
C´è un altro aspetto italiano che vale la pena di considerare. E´ opinione diffusa che l´eventuale rallentamento della crescita della nostra economia, aggravato dai possibili effetti della crisi in atto, spingerà in alto l´onere del debito pubblico sul bilancio dello Stato.
Personalmente credo sia un marchiano errore fare simili previsioni. La crisi finanziaria in atto ha aumentato e ancor più aumenterà la propensione dei risparmiatori a investire in titoli pubblici, Bot o pluriennali. Questa propensione produrrà un aumento della domanda di quei titoli e quindi un´occasione per il Tesoro di spuntare condizioni più favorevoli nel momento dell´emissione.
* * *
L´aspetto più preoccupante della situazione italiana sta invece nei possibili effetti di rallentamento sulla crescita del Pil che la crisi può esercitare. Rallentamento dovuto ad un calo nei consumi, allo sgonfiamento della bolla immobiliare che anche da noi è in corso e quindi nell´occupazione, nel reddito e negli investimenti nell´ampio indotto dell´industria edilizia.
A fronte di questi temuti effetti recessivi si ripete il suggerimento di accelerare le riforme. Ma quali?
Bisognerebbe specificare un po´ di più se si vuole evitare la ripetizione giaculatoria della parola «riforme». Le liberalizzazioni, certo. Ma non bastano, agiscono con ritardi tecnicamente inevitabili, non possono comunque essere effettuate tutte insieme in dosi massicce senza sconvolgere mercati alquanto sinistrati.
Il rallentamento nella crescita impone di concentrare l´azione del governo su quell´obiettivo. E quindi: favorire gli accordi governo-sindacati in favore della produttività; concentrare la spesa pubblica sui lavori pubblici e le infrastrutture; procedere a ulteriori sgravi fiscali sul lavoro e all´ulteriore sostegno dei bassi redditi.
Le crisi finanziarie hanno, come la loro storia ha invariabilmente dimostrato, l´effetto di accrescere la responsabilità e il ruolo dello Stato nel rilancio dell´economia. Così accadde nell´America del ´29, dove la crisi spazzò via la lunga dominanza dei conservatori e aprì la stagione dei riformisti, dai tre mandati di Roosevelt, a Truman, a Johnson, a Kennedy, a Carter, a Clinton.
La ragione è evidente: le crisi determinano rallentamento nella domanda. La ripresa avviene rifinanziando la domanda.
E quando è in sofferenza il settore delle costruzioni, affiancando all´investimento privato un massiccio e organico investimento pubblico. Tanto più in un paese come il nostro dove le infrastrutture sono carenti al Nord quanto al Sud. Su questa politica il governo può ritrovare compattezza ed efficacia. La situazione è già abbastanza seria per smetterla con i tiri alla fune e gli strappi per esibire una forza che isolatamente nessuno possiede.

sabato 11 agosto 2007

Liberazione 11.8.07
«Lui ha scelto di conquistare la ribalta con frasi aberranti»
Migliore: «Caruso crede nella politica spettacolo. Noi nella lotta di massa»
di s.b.

Ma cosa ti ha dato più fastidio? Gennaro Migliore è capogruppo di Rifondazione alla Camera. Insomma, è il "capo" di Caruso. «Cosa mi ha più infastidito? Una cosa sopra le altre: l'aver utilizzato due morti sul lavoro, le ennesime morti "bianche", per una polemica scandalistica». Poi Migliore prosegue da solo, senza bisogno di altre domande: «Sì, mi fa davvero male l'idea che abbia usato quelle frasi aberranti solo per catturare l'attenzione». Di più, di ancora più forte: «Questa è la spettacolarizzazione della politica. Quella contro cui ci siamo battuti. Da sempre».

Stai sostenendo che Caruso non c'entra nulla con la cultura politica di Riforndazione. Si tratta di questo?
Io dico che per l'ennesima volta Caruso sceglie di conquistare le prime pagine con orribili parole. Invece di impegnarsi assieme agli altri per provare a fermare le stragi sul lavoro. E non farlo una tantum, ma tutti i giorni. Anche quando si spengono i riflettori dei media.

Caruso, insomma, è un fenomeno inventato dai giornali?
Non dico questo. E resta tutta la gravità delle cose che ha detto. Pensavo però che proprio Liberazione, tempo fa, pubblicò un'intera prima pagina con sù stampato solo l'elenco delle vittime sul lavoro. Chiedendo alla politica di non restare a guardare. La politica, questa politica, una volta tanto ha fatto qualcosa: poco prima delle pausa estiva ha varato una legge in materia. Che certo deve ancora passare al Senato ma è un buon testo. E tranne qualche rara eccezione, non l'ho letto da nessuna parte. Ma tutto questo, ti ripeto, non assolve Francesco. Anzi..

Anzi cosa?
Voglio dire che mentre tutti, la sinistra, la sinistra sociale, stanno provando a fermare quelle stragi, lui sceglie la via dell'autopromozione scandalistica. E lo fa con un linguaggio violento, aberrante. Facendo male a tutti noi ma anche a lui stesso...

Che vuoi dire?
Voglio dire che il deputato Caruso non è solo le frasi idiote. Ha anche lavorato. E in qualche caso bene. Penso alle sue denunce sui Cpt, sugli ospedali psichiatrici e giudiziari. Ora rischia di buttare tutto a mare. E forse dovrebbe riflettere sul fatto che nessuno, neanche nel suo mondo di riferimento, abbia speso una parola in sua difesa.

Che cosa si sta preparando per il deputato Caruso? Sui giornali già si parla di provvedimenti?
A settembre riuniremo il gruppo ed esamineremo il caso. Discuteremo. Ovviamente consultandoci pure con la segreteria del partito, anche se Caruso non è iscritto a Rifondazione. E in quella occasione, decideremo.

Qualcuno ha già deciso, però. E ha chiesto a Rifondazione di prendere le distanze non solo da Caruso ma anche dalla battaglia sulla legge Biagi.
L'ho detto tante volte: non chiamiamola più legge Biagi. Chi l'ha varata ha utilizzato il nome del giuslavorista del tutto impropriamente. Ma a parte questo, non capisco il nesso. Per noi l'ultimo protocollo di accordo sul welfare non aggredisce la precarietà. E continuereno a batterci perché alcune misure - penso al job call e allo staff leasing - vadano modificate.

Qualcuno però, anche nella maggioranza, insiste: L'Italia dei valori e Angius dicono che dopo la sortita di Caruso almeno occorre lasciar perdere la manifestazione del 20 ottobre.
Affermazioni provocatorie. Provocatorie e infelici. Anzi sai che ti dico: che non mi metto neanche a discutere su questo terreno con l'Italia dei Valori. Formazione che ha candidato un tal De Gregorio, vorrei ricordare. Eppure io non ho mai chiesto per questo a Di Pietro di rinunciare alle sue battaglie.

Visto che ci siamo e parli di candidature: cosa rispondi a chi dice che Caruso non andava messo in lista?
E' una responsabilità collettiva che mi assumo per intero. E mi piacerebbe che qualcuno oggi aggiungesse che abbiamo fatto bene a candidare Luxuria o Daniele Farina, tanto per fare due nomi. Detto questo, ti rispondono che questa polemica serve solo a gettare la croce addosso al segretario del partito dell'epoca, oggi Presidente della Camera. Piccole polemiche, perché ti ripeto: la scelta fu collettiva.

E ad Angius che ribatti?
Dico che la manifestazione del 20 ottobre ha un obiettivo preciso. Ridare forza alla partecipazione popolare, provare a ricostruire una sinistra capace di essere in sintonìa col suo popolo, con i suoi sentimenti, i suoi bisogni. Angius fa parte di questa sinistra, queste erano anche le sue preoccupazioni. Almeno fino a ieri. In ogni caso, sono ancora le nostre.

Comunque sia tutta questa vicenda racconta di una nuova difficoltà di Rifondazione nel rapporto col governo. O no?
La vicenda Caruso non parla certo di questo...

Ma il problema c'è. O neanche questo è vero?
Diciamo così: ci sono due questioni. La prima: chi ci accusa di ogni nefandezza, in realtà sta progettando un'altra maggioranza. E noi, ovviamente non faremo da cavallo di Troia a queste forze.

E l'altro «problema»?
Riguarda la profonda insoddisfazione di tanta parte delle nostra gente. Un'insoddisfazione che dobbiamo avere la capacità di ascoltare, di capire. Di saper leggere. E assieme a queste persone, decidere cosa fare. Dobbiamo tornare a metterci in sintonìa col nostro popolo. E non lo si fa certo puntando solo di conquistare un titolo sui giornali.

il manifesto 11.8.07
Esclusivo Come la magistratura tedesca ha chiuso l'inchiesta. Sotto silenzio
Una pietra sulla strage di Cefalonia
di Guido Ambrosino

Per il procuratore mancano le aggravanti e prove di «responsabilità personale». Con la stessa motivazione nel '68 fu archiviata un'altra inchiesta su Cefalonia. Ma anche l'Italia ha i suoi «armadi della vergogna»

Berlino. La magistratura tedesca non vuole più rompersi la testa su Cefalonia, l'isola dello Ionio dove nel settembre del '43 vennero massacrati dalla Wehrmacht più di cinquemila soldati della divisione Acqui. Erano ormai prigionieri, disarmati, dopo aver combattuto contro i tedeschi.
L'inchiesta principale su quella strage è stata archiviata già l'8 marzo scorso - senza darne alcuna comunicazione alla stampa - perché i reati sarebbero nel frattempo prescritti. Lo ha confermato a il manifesto il procuratore Ulrich Maaß, titolare dell'inchiesta aperta il 12 settembre 2001 dall'Ufficio centrale per la persecuzione dei crimini nazisti a Dortmund.
Gli atti di un ramo dell'inchiesta, relativo alla fucilazione di 137 ufficiali italiani alla Casetta rossa di Capo San Teodoro, erano stati trasmessi alla procura di Monaco, che lo aveva però archiviato nel luglio 2006. Con l'archiviazione dell'inchiesta a Dortmund sulle altre migliaia di uccisioni, si mette una pietra sopra all'intera strage di Cefalonia. La Repubblica federale tedesca, che nei 62 anni trascorsi dalla fine della guerra non ha mai condannato nessuno per i crimini commessi a danno di civili e militari italiani, non intende cambiare strada. La conclusione è sempre la stessa: tutto prescritto.
Se non avessimo telefonato a Dortmund, allarmati da un'attendibile indiscrezione, dell'archiviazione non avremmo saputo nulla. Il procuratore Maaß non ha ritenuto di pubblicare nessun comunicato stampa, né intende pubblicarlo ora: «Non mi sembra il caso di battere la grancassa. Non vorrei che i giornalisti poi venissero a far ressa alla porta del mio ufficio».
Maaß si limita a riassumere il senso della sua decisione: «Contro nessuno dei militari indagati, sei o sette ufficiali ancora in vita, abbiamo trovato elementi sufficienti per sostenere un'accusa di omicidio aggravato, come definito dall'art. 211 del codice penale (Mord). In assenza di queste aggravanti, l'omicidio cade in prescrizione dopo vent'anni».
Sarebbe di estremo interesse poter leggere, nelle decine di pagine del decreto di archiviazione, quali siano i fatti presi in esame e con quali argomenti la procura sia giunta alle sue conclusioni. Ma il documento non è accessibile alla stampa, come non lo sono i più di cento faldoni che raccolgono gli atti dell'inchiesta. «Gli storici - spiega Maaß - potrebbero chiedere al ministero regionale della giustizia di prenderne visione». I giornalisti no.
L'archiviazione alla chetichella è insolita. «In genere - spiega Ralph Neubauer, dell'ufficio stampa del ministero della giustizia del Nordreno-Vestfalia - in casi di pubblico interesse le procure comunicano l'esito delle indagini». Cefalonia, il più orrendo massacro compiuto dalla Wehrmacht ai danni di prigionieri disarmati, non è un fatto di interesse pubblico? Tanto più che la riapertura dell'inchiesta in Germania, nel 2001, fece notizia, venne salutata come svolta positiva dopo decenni di silenzi, complicità e rimozioni.
La portavoce della procura di Dortmund non ne sa nulla: «L'Ufficio centrale per i crimini nazisti dipende sì dalla nostra procura, ma ha uno statuto autonomo, anche per la gestione dei rapporti con la stampa». La dirigente della procura, Petra Hermes, è in ferie. Il suo vice, Lorenz, «è in riunione». Niente da fare.
Prigionieri anomali
Che il procuratore Maaß tema per la quiete del suo ufficio è comprensibile. Vuole allontanare da sé la tempesta che un anno fa si è abbattuta sul suo collega di Monaco, August Stern, quando ha archiviato la fucilazione degli ufficiali alla casetta rossa. Gli atti erano passati a Monaco perché Otmar Mühlhauser, che aveva comandato il plotone d'esecuzione, risiede a Dillingen, in Baviera.
Dell'archiviazione a Monaco si venne a sapere perché in quel ramo dell'inchiesta si era costituita come parte lesa Marcella De Negri, figlia di un ufficiale fucilato dai Gebirgsjäger, Francesco De Negri. Il procuratore Stern trasmise all'avvocato Michael Hofmann una copia del suo decreto d'archiviazione. Marcella De Negri informò la stampa.
Pur considerando quella fucilazione un deprecabile omicidio, in spregio alle tutele del diritto internazionale per la vita dei prigionieri, Stern non vi ravvisava le aggravanti che lo rendono imprescrittibile. Anzi, individuava una circostanza attenuante: «I militari italiani non erano normali prigionieri di guerra. Da alleati divennero acerrimi nemici e quindi, secondo la terminologia militare, 'traditori'. Il caso è sostanzialmente analogo a a quello di truppe tedesche che abbiano disertato e si siano unite al nemico. Un'esecuzione per tale comportamento non potrebbe essere considerata come omicidio per vili motivi». In assenza di questa aggravante, la partecipazione del sottotenente Mühlhauser alla fucilazione andrebbe considerata prescritta.
La stampa italiana si infuriò. L'ambasciatore Antonio Puri Purini chiese spiegazioni alla ministra federale della giustizia e alla sua collega bavarese.
Gli risposero che il procuratore si rammaricava per gli «involontari malintesi», e che, mettendo tra virgolette il termine «traditori», aveva voluto prendere le distanze dalla terminologia della Wehrmacht. Il guaio è che tutto il resto, nel decreto d'archiviazione, non è tra virgolette.
La considerazione sull'«anormalità» di quei prigionieri, sulla «sostanziale analogia» tra loro e i disertori, sono farina del sacco di un procuratore della Repubblica federale tedesca che - spiace constatarlo - ragiona nel 2006 come un ufficiale nazista.
Cinquecento testimoni
Ulrich Maaß è di un'altra pasta. Chi lo conosce lo descrive come un «sincero democratico». Per quasi sette anni ha fatto un gran lavoro, coadiuvato da Carlo Gentile, un consulente storico di indiscussa competenza.
Maaß è convinto di aver fatto tutto il possibile: «Abbiamo cercato notizie, oltre che negli archivi tedeschi, anche in quelli italiani e statunitensi. Sapevamo quali unità tedesche operarono a Cefalonia, e dai loro organici abbiamo così individuato 3500 nomi. Tra quanti erano ancora in vita, abbiamo interrogato più di 500 ex soldati in Germania, in Austria, in Italia - sull'isola c'erano anche sudtirolesi. Abbiamo seguito le tracce dei soldati anche nell'emigrazione, in un caso fino in Australia. Alcuni, pochi in verità, hanno fatto qualche ammissione. Abbiamo raccolto le testimonianze di superstiti italiani e degli abitanti di Cefalonia».
Si accertò che due Gebirgsjäger bavaresi, il sottotenente Otmar Mühlhauser e il maresciallo Johann Dehm, avevano comandato il plotone d'esecuzione che la mattina del 24 settembre fucilò prima il generale Gandin e poi, a gruppi di 4-6 prigionieri, «almeno altri dodici ufficiali». Maaß riteneva sufficienti i motivi per rinviarli a giudizio, e per questo ha trasmesso gli atti a Monaco.
Ma Dehm è morto nel 2005. Mühlhaser, come abbiamo visto, è stato prosciolto, e difficilmente sarà accolto un ricorso ancora pendente contro l'archiviazione.
Quanto al resto della carneficina, «esclusi i soldati semplici e i sottufficiali, che avevano comunque responsabilità minori», Maaß ha concentrato la sua attenzione su alcuni ufficiali, nel 1943 giovani tenenti, perché gli ufficiali superiori, più anziani, sono ormai morti. «Tuttavia - conclude il procuratore - gli indizi di colpevolezza non consentivano un rinvio a giudizio per Mord, l'omicidio aggravato. E l'omicidio senza le specifiche aggravanti previste dal codice, il Totschlag, è prescritto».
Aggravanti introvabili
Le aggravanti che rendono imprescrittibile l'omicidio si raggruppano in tre categorie: motivi abietti; l'uccidere con perfidia (a tradimento, approfittando della mancanza di sospetti della vittima) o in modo atroce; l'uccidere per poter compiere o per occultare un altro reato.
«Oggettivamente» queste aggravanti a Cefalonia ricorrono tutte. Motivo abietto e vile fu la vendetta, che Hitler aveva ordinato per il «tradimento» italiano dell'8 settembre. Vendetta eseguita a Cefalonia con spietatezza senza uguali, perché il generale Gandin era venuto meno alla parola, data in un primo tempo ai tedeschi, di consegnare le armi. Il suo voltafaccia venne fatto pagare col sangue a tutta la sua divisione.
La strage avvenne con l'inganno. Il generale Lanz in persona (unico condannato per Cefalonia, da un tribunale americano, a 12 anni: ne scontò solo tre) aveva gettato dall'aereo volantini che recitavano: «Se vi arrenderete alle truppe tedesche, non avrete nulla da temere. Nessuno sarà fucilato. Voi lo sapete: i soldati tedeschi mantengono la parola».
Marco Pazzini ricorda un altro inganno, sulla strada che conduceva alla fortezza di Agios Georgios: «'Su venite, venite', ci dicevano. Ci fidavamo, perché parlavano italiano, erano sudtirolesi. All'improvviso aprirono il fuoco su tutta la colonna». E tolsero ai cadaveri orologi e portafogli.
La mattanza fu atroce. La giornalista Christiane Kohl pubblicò nel 2001 sulla Süddeutsche Zeitung agghiaccianti brani da diari di soldati. Scriveva Alfred Richter: «Ci imbattemmo in caduti italiani. Giacevano ammassati e tutti erano stati raggiunti da colpi alla testa, quindi erano stati uccisi dal 98. (reggimento dei Gebirgsjäger) dopo essersi arresi». Superata un'altura nei pressi di Francata, altri morti: «Gli uomini di servizio ai pezzi giacciono nella loro postazione, ammazzati a fucilate, con le teste schiacciate dagli scarponi da montagna». Gli articoli della Kohl furono determinanti per la riapertura dell'inchiesta a Dortmund.
Si uccise anche per occultare reati. Successe ai marinai costretti a gettare in mare i cadaveri degli ufficiali fucilati, poi ammazzati a loro volta perché testimoni scomodi.
Maaß conosce fatti e circostanze, ma rimanda ai vincoli del codice e della giurisprudenza: «Noi dobbiamo valutare le motivazioni soggettive di ogni singolo militare, dobbiamo provare la sua personale responsabilità».
È un esame regolarmente destinato all'insuccesso quando si applica al comportamento dei militari, che possono sempre nascondere motivi personali dietro motivi impersonali: persone mai «personalmente responsabili», se non della mancata esecuzione di ordini. Ingranaggi di una macchina omicida, condividono solo frammenti della responsabilità complessiva. Chi lanciava volantini dall'aereo non rubava orologi. Chi ordinava le fucilazioni non sfondava i crani a calci.
Quando il crimine è collettivo, inutile cercare responsabilità personali onnicomprensive. Non si troveranno mai. I giudici alle prese con un terrorista non stanno a sviscerarne i motivi: gli attribuiscono quelli del gruppo, sempre abietti. Né stanno a chiedersi se abbia personalmente sparato: basta che abbia affittato un rifugio per la «banda armata», per contestargli il concorso materiale nell'omicidio.
Il gruppo di combattimento del maggiore Klebe (dopo la guerra costui ricostruì la truppa alpina a Mittenwald, in Baviera), sbarcato a Cefalonia «per non fare prigionieri», era propriamente una banda armata con un piano terroristico. Unica differenza - però decisiva sul piano della valutazione giuridica - la non volontarietà dell'appartenenza alla banda.
Resterebbe la via del concorso in omicidio. Ma ce lo ritroveremo sempre prescritto se, per decidere se ricorrano o meno le aggravanti che inibiscono la prescrizione, non si parte dalla constatazione oggettiva della abietta atrocità del reato collettivo. I magistrati tedeschi alle prese con crimini della Wehrmacht non lo fanno e non l'hanno mai fatto. Partono dalla fantomatica «soggettività» dei singoli soldati (chissà, presi per sé, erano pure dei bravi ragazzi). Nell'incertezza di fronte a quelle evanescenti coscienze in uniforme, archiviano sempre le inchieste: per prescrizione. L'archiviazione a Dortmund conferma la regola.
In Germania già si era indagato su Cefalonia, sempre a Dortmund, in seguito a una denuncia di Simon Wiesenthal del 1962. Allora vivevano ancora ufficiali superiori con gravi responsabilità. Ma c'erano anche, in quella procura, magistrati con un passato nazista. L'archiviazione arrivò nel '68, con la solita formula: niente aggravanti «personali», omicidi prescritti.
La vergogna italiana
Come italiani abbiamo pessime carte per protestare. Una prima inchiesta la nostra magistratura militare l'aprì su Cefalonia nel '55-'56, non contro gli assassini dei Gebirgsjäger ma contro Amos Pampaloni e altri ufficiali della divisione Acqui, per «rivolta continuata, cospirazione e insubordinazione», avendo indotto «la truppa alla rivolta per commettere atti d'ostilità contro i tedeschi». Per fortuna non se ne fece nulla.
Fu il padre di uno dei caduti di Cefalonia, già presidente di sezione della Corte d'appello di Genova, a costringere la procura militare a indagare sugli assassini, con i suoi esposti alla magistratura ordinaria.
Ma i ministri degli esteri Martino e della difesa Taviani bloccarono subito i magistrati, con uno scambio di lettere del 1956. In nome delle superiori ragioni della solidarietà atlantica con la Germania, il fascicolo 1188 sparì con gli altri nel ripostiglio che Franco Giustolisi ha chiamato «armadio della vergogna».
Riemerso dall'oblio nel 1994, quel fascicolo finì sul tavolo del procuratore militare di Roma Antonino Intelisano. Il quale, senza alcun supplemento d'indagine, si limitò a constatare che i 30 ufficiali individuati a suo tempo dagli alleati come responsabili erano tutti morti.
Il fascicolo fu nuovamente, e di nuovo vergognosamente, archiviato nel 1996.
Sembra che nel 2003, presagendo le difficoltà per un rinvio a giudizio in Germania, la procura di Dortmund abbia offerto di trasmettere le sue nuove risultanze - e centinaia di nuovi nomi - alla procura militare di Roma, e che tale offerta sia stata rifiutata, con costernato stupore degli interlocutori tedeschi.
Troppo silenzio
Le omissioni e l'ignavia dei governi italiani e della procura militare di Roma non giustificano però la troppo silenziosa archiviazione di Dortmund. A quella procura chiediamo di dare almeno notizia, con un comunicato, delle ragioni che l'hanno indotta a chiudere l'inchiesta.
Della archiviazione non ha saputo nulla nemmeno l'avvocato Massimo Filippini, figlio del maggiore Federico Filippini, ucciso a Cefalonia il 25 settembre 1943. Come parte lesa Filippini aveva dichiarato già nell'agosto 2003 alla procura di Dortmund l'intenzione di costituirsi parte civile (possibile in Germania solo in caso di rinvio a giudizio). Quando Dortmund insabbiò la prima inchiesta su Cefalonia nel 1968, l'ambasciata italiana chiese di prendere visione del decreto di archiviazione. Glielo trasmisero solo un anno dopo. Speriamo che stavolta ci voglia meno tempo. E che ne sia subito data copia alle parti interessate che ne facciano richiesta. Soprattutto è importante che non scompaia inutilizzata negli archivi l'enorme mole di documentazione raccolta dal procuratore Maaß. La procura di Roma potrebbe, se volesse, chiedere in ogni momento copia degli atti.

venerdì 10 agosto 2007

Liberazione 10.8.07
La legge 40 è superstizione di Stato: è pazzia non cambiarla
Se la legge sulla procreazione assistita è sbagliata e causa guai
ci penseranno le linee guida del ministero o i cattolici del Pd?
di Carlo Flamigni

Il brutto, quando si perdono le competizioni (o quando il tuo avversario, comunque sia andata, ritiene di aver vinto), è quello che succede dopo, le prese in giro, le cattiverie inutili, l'arroganza grossolana e volgare. Penso, ancora una volta, alla legge 40 sulla procreazione assistita e mi guardo intorno. La prima cosa che vedo è una proposta di modifica del comitato "Verità e vita", presentata alla Camera dei deputati pochi giorni or sono e che contiene alcune gustose facezie, messe lì - immagino - solo per irritare quei poveri imbecilli che si affannano tanto per avere un figlio (e ignorano che i figli sono un dono di dio, eccetera, eccetera, eccetera).
Secondo Mario Palmaro, presidente di questa colta associazione, la legge attuale è profondamente ingiusta perché è troppo "uccisiva". Avete letto bene: uccisiva. Ho pensato a tutto, errori di stampa, scherzi del computer, ma mi sono dovuto rassegnare: è proprio una legge "uccisiva". Poi mi sono reso conto che la legge ha avuto l'approvazione toto corde di un tale che mi sembra si chiami Luca Volontè, che non conosco ma che ho sentito parlare, credo, a Radio Radicale. Il cognome, e il numero straordinario di anacoluti che caccia nei suoi discorsi me lo fanno identificare come un cittadino francese che sta imparando - forse un po' lentamente, ma nessuno è perfetto - l'italiano: è dunque almeno probabile che sia stato lui a suggerire l'uso di questa parola, diciamo, inconsueta. Però uccisiva, lo confesso, mi sembra troppo anche per un cugino d'oltralpe. Allora sono andato a spulciare le agenzie e ho capito, si trattava di Luca Volonté, capogruppo Udc alla Camera (italiana), un uomo capace di bollare i dati sulle nascite del ministero della Salute come «censimenti partigiani» che causerebbero «conclusioni istintive e, talvolta, isteriche» ovvero «accusare la legge 40 di effetti negativi» come la diminuzione delle nascite (per Volontè quelle "non naturali" probabilmente non si dovrebbero comunque contare).
In ogni modo, per un tecnico, la lettura delle proposte del comitato "Verità e vita" è esilarante. Intanto chiediamoci perché questa legge è tanto "uccisiva": la ragione sta tutta nel fatto che, secondo una radicata superstizione cattolica, l'embrione è uno di noi, fin dal momento in cui l'ovocita è stato adocchiato da uno spermatozoo intraprendente. Non ho particolare avversione per le superstizioni, ma mi piacerebbe molto se non diventassero leggi dello Stato. Se questo criterio si generalizzasse, dovremmo punire con almeno sei mesi di reclusione chi mette il cappello sul letto; e a dire il vero da bambino mi presi una solenne bastonata da mia madre perché avevo rotto uno specchio (sette anni di guai) e fui a lungo consapevole che se mio padre non fosse tornato dalla guerra, io ne sarei stato responsabile. Ma, per quanto mia madre lo desiderasse, la rottura degli specchi non è mai diventata un reato penale.
Le gemme di questa proposta sono numerose. Una tra tutte: c'è la richiesta di proibire una delle tecniche di Pma (Procreazione medicalmente assistita) perché provoca un numero di aborti troppo elevato: immagino che possa anche esser vero, ma avrei il diritto di sapere di quali donne si parla, che età hanno, qual è il rapporto tra questo tasso di abortività (cioè, per spiegarmi, di "uccisività" feto-embrionale) e quello considerato normale per le gravidanze spontanee delle donne della stessa classe di età, perché le cifre riportate nel testo sono prive di qualsiasi significato. Avrei anche il diritto di sapere chi è il consulente di monsieur Volontè, così, solo per divertirmi un po'. Non vorrei che questa moda delle parole create ad hoc - anche da un gentiluomo francese, non vedo alcuna differenza - si diffondesse.
Per precauzione, ho comunque cominciato a coniare neologismi personali, non si sa mai: proporrei, ad esempio, di chiamare "nascisti" gli antiabortisti più radicali, vista anche le loro frequenti contaminazioni politiche.
La seconda cosa che mi ha colpito è la grande attenzione che il ministero della Salute ha voluto riservare al problema delle linee guida, che dovrebbero essere rinnovate a giorni. Se ricordate, i dati dell'Istituto Superiore di sanità relativi ai risultati ottenuti in Italia dopo l'approvazione della legge 40 dimostrano, senza ombra di dubbio, che sta andando tutto a rovescio, meno gravidanze, più aborti, più complicazioni, un maggior numero di gravidanze multiple e, oltre a ciò, un grande numero di coppie che cerca fortuna all'estero, un nuovo turismo dei diritti del quale nessuno si cura (vero ministro Turco? Ma non eravamo di sinistra? Non avevamo a cuore le sorti dei diseredati?). Dal ministero è arrivata, come unico commento, una vera perla di saggezza: "E' un fatto che ci induce a ragionare". Rotolando qua e là, la perla ha eccitato la fantasia della senatrice Binetti che si è subito avventurata in una gioiosa esaltazione del ministro Turco ("quanto è bella, quanto è cara", conoscete l'aria); il comitato che sta preparando il programma del nuovo Partito democratico, dopo aver consultato "Scienza e vita", ha deciso di proporre, come nuovo simbolo unitario, un cilicio e un martello.
Intanto un amico mi ha mandato l'elenco dei commissari che stanno concludendo il loro lavoro su queste benedette linee guida, e subito ne è venuto fuori un mistero: il genetista è il professor Dalla Piccola, presidente (con la senatrice Binetti) di "Scienza e vita", indicato come rappresentante del Comitato Nazionale per la Bioetica. Poiché nessuno dei membri del Comitato ne sapeva qualcosa, abbiamo chiesto lumi al presidente ufficiale del Cnb Casavola, che si è posto al niego, secondo il saggio consiglio di Machiavelli: fatto si è che Dalla Piccola è lì e che gli altri genetisti presenti sono, se non erro, allievi suoi. Posso avanzare timidamente l'ipotesi che la commissione, almeno per quanto riguarda la genetica, sia un po' sbilanciata a favore del cattolicesimo più intransigente? Ne deduco che da queste nuove linee guida non arriverà niente di nuovo e ho la triste sensazione che, in termini di laicità, ci potevamo attendere qualcosa di più dal precedente ministro, il buon professor Sirchia. Si spengono così le mie residue (minime) speranze di veder inserire alcune modifiche che pure erano negli auspici persino dei parlamentari che hanno contribuito a preparare la legge: la definizione di una fase pre-zigotica; indagini genetiche sugli embrioni dirette alla sola informazione dei genitori; una più saggia articolazione del numero di oociti fertilizzabili. Tra l'altro, trovo nell'elenco dei membri della commissione il nome di persone che, a quei tempi, si erano dichiarate in favore di una o di un'altra delle modifiche che ho citato. Errori di gioventù.
Mi arrivano poi sul tavolo i consigli della commissione istituita dal Consiglio Superiore di Sanità per aiutare il ministero a compilare le nuove linee guida. Credo di non aver mai letto nella mia vita consigli altrettanto banali e irritanti: siate bravi, fate il vostro dovere e vedrete che le cose andranno meglio. C'è una sollecitazione a sperimentare il congelamento degli oociti, che dimentica che si tratta di un'iniziativa del ministro Veronesi del 2000; c'è un accenno a eseguire indagini sui globuli polari, che quasi tutti i centri maggiori stanno cercando di fare da anni tra molte difficoltà e con la consapevolezza del gran margine di errore che queste analisi contengono. Aria fritta
La cosa che mi ha irritato di più, in ogni caso, è stata una dichiarazione della senatrice Binetti che ha raccomandato alle coppie di non dimenticare la prevenzione, per non doversi ritrovare poi a piangere sul latte versato. In termini più concreti, la senatrice sta raccomandando alle giovani donne di non ammalarsi di leucemia, di non beccarsi l'endometriosi, di non farsi operare da medici disattenti, di non nascere con una malconformazione uterina. Ma chi l'ha eletta in Senato? Noi? E' ora di ripristinare l'autocritica.
Mi dispiace dove lasciare libero il mio fondamentale pessimismo, ma questa cattiva legge, che ha dimostrato di fare danni e di rendere ancora più complicato e doloroso il percorso delle coppie sterili, resterà immodificata per chissà quanto tempo ancora. Proveremo - non bisogna mai demordere - a portare almeno un paio delle norme più discusse davanti alla Corte Costituzionale; ragioneremo ancora sulla opportunità di tornare a un referendum; ma le probabilità, visto l'attuale clima politico, sono contro di noi. Al di là di questo, l'unica cosa possibile è quella di cercare -almeno cercare - di non mandare in Parlamento i cattolici più intransigenti e radicali, cosa che sarà resa particolarmente difficile dalla nascita del nuovo Partito democratico. E poi, per chi ci crede, ci sono ancora la rivoluzione e i miracoli, non saprei proprio a chi altri affidare le mie speranze di cambiamento.

Liberazione 10.8.07
Frase nazista di Gentilini e una idiozia di Caruso
I cretini d'agosto: di destra e di sinistra
di Piero Sansonetti

Quando ieri è arrivato in redazione il flash d'agenzia con le parole di Giancarlo Gentilini, ex-sindaco e ora vicesindaco di Treviso, le abbiamo lette e abbiamo fatto la solita smorfia di disgusto. Ci siamo detti che non c'era notizia, perchè ormai di simili truci idiozie il vicesindaco di Treviso - una delle figure più forti e rappresentative della Lega Nord - ne ha dette talmente tante che non si contano più e non sono nuove. Poi però abbiamo riletto la frase di Gentilini (« incaricherò i vigili di fare pulizia etnica dei culattoni ») che è una frase del tutto organica al pensiero nazista, e abbiamo pensato che l'abitudine all'hitlerismo non è mai una buona abitudine. E che ogni volta che qualcuno - della Lega o no - pronuncia frasi naziste come questa, o anche semplicemente frasi razziste - come spesso capita a Bossi a Calderoli e ad altri - bisogna avere la capacità e la forza di indignarsi come se fosse la prima volta.
E poi indignarsi non basta. Occorre pretendere dei provvedimenti. Le parole di Gentilini pongono alla destra una grandissima questione di responsabilità: sottovalutarle e considerarle un fatto di folclore sarebbe un errore tremendo. Perché condannerebbe questo paese ad avere una destra indelebilmente marcata dalla orrida cultura razzista o addirittura - come in questo caso - hitleriana. E a nessuno fa piacere vivere in un paese dove la destra è impresentabile. E tutta la battaglia politica, in ogni campo, viene contaminata e fatta degenerare da questo problema.
Io considero la Lega Nord una delle espressioni più lontane dal mio modo di pensare. Molte posizioni politiche della Lega - fondamentalmente la sua aspirazione a ottenere la supremazia delle province del nord, cioè delle province ricche sul resto del paese - secondo me sono fortemente reazionarie e da combattere con tenacia e anche con aggressività. Però, quelle, restano posizioni politiche legittime. Per capirci, quelle espresse, ad esempio, da Roberto Maroni o persino da Roberto Castelli. Quando invece la Lega accetta il nazismo di Gentilini, o il Calderoli antiislamico, o certe uscite razziste di Bossi o di Borghezio, è tutta la Lega a vedere messa in discussione la propria legittimità democratica, e di conseguenza tutta l'alleanza di centrodestra.
Finito questo ragionamento, piomba sui nostri tavoli una dichiarazione delirante e offensiva di Francesco Caruso - giovane deputato del Prc - che serve a ricordarci che la cretineria non è una esclusiva della destra. Caruso dice che l'ex-ministro del lavoro (Ulivo) Tiziano Treu e l'ex consulente del ministero (senza partito) professor Marco Biagi sono assassini. Perché?
Perché le leggi che hanno preparato (le leggi sul lavoro, quelle che regolano tra l'altro il lavoro a tempo determinato, cioè il lavoro precario) sono responsabili di 1.200 morti all'anno. Le dichiarazioni di Caruso provocano immediatamente molte reazioni, e allora lui le corregge e le modifica leggermente.
Sono idiozie pure, queste frasi di Caruso. Per due ragioni. La prima è che l'usanza di definire assassini gli avversari politici è una usanza "totalitaria", francamente insopportabile. Esistono gli assassini in politica, sono quelli che ordinano le uccisioni e gli stermini. Bene, sia chiaro: né Biagi, né Treu, e neppure l' odiatissimo Silvio Berlusconi sono assassini. Nessuno ci impedirà di svolgere polemiche ferocissime contro di loro, ma nessuno di loro è Pinochet. Quanto al professor Biagi, era un intellettuale assolutamente non violento, ed è stato ucciso. Chi lo ha ucciso è un assassino, non il professor Biagi.
Seconda ragione: le morti bianche, purtroppo, sono un fenomeno che precede - e di molto, molto tempo - le leggi di Treu e del ministro Maroni (cioè la legge 30 alla quale ha lavorato anche il professor Biagi, che tuttavia non ne è l'autore. Il suo nome viene usato, in una non elegante speculazione politica, da chi vuole ad ogni costo difendere la legge). Le leggi che hanno dato il via libero al precariato sono - credo - pessime leggi, che vanno cambiate dal centrosinistra, e anche per questo abbiamo convocato una manifestazione per il 20 ottobre. Però c'entrano molto poco con il fenomeno degli omicidi bianchi. I quali colpiscono quasi sempre o lavoratori a tempo indeterminato, regolari, o - la maggior parte delle volte - lavoratori clandestini, assunti a due lire da imprenditori senza scrupoli, che sono responsabili, certamente, di concorso in omicidio. Una parte consistente del nostro mondo imprenditoriale, che lucra e aumenta i profitti tenendo bassa la sicurezza sul lavoro, porta una gigantesca responsabilità personale per quelle 1200 morti all'anno. E' chiaro che è così, e che parlare di "casualità", ogni volta che cade un operaio, è una gigantesca ipocrisia, della quale, spesso, anche la stampa è complice. Le fesserie di Caruso certo non ci aiutano nella battaglia per rendere chiare queste cose.
P.S. Siccome Francesco Caruso è stato eletto deputato dal Prc, e siccome questo è il giornale del Prc, ci sentiamo in dovere di porgere le nostre scuse alla moglie e ai figli di Marco Biagi.

il manifesto 10.8.07
Resistenza. Giovanni Pesce si racconta
Giancarlo Bocchi*

Cronaca di un incontro, parlando di Spagna, antifascismo, piazza Fontana
L'occasione del dialogo con l'ultimo garibaldino, il comandante Visone, era il progetto di un film sulla vita di Guido Picelli, ucciso in Spagna dove combatteva per difendere la Repubblica. L'eredità di Pesce

«In combattimento andava avanti dritto, incurante delle pallottole che gli fischiavano intorno. Ci spronava dicendoci: "Avanti! Avanti!". Noi gli dicevamo: "Guido stai attento! Stai giù!" ma lui ci rispondeva: "Io non abbasso la testa davanti ai fascisti"». Così Giovanni Pesce ricordava Guido Picelli, il suo comandante del «Garibaldi» di Spagna che gli aveva insegnato a non abbassare più la testa. L'ultimo dei garibaldini di Spagna, il leggendario comandante partigiano dei Gap (Gruppi d'Azione Patriottica) di Torino e Milano, l'eroe della Resistenza, medaglia d'oro al valor militare se n'andato alcuni giorni fa. Il comandante Visone aveva ottantanove anni.
L'avevo incontrato poco tempo prima a Milano per parlargli del mio progetto di un film sulla vita di Guido Picelli e si era subito reso disponibile. Piccolo, minuto, non aveva l'aspetto dell'eroe, ma una tempra e un carisma eccezionali. Gli occhi intensi, pieni di forza e di vita scintillavano al ricordo della lotta in Spagna. Sembrava ringiovanire nel rivivere le battaglie di Mirabueno e San Cristobal combattute a fianco di una leggenda, il comandante Guido Picelli, l'unico che avesse sconfitto il fascismo sul piano militare durante le barricate di Parma dell' agosto 1922, respingendo, con 400 «Arditi del Popolo», 10 mila fascisti di Italo Balbo.
Le barricate di Parma
«Picelli ci raccontava delle barricate di Parma, del significato di quella lotta e del coraggio di tutto un popolo. Sono passati 70 anni - diceva Pesce - ma ricordo ancora che Picelli ci teneva a raccontare quella battaglia vittoriosa, per dare entusiasmo, coraggio e passione ai combattenti garibaldini». Picelli, autore di innumerevoli imprese contro il fascismo, era caduto il 5 gennaio 1937 durante l'attacco al monte San Cristobal. Pesce era lì vicino. Il fronte antifascista internazionale aveva perso un grande combattente, libertario, democratico, un uomo che tutta la vita aveva teorizzato la politica del Fronte Popolare.
Anche Pesce aveva vissuto una vita «senza tregua». Una definizione che aveva ispirato il titolo del suo libro più famoso. Originario del paese di Visone in Piemonte, da bambino era espatriato con la famiglia in Francia, nel bacino minerario di Grand Combe nella Linguadoca. Aveva scritto in un suo libro: «Per strada vidi i primi minatori. Le loro facce sembravano maschere e si fondevano con il nero degli abiti e dei berretti». Un posto pestilenziale, dove Gino, il fratellino piccolo, era morto quasi subito di polmonite. I minatori si ammalavano e morivano di silicosi o saltavano in aria per l'esplosione delle sacche di grisou. La povertà costringeva i minatori a mettere in vendita i figli nel mercato dei pantalons courts, dove i contadini ingaggiavano bambini sotto i tredici anni per i lavori nei campi. Anche Pesce, mentre il padre era nelle miniere di zolfo algerine, per aiutare la madre era finito a lavorare come guardiano di vacche in montagna. Ma dopo poco, a 13 anni andò in miniera: centinaia di metri sotto terra in mezzo a fango, polvere, con l'aria pregna di grisou. «Ero sicuro che sarei morto di fatica nel giro di pochi mesi». I minatori erano tutti comunisti, cercavano di organizzarsi contro lo sfruttamento e per abbattere la società capitalista.
Una sera, uscito sfinito dalla miniera, Pesce era entrato nella sede del Fronte della Gioventù e s'era iscritto. Quel giorno era iniziato il suo apprendistato di combattente antifascista. L'8 luglio 1936 il messaggio cifrato lanciato da Radio Ceuta - «Cielo sereno in tutta la Spagna» - cambiò la vita di Pesce e di tanti altri antifascisti. Era il segnale della sedizione dei generali capeggiati da Francisco Franco, spalleggiato da Hitler e Mussolini, contro il legittimo governo repubblicano. Il governo francese di Leon Blum si dichiarò neutrale. A Grand Combe i minatori si sollevarono in appoggio alla Spagna democratica, vi furono manifestazioni, comizi. Pesce era in prima fila. Due mesi dopo decise di partire per la Spagna. La madre pianse, tentò inutilmente di fargli cambiare idea. Partì il 17 novembre 1936 con il compagno e amico Carlo Pegolo.
Arrivato in Spagna, essendo troppo giovane per arruolarsi aveva falsificato i documenti per entrare nelle Brigate Internazionali e ad Albacete conobbe Guido Picelli , che addestrava i miliziani del «Battaglione Picelli» del Garibaldi. «Io non parlavo italiano, parlavo solo francese ma Picelli parlava francese. Mi chiamava il Boccia. Mi diceva: "Boccia stai attento", "boccia ascoltami". Picelli aveva un carattere umano, gentile, se un combattente aveva paura, con le sue parole gli dava coraggio».
Pesce ricordava i garibaldini infastiditi dalla disciplina, volevano combattere subito: «Volevano essere antimilitaristi, ma era venuti per fare una guerra, e per fare una guerra dovevano diventare soldati. Ci volle la pazienza di Picelli per trasformarli in miliziani disciplinati. I garibaldini furono trasferiti al Pardo e parteciparono alla difesa di Madrid. Nelle strade la popolazione riconosceva i fazzoletti rossi e gridava: "Viva Garibaldi. Salud companeros"». A Boadilla del Monte, il 17 dicembre 1936, aveva partecipato alla prima battaglia campale, un incubo: «Udivo colpi in partenza, i fischi laceranti e poi gli scoppi. Chi moriva subito faceva impressione, ma non quanto i feriti, molti dei quali urlavano, si trascinavano, tentavano di rimettersi in piedi e subito ricadevano». Pochi giorni dopo il Garibaldi era stato impiegato nella battaglia di Mirabueno. A dirigere l'operazione della XII Brigata Randolfo Pacciardi, a Guido Picelli il comando del battaglione. Ha scritto Pesce nelle sue memorie: «Picelli corre da una parte all'altra per impartire ordini... sembra che le pallottole non ne vogliano sapere di Picelli che come un'anguilla sfugge ai colpi del nemico». Ma dopo pochi giorni, il 5 gennaio 1936, sulle alture del Matoral Guido Picelli fu colpito a morte. «Io ero lì vicino - ricordava Pesce - è stato un dolore molto forte... era molto stimato, molto amato». Picelli ebbe funerali di Stato a Madrid, Valencia e Barcellona. A quest'ultimo avevano partecipato 100 mila persone.
Pesce combatterà per altri due anni: al Jarama, a Guadalajara, a Huesca, a Saragozza, su l'Ebro, ferito tre volte. Per tutta la vita porterà nella schiena le schegge di una granata che l'aveva colpito nella battaglia di Saragozza. Dopo tre anni di guerra era tornato in Francia e nel 1940 era rientrato in Italia. Dopo un mese la polizia segreta fascista l'aveva arrestato. Prima il carcere e poi il confino nell'isola di Ventotene. Pesce non parlava ancora l'italiano, qualcosa aveva imparato nella guerra di Spagna, ma a Ventotene, con l'aiuto di Eugenio Curiel e Alberto Grifone aveva fatto passi avanti. Il confino si trasformò in un'accademia politica di livello. Gli insegnanti erano uomini come Curiel, Terracini, Pertini, Li Causi, Secchia, Di Vittorio, Longo, Frausin, Scoccimarro.
All'alba del 26 luglio era giunto a Ventotene la notizia che il regime fascista era caduto. I confinati non furono liberati subito, Pesce era partito solo il 23 agosto. A pochi giorni dalla liberazione dal confino, ecco l'8 settembre. Pesce aveva deciso di agire e organizzò la prima riunione segreta di antifascisti al Cinema Garibaldi (poteva essere diversamente?) d'Acqui. Aveva vinto le perplessità di alcuni bordighisti attendisti, convincendo i presenti: era venuta l'ora di passare all'azione contro l'occupante nazista. Qualche sera dopo, un nugolo di nazi-fascisti aveva circondato il suo rifugio. Pesce era balzato dalla finestra scalzo, i pantaloni in mano, per dileguarsi nel buio della notte. Era ormai un clandestino. A fine settembre '43 fu convocato a Torino. Luigi Longo, suo comandante in capo in Spagna, aveva assunto il comando delle Brigate d'Assalto Garibaldi.
Pesce fu nominato comandante della Brigata Gap di Torino. Nelle varie città, quasi tutti i comandanti dei Gap provenivano dai garibaldini di Spagna. Ma chi erano i gappisti? Pesce: «Gruppi di patrioti che non diedero mai tregua al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno, di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei fortilizi». Il gruppo di gappisti di Torino era inizialmente composto solo da due persone: Pesce e un ragazzo di 19 anni. Ilio Barontini, il comandante che portò alla vittoria il Garibaldi nella battaglia di Guadalajara, gli aveva insegnò a costruire ordigni esplosivi. Con il nome di battaglia di «Ivaldi», Pesce s'era gettato in imprese temerarie, diventando un incubo per i nazisti. I Gap di Torino protessero gli operai in sciopero, attaccarono comandi nazisti, attuarono decine di azioni. Pesce agiva quasi sempre da solo, armato con due pistole. Erano otto le taglie sulla sua testa. Un giorno, il comando delle Garibaldi gli aveva ordinato di attaccare la stazione radio dell'Eiar che disturbava le trasmissioni di Radio Londra . Una missione rischiosissima. La stazione radio nella brughiera dello Stura saltò in aria, ma Pesce e i suoi 4 gappisti vennero circondati e illuminati con potenti fari. Pesce colpito alla gamba, sotto i colpi di mitraglia, riuscì a caricarsi in spalla il compagno Di Nanni, gravemente ferito, e insieme fuggirono rompendo l'accerchiamento .
Le signorine tritolo
Pesce era stato individuato. Fu trasferito a Milano al comando della III Brigata Gap, subentrando al comandante Rubini, suo compagno della guerra di Spagna, che arrestato e torturato era morto suicida in carcere. Organizzò un gruppo di sabotatori a Rho e iniziò la «guerra dei binari». Prese il nuovo nome di battaglia di «Visone» in omaggio al paese natio. Il suo gruppo, quattro ferrovieri e due staffette, «Sandra» e «Narva» («le signorine tritolo»), fece saltare treni, vagoni, centrali di smistamento, due quadrimotori parcheggiati all'aeroporto di Cinisello. I nazisti cercarono in tutti i modi di sgominare i Gap. Un giorno, Pesce ebbe l'impressione di essere pedinato. Strinse forte il braccio della staffetta che gli aveva appena portato un messaggio. Era Onorina Brambilla, detta «Nori» , nome di battaglia Sandra. «Perché - aveva chiesto Sandra - mi stringi così forte il braccio?». «Ho l'impressione che siamo pedinati. E' meglio comportaci come due innamorati». «Ma lo so - aveva detto Sandra - che non sei innamorato». Quella volta Visone e Sandra furono fortunati. Ma qualche giorno dopo, a causa di una spiata, Sandra, e l' altra staffetta Narva, furono arrestate e torturate dai nazisti per giorni e giorni. Sandra fu deportata nel campo di concentramento di Bolzano.
Per un periodo Pesce aveva dovuto lasciare Milano per Rho per comandare la 106º Brigata Garibaldi Sap. A dicembre 1944 era stato richiamato a Milano per organizzare l'insurrezione generale. Arrivò il 25 aprile, finalmente la Liberazione. Quel giorno Pesce aveva catturato un alto ufficiale tedesco, presuntuoso ed arrogante. Quando gli aveva detto nome e il grado - «Visone, comandante dei Gap» - il tedesco era quasi svenuto. Pesce mi veva accennato anche alla fucilazione di Mussolini: «Non è stato il colonnello Valerio (Walter Audisio) a sparare». Vista la mia curiosità, fece un sorrisetto misterioso e aggiunse solo: «E' stato Aldo Lampredi», un autorevole personaggio del Pci clandestino. Tre mesi dopo la fine della guerra, Pesce aveva sposato Nori, la staffetta Sandra, sopravvissuta al campo di concentramento di Bolzano.
Pesce iniziò a lavorare nel Pci. Erano anni difficili, anni di tensione. Nel 1948 gli era giunta una busta da Roma con la intestazione «Partito comunista italiano - la Direzione». Alcune settimane prima, il 14 luglio, Palmiro Togliatti aveva subìto un attentato. C'erano stati grandi tumulti, prossimi a sfociare nell'insurrezione spontanea. 3450 gli arrestati, i fermati o denunciati 7000. Nella busta partita da Roma c'era la nomina a capo di una commissione del Pci: Pietro Secchia lo incaricava della «commissione Vigilanza». Era responsabile della protezione dei massimi dirigenti del Partito Comunista.
Dopo qualche mese Secchia lo aveva presentato a Togliatti, ristabilitosi dall'attentato. Il «Migliore», che pare non amasse particolarmente gli uomini d'azione del «Vento del Nord», prediligendo gli uomini d'apparato, in quel caso, incontrando Pesce, gli aveva detto ammirato: «ti conosco, ti conosco soprattutto di fama».
Pesce aveva riunito gli uomini più fidati dei Gap, scegliendo come guardia del corpo di Togliatti Tino Azzini della III Gap di Milano, un partigiano coraggiosissimo che aveva resistito per giorni e giorni ai torturatori della Muti. In quel periodo Pesce fu anche incaricato di chiarire alcuni misteri. Mi aveva accennato a un'inchiesta sulla vicenda dell'oro di Dongo: «C'era un personaggio coinvolto. Ho scoperto che era sporco... che aveva nascosto una parte dei soldi nel giardino di casa sua». A metà degli anni Cinquanta, con il sesto senso che lo aveva salvato nella clandestinità, prima aveva sospettato e poi scoperto che stava per accadere qualcosa di poco chiaro nel partito. Informò Togliatti che lo invitò a rivolgersi a Secchia. Vedendo avverarsi i suoi timori, si era dimesso dalla Vigilanza per tornare con la moglie a Milano .
Non chiese nulla a nessuno. Si mise a scrivere il suo primo libro «Un garibaldino in Spagna», che uscì nel 1955, e per sbarcare il lunario diventò rappresentante del caffè Kluzer. Con questa attività riuscì a campare più che bene. Successivamente divenne presidente dei Metropolitani notturni, una cooperativa di guardie giurate che nel 1951 si era trasformata nell'Istituto Città di Milano.
Quel 12 dicembre a Milano
Per Pesce, come per altri comandanti partigiani, non si aprirono le porte del Parlamento o del Senato. Ma per il Paese è stato sempre pronto a rispondere alle trame antidemocratiche. Nel 1967 uscì con Feltrinelli il suo libro più famoso, «Senza tregua», letto dagli studenti del movimento ma anche dai teorici delle lotta armata, malgrado l'autore fosse totalmente contro la deriva terroristica. Furono anni terribili. Il 12 dicembre 1969, Pesce sentì un tuono lontano, un colpo secco, un'esplosione. Capì subito di cosa si trattasse. Dalla zona della stazione centrale si precipitò in centro. Riuscì a superare i cordoni di polizia a Piazza Fontana: «Nella mia non breve vita sono stato in guerra più di una volta e ho partecipato a parecchie tremende battaglie, ma mai avevo osservato uno spettacolo tanto terribile: corpi insanguinati, brandelli di carne disarticolati. Tornai nella strada non riuscendo a reggere quella vista».
In quegli anni guardò con simpatia ai movimenti, soprattutto a quello degli studenti. Fu sempre in prima fila a sostenere le ragioni della libertà e della democrazia. Un giorno di giugno del 1972 si era recato alla Statale per presiedere un dibattito. «Avevo detto solo alcune frasi ed ecco la polizia irrompere con i manganelli, con i gas lacrimogeni. Una baraonda, un caos, feriti». Aveva affrontato la polizia per mettere fine all'aggressione. Per fortuna era stato riconosciuto da un ufficiale: «Quello è Pesce, la medaglia d'oro. Lasciatelo passare». Il questore Bonanno si era scusato. L'anno dopo, mentre partecipava alla Bocconi a un'assemblea degli studenti per il Vietnam e la resistenza palestinese, sentì i botti dei lacrimogeni seguiti da spari di pistola. Vide uno studente cadere. Si chiamava Roberto Franceschi. I soccorsi dei compagni furono inutili, Franceschi aveva la testa devastata da un proiettile della polizia.
In quegli anni avvenimenti sanguinosi, misteriosi si susseguirono senza sosta. Pesce sapeva che si stava ancora combattendo. Era un guerra sotto altre forme, ma pur sempre una guerra. Durante il nostro incontro, sulla faccia di Pesce si era disegnato un sorriso stanco, poi preoccupato. Era tardi. Nori lo aspettava a casa. Mentre uscivano dalla sede della associazione dei combattenti volontari di Spagna, Pesce aveva lamentato dolori alla schiena. Le schegge della granata di Saragozza erano state tolte un anno prima, ma le antiche ferite gli procuravano nuovi dolori. Mi aveva salutato stringendomi la mano con forza. Aveva detto ancora una volta: «Picelli», con uno sguardo attento e il sorriso triste.
Oggi che gli anni del piano Solo, della strategia della tensione, delle stragi, dei progetti golpisti di Junio Valerio Borghese, dei militari felloni e della Rosa dei Venti, delle trame Sifar e Sid, dei piani di enucleazione dei politici di sinistra da rinchiudere alle Eolie o a Ponza, di Gladio, delle trame dell'Ufficio Affari Riservati degli Interni e delle strumentalizzazioni e manipolazioni di certi gruppi sembrano superati, bisogna rivolgere un riconoscente pensiero a Giovanni Pesce e a tutti quelli che come lui hanno vigilato durante il difficile dopoguerra per proteggere la democrazia in questo paese. «Tocca ai giovani continuare sulla strada maestra, ai giovani continuare la Resistenza», diceva Giovanni pesce, il comandante Visone.

*Regista

l’Unità 10.8.07
Piccoli contro Sarkozy: «Estremista di destra»
di Lorenzo Buccella

L’attore francese è al festival svizzero come protagonista di un film del regista curdo Saleem e per ricevere un premio alla carriera. E da qui si scaglia contro il neopresidente e contro la televisione

Locarno. «Sarkozy? Non è un uomo intelligente, ma furbo sì, un vero e proprio estremista di destra che fa di tutto per nascondere la sua natura, anche se credo che non ci riuscirà ancora per molto». Il ritratto lapidario e sulfureo, con annessa la cornice di stupidità attribuita a chi è andato a votare il nuovo presidente francese alle recenti urne, arriva da uno dei più grandi attori del cinema europeo come Michel Piccoli, convogliato ieri a Locarno attraverso la «rifrazione» di una doppia pista. Da una parte, quel presente che lo vede protagonista-mattatore del nuovo film del regista curdo Hiner Saleem Sous les toits de Paris, passato ieri tra le maglie del concorso con il tocco rarefatto di una pellicola «muta», vestita com’è sull’anziana fisicità del suo interprete. Dall’altra, e siamo nella parte più istituzionale, l’occasione in grande stile per un omaggio alla carriera, ovvero quell’Excellence Award con cui il festival va a gratificare i grandi attori del cinema. E Piccoli è senz’altro uno di questi, vivace come sempre ad affrontare qualsiasi argomento gli capiti a tiro con quella consueta ironia caustica che lo porta per un momento a equiparare italiani e francesi. «Sì, se abbiamo eletto Sarkozy, vuol dire che i francesi sono andati fuori di testa proprio come gli italiani con Berlusconi». Incipit, questo, di uno sguardo che torna spesso verso il nostro paese, in virtù dei legami contratti in passato con autori come Marco Ferreri (Dillinger è morto 1969, La grande abbuffata 1973). «Ferreri è forse la persona che più mi manca come regista e amico, uno dei pochi che sapeva indagare i rapporti tra uomo e donna con una libertà tanto provocatoria da rompere ogni schema convenzionale. È proprio ripensando al suo esempio e a quello di altri maestri, che adesso provo una grande tristezza nel vedere la condizione del cinema italiano di oggi, ormai diventato altra cosa. Forse sono state talmente forti le generazioni dei vari Fellini e Antonioni che inevitabilmente lo scarto contemporaneo risulta così prepotente. O forse è tutta colpa di Berlusconi…». Anche perché se c’è un «nemico pubblico» contro cui scagliarsi, Piccoli lo trova pienamente nella televisione. «La televisione ormai esercita su di noi una dittatura a livello creativo così come a quello politico ed economico. Fa propaganda, veicola i peggiori modelli, impone consumi e costumi, e, non da ultimo, uccide il cinema. Ovunque il fatto che il cinema dipenda dalla televisione per i finanziamenti fa sì che gli autori si debbano autocensurare e mortificare, piegando la schiena davanti agli stereotipi del formato richiesto». E quindi, strada libera solo ad attori giovani e bellocci e in pensione la vecchia guardia. Tutto per una volontà di piacere al grande pubblico che non è poi tanto diversa dalla volontà più generale di un «rincoglionire». «Ormai il terrorismo culturale - precisa Piccoli - prodotto dal piccolo schermo ha cambiato anche il modo di parlare. Una volta si esclamava "il Signore ha detto", ora invece il nuovo intercalare "religioso" si è trasformato in un "l’hanno detto in tivù". E non è un caso, dunque, se il grande cinema di oggi non venga più realizzato nella vecchia Europa, ma affiori dalle terre lontane di Cina, Corea e Iran. Proprio là dove s’incontrano ancora registi che hanno voglia di scoprire e mostrare i meandri più segreti della vita. Tutti film che, a parte nei festival, da noi si vedono poco o niente perché soggetti al pregiudizio che la nostra platea televisiva non capisca il loro mondo. Forse bisognerà aspettare che muoiano i vari Hou Hsiao-Hsien per poter dire "c’era una volta il grande cinema di…", esattamente come si è fatto con Fellini e Bunuel».

l’Unità 10.8.07
Linneo, lo scienziato che sfidò il colonialismo
di Franco Farinelli

Terzo centenario della nascita del naturalista, la cui fama è legata al sistema di classificazione. Ma, con gli occhi di oggi, i suoi studi ci dicono di più: in un’epoca di ideologia di rapina, sognava una Svezia che auto-producesse perle e cannella

Per lui i bisogni umani potevano conciliarsi col mondo naturale
Un pensiero opposto alle teorie di Smith e dei mercantilisti

La sua nomenclatura in base alla forma degli organi sessuali fece scandalo. Kant invececriticò la sua «economia della natura»

Spiegava Matisse ai giovani artisti che per apprendere qualcosa da un maestro bisognava studiare i suoi fallimenti e i suoi tentativi, non i successi e le riuscite. La stessa cosa sosteneva, in fondo, Alexandre Koyré nel negare ogni validità, nella storiografia scientifica, all’idea di «precursore»: indicare qualcuno come tale rispetto a qualcun altro comporta inevitabilmente l’impossibilità di comprendere ambedue. Ne consegue che la migliore e più efficace valutazione del ruolo e della funzione di uno scienziato dipende prima d’altro dall’intelligenza di quelli che oggi sembrano i suoi errori e dalla spiegazione del perché non ha scoperto quello che pure avrebbe potuto: soltanto in tal modo, paradossalmente, può emergere la sua attualità, l’interesse e l’utilità ai giorni nostri di quel che a suo tempo ha scritto e ha fatto. Com’è il caso di Linneo, il celebre naturalista svedese di cui ricorre quest’anno il terzo centenario della nascita e che tutto il mondo occidentale in queste settimane festeggia.
Ancora adesso la fama di Linneo resta legata all’uso della nomenclatura binomiale, alla pratica di designare le specie della flora e della fauna con un codice formato da due parole in grado di indicarne il posto all’interno di una gerarchia, il nome del genere e l’attributo della specie, sicché ad esempio il comune orzo diventa, per distinguerlo dalle altre varietà, Hordeum vulgare. Anche le nuove forme di vita, più o meno chimeriche, che ogni giorno s’inventano nei laboratori di genetica vengono etichettate in questa maniera, secondo una tecnica che non ha mai smesso di essere funzionale, e che dipende da un’idea molto semplice, dalla riduzione dello spazio riempito di cose terrestri (come dicevano i geografi tedeschi) ad un’unica mappa, anzi alla mappa politica della Terra stessa - sorprenderà qualcuno apprendere che ancora nel Settecento di nessun paese esistevano carte soltanto fisiche ma ogni rappresentazione cartografica, diretta emanazione del potere esistente, riproduceva anzitutto il volto di quest’ultimo, sicché ogni mappa delineava prima d’altro i confini degli stati aristocratici: la carta fisica cioè spoglia di ogni elemento che non fosse naturale, quella su cui per prima a scuola abbiamo appreso da piccoli la geografia, è stata la faticosa conquista ottocentesca, scientifica ed insieme politica, delle borghesie nazionali. Nella sua più importante opera teorica, la Philosophia Botanica del 1751, Linneo non potrebbe essere più perentorio e preciso: i cinque livelli in cui si articola il proprio sistema di classificazione (le classi, gli ordini, i generi, le specie, le varietà) altro non sono che la traduzione, termine a termine, del sistema amministrativo dei primi stati moderni così come raffigurato sulle mappe, dove ogni formazione politica appariva suddivisa in cinque ambiti via via più ristretti, vale a dire il regno, la provincia, il territorio, il circondario, il villaggio.
Così il sistema di Linneo rivela in controluce tutte le caratteristiche della logica cartografica da cui immediatamente deriva, come una specie di consapevole e ragionata esplicitazione: 1) tutti i nomi sono nomi propri, come soltanto su di una mappa può accadere, e questo in un’epoca e in un paese in cui i nomi propri delle persone erano ancora quasi soltanto dei patronimici come ad esempio Pietro (figlio) di Giovanni e gli equivoci erano perciò normali, sicché la nomenclatura degli esseri umani non poteva costituire il modello perché lo stesso nome veniva riferito ad individui diversi; 2) il procedimento è dicotomico cioè binario (o A o B, o qui o là), come accade soltanto al segno grafico su una carta, dove esso o c’è o non c’è. L’efficacia di tale sistema, pensato come universale, e dunque il suo successo, riposava sulla sua semplicità e praticità, sulla forma antiretorica della sua retorica. Anche per tal motivo non mancarono critiche, sebbene già alla metà del secolo Linneo fosse generalmente riconosciuto in tutta Europa come il più grande botanico mai esistito. Non mancò chi lo accusò di immoralità, poiché il criterio di distinzione dei vegetali riguardava la forma dell’organo sessuale. Altri ritennero impossibile la messa a punto di un ordine uniforme e pronto all’uso relativo alla straordinaria diversità dei lineamenti terrestri, e se per caso possibile comunque non comunicabile ad altri. La critica più sottile e ficcante gliela rivolse per anni, all’inizio delle sue lezioni di geografia, Emanuele Kant, in modo allusivo ma non per questo meno preciso. Per Kant, che a Linneo in ogni caso fin dall’inizio fa tanto di cappello, esistono due tipi di classificazione, logica o fisica. La prima, appunto quella della «grande economia della natura» di marca linneana, è come un registro o un inventario di cose isolate, cioè deportate dal loro contesto e artificialmente raggruppate secondo il principio della somiglianza o dell’affinità (nel caso particolare: forme simili dell’apparato di riproduzione) in un sistema, al cui interno possono trovarsi piante che sulla Terra crescono agli antipodi, l’una poniamo nei deserti caldi e l’altra nella semicongelata tundra artica. Kant non contesta affatto che debba essere questo il metodo della classificazione scientifica: esso ha prevalso, e sta bene così. Però egli avanza un’altra possibilità, quella appunto della classificazione fisica che è dei saperi come la storia e la geografia e non delle scienze, e che «segue nella descrizione delle parti le leggi e l’ ordine della Natura stessa», cioè «rappresenta le cose naturali secondo il luogo della loro nascita, o i luoghi sui quali la natura le ha collocate»: insomma, così come davvero esse esistono l’una accanto all’altra. Si prenda ad esempio, per fare prima, la macchia mediterranea: le sue essenze, gli arbusti e gli alberi di cui si compone, appartengono secondo il sistema botanico, la cui logica è ancora quella di Linneo, a classi, ordini eccetera differenti; ma secondo la classificazione pensata da Kant dovrebbero formare un’unica famiglia, perché di fatto vivono insieme.
Ne va, come si comprende, di una questione decisiva, della ragione della differenza tra la visione scientifica del mondo e quella che invece abbiamo al mattino spalancando la finestra, quella della gente che scienziata non è. Ma adesso importa altro. Il riserbo di Kant, il suo limitarsi a porre il problema, risentiva della centralità nel pensiero di Linneo di una convinzione fondamentale e che giustificava l’intero suo studio: che tutte le piante o quasi fossero globalmente adattabili, che dunque quelle del Mediterraneo e dei Tropici potessero acclimatarsi, con il tempo e le cure, nelle zone boreali. Davvero Linneo credeva che le coste del Baltico, la Finlandia, la Lapponia potessero un giorno coprirsi di piantagioni di tè, di campi di riso, foreste di cedro, distese di zafferano- che dunque ogni pianta potesse stare vicino a qualsiasi altra. E credeva questo perché convinto, a differenza dei mercantilisti e di Adam Smith, che la grandezza dell’economia globale fosse statica, il commercio e in genere il terziario qualcosa di superfluo anzi parassitico, che il gioco economico fosse in fin dei conti a somma zero e che in ogni caso esso non consisteva nell’efficiente allocazione di risorse scarse a fronte di una domanda infinita bensì nella conciliazione, tecnologicamente avanzata, dei bisogni umani con il mondo naturale. Perciò invece di suggerire al proprio paese la conquista di un impero transoceanico, sull’esempio delle altre potenze coloniali come l’Olanda e l’Inghilterra, egli convinse la corte, il parlamento, le università e la società svedesi della bontà e della fattibilità del processo esattamente inverso: coltivare in Svezia le piante asiatiche e americane, e anche le perle, sostituendo in tal modo le importazioni con la produzione domestica. Invece di proiettare una piccolissima parte della Terra sulla Terra intera, si trattava di fare il contrario, far entrare la seconda dentro la prima. Naturalmente (e su questo avverbio vi sarebbe da riflettere) non funzionò, e una dozzina d’anni dopo la morte di Linneo, avvenuta nel 1778, anche la Svezia si convertì all’imperialismo economico. Proprio perché già sentiva l’odore dei boschetti di cannella lappone Linneo non perse tempo ad approfondire quel che aveva per primo compreso (i meccanismi dell’interdipendenza tra le specie, come riconobbe Darwin), pensato (la lotta integrata, vale a dire la distruzione degli insetti nocivi alle piante attraverso altri insetti), scoperto (la dendrocronologia, cioè il fatto che gli anelli interni alle piante registrano l’età dell’individuo e i modelli d’evoluzione del clima). Ma questo soltanto perché il problema di Linneo era esattamente quello che oggi abbiamo di fronte, e richiede con urgenza una soluzione: la mediazione tra la sfera economica del globale e quella del locale. La risposta di Linneo fu il tentativo di costruzione di una modernità al cui interno il primo fosse per così dire sottomesso al secondo, contenuto in esso, all’opposto di quel che poi di fatto avvenne. Celebrare oggi la sua opera vuol dire anzitutto ricordare che, comunque, nel passato le cose sarebbero potuto andare diversamente, e che bisogna sempre pensare possibilità opposte a quel che sembra assodato: oggi che i progressi della genetica rendono molto più plausibile pensare la convivenza tra renne e cannella e abbiamo il disperato bisogno di pensare che le cose in futuro potranno andare in un altro modo, che un altro mondo è ancora possibile. La storia è una grande improvvisatrice, insegnava Cinzio Violante. Figuriamoci la geografia.