mercoledì 8 agosto 2007

l’Unità 8.8.07
«Via Rasella legittimo atto di guerra»:
il Giornale condannato
La Cassazione, sì al risarcimento del gappista Bentivegna
diffamato da un articolo: non ha colpe per le Ardeatine
di Anna Tarquini

NESSUNO CALPESTI PIÙ la storia. E nessuno osi equiparare i nazisti ai partigiani. L’attentato di via Rasella fu un legittimo atto di guerra contro un esercito straniero occupante. Ci sono volute quattro sentenze, ma ieri la Cassazione ha messo la parola fine a una vecchissima polemica che vede chiamato in causa - da diversi giornalisti ma soprattutto da Il Giornale di Vittorio Feltri - il gappista Bentivegna. La chiude per sempre perché condanna chi in questi anni ha scritto che Rosario Bentivegna era «il solo responsabile» dell’eccidio delle Fosse Ardeatine in quanto autore dell’attentato in via Rasella. L’attentato del 24 marzo ’44 - scrive la Cassazione - attuato dai partigiani romani guidati da Rosario Bentivegna contro i tedeschi del battaglione «Ss Bozen» era diretto a colpire unicamente dei militari e per questo condanna al risarcimento per diffamazione (45mila euro) nei confronti del quotidiano Il Giornale che aveva pubblicato articoli denigratori, con fatti non veri, sui gappisti e Bentivegna.
La vicenda è tutta in un lungo editoriale di Feltri in occasione del processo a Priebke nel lontano 1996. Scriveva Feltri: «Priebke non è peggiore di Carla Capponi o Rosario Bentivegna... C’è poco da meravigliarsi se metto sullo stesso piano nazisti e partigiani. In via Rasella morirono all’istante trentatré soldati altoatesini anziani e inermi...e sette civili italiani tra i quali un bambino... ». L’editoriale finiva con una triste conta dei morti e con la convinzione che in fondo, i nazisti, avevano risparmiato circa 90 persone alle Ardeatine. Ora, dopo quasi dieci anni, la Suprema Corte entra nel dettaglio di quelle parole e di quell’editoriale sostenendo che «non era vero che i poliziotti tedeschi, come sostenuto da Il Giornale, fossero vecchi militari disarmati». Al contrario «si trattava di soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole». E «non era poi vero che il Bozen era formato interamente da cittadini italiani in quanto facendo parte dell’esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica». E ancora «non era vero che subito dopo l’attentato erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie». L’asserzione trova puntuale smentita - spiega la Cassazione - nella circostanza che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine (335 morti) era iniziata circa 21 ore dopo l’attentato, e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si sottacesse la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta».
Per la Cassazione, in maniera «motivata» la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere «dure critiche sulla scelta dell’attentato, l’organizzazione, i suoi scopi». Tutti questi fatti «non rispondenti al vero» - dicono i giudici - non possono essere considerati «di carattere marginale» ed è legittimamente da ritenersi «lesiva dell’onorabilità politica e personale» di Bentivegna. Che ieri, soddisfatto, ha commentato: «È la quarta sentenza di un’alta corte italiana, militare penale o civile che ci dà ragione con le stesse motivazioni. Norimberga ha detto la stessa cosa, il processo Kappler ha detto la stessa cosa, i processi intentati dagli alleati contro Kesserling, Meltzer e Mackensen hanno detto la stesa cosa. Tutto il mondo lo sa, solo i faziosi e gli imbecilli si ostinano a dire il contrario».

Repubblica 8.8.07
La suprema corte dà torto al quotidiano che nel '96 pubblicò una serie di articoli revisionisti sull'episodio della resistenza romana
"Via Rasella legittimo atto di guerra"
La Cassazione condanna "Il Giornale", diffamò il partigiano Bentivegna
Il patriota: "la sentenza ci dà ragione e conferma quanto sono imbecilli i faziosi"
di Carlo Picozza

ROMA - L´attentato di via Rasella, messo a segno il 24 marzo 1944 a Roma dai partigiani contro i tedeschi del battaglione "Ss Bozen", fu un «legittimo atto di guerra, rivolto contro un esercito straniero occupante, e diretto a colpire unicamente dei militari». Lo afferma la Cassazione che conferma così la condanna per Il Giornale al risarcimento danni per diffamazione (45 mila euro) a favore del partigiano Rosario Bentivegna. Il quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi, nel 1996 pubblicò articoli denigratori, con «fatti non rispondenti al vero», sui gappisti (gruppi di azione patriottica) e su Bentivegna che, con altri tredici partigiani romani, ideò e realizzò l´azione, travestito da spazzino, con un carretto dov´erano nascosti 12 chili di tritolo, bulloni e altri ferri.
La suprema Corte - ma questo era stato già richiamato nel processo del 2003 in Corte di Appello a Milano - ricorda che non è vero che le Ss fossero «vecchi militari disarmati», come sostenuto dal Giornale: «si trattava di soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole». E non è vero neppure che il battaglione "Bozen" fosse composto da cittadini italiani: «Facendo parte dell´esercito tedesco», sottolinea la Cassazione, «i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica». Dalla sentenza esce destituita di fondamento anche la tesi del quotidiano milanese secondo la quale, subito dopo l´attentato - che lasciò in terra 33 Ss (uno morirà in seguito) - «erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie». Una tesi che, per la Cassazione, trova «puntuale smentita nella circostanza che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine (335 morti) era cominciata circa 21 ore dopo l´attentato e, soprattutto, nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si sottacesse la notizia di via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta». Così, va ritenuta «lesiva dell´onorabilità politica e personale» di Rosario Bentivegna «la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l´ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all´attentato di via Rasella e l´assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna».
«Anche questa sentenza, dopo altre quattro», commenta il partigiano, «ci dà pienamente ragione e conferma solo - ora posso dirlo senza incorrere in nessun reato - quanto siano imbecilli i faziosi e faziosi gli imbecilli». Per Bentivegna, «Norimberga ha detto la stessa cosa, come il processo Kappler e quelli intentati dagli alleati contro Kesserling, Meltzer e Mackensen. Tutto il mondo lo sa, solo i faziosi e gli imbecilli si ostinano a dire il contrario».

Repubblica 8.8.07
Lo storico Massimo Salvadori: l'azione fu condotta nella logica della resistenza
"Sentenza giusta e scontata che sconfigge il revisionismo"
Secondo lo studioso l'onorabilità dei partigiani non è in discussione
di Susanna Nirenstein

ROMA - Massimo L. Salvadori, docente di Storia delle Dottrine politiche all´università di Torino, studioso del Novecento, non ha dubbi, la sentenza che definisce l´attentato di Via Rasella del 24 marzo 1944 messo in atto dai partigiani romani guidati da Rosario Bentivegna contro i tedeschi del battaglione Ss Bozen un «legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente i militari» è assolutamente legittima e in un certo senso «scontata». Salvadori non ha i dubbi che alcuni storici hanno manifestato negli ultimi anni non tanto sulla definizione di «atto di guerra» quanto sulla sua opportunità, né fa riferimento a coloro che hanno visto nell´azione una forzatura dei comunisti, un modo per causare sì una reazione forte ma in seconda istanza una insurrezione popolare.
«Non si può mettere in discussione» ci dice al telefono commentando il verdetto della Cassazione, «che Via Rasella si sia trattato di un attacco contro forze regolari germaniche, che fossero altoatesini o meno non ha nessuna importanza: erano soldati della Wermacht. L´attentato viene compiuto nel quadro di azioni di guerra che furono condotte nella tragica logica della Resistenza, ovvero di forze armate in conflitto con l´occupante».
E continua: «L´argomento usato in chiave revisionistica secondo cui l´onorabilità di Bentivegna e degli altri partigiani viene messa in questione dal fatto che non si consegnarono ai tedeschi per evitare una rappresaglia, è un argomento capzioso: voglio dire che se chi compie azioni contro l´esercito di occupazione dovesse poi arrendersi e mettersi nelle mani del nemico negherebbe il senso dell´offensiva delle forze partigiane. Se si usa una logica del genere i partigiani non potrebbero mai compiere atti ostili. La sentenza ha ristabilito delle verità che potevano ritenersi scontate».
Alla domanda se abbia mai pensato che una forza resistente debba o meno porsi il problema dei civili coinvolti, Salvadori risponde: «Una questione del genere non riguarderebbe solo la guerra partigiana in Italia. Resistere pone dei drammatici interrogativi. La rappresaglia è un pericolo grave. Ma rinunciare ad agire contro gli occupanti per paura delle ripercussioni sui civili, vorrebbe dire togliere il fondamento stesso della resistenza. Il problema si pone da sempre, si presenta anche nel mondo antico, pensi alle rappresaglie dei romani contro gli zeloti. Quando c´è una resistenza contro gli occupanti, la spirale attentati/rappresaglia è una spirale oggettiva che appartiene alla dinamica della situazione storica».

Repubblica 8.8.07
In origine c’era una sola lingua
La parola distingue l'uomo da ogni altra specie
La genetica ci riporta alla prima tribù
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza

In latino, verbum è la parola, quindi l´elemento fondante del linguaggio, o il linguaggio stesso. In italiano ha conservato il significato di termine grammaticale per designare la parte del discorso che indica il divenire, l´azione o lo stato del soggetto. Nell´uso cristiano, indica la parola di Dio che crea il mondo, la seconda persona della Trinità, come nel Vangelo di Giovanni ("In principio era il Verbo"). L´equivalente greco, lógos, sta per parola, discorso, l´idea espressa dalla parola, ma ha anche il significato di ragione, ragionamento. Queste estensioni del concetto non stupiscono, se consideriamo che la parola è l´unità basilare del linguaggio, la maggior differenza tra uomo e animali. Anche gli animali comunicano tra loro, alcuni, come le formiche, con messaggi chimici, altri, come le api, con danze elaborate, altri ancora con versi, suoni e canti, ma nessuno di questi sistemi di comunicazione ha raggiunto il grado di ricchezza e versatilità caratteristico del linguaggio umano.
L´analisi del linguaggio è forse la più astratta delle scienze, perché è del tutto autoreferenziale. Per spiegare il significato di una parola un dizionario impiega altre parole, impresa molto difficile, soprattutto quando si tratta di parole astratte. In realtà, la massima parte delle parole designa oggetti, azioni, fenomeni molto concreti, come è naturale per uno strumento nato per aiutare le persone a scambiarsi informazioni e ad operare insieme. Se confrontiamo la ricchezza e la precisione dei termini che descrivono la strumentazione e le attività di un´officina meccanica, ad esempio, con la relativa povertà e l´imprecisione dei termini che descrivono nozioni e operazioni astratte, per quanto universali (come "amore", "pensiero", "curiosità"), ci rendiamo conto di quanto il linguaggio sia sempre stato essenzialmente uno strumento pratico, volto a favorire lo sviluppo delle interazioni umane. Nell´antichità era diffusa la convinzione che la parola fosse in qualche modo compartecipe di ciò che essa designa, che ne condividesse la sostanza. Oggi si giudica che il significato delle parole sia arbitrario, cioè che una parola designi ciò che designa per semplice convenzione fra i parlanti.
Sempre per ragioni pratiche, di economia delle parole, il linguaggio è ambiguo: una parola può avere parecchi significati, di solito abbastanza distanti fra loro perché non sia troppo difficile intuire, in base al contesto, in che senso una parola polisemica (cioè che ha molti significati, come è vero di molte parole) viene impiegata in una precisa circostanza. Se però si vuole eliminare qualsiasi errore di comprensione è necessario ricorrere ad un glossario tecnico specializzato, più ricco del solito, oppure alla logica o alla matematica. Anche per questo la scienza ha bisogno della matematica.
Non sappiamo quando e come sia comparso il linguaggio, ma deve essere passato per vari stadi e deve essersi trattato di un lungo processo, perché ha richiesto importanti cambiamenti biologici, che non compaiono dall´oggi all´indomani: la formazione dell´organo che permette di produrre la voce, dei centri nervosi capaci di dirigerlo ed anche di quegli organi e centri nervosi che ci mettono in grado di ascoltare e capire quanto ci viene detto. Si è riusciti a farsi capire dalle scimmie più vicine a noi, ma non a farle parlare se non attraverso simboli visivi e giochi, anche elettronici, tramite i quali ci comunicano i loro desideri e altri semplici sentimenti e informazioni. I risultati però rimangono solo molto lontanamente paragonabili all´uso che facciamo del linguaggio per comunicare tra uomini.
In realtà il linguaggio è il tratto culturale umano che meglio dimostra l´unità della nostra specie. Esistono almeno seimila lingue diverse - molte altre sono estinte - ma la traduzione dall´una all´altra è sempre possibile, con limiti dovuti soprattutto alle grandi diversità dei rispettivi stili di vita, per cui i linguaggi dei popoli che fanno una vita più semplice possono accontentarsi di non molte migliaia di parole, mentre le culture tecnicamente più avanzate ne richiedono centinaia di migliaia. Soprattutto, non vi è limitazione che impedisca ad alcun essere umano, che non soffra di gravi menomazioni innate o acquisite, di imparare perfettamente qualsiasi lingua esistente. L´apprendimento può essere imperfetto se non avviene nei primi anni di vita, perché il nostro cervello è fatto in modo che il linguaggio deve essere appreso nei primi tre o quattro anni di vita, in cui siamo predisposti a impadronirci rapidamente di quella che rimarrà poi sempre la nostra lingua materna. Nello sviluppo vi sono molti periodi critici, diversi per le diverse acquisizioni: per il linguaggio, un primo periodo critico è questo. Ve ne è poi un altro più avanti, o meglio un altro limite di età oltre il quale l´apprendimento non può più essere perfetto, che riguarda le lingue straniere e in particolare la loro pronuncia: durante la pubertà, quasi tutti perdono la capacità di apprendere correttamente i suoni di una lingua diversa dalla madrelingua. Purtroppo si direbbe che in genere i ministri dell´istruzione ignorino questa regola, per cui l´insegnamento delle lingue straniere inizia troppo tardi. Dovrebbe cominciare nella scuola elementare.
Le lingue evolvono rapidamente. Nel De vulgari eloquentia, Dante si mostra consapevole del fatto che il linguaggio evolve e che lingua madre e lingua figlia possono diventare reciprocamente incomprensibili in poco più di mille anni. Gli era ben chiara la differenza tra il latino e l´italiano che lui stesso parlava. Ma il primo studio sistematico delle lingue è stato compiuto alla fine del Settecento da un giudice inglese che viveva in India, Sir William Jones, che ebbe occasione di accorgersi della somiglianza tra sanscrito, greco, latino (comprese le lingue da questo derivate) e le lingue germaniche e slave. Cominciò così a prendere forma la prima famiglia linguistica, oggi chiamata indoeuropea, o indoittita poiché l´ittita è la lingua più antica del gruppo europeo. Nel 1865 il linguista tedesco August Schleicher ne diede un albero evolutivo, poco diverso da quello su cui vi è oggi un discreto consenso.
L´estensione di questa analisi ad altre lingue ha visto formare parecchie altre famiglie, ma con poco accordo fra i linguisti. Nel 1866, la Società di Linguistica di Parigi promulgava un tabù, vietando ufficialmente di occuparsi di evoluzione del linguaggio. Il divieto evidentemente ha avuto successo, perché solo nella seconda metà del secolo scorso vi è stato un progresso importante, grazie a Joseph Greenberg, dell´Università di Stanford, che giunse molto vicino a ricostruire un albero evolutivo completo delle lingue dell´umanità, ma disgraziatamente morì prima di avere completato il suo lavoro. Sfidando l´approccio più tradizionalista, il metodo sviluppato da Greenberg mette a confronto alcune centinaia di parole di uso molto comune in lingue diverse: termini che indicano parti del corpo, sostanze e fenomeni naturali universalmente presenti, pronomi personali, i numeri un due tre e così via: si tratta di parole che sono fra le prime che il bambino impara, e che meglio si conservano nel corso del tempo.
Il numero delle principali famiglie varia, a seconda dei tassonomi, da dodici a molte di più. Con il minor numero di famiglie formulate dai linguisti più avanzati, dodici, l´albero evolutivo delle lingue corrisponde molto bene all´albero genealogico delle popolazioni umane costruito in base ai dati genetici, con alcune eccezioni che hanno una chiara spiegazione storica.
In genere il problema dell´origine del linguaggio riscuote poco interesse fra i linguisti, molti dei quali lo considerano un problema insolubile, e ritengono che la ricostruzione della storia evolutiva delle lingue possa difficilmente risalire più indietro dei seimila anni ritenuti data d´origine della famiglia indoeuropea (che probabilmente è coeva all´origine dell´agricoltura, intorno ai 10.000 anni fa, e quindi ha un´età quasi doppia).
La genetica ha dato un importante contributo a comprendere l´evoluzione delle lingue. Un gene chiamato FOXP2, responsabile di un difetto ereditario complesso, che riduce le capacità di articolazione e determina carenze grammaticali, fa pensare che vi siano stati cambiamenti recentissimi che hanno permesso di raggiungere il grado attuale di sviluppo delle capacità linguistiche. L´uomo anatomicamente moderno ha non più di 150.000 anni di vita, secondo gli archeologi, ma le prime modifiche del cervello che hanno portato a sviluppare i centri motori del linguaggio, ben noti agli anatomisti e ai patologi, che occupano le circonvoluzioni nella parte media sinistra del cervello umano, potrebbero avere una antichità assai maggiore, di due milioni di anni.
Come detto sopra, qualunque uomo vivente oggi può imparare qualunque lingua esistente, e i dati archeologici e genetici concordano nel mostrare che tutti gli uomini oggi viventi discendono da una piccola popolazione che viveva in Africa orientale, delle dimensioni di una tribù. Gli antropologi sanno bene che tribù e lingua sono quasi la stessa cosa, e questa tribù da cui tutti discendiamo doveva parlare una lingua sola, da cui devono essere derivate tutte quelle esistenti oggi.
Già un famoso linguista italiano, Alfredo Trombetti, cento anni fa aveva proposto l´idea che tutte le lingue umane esistenti abbiano avuto origine da un´unica lingua. Il suo libro era stato ridicolizzato dai contemporanei, ma la genetica lo conferma in pieno. Vale la pena di ricordare che questa conclusione è in accordo con una profezia di Darwin (L´origine delle specie, seconda edizione, cap. XIV): "se possedessimo un albero genealogico perfetto dell´umanità, un ordinamento genealogico delle razze dell´uomo permetterebbe la miglior classificazione delle lingue che oggi si parlano nel mondo."

(7 - continua)

Liberazione 8.8.07
Atei e credenti innoviamo la laicità
di Domenico Jervolino

Confesso che non mi capitava da un pò di tempo di leggere con soddisfazione e consenso un editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica . E' accaduto domenica 5 agosto con quello che prende il suo titolo da una citazione dal più grande poeta: "Oh Costantin di quanto mal fu madre...". Le parole di Dante introducono un ragionamento articolato che mostra come sia stata e resti fondamentale per la nostra storia politica la questione cattolica, che potremmo anche chiamare con Gramsci la questione vaticana, che dipende appunto dal fatto che il nostro paese ospita la sede del successore di Pietro e che questa sede ha assunto nel corso dei secoli un potere politico consistente (appunto nel periodo che fu chiamato "epoca costantiniana", anche se - come è noto a partire dai tempi dell'umanista Lorenzo Valla - la cosiddetta donazione di Costantino a papa Silvestro è un falso storico cosa che non poteva quindi essere nota a Dante, il quale comunque la depreca, anche come credente). Il potere politico del papato è sopravvissuto in Italia, in forme nuove, grazie tra l'altro al regime concordatario che non dobbiamo solo a Mussolini ma anche, per il suo aggiornamento, a Craxi, con buona pace dei suoi epigoni. Scalfari illustra persuasivamente la specificità italiana della questione cattolica e la sua nuova attualità dopo la scomparsa della Dc, e mostra come essa anzi oggi viene rinverdita dalle persistenti tendenze temporaliste dei vertici ecclesiastici, dai privilegi di cui godono, e dal progetto di fare della specificità italiana la base di partenza di una riconquista di peso politico in altri paesi dalla Spagna al Portogallo, dall'Austria alla Baviera, ad alcuni paesi latino-americani.... Si potrebbe aggiungere che la questione cattolica è importante a livello del mondo globalizzato per l'organizzazione fortemente centralizzata del cattolicesimo romano, oggi persino più dei secoli scorsi, e per la tentazione di giocare questa influenza nel conflitto delle civiltà come appena ieri in chiave anticomunista. Ma, restando all'Italia, credo che si possa condividere il giudizio che la cultura e la politica laica siano inadeguate di fronte a questa tematica, e che non offrano soluzioni efficaci, né l´anticlericalismo di alcuni settori né l'acquiescenza e la subalternità dei più. Temo di dover essere d'accordo con Scalfari anche quando rileva lo scarso interesse della sinistra radicale per queste tematiche: nonostante il fatto, aggiungo io, che su questo punto essa potrebbe richiamarsi alla lezione di Gramsci (ma quest'aspetto dell'eredità gramsciana è coltivato solo da pochi studiosi, pur nell'attuale rinascita gramsciana, nel mondo, che ormai tocca anche l'Italia) e potrebbe rifarsi inoltre all'opera di grandi marxisti come Lelio Basso e alla militanza di tanti credenti nella sinistra politica, sociale e sindacale, in modo numericamente significativo proprio a partire dagli anni del post-Concilio. Anche Rifondazione ha un pò sprecato il fatto che nei suoi primi congressi essa abbia ripetutamente iscritto nelle sue tesi una opzione esplicitamente anticoncordataria, innovando in ciò la tradizione del Pci. Ma tutti, democratici, sinistra, intellettuali laici, dovrebbero imparare a conoscere meglio la complessità e l'articolazione del mondo cattolico (e di quello cristiano, in senso più generale, nonché della questione religiosa, in termini ancora più ampi), a non lasciare la rappresentanza del cattolicesimo ai vertici clericali (regalo enorme che fanno loro stranamente non solo gli obbedienti e gli ossequienti, ma anche gli anticlericali più accaniti) e a declinare un concetto di laicità comune a credenti, non credenti, diversamente credenti come elemento essenziale di un'autentica democrazia. Riusciremo a inserire questi temi nell'agenda della sinistra da unificare e da rinnovare?

Liberazione 8.8.07
Il nuovo libro di Lorenzo Del Boca stigmatizza il comportamento del generale durante la Prima guerra mondiale.
Mandò i soldati allo sbaraglio e quando non erano i fucili nemici ad uccidere ci pensava la corte marziale
Nome Luigi, cognome Cadorna, professione stragista
di Maria R. Calderoni

«La giustizia del senno di poi avrebbe suggerito di fucilare direttamente Cadorna e di mettere al muro anche Badoglio. Forse, era l'unica opportunità che l'Italia poteva giocarsi per evitare l'8 settembre 1943». Attenuanti, nessuna: non concede sconti di sorta questo nuovo libro di Lorenzo Del Boca - Grande guerra piccoli generali, (Utet, pp. 223, euro 14,00) - che non per nulla reca come sottotitolo "Una cronaca feroce della Prima guerra mondiale". Una cronaca feroce ma purtroppo vera; e che resta tale anche se il "lavoro" di occultamento e di rimozione è stato lungo e tutt'altro che vinto. Quasi cinquantamila libri, tanti ne sono stati scritti sul tema, non sono valsi a svelare fino in fondo, a far diventare senso comune, tutto l'orrore, dentro e fuori l'immenso fronte, della Prima guerra mondiale. Vale anche per quanto riguarda il solo versante taliano.
Delitti e misfatti di casa nostra, il macello arriva per ordini dall'alto. Il lavoro di Del Boca ne fa intravvedere un bello squarcio e lo spettacolo è del genere raccapricciante, color rosso sangue, sia pure ammantato di tricolore. Sotto accusa gli stati maggiori, i capi, i generali che hanno guidato - absit iniuria verbis - l'esercito italiano durante l'immane conflitto 15-18.
Cadorna appunto. «Al momento dell'entrata in guerra, l'esercito italiano venne affidato a Luigi Cadorna che, se avesse ottenuto risultati proporzionali alla sua presunzione, avrebbe conquistato il globo terracqueo. In realtà riusci soltanto a trasformare le sue prime linee in un lager dove gli uomini ai suoi ordini furono sottoposti a ogni genere di prevarcazioni anche psicologiche. Gli uomini potevano solo soffrire, dannarsi e morire». Gli uomini, sotto Cadorna, si tenevano col terrore. «Le corti marziali lavorarono a pieno ritmo e i magistrati spedirono davanti al plotone d'esecuzione una quantità di poveracci analfabeti che il fango delle trincee aveva mutilato».
"Muti passavan, quella notte, i fanti". Già, avevano poco da ridere. «I generali valgono poco». Parola di Giovanni Giolitti che, «in uno slancio di onestà intellettuale, fotografò lo Stato Maggiore per quel nulla che era capace di fare»: «Hanno il comando di un'armata il Brusati che basterebbe appena per un reggimento. Il Frugoni, abbiamo dovuto richiamarlo dalla Libia, di tante bestialità era responsabile. Lo Zuccari non è che un elegantone».
Molte pagine del libro sono un'esposizione cruenta delle operazioni-massacro condotte sotto l'illuminata guida di cui sopra. L'8 giugno 1915 è lanciato il tentativo di prendere il Podgora «e fu la prima carneficina dei nostri soldati falciati dalle mitragliatrici e lasciati ad agonizzare nella terra di nessuno».
Nemmeno quindici giorni dopo, il 21 giugno, comincia quella che nei testi di storia passa come "la prima battaglia dell'Isonzo". Nèssun obiettivo raggiunto, né sul Podgora né sul Kuk, e questo al prezzo di 2.000 morti, 11.500 feriti e 1.500 dispersi. La "tattica" usata per esempio sul Kuk venne così descritta da Ugo Oietti: «Ci gettammo a testa bassa, per i ripidi pendii scoperti. Quattro brigate tentarono di sfondare in un triangolo di poco più di un chilometro di base. Immaginarsi il carnaio davanti ai reticolati austriaci pressoché intatti»
Meno di un mese dopo, il 18 luglio, si lancia la "seconda battaglia dell'Isonzo": nonostante il valore dei soldati che per tre volte tentano di conquistare il San Michele, si risolve in un altro disastro, causa mancati aiuti: 42 mila uomini fuori combattimento.
«Rinforzi non ne arrivavano mai e, qualche volta, mancavano le munizioni per resistere». Nondimeno il Comando non vuol chudere il 1915 senza avere colto qualche bel risultato. All'uopo è pronta la "terza battaglia dell'Isonzo", questa volta si punta su Gorizia. Per tre giorni, dal 19 al 22 ottobre, le artigliere italiane martellano i reticolati austriaci senza riuscire ad aprire dei varchi. Non importa: il piano degli strateghi cadorniani prevedeva che il terzo giorno sarebbe dovuta intervenire la fanteria e così fu. «I comandanti diedero ai soldati l'ordine di attaccare. In poche decine di metri quadrati, "i nostri" furono maciullati. Impregnarono col sangue le zolle e coprirono la terra coi loro corpi. Letteralmente». Lì sacrificati 67 mila ragazzi.
Beh pazienza. Si può sempre lanciare la "quarta battaglia dell'Isonzo", ciò che avvenne puntualmente dal 4 al 12 novembre, teatro la zona di San Floriano e Oslavia, ancora una volta, i fanti mandati all'attacco sotto la pioggia di fuoco austriaco, giusto come voleva la tattica di Cadorna: vennero perduti altri 49 mila soldati.
Cadorna, lui. Del Boca gli riserba pagine spietate. «Il generalissimo Luigi Cadorna? Da poche ore era stato nominato capo di Stato Maggiore ma, prima di verificare i piani militari, si preoccupò di acquistare un buon pacchetto di azioni dell'Ansaldo», cioé l'azienda-leader nel campo dei rifornimenti bellici, cannoni e simili: pacchetto sicuramente ad alta remunerazione, dato il macello in corso.
Del resto, nel 1914, al momento di nominare il capo di stato maggiore, gli era stato preferito il gen. Alberto Pollio, «soprattutto per l'intervento di Giolitti, che si giustificò: "Ho scelto Pollio che non conosco perchè Cadorna lo conosco"» (Pollio morì poco dopo) .
Generalissimo? «Non conosceva il valore della fatica (degli altri). Riteneva che il sacrificio non fosse mai sufficiente (quello degli altri). Di fronte al martirio di interi reparti che si lasciarono massacrare per obbedire a degli odini strampalati, mostrò un apatico cinismo. Il 28 agosto 1916 lasciò che un'offensiva terminasse per sfinimento. Era costata 36 mila morti, 96 mila feriti e 25 mila dispersi». Tutto «per avanzare di quattro chilometri e conquistare qualche ettaro di pietraia».
Generalissimo? «E quando i fiaschi non bastarono più, entrarono in azione i plotoni di esecuzione che, in fretta e spesso senza processo, mandavano al muro chi si mostrava titubante nel correre a farsi ammazzare». E «dovevano essere esecuzioni "esemplari", in modo che servissero da esempio e da deterrente».
Generalissmo? Caporetto, «fu una sconfitta da far vergogna». Anche allora, Cadorna venne informato per tempo, «ma ritenne improbabile una offensiva austriaca. Provocò crisi di comando, diede ordini sbagliati, confusi e contradditori che non consentirono alle truppe di schierarsi razionalmente. Sbagliò nel valutare le nostra forze e quelle dell'avversario...».
Caporetto, «la ritirata stava diventando una fuga e la fuga stava assomigliando a una rotta. I più alti in grado si segnalarono per l'agilità con cui abbandonarono il loro posto». Furono perduti centomila uomini. Caporetto, Italia.

Redattore Sociale 8.8.07
India: 700 donne all’anno uccise dalla "caccia alle streghe"

Oltre 700 le donne uccise l’anno scorso, ma meno del 2% dei responsabili viene condannato per omicidio. La testimonianza di Tara Ahluwalia, assistente sociale: "Manca una legge nazionale".
In India sono numerosi i casi di caccia alle streghe nelle aree rurali di circa dodici stati, principalmente nel nord e nel centro del paese. Oltre 700 donne sono state uccise lo scorso anno perché sospettate di essere streghe, secondo quanto riportano i media nazionali. Swati Safena, giornalista indiana indipendente, dedica a questo problema un articolo pubblicato da "La nonviolenza è in cammino", quotidiano telematico del Centro di ricerca per la pace. "Sono zone in cui la povertà è estrema, e in cui le persone hanno scarso o nessun accesso ai servizi sanitari di base e all’istruzione", racconta alla giornalista Tara Ahluwalia, un’assistente sociale della città di Bhilwara, che aiuta le vittime della caccia alle streghe.
"In queste circostanze, la superstizione acquista forza. I problemi sono tanti: cattivi raccolti, morti in famiglia, la perdita di un bimbo, malattie croniche o il prosciugarsi dei pozzi, ma la soluzione resta identica: identificare la strega responsabile e punirla". Etichettare una donna come strega è il modo comune di avere più terra, cancellare le dispute o vendicarsi se lei ha rifiutato una proposta sessuale.
Ci sono anche casi documentati in cui una donna viene presa di mira perché ha un carattere forte ed è perciò vista come una minaccia. Nella maggioranza dei casi è difficile per le donne accusate ottenere aiuto dall’esterno, ed esse sono forzate a lasciare la casa e la famiglia o a suicidarsi, oppure vengono brutalmente assassinate.
"Molte vicende non sono documentate perché è difficile per le donne viaggiare da regioni isolate sino ai luoghi in cui possono fare denunce", spiega ancora Ahluwalia. "E poiché la violenza è diretta largamente contro le donne, la polizia spesso omette di prenderla sul serio. Nel migliore dei casi, la rubricano come un disagio sociale che deve essere risolto all’interno della comunità. Quando una donna ce la fa a raggiungere la stazione di polizia, l’atteggiamento apatico dei funzionari le rende ancor più difficoltoso il processo di sporgere una denuncia".
Una soluzione adottata da Ahluwalia è quella di non condurre le vittime alla polizia, ma di sollecitare la riunione del "jaati panchayat", e cioè del gruppo di persone più rispettate in seno ai villaggi a cui è demandata la risoluzione delle dispute. La pressione sociale assicura che le decisioni prese in questo modo verranno rispettate. L’assistente sociale usa questo sistema da venticinque anni. Solo pochi tra i 28 stati indiani, come Jharkhand e Bihar, hanno una legge contro la caccia alle streghe.
"È l’handicap maggiore", dice ancora Ahluwalia. "Nella maggioranza degli stati non c’è legge sotto cui la polizia possa rubricare il reato. Si tratta di tentato omicidio, ma in assenza di una legge specifica, la polizia registra la denuncia sotto la più mite Sezione 323. Che consiste in questo: diciamo che io ti dia uno schiaffo oggi, e il reato cade sotto la 323. Se dico che sei una strega, e quindi ti costringo a mangiare escrementi, ti faccio sfilare nuda in pubblico e ti picchio sino a che muori, questo va ancora sotto la 323". La pena massima che questa legge prevede è un anno di prigione o una multa di mille rupie (circa 25 dollari).
Nel Rajasthan, la Commissione statale per le donne ha presentato una proposta di legge che inasprisce le pene, chiedendo dieci anni di prigione per chi ferisce una donna durante una caccia alla strega. "Un notevole numero di casi avviene nel Rajasthan, eppure il progetto di legge sta aspettando da un anno, e ancora non è passato all’esame del governo", nota Kavita Srivastava, segretaria nazionale della più antica organizzazione per i diritti umani indiana, l’Unione del popolo per le libertà civili. Meno del 2% di coloro che vengono accusati di aver effettuato cacce alle streghe sono effettivamente condannati, secondo uno studio compiuto dal "Free Legal Aid Committee", un gruppo che lavora a favore delle vittime nello stato di Jharkhand.
"Le punizioni per questa orrenda violenza devono essere severe", dice la dottoressa Girija Vyas, presidente della Commissione nazionale per le donne. "Ed è di uguale importanza pubblicizzare l’esistenza delle leggi. Voglio dire, negli stati in cui abbiamo una legge contro la caccia alle streghe, quante sono le donne che ne sono a conoscenza?". La Commissione ha raccomandato la formazione per le forze di polizia, affinché i funzionari diventino più ricettivi nel considerare i casi di caccia alle streghe, e sta pensando a una legislazione a livello nazionale. Ma l’educazione e la consapevolezza sociale sono le vere chiavi. In numerose comunità rurali l’ohja, o medico-stregone/strega, è una figura potente, soprattutto in assenza di ambulatori e servizi sanitari di base. Nei casi riportati dai media, l’investigazione della polizia ha spesso rivelato che gli "ohja" accettano prebende per accusare una donna di essere una strega.
"Etichettare una donna come strega non solo la depriva economicamente, ma erode il suo senso di fiducia e autostima", dice ancora la dottoressa Vyas. "Anche se ottiene di salvarsi la vita, porta il peso del sospetto e dell’odio della sua comunità, e a volte persino della sua stessa famiglia. È un problema sociale a più dimensioni e richiede un piano d’azione complesso e a più livelli".

domenica 5 agosto 2007

Repubblica 5.8.07
Oh Costantin di quanto mal fu madre
di Eugenio Scalfari

Tra le tante questioni che affliggono il nostro paese, insolute da molti anni e alcune risalenti addirittura alla fondazione dello Stato unitario, c´è anche quella cattolica. Probabilmente la più difficile da risolvere.
Personalmente penso anzi che resterà per lungo tempo aperta, almeno per l´arco di anni che riguardano le tre o quattro generazioni a venire. Roma e l´Italia sono luoghi di residenza millenaria della Sede apostolica e perciò si trovano in una situazione anomala rispetto a tutte le altre democrazie occidentali. Se guardiamo agli spazi mediatici che la Santa Sede, il Papa, la Conferenza episcopale hanno nelle televisioni e nei giornali ci rendiamo conto a prima vista che niente di simile accade in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Olanda, in Scandinavia e neppure nelle cattolicissime Spagna e Portogallo per non parlare degli Usa, del Canada e dell´America Latina dove pure la popolazione cattolica ha raggiunto il livello di maggiore densità.
Da noi le reti ammiraglie di Rai e di Mediaset trasmettono sistematicamente ogni intervento del Papa e dei Vescovi. L´"Angelus" è un appuntamento fisso. Le iniziative e le dichiarazioni dei cattolici politicamente impegnati ingombrano i giornali, il presidente della Repubblica, appena nominato, sente il bisogno di inviare un messaggio di «presentazione» al Pontefice, cui segue a breve distanza la visita ufficiale.
Tutto ciò va evidentemente al di là d´una normale regola di rispetto e dipende dal fatto che in Italia il Vaticano è una potenza politica oltre che religiosa. Ciò spiega anche la dimensione dei finanziamenti e dei privilegi fiscali dei quali gode il Vaticano, la Santa Sede e gli enti ecclesiastici; anche questi senza riscontro alcuno negli altri paesi.
Infine il rapporto di magistero che la gerarchia ecclesiastica esercita sulle istituzioni ovunque vi sia una rappresentanza di cattolici militanti e la funzione di guida politica che di fatto orienta i partiti di ispirazione cattolica e quindi cospicui settori del Parlamento.
La questione cattolica è dunque quella che spiega più d´ogni altra la diversità italiana. Spiega perché noi non saremo mai un «paese normale». Perché una parte rilevante dell´opinione pubblica, della classe politica, dei mezzi di comunicazione, delle stesse istituzioni rappresentative, sono etero-diretti, fanno capo cioè e sono profondamente influenzati da un potere "altro". Quello è il vero potere forte che perdura anche in tempi in cui la secolarizzazione dei costumi ha ridotto i cattolici praticanti ad una minoranza.
«Ahi Costantin, di quanto mal fu madre...».
La questione cattolica ha attraversato varie fasi che non è questa la sede per ripercorrere. Basti dire che si sono alternate fasi di latenza durante le quali sembrava sopita, e di vivace ed aspra riacutizzazione.
Il mezzo secolo della Prima Repubblica, politicamente dominato dalla Democrazia cristiana, fu paradossalmente una fase di latenza. La maggioranza era etero-diretta dal Vaticano e dagli Stati Uniti, il Pci era etero-diretto dall´Unione Sovietica. Entrambi i protagonisti accettavano questo stato di cose, insultandosi sulle piazze e dai pulpiti, ma assicurando, ciascuno per la sua parte, un sostanziale equilibrio. Quando qualcuno sgarrava, veniva prontamente corretto.
Ma la fase attuale non è affatto tranquilla, la questione cattolica si è riacutizzata per varie ragioni, la prima delle quali è l´emergere sulla scena politica dei temi bioetici con tutto ciò che comportano.
La seconda ragione deriva dalla linea assunta da Benedetto XVI che ritiene di spingere il più avanti possibile le forme di protettorato politico-religioso che il Vaticano esercita in Italia, per farne la base di una "reconquista" in altri paesi a cominciare dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Baviera, dall´Austria e da alcuni paesi cattolici dell´America meridionale. Le capacità finanziarie dell´episcopato italiano forniscono munizioni non trascurabili per sostenere questo disegno che ha come obiettivo l´esportazione del modello italiano laddove ne esistano le condizioni di partenza.
A fronte di quest´offensiva le "difese laiche" appaiono deboli e soprattutto scoordinate. Si va da forme d´intransigenza che sfiorano l´anticlericalismo ad aperture dialoganti ma a volte eccessivamente permissive verso i diritti accampati dalla "gerarchia". Infine permane il sostanziale disinteresse della sinistra radicale, che conserva verso il laicismo l´antica diffidenza di togliattiana memoria.
Si direbbe che il solo dato positivo, dal punto di vista laico, sia una più acuta sensibilità autonomistica che ha conquistato una parte dei cattolici impegnati nel centrosinistra. Ma si tratta di autonomia a corrente variabile, oggi rimesso in discussione dalla nascita del Partito democratico e dai vari posizionamenti che essa comporta per i cattolici che ne fanno parte. Con un´avvertenza di non trascurabile peso: secondo recenti sondaggi nell´ultimo decennio i cattolici schierati nel centrosinistra sarebbero discesi dal 42 al 26 per cento. Fenomeno spiegabile poiché gran parte dell´elettorato ex Dc si trasferì fin dal 1994 su Forza Italia; ma che certamente negli ultimi tempi ha accelerato la sua tendenza.

* * *
Un fenomeno degno di interesse è quello del recente associazionismo delle famiglie. Non nuovo, ma fortemente rilanciato e unificato dal "forum" che scelse come organizzatore politico e portavoce Savino Pezzotta, da poco reduce dalla lunga leadership della Cisl e riportato alla ribalta nazionale dal "Family Day" che promosse qualche mese fa in piazza San Giovanni il raduno delle famiglie cattoliche.
Da allora Pezzotta sta lavorando per trasformare il "forum" in un movimento politico. «Non un partito» ha precisato in una recente intervista «ma un quasi-partito; insomma un movimento autonomo che potrà eventualmente appoggiare qualche partito di ispirazione cristiana che si batta per realizzare gli obiettivi delle famiglie. Sia nei valori che sono ad esse intrinseci sia per i concreti sostegni necessari a realizzare quei valori».
L´obiettivo è ambizioso e fa gola ai partiti di impronta cattolica, ma Pezzotta amministra con molta prudenza la sigla di cui è diventato titolare. Dico sigla perché al momento non sappiamo quale sia la sua realtà organizzativa e la sua effettiva spendibilità politica.
Sembra difficile che il nascituro movimento delle famiglie possa praticare una sorta di collateralismo rispetto ai settori cattolici militanti nel Partito democratico: la piazza di San Giovanni non sembrava molto riformista, le voci che l´hanno interpretata battevano soprattutto su rivendicazioni economiche ma non basterà riconoscergliele per acquistarne il consenso e il voto. A torto o a ragione le famiglie e le sigle che le rappresentano ritengono che quanto chiedono sia loro dovuto. Il voto elettorale è un´altra cosa e non sarà Pezzotta a guidarlo. Ancor meno i vari Bindi, Binetti, Bobba nelle loro differenze. Voteranno come a loro piacerà, seguendo altre motivazioni e inclinazioni, influenzate soprattutto dai luoghi in cui vivono e dai ceti sociali e professionali ai quali appartengono.
* * *
Un elemento decisivo della questione cattolica e dell´anomalia che essa rappresenta è costituito dalla dimensione degli interessi economici della Santa Sede e degli enti ecclesiastici, del loro "status" giuridico e addirittura costituzionale (il Trattato del Laterano è stato recepito in blocco con l´articolo 7 della nostra Costituzione) e dei privilegi fiscali, sovvenzioni, immunità che fanno nel loro insieme un sistema di fatto inattaccabile. Basti pensare che la Santa Sede rappresenta il vertice di un´organizzazione religiosa mondiale e fruisce ovviamente d´un insediamento altrettanto mondiale attraverso la presenza dei Vescovi, delle parrocchie, degli Ordini religiosi, delle Missioni. Ma, intrecciata ad essa c´è uno Stato - sia pure in miniatura - che gode d´un tipo di immunità e di poteri propri di uno Stato e quindi di una soggettività diplomatica gestita attraverso i "nunzi" regolarmente accreditati presso tutti gli altri Stati e presso le organizzazioni internazionali.
Questa doppia elica non esiste in nessun´altra delle Chiese cristiane ed è la conseguenza della struttura piramidale di quella cattolica e della base territoriale da cui trasse origine lo Stato vaticano e il potere temporale dei Papi. Non scomoderemo Machiavelli e Guicciardini, Paolo Sarpi e Pietro Giannone per ricordare quali problemi ha sempre creato il potere temporale nella storia della nazione italiana, nell´impossibilità di realizzare l´unità nazionale quando gli altri paesi europei avevano già da secoli raggiunto la loro ed infine lo scarso senso dello Stato che gli italiani hanno avuto da sempre e continuano abbondantemente a dimostrare. Sarebbe storicamente scorretto attribuire unicamente al potere temporale dei Papi questo deficit di maturità civile degli italiani, ma certo esso ne costituisce uno dei principali elementi.
Purtroppo il temporalismo è una tentazione sempre risorgente all´interno della Chiesa; sotto forme diverse assistiamo oggi ad un tentativo di resuscitarlo che si esprime attraverso la presenza politica diretta dell´episcopato nelle materie "sensibili" il cui ventaglio si sta progressivamente ampliando.
Negli scorsi giorni l´atmosfera si è ulteriormente riscaldata a causa di una frase di Prodi che esortava i sacerdoti a sostenere la campagna del governo contro le evasioni fiscali e lamentava lo scarso contributo della Chiesa ad un tema così rilevante.
Credo che Prodi, da buon cattolico, abbia pronunciato quella frase in perfetta buonafede ma, mi permetto di dire, con una dose di sprovveduta ingenuità. Lo Stato non rappresenta un tema importante per i sacerdoti e per la Chiesa. Ancorché i preti e i Vescovi siano cittadini italiani a tutti gli effetti e con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani, essi sentono di far parte di quel sistema politico-religioso che a causa della sua struttura è totalizzante. La cittadinanza diventa così un fatto marginale e puramente anagrafico; salvo eccezioni individuali, il clero si sente e di fatto risulta una comunità extraterritoriale. Pensare che una delle preoccupazioni di una siffatta comunità sia quella di esortare gli italiani a pagare le tasse è un pensiero peregrino. Li esorta - questo sì - a mettere la barra nella casella che destina l´otto per mille del reddito alla Chiesa. Un miliardo di euro ha fruttato all´episcopato italiano quell´otto per mille nel 2006. Ma esso, come sappiamo, è solo una parte del sostegno dello Stato alla gerarchia, alle diocesi, alle scuole, alle opere di assistenza.
* * *
Come si vede la pressione cattolica sullo Stato "laico" italiano è crescente, si vale di molti mezzi, si manifesta in una pluralità di modi assai difficili da controllare e da arginare.
Le difese laiche - si è già detto - sono deboli e poco efficaci: affidate a posizioni individuali o di gruppi minoritari ed elitari contro i quali si ergono "lobbies" agguerrite e perfettamente coordinate da una strategia pensata altrove e capillarmente ramificata.
Quanto al grosso dell´opinione pubblica, essa è sostanzialmente indifferente. La questione cattolica non fa parte delle sue priorità. La gente ne ha altre, di priorità. È genericamente religiosa per tradizione battesimale; la grande maggioranza non pratica o pratica distrattamente; i precetti morali della predicazione vengono seguiti se non entrano in conflitto con i propri interessi e con la propria "felicità". In quel caso vengono deposti senza traumi particolari.
Perciò sperare che la democrazia possa diventare l´"habitus" degli italiani è arduo. Gli italiani non sono cristiani, sono cattolici anche se irreligiosi. Questo fa la differenza.

sabato 4 agosto 2007

Il Sole 24 ore 4.8.07
Marco Bellocchio: dagli strali del Pci al figlio di Mussolini
di Boris Sollazzo

Locarno - Marco Bellocchio, nonostante i capelli bianchi e quattro decenni di cinema sulle spalle, col tempo sembra ringiovanire. Ha imparato a sorridere, il talento quasi rabbioso è diventato più dolce, anche se non meno penetrante. Lo incontriamo a Locarno, dove in occasione della 60ima edizione, si è deciso di celebrare i grandi maestri scoperti dal festival: il regista piacentino qui portò lo splendido I pugni in tasca, esordio straordinario e dirompente di cui qui in Svizzera intuirono subito la grandezza. Nella retrospettiva Retour a Locarno è in ottima compagnia: Claude Chabrol, Marco Tullio Giordana, Mike Leigh, Istvan Szabo, Paulo Rocha, Diego Lerman, Catherine Breillat. Con il candore di sempre è sorpreso del tributo, come del successo inalterato del film all'ultima proiezione, e si lascia andare a riflessioni su passato, presente e futuro.
Marco, I pugni in tasca la riporta a ricordi importanti
Mi ricordo l'impatto socio-politico del film, da allora mi resi conto del ruolo anche pubblico del regista. Di me e del film si dibatteva e si discuteva, cosa che non avrei mai immaginato potesse accadere. Ricordo come mi contrastarono i togliattiani e il Pci, legati a un cinema viscontiano e neorealista e come, invece, Paietta fu dalla mia parte. Al festival di Mosca negarono la visione de I pugni in tasca al pubblico perché, mi dissero, "patologico", contrario all'uomo sano, all'uomo nuovo sovietico. L'unico aiuto dall'Est provenne… per la colonna sonora di Nel nome del padre. Presi una registrazione russa, perché allora i diritti per l'estero non si pagavano. Per quanto riguarda la critica cinematografica Rondi, coerentemente, mi attaccò duramente, ma mi sembra di ricordare che non ci fu grande attenzione. Ricordo Grazzini, però, che scrisse di me "Zanne di barbara forza". Un bel complimento, stupito come molte altre reazioni
Avrebbe senso ora un film come questo?
Mi stupisce che i ventenni, da Parigi a Firenze, ancora ora mi danno risposte di grande coinvolgimento emotivo, come se questo tema fosse rimasto della stessa attualità, ma non posso essere io a dirlo. Certo, sarei un pazzo suicida se lo rifacessi, la vita cambia: i miei pugni in tasca ora sono Il sorriso di mia madre, L'ora di religione, che, se vogliamo, ne è l'evoluzione. In parte lo fu anche Salto nel vuoto. Ricordo lo stupore per l'astrattezza del film, che molto colpì Lino Miccichè: la violenza non era esibita, in un contesto anche improbabile come la mia Bobbio. Era la forza del contenuto che superava il sociologicamente sballato: un film all'americana, con indagini sul delitto, il commissario e il colpevole, forse non sarebbe stato altrettanto interessante.
Pensa che ora in Italia non ci sia la stessa forza e vivacità?
Dipende. Chi consideriamo giovani? Muccino, Sorrentino? Ma loro ormai viaggiano verso i quaranta, sono già dei "classici". Mi diceva Enrico Magrelli (critico e selezionatore della Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia), piuttosto, che sono arrivati in laguna ben 40 film italiani girati in casa, in digitale. E' qualcosa di incredibile: io stesso che feci un film prendendo 20 milioni di mutuo dalla banca - fu il migliore, forse l'unico affare della mia vita - non potevo evitare un certo apparato. Ora ci sono molte più possibilità, c'è maggiore libertà. Il nuovo è questo e contagia le varie generazioni: ora un film si può fare con videocamere e pc, nessuno ha più l'alibi di non avere i soldi o le possibilità, anche se l'industria cinematografica non è cambiato molto. Pensa anche a questo festival: c'è quasi più materiale in beta che in pellicola.
E i Centoautori cosa vogliono fare in questo senso?
Cercare una crescita del cinema, un ritorno della cultura tutta al centro del dibattito politico. Non parliamo solo di un modello francese, che a parlare con molti autori transalpini non sembra così perfetto. Parliamo di risolvere i molti problemi che abbiamo, ad esempio una migliore distribuzione delle ricchezze. C'è un partito del nord, non leghista, che lamenta che il cinema italiano sia romano-centrico. Marina Spada, milanese, per esempio, ha fatto un bellissimo, Come l'ombra, con soli 30.000 euro. Le idee non mancano, piuttosto le risorse e la loro gestione. Mentale e finanziaria.
Ora si cimenterà con la figura di Mussolini
Esatto, e sembra che troverò le risorse. Molti dicono che ci sono poche "star" che attirano il nostro cinema: Mussolini, Berlusconi, Garibaldi e pochi altri. Non è facile, a partire dalla ricerca di location ormai scomparse. E' la storia di Benito Albino, figlio di Benito Mussolini e Ida Dalser, presunta moglie ripudiata dopo l'arrivo al potere di lui. Una storia d'amore drammatica, terribile, che finirà con figlio e madre internati in manicomio. Sto cercando gli attori, dovranno avere una personalità fortissima, non sarà facile. Spero di cominciare nel 2008 e si chiamerà Vincere. Titolo ironico e irridente ma anche inno alla passione suicida di questa donna che ha lottato per la sua verità senza mai alcun compromessa. Una donna finita male senza mai essere sconfitta. Dopo questo grande progetto tornerò a un cinema più indipendente, piccolo. Penso a Bergman: grandi capolavori con pochissime risorse, è una lezione preziosa.

l’Unità 4.8.07
Migliore: «Vogliamo contare di più»
Il capogruppo di Rc: giusto andare in piazza. L’agenda politica Prodi la deve concordare con noi...
di Maria Zegarelli

Di piazza e di governo. Le valigie sono pronte per le vacanze al mare con i figli. Una breve pausa dalla politica in vista di un rientro «caldissimo», dal patto sul welfare alla «Cosa rossa» in costruzione. Gennaro Migliore, capogruppo di Rc alla Camera,
ha letto la lettera del premier ma resta sulle sue posizioni: giusta la manifestazione del 20 ottobre. Anzi, Rc, come partito, sarà in piazza.
Migliore, illustri esponenti della sinistra invitano in piazza il 20 ottobre. Ci andrà?
«È il lancio di un’iniziativa che si propone come una vera e propria piattaforma, anche nelle persone che la promuovono, che è molto legata ai sette punti elencati nell’appello. Ci sono esponenti storici della sinistra, i promotori del Pride, le femministe...».
Ma non tutti partiti della sinistra cosiddetta radicale. O no?
«Credo che ci saranno sicuramente adesioni collettive».
Rifondazione per esempio?
«Certo. Ci aspettano due mesi e mezzo di lavoro impegnativo nel quale deve crescere la mobilitazione che in un certo senso è anche una costituente. Parlo di un modo nuovo di venire ad un appuntamento della sinistra, e non di un solo partito, che cresce e che poi coinvolgerà anche i partiti».
Fabio Mussi osserva che l’etica della responsabilità non può significare far parte di un governo e fare appello al popolo perché manifesti contro. Osservazione ragionevole?
«Questa è una manifestazione nella quale chiederemo che pesi di più l’opinione di coloro i quali hanno costituito parte essenziale del popolo dell’Unione, l’unione materiale. Avendo una piattaforma articolata ci proponiamo di intervenire sulla costruzione dell’agenda politica, questo è assolutamente necessario. Non vedo dove sia il problema dell’etica della responsabilità. La nostra responsabilità è di tenere conto di coloro i quali rappresentiamo. Ne discuteremo con Mussi, ma penso che sia un appuntamento al quale nessun uomo e nessuna donna di sinistra si chiamerà fuori. Non è una manifestazione tra le altre, è l’appuntamento centrale dell’autunno».
La domanda è d’obbligo. Sarà una manifestazione «pro» o «contro»?
«Sicuramente è «pro» una politica rispettosa degli impegni del programma, ma è evidente che si collega anche ad alcuni elementi di insoddisfazione che sono stati fin qui generati: noi abbiamo una piattaforma in campo all’indomani di una forte delusione sul protocollo sul Welfare. È evidente che dobbiamo far sentire la voce affinché sia possibile cambiarlo in Parlamento».
Dietro questa iniziativa non c’è il timore di una perdita di visibilità in vista del Pd?
«È un'iniziativa che in forme diverse parla direttamente al nostro elettorato, così come fanno le primarie. Potrei girare le domanda: le primarie sono pro - o contro il governo? Molti dicono che gli elementi generati all’indomani delle primarie metteranno in difficoltà il governo».
Che cosa ha pensato leggendo la lettera di Prodi?
«La prima cosa che ho pensato quando ho letto quella lettera è stata: “Ma chi gli avrà detto dell’appello a scendere in piazza?”».
Anche lei come i direttori di Liberazione e Manifesto ha visto un collegamento tra le due cose?
«Diciamo che quello che è accaduto nel corso di queste settimane ha comportato la necessità di prendere delle decisioni da parte di Prodi, compresa quella di riaprire una interlocuzione con la stessa maggioranza. Ora si tratta di capire se questa interlocuzione porterà dei risultati: se non dovesse essere così, si ribadiranno e semmai peggioreranno le condizioni precedenti. In questa fase, sinceramente, mi sembra fuori luogo il richiamo a sostenere il governo. Noi lo abbiamo sempre sostenuto, semmai è una parte consistente di questo governo che ha scelto di non aprire una interlocuzione con la sinistra ».
Battaglia in parlamento?
«Senza dubbio, a partire dallo scalone. Ci vogliono risorse per abbatterlo davvero, si deve far saltare l’obbligo dei 5mila lavoratori usuranti l’anno, e poi sul welfare è necessaria una revisione generale. Il punto non è principalmente quello delle risorse, si tratta di affrontare la questione della precarietà in maniera seria. Ciò che manca è una revisione della filosofia della legge 30. Non basta l’eliminazione dello staff leasing che riguarda 200 lavoratori in tutta Italia. C’è bisogno di rimettere in discussione il contratto di collaborazione a progetto, di rivedere le causali oggettive per il lavoro a tempo determinato, i fondamenti stessi della precarietà».
Da quello che dice non sembra pensarla come il premier a proposito delle misure “popolari” adottate in questi 14 mesi...
«Che sia prevalente il segno popolare nelle misure adottate fin qui mi sembra un po’ azzardato, visto il calo di consensi del governo. Se non diamo risposte adeguate molte persone potrebbero sentirsi tradite».

l’Unità 4.7.07
Manifestazione, Mussi frena. Diliberto ci sarà, Prc anche
Russo Spena: ma non è contro il governo, è contro una parte dell’Unione. I verdi parlano di Young Day

Chi ci sarà. Un appello a scendere in piazza il 20 ottobre perché «l’attuale governo non ancora ha dato risposte ai problemi fondamentali che abbiamo davan-
ti». A lanciarlo sono un gruppo di esponenti della sinistra, intellettuali, giornalisti, dalle colonne di Liberazione e Manifesto di ieri, sottoscritto dai due direttori Piero Sansonetti e Gabriele Polo e destinato a creare nuove e lunghe discussioni dentro l’Unione. Sette «le grandi questioni» poste sul tavolo di piazza, lavoro (salari), pensioni, welfare, discriminazioni, cittadinanza, pace, ambiente. Tra i firmatari Lisa Clark, Pietro Ingrao, Aurelio Mancuso, Rossana Rossanda, Nicola Tranfaglia. L’iniziativa è nata, per dirla con Gennaro Migliore, «dalla base», ma ha subito raccolto l’adesione di Rc e Pdci, mentre Sd è pronta a discutere. «Sd - dice il ministro Fabio Mussi - pronta a discutere di contenuti, forme e luoghi» della manifestazione. «Quella che mi interessa - aggiunge - è una chiara iniziativa politico-programmatica di tutte le forze di sinistra. L'etica della responsabilità poi recita: non puoi far parte di un governo e fare appello al popolo perchè manifesti contro».
Pro o contro Prodi? È riscattato il tormentone. «La manifestazione del 20 ottobre non è contro il governo Prodi - puntualizza Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori del Prc-. Casomai prende di mira chi, dentro la maggioranza, cerca di spostare a destra l'azione di governo e pone ostacoli alla realizzazione del programma». Il segretario del partito, Franco Giordano, in una lettera ai due quotidiani spiega che «sì, bisogna provarci. Provare ancora una volta a cambiare. uniti nel restituire protagonismo a una sinistra capace di proporsi come soggetto di partecipazione e progetto di liberazione». «Il 20 ottobre ci sarò, ci saremo, saremo in piazza, insieme per continuare il processo di unità a sinistra e per rilanciare i temi dell’appello», scrive il segretario del Pdci Diliberto. «Al nostro governo chiedo il rispetto del programma, a cominciare dalle questioni per noi fondamentali: pensioni e lavoro precario sulle quali le risposte finora sono state insoddisfacenti». Dal tavolo dei ministri Pecoraro Scanio, che propone lo «Young Day» osserva: «È una lettera dialogante quella di Prodi, che riconosce anche la necessità che ci sia una partecipazione dei cittadini». Paolo Cento parla di una iniziativa che sappia «parlare a tutti».
Il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero, esprime «apprezzamento» per Prodi, che ha ritenuto positiva la mobilitazione e quindi sarà in piazza. Cesare Damiano, lasciando l’ultimo cdm prima delle vacanze dice che il «protocollo sul Welfare non si può cambiare senza l’accordo con le parti sociali», dunque lui mantiene la rotta. Per Franco Turigliatto e Salvatore Cannavò «mobilitarsi per delle istanze civili e sociali è sempre giusto, ma se questo si riduce a tirare la giacchetta al governo allora diventa inutile». Meglio «la strada dell'opposizione sociale: facendo lo sciopero contro il governo e mobilitandosi per esigere il ritiro del pacchetto welfare». Loro, a partire da settembre, come Sinistra critica, si impegneranno per questo. m.ze.

Repubblica 4.8.07
Anniversari / Trent'anni fa moriva il filosofo tedesco Ernst Bloch
Il soffio dell’utopia
Credeva in un comunismo che oggi chiameremmo "dal volto umano"
di Antonio Gnoli

Quando nel 1949, dopo il lungo esilio americano, Ernst Bloch tornò nella Germania dell´Est, non immaginava che quel paese, costruito sui ferrei principi del socialismo reale, lo avrebbe prima accolto come il figlio intellettualmente prediletto e poi sepolto come il più indegno tra i suoi cittadini. Ma quella era la Ddr e le vite - come recita il film rivelazione di quest´anno - erano sempre quelle degli altri. Naturalmente messe a repentaglio, oltraggiate e vilipese. La vita di Bloch - di cui ricorrono i trent´anni dalla morte (morì a Tubinga il 4 agosto del 1977) fu tra le storie culturali possibili la più emblematica per grandezza e illusione, acume filosofico e miopia politica, complessità intellettuale e semplicismo ideologico.
La folta capigliatura, le spesse lenti degli occhiali, il volto arguto e massiccio e l´immancabile pipa facevano di lui un affascinante e serafico pensatore tedesco della prima metà del Novecento. Era, anche fisicamente, il contrario dell´ungherese Lukács che, proprio Bloch, descrisse come piccolo, esile, non bello, ma attraente per le sue capacità intellettuali. I due furono molto amici. A cementare il legame c´erano le opere di Marx, i seminari berlinesi con Georg Simmel e Max Weber; c´era il bisogno del cambiamento; c´era la rivoluzione d´Ottobre e c´erano i consigli operai che in Germania avevano aperto prospettive politiche reputate decisive per la rivoluzione in Occidente. C´era quell´eccitazione intellettuale che - tra gli anni Venti e Trenta - avvolse le menti migliori mentre guardavano ipnotizzate l´abisso che le macchine totalitarie cominciavano a scavare.
Del marxismo Bloch adottò la versione addolcita dalla speranza, riscaldata dagli ideali umanitari, resa molle dagli innesti con il cristianesimo di cui apprezzava il messaggio di pace e di giustizia in esso contenuti. Al realismo - nella doppia versione di percezione e spiegazione dei fatti senza le distorsioni prodotte dai sentimenti e come brutale e intrepida adesione alle forze della storia - preferiva l´impalpabile soffio dell´utopia. Come poteva intendersi con Lukács? La loro amicizia si ruppe e per anni si detestarono. Salvo ricomporsi verso la fine quando si rividero. Fu l´ironia tragica della storia a rimetterli per un momento insieme. A fargli vivere il pathos comune della sconfitta. C´era stata la rivolta ungherese nel 1956. Nagy era andato al potere e Lukács era diventato il suo ministro della cultura. Poi le cose si rovesciarono nuovamente. Nagy fu arrestato e assassinato e Lukács subì le conseguenze della repressione sovietica: a Budapest gli toccò ritirarsi a vita privata. Sembrava Bloch ma senza un cuore. Solo più impettito e molto più disincantato.
Bloch era il pensatore della speranza, l´acceso sostenitore delle avanguardie artistiche, era l´uomo che credeva nel comunismo dal volto umano. Non so se abbia mai formulato una espressione del genere, così promettente e azzardata: ma larga parte della sua opera impegnata andava fiduciosa in quella direzione. Lukács era un commissario della teoria marxista, un guardiano acuto ma intransigente delle arti e della letteratura; Bloch incarnava l´eterodosso. Era giunto alla conclusione che l´ateismo si potesse interpretare come una sorta di cristianesimo realizzato in terra. Bloch non aveva del tutto rinunciato alle lusinghe del messianismo. Le sue origini ebraiche lo spinsero a prendere in seria considerazione i testi sacri, e a vedere nel futuro una dimensione anche teologica, carica di attesa, salvifica e al tempo stesso liberatoria per l´uomo.
Le sue teorie mostravano qualche debole punto di contatto con quelle di Walter Benjamin. Si erano conosciuti in Svizzera nel 1918 e poi si rividero a Berlino negli anni Venti. Facevano entrambi parte di un gruppo niente male: c´erano anche Theodor Adorno, Siegfried Kracauer, Kurt Weill, Otto Klemperer.
Bloch aveva pubblicato Spirito dell´utopia nel 1918: un´opera ambiziosa, importante, posta esattamente agli antipodi di quell´altra grande impresa che quasi in contemporanea vide la luce: Il Tramonto dell´Occidente di Oswald Spengler. Quest´ultimo aveva messo una bella pietra al collo della civiltà europea, gettandola poi nel grande mare delle fatalità della storia, dei suoi cicli, delle sue ineluttabilità. Lo spirito dell´utopia era invece un´opera velata dall´ottimismo, che non si limitava ad assistere - come faceva Spengler - all´Occidente che affogava, ma gli tendeva la mano, gli indicava la direzione, gli toglieva quella smania di tramonto e di crisi che molti intellettuali in quegli anni usciti dalla guerra gli attribuivano.
Quando, anni dopo, Adorno e Bloch si misero a discutere di utopia, lo fecero come due vecchi amici rispettosi del loro passato, ma ostinati a conservare le loro posizioni. In quella specie di ferreo minuetto si vide con chiarezza che Bloch voleva togliere tutto il discredito di cui la parola "Utopia" si era caricata col tempo. Mentre Adorno - il tenue e scintillante Theodor Wiesengrund - aveva ancora la mente rivolta alla ferocia che il "paese dei sogni" a volte mette in moto. La storia si era incaricata di smentire abbastanza nettamente certe intuizioni blochiane. Parlare di utopia legandola a quell´illusione, chissà quanto necessaria, che ci proietta fuori dal nostro contesto e ci fa vivere il futuro come fosse un presente da realizzare, era una magra consolazione per chi, negli anni del soggiorno a Lipsia, stava assistendo alla demolizione sistematica dei propri ideali utopici. Ernst restò a Lipsia per dodici anni. Passava il tempo immerso nei pensieri filosofici, nelle fantasie del riscatto umano. Ma in fondo cercava solo di scacciare la paura e il dubbio che si facevano sempre più acuti, sempre più invadenti.
Fu lo stesso Adorno, nel dialogo menzionato, che con improvvisa ironia gli disse: «Credo di ricordarmi dei tuoi conflitti ai tempi di Lipsia e del fatto che Ulbricht ha sostenuto contro di te che tale utopia non si può realizzare». Ulbricht era il segretario del Partito Comunista della Ddr, nonché il Capo dello Stato. Era un dio losco sceso in terra per spadroneggiare. Ma nella mente di Bloch, Ulbricht era l´errore ancora rimediabile; era il tiranno che come una carta dei tarocchi Bloch si illudeva di poter scartare. Era l´effetto perverso e imprevedibile di una causa, quella del socialismo, considerata ancora giusta e buona. Adorno, credo, sghignazzasse in cuor suo. L´amico Ernst sperava. Sperava che le cose mutassero di segno. Ma le cose erano più dure e vischiose dell´illusione. Più pesanti e rozze delle levità dello spirito di un intellettuale costretto nuovamente all´esilio. Non più amato dal regime.
Fu nel 1961 - dopo anni di controlli, di soprusi, di spiate che il regime della Ddr gli aveva inflitto - che Bloch emigrò nella Germania occidentale. Fino all´ultimo aveva voluto restare nel suo paese. Fino all´ultimo era convinto che alla fine la giustizia avrebbe trionfato. Ci volevano gli arresti dei suoi allievi più fedeli, ci voleva il suicidio di uno di loro, ci voleva la cacciata dall´università, ci voleva la repressione verso la moglie Karola e il figlio Ian, ci voleva che lo privassero della libertà di pensiero, ci voleva che i suoi colleghi universitari lo attaccassero in pubblico, ci voleva che lo minacciassero di richiuderlo in qualche galera (ma la cosa avrebbe provocato troppo clamore) perché l´inerme signore dell´utopia cominciasse a riflettere su certe penose e incontrastate durezze della storia. Ci voleva tutto questo per tirare fuori il coraggio e prendere la decisione di abbandonare tutto quello in cui aveva creduto. Ma, ostinato com´era, non perse mai la speranza, che ormai era diventata il principio della delusione e del dubbio.
Certo, nessuno potrà rimproverare a questo intellettuale l´assenza di finezza, e la profondità di alcune analisi. Il libro più bello cominciò a scriverlo nel periodo americano. E anni dopo, ormai tornato in Europa, quel libro prese la forma definitiva de Il principio speranza. È un testo nel quale si sedimentavano molte cose. Si vedeva con chiarezza che la sua concezione della speranza non era da intendere solo come lo slancio verso un mondo migliore, ma anche verso tutto ciò che di bello e straordinario l´uomo era stato capace di realizzare. Inoltre, la speranza non la legava solo a ciò che consideriamo sublime o straordinario, ma la connetteva ai nostri desideri quotidiani. Bloch ha sempre avuto una sincera curiosità per il mondo quotidiano. Diversamente da Heidegger, che ne disprezzava la sostanza, egli ne intuiva la potenzialità, la ricchezza basica, l´energia. In questo c´era qualcosa che lo accomunava a Benjamin. Fu Karola Bloch che, nel ricordare il loro legame, scrisse nelle sue Memorie: che tra loro c´era stato un rapporto intellettuale molto intenso, «li accomunava l´amore per le cose apparentemente insignificanti dietro alle quali si cela qualcosa di profondo».

Repubblica 4.8.07
Un curioso saggio sui funerali rossi negli anni cinquanta
Così morivano i vecchi compagni
Nell'Italia spaccata dalla guerra fredda i parroci rifiutavano le esequie dei "senza Dio"
di Filippo Caccarelli

«Quanti morti per il vecchio simbolo...», sospirava avvilito al congresso di scioglimento del Pci (Rimini, febbraio 1991) il compagno Zucconelli, un omino calvo e gentile, addetto al Cerimoniale della Direzione. Nei corridoi delle Botteghe Oscure, dov´era primatista di permanenza (32 anni), lo chiamavano «Dall´Alfa all´Omega» perché organizzava i rinfreschi, ma anche le onoranze funebri. Personaggio chiave, come si comprende, insieme rispettato ed esorcizzato per quel suo inevitabile maneggiare catafalchi, drappi, tombe e bare: «Ohé - gli dicevano i compagni quando se lo trovavano davanti - non è che mi stai a prendere le misure?».
Chissà dov´è ora, il compagno Roberto Zucconelli. Certo i partiti della diaspora comunista non l´hanno sostituito. In compenso, nel 2004, il Messaggero ha scovato un´altra singolare figura. Da anni Erminia Gianfelice tiene in ordine il sepolcro di Gramsci al cimitero acattolico della Piramide Cestia e il mausoleo comunista del Campo Verano, dove con Togliatti e la Iotti, sono sepolti Di Vittorio, Grieco, Scoccimarro, Concetto Marchesi, Alicata e diversi altri. Qui Erminia sistema le urne, toglie i fiori appassiti, raccoglie e conserva come reliquie i bigliettini, le foto, i fazzoletti rossi, le vecchie tessere di partito che i visitatori depongono sulla pietra. Si definisce scherzosamente «la tombarola rossa» e lo fa per tenera militanza o, se si preferisce, come volontaria: «I compagni lo sanno e quando possono mi danno qualche soldo per comprare i fiori o qualche piantina nuova».
Questo per i ricordi e per la cronaca. Mentre per la storia, ma anche la cultura e l´antropologia della «morte rossa» la rivista di Studi Tanatologici (Bruno Mondadori) pubblica un saggio di Alessandro Casellato su «Riti di opposizione, riti di istituzione. Funerali di comunisti nell´Italia degli anni Cinquanta». Si tratta di un testo prezioso fin dalla personale esperienza che l´ha ispirato: «Tutto questo mio percorso, in fin dei conti, è partito da un´incertezza - si legge nell´ultima nota - quando è morto un mio caro amico, quasi un nonno acquisito, un vecchio comunista, ho dovuto inventarmi un funerale, non essendoci più un partito in grado di gestirlo; mi accorsi allora che mancavano un rituale e un luogo dove celebrarlo, e che facevo anche fatica a trovare delle parole per raccontare in pubblico la sua vita, le ragioni delle sue scelte e i motivi per cui, a lui e alla sua storia, nonostante tutto volevo bene». Ecco. Si accetta meglio, l´odierna incertezza, attraverso i miti e i simboli del passato. Nulla più dei rituali getta un fascio di luce sul nucleo duro e indicibile entro cui è stato a lungo custodito il senso del sacro nella Chiesa comunista italiana.
Erano davvero tempi duri. Tanto per cominciare, nell´Italia spaccata dalla guerra fredda non era affatto chiaro a chi - famiglia, partito o Chiesa - appartenesse la titolarità, per così dire, della salma. Non di rado, per via della scomunica, i parroci rifiutavano di ospitare in chiesa le esequie dei «senza Dio». A Cerignola le suore richiamarono addirittura indietro le orfanelle impegnate nel tradizionale accompagnamento al feretro. D´altra parte i prefetti stavano ben attenti a che i funerali, vissuti anche come manifestazioni di forza, non generassero problemi di ordine pubblico.
Vero è che fin da allora la contesa si risolveva con una specie di compromesso: la bara entrava in Chiesa e le bandiere rosse attendevano fuori. Ma diversi compagni scartavano in vita tale soluzione: «Muoio nella fede comunista...», scrivevano. Erano veri e propri testamenti, d´intenso valore, quasi un genere letterario. Così come le cerimonie che il Pci si trovò ad allestire nelle zone rosse per accompagnare i suoi morti al camposanto erano al tempo stesso simili, speculari e alternative a quelle della Chiesa.
Lo storico Casellato le ricostruisce con dovizia di particolari. Il panno rosso sulla cassa, e dentro la bara la tessera e una copia dell´Unità. Partiva il corteo, con la banda, e sostava davanti alla Casa del popolo. Si distribuivano i «santini» con la foto del defunto e la falce e martello. Quindi arrivava il momento dell´orazione, il racconto edificante delle virtù del compagno, la cui opera continuava «in eterno». La sua esistenza era così tramandata come destino. Di fronte al morto, i superstiti rinnovavano il patto stringendosi nel dolore, ma recuperavano anche un ordine e confermavano una identità. A parte le donne senza veli sul capo, tutto assumeva un senso religioso, escatologico. Questa dimensione ultima si riverberava anche nella forza. Dopo la strage di Modena, nel 1950, gli estremi onori resi ai sei manifestanti uccisi dalla Polizia chiamarono in città, oltre a Togliatti e all´intera nomenklatura, 300 mila persone in silenzio solenne e furono ripresi dalle telecamere per un filmato poi distribuito nelle federazioni di tutta Italia.
Rituali anche più complessi e densi di messaggi, «tra pietà e potere», si configuravano i funerali dei dirigenti nazionali. Nel caso di Ruggero Grieco, scomparso nel 1955, il protocollo fu stabilito in modo quasi ossessivo fin dalla camera ardente. Lacrime, ma anche elenchi e schedari a governare le esequie. Picchetti d´onore decisi per categorie omogenee, turni disciplinati al millimetro, orari inflessibili; quindi un articolatissimo dispiego di cuscini, corone, mazzi di fiori, bandiere rosse, tricolori, targhe recate dalle varie associazioni collaterali. Nel corteo, aperto da un carro tirato da due cavalli (poi sostituiti da un furgone), i parenti anche stretti vennero compresi entro la «famiglia allargata» del Pci. L´ordine di prossimità alla bara fu così rigidamente prestabilito da suscitare una pungente notazione di Pietro Secchia: «C´è chi ha preteso di avere la precedenza in base ai diritti del grado e della scala gerarchica. Inevitabili confusioni di questi momenti - si legge nei diari usciti postumi - piccinerie e meschinità degni di una confraternita di gesuiti».
Raffigurati in un celebre quadro di Renato Guttuso, i funerali di Togliatti, celebrati nel 1964, furono probabilmente la più grande manifestazione del genere nella storia d´Italia. Ma il saggio di Casellato ricorda soprattutto la spinosissima questione che si pose riguardo alla sepoltura del Migliore. L´idea era infatti quella di accoglierlo accanto alle ceneri di Gramsci, al cimitero inglese della Piramide. Ma l´ambasciatore americano, che ne era a tutti gli effetti il responsabile amministrativo, si rifiutò strenuamente. Invano intervennero Moro, Saragat, nonché i diplomatici russi, bulgari, rumeni e iugoslavi. Non ci fu nulla da fare e Togliatti finì all´ombra dei radi cipressi del Verano. Affidato, fino a ieri l´altro, alla professionale dedizione del compagno Zucconelli; e ora anche alle premurose cure di Erminia, l´ultima vestale della ex religione rossa.

Repubblica 4.8.07
Se usiamo la macchina del tempo
La genetica si sposa con l'archeologia
di Luca e Francesco Cavalli-Sforza

Nel ricostruire la storia si incontra una grave difficoltà: spesso mancano elementi per decidere sui punti oscuri, e non c´è speranza di fare come lo scienziato sperimentatore, il quale, quando ha un dubbio su un esperimento, può ripeterlo quante volte vuole, e se ottiene lo stesso risultato può sentirsi tranquillo di non essere caduto in qualche errore. Ma non possiamo ripetere la storia, e non esiste (almeno per ora) una macchina del tempo che ci porti indietro e ci permetta di osservare quello che è effettivamente successo, e poi ci riporti al tempo di partenza, per poter raccontare ciò che abbiamo visto.
Se non possiamo viaggiare di persona nel tempo, abbiamo un´altra possibilità di ricostruire la storia: sta nell´indagare le conoscenze acquisite da altre discipline sullo stesso periodo, luogo e personaggi, che abbiano qualche relazione con i fatti che ci interessano. La genetica può dire parecchio sul nostro passato, e in aggiunta possiamo ricavarne informazioni sul tempo in cui si sono verificati certi avvenimenti, per esempio la separazione fra due popolazioni o due specie. Ma anche l´archeologia può essere di aiuto.
Estendendo lo studio della storia a più di una disciplina lo si facilita, e si è inevitabilmente condotti a concludere, come avremo occasione di mostrare, che un approccio multidisciplinare permette di realizzare una sorta di "ripetizione della storia". È un po´ come se si ripetesse l´esperimento, come fa lo sperimentatore per convincersi di avere ottenuto il risultato giusto, perché uno stesso periodo viene considerato da più punti di vista indipendenti. Si giunge così anche allo scopo di ottenere maggiore credibilità nelle proprie conclusioni.
La paleontologia ha ricostruito negli ultimi centocinquant´anni la storia delle nostre origini a partire dalla separazione degli esseri umani dalla specie animale più vicina, lo scimpanzé, che attualmente si pensa sia avvenuta in Africa centrale, nel Ciad odierno, circa cinque-sei milioni di anni fa. Il primo passo fondamentale è stato il passaggio dalla camminata a quattro zampe alla stazione eretta, che ha aumentato la velocità nella corsa e ha liberato gli arti anteriori, permettendo di usare le mani per attività creative, quali l´impiego di strumenti.
Dall´inizio della separazione vi è stato un aumento più o meno graduale delle dimensioni del cervello. A questo si devono probabilmente le due grandi qualità che ci distinguono dalle altre scimmie: la maggiore inventività e lo sviluppo di una comunicazione sempre più ricca, attraverso il linguaggio. Nella nostra specie, il cervello è quadruplicato di dimensione negli ultimi cinque milioni di anni. Anche i Primati odierni hanno un cervello di dimensioni superiori a quelle dell´antenato comune a loro e a noi, ma la differenza non è così marcata. Il lungo e lento cambiamento che ci contraddistingue è stato quindi limitato al genere umano.
Nella nostra specie, detta Homo sapiens, l´aumento di volume del cervello, o almeno del cranio, si è arrestato fra i trecentomila e i cinquecentomila anni fa, mentre è proseguito in modo lieve fra i nostri cugini più prossimi: i Neandertal. Li troviamo diffusi in Europa e nelle parti d´Asia più prossime all´incirca fra i 350.000 e i 30.000 anni fa, dopo di che scomparvero quasi all´improvviso. Per parecchio tempo gli archeologi li hanno visti come gli antenati diretti degli europei, semplicemente perché vivevano negli stessi luoghi che abitiamo oggi, poi un´analisi più accurata, condotta in parallelo da archeologi e genetisti, ha rivelato che gli antenati degli europei vivevano fuori del continente e che vi giunsero poco prima della scomparsa dei Neandertal.
Chiamiamo questi nostri diretti antenati, e noi stessi, uomini anatomicamente moderni (o semplicemente moderni), in quanto siamo indistinguibili sul piano scheletrico. I reperti archeologici mostrano che i primi uomini di questo tipo sono comparsi in Africa orientale intorno ai 150.000 anni fa. Nella classificazione scientifica, che discende dalla tassonomia proposta da Linneo alla fine del Settecento, il nostro nome è: Homo (genere) sapiens (specie) sapiens (sottospecie). I nostri cugini neandertaliani sono invece designati come Homo sapiens neanderthalensis. Molti oggi omettono la parola sapiens, cioè considerano Neandertal una specie diversa.
Riprendendo dall´inizio la storia del genere Homo, il suo primo rappresentante (specie detta habilis) compare, sempre in Africa orientale, intorno ai 2,7 milioni di anni fa: ha già un cervello almeno doppio di quello degli altri Primati e ha avuto molto tempo a disposizione per usare le mani. Forse i primi attrezzi che ha elaborato sono di legno e non si sono conservati, ma in quest´epoca si ha la prova sicura dell´impiego di strumenti, perché si trovano le prime pietre sbozzate, usate forse per aprire le ossa degli animali uccisi o trovati morti ed estrarne il midollo, già allora molto appetito.
In tappe posteriori dell´evoluzione, i nostri antenati diretti, che oggi alcuni chiamano Homo erectus, altri ergaster, fabbricano strumenti litici più raffinati e differenziati. Intorno a 1,7 milioni di anni fa ha inizio un´espansione demografica, seguita da un´espansione geografica, come è inevitabile che accada quando si cresce troppo di numero e si superano i limiti di saturazione locali. L´espansione demografica e quella geografica procedono fino ad occupare il Vecchio Mondo (Africa, Europa, Asia), arrestandosi solo agli oceani. Con ogni probabilità la conquista del fuoco era già avvenuta (il primo reperto archeologico è di 1,6 milioni di anni fa) e aveva contribuito a occupare regioni più fredde, a migliorare la qualità e l´igiene dell´alimentazione con la cottura del cibo, ad assicurare la protezione dalle fiere di notte e a produrre strumenti migliori.
La seconda grande espansione ha inizio molto più tardi. È di nuovo in scena l´Africa orientale, ma questa volta il protagonista è Homo sapiens sapiens, uno fra i più tipi umani che si sono andati sviluppando nel continente. Questa piccola popolazione si espande all´Africa negli ultimi centomila anni, e fra i 60.000 e i 50.000 anni fa comincia a diffondersi nel resto del mondo. In parte si muove verso est, lungo la costa meridionale dell´Asia, giungendo fino in Nuova Guinea e Australia almeno 40.000 anni fa. Procedendo in un´altra direzione, verso nord, forse per la valle del Nilo o lungo la costa del mar Rosso, arriva in Medio Oriente (ove già l´uomo moderno si era spinto, per un breve periodo, verso i 100.000 anni fa, per poi ritirarsi all´inizio dell´ultima glaciazione, circa 80.000 anni fa) e penetra fin nel cuore dell´Asia. Dall´Asia centrale si spinge sia verso ovest, raggiungendo l´Europa già 46.000 anni fa, sia verso est. Lo si trova in Siberia 30.000 anni fa. Di qui entra in Alaska, almeno 15.000 anni fa se non prima, e già 11.000 anni fa raggiunge l´estremo sud dell´America meridionale, procedendo lungo la costa pacifica.
Fin qui il racconto dell´archeologia, ma la genetica produce una genealogia ancor più precisa attraverso lo studio di molti geni, compresi quelli di due cromosomi speciali, il DNA mitocondriale e il cromosoma Y, che ci permettono di ricostruire rispettivamente l´albero genealogico femminile e maschile. Le numerose date prodotte dalla genetica si accordano bene con quelle archeologiche, ma hanno una genesi distinta: nascono dal conteggio delle mutazioni che separano individui diversi e dalla conoscenza della velocità con cui le mutazioni si producono (detta frequenza di mutazione).
Sorge naturalmente la domanda: perché questa grande espansione dell´uomo moderno? Un´espansione geografica è di solito dettata da una crescita demografica locale, che costringe a distribuirsi su un terreno più vasto. Le forze che hanno promosso l´incremento demografico e hanno cambiato la nostra sorte sono due, entrambe di natura culturale. Forse la più importante è lo sviluppo del linguaggio, che ha certamente avuto inizio in un lontano passato, ma può avere raggiunto il livello attuale poco prima di centomila anni fa. Il linguaggio permette di scambiarsi informazioni su qualunque argomento ed è quindi di grande aiuto allo sviluppo della società, anche se è accompagnato da una quasi inevitabile ambiguità, che talora ci tradisce. L´altra forza, forse di origine ancora più antica, è quella dell´inventività e della curiosità che hanno caratterizzato lo sviluppo di invenzioni e scoperte umane per alcuni milioni di anni. Non è necessario che siamo tutti inventori, ma basta che ve ne siano alcuni nella popolazione, anche se in piccola percentuale, perché la capacità di imitazione, e ancor più la comunicazione attraverso il linguaggio, possano generalizzare le invenzioni compiute da uno solo.
La produzione di nuove invenzioni è poi aumentata con l´aumento del numero degli inventori, legato all´accrescimento della popolazione dell´uomo moderno, resa possibile prima dalla sua espansione a tutto il mondo, poi da ulteriori invenzioni, come la coltivazione di piante e l´allevamento di animali. Queste sono comparse intorno a diecimila anni fa per sovvenire all´incremento eccessivo della popolazione rispetto alle risorse disponibili in natura, e hanno a loro volta permesso una nuova fortissima crescita demografica. Nate in regioni a clima temperato, particolarmente favorevoli, si sono successivamente diffuse intorno ai punti di origine.
Oggi, nell´era di internet, la velocità di comunicazione è aumentata a dismisura: siamo entrati in una nuova epoca, sul cui sviluppo è difficile fare previsioni.

(6 – continua)

il manifesto 4.8.07
20 ottobre. Noi del Prc in piazza Vi spiego perché
di Franco Giordano

Sì, bisogna provarci. Provare ancora una volta a cambiare. Tutti insieme, ciascuno per quel che è e per come si mette in relazione col resto. Uniti per provare a cambiare davvero il passo e l'indirizzo del governo dell'Unione. Uniti nel restituire protagonismo a una sinistra capace di proporsi come soggetto di partecipazione e progetto di liberazione. Per questo Rifondazione comunista aderisce con convinzione alla proposta di mobilitazione per il prossimo 20 ottobre. Abbiamo sconfitto le destre alle elezioni e non era scontato, basta guardare cosa accade in Europa. Poco più di un anno fa abbiamo sconfitto il tentativo di rimonta berlusconiano grazie a una stagione straordinaria di mobilitazione e di partecipazione democratica; grazie al fatto che ciascuno, ognuno a suo modo, ha trovato in sé e nel rapporto con gli altri le motivazioni e gli argomenti per battere questa destra ultraliberista, populista, perbenista, autoritaria e repressiva.
Ora è venuto il tempo di ritrovare quello spirito, quelle motivazioni, quelle speranze per imprimere uno slancio nuovo ai movimenti e alla sinistra, per provare a cambiare davvero, per rispondere a quelle aspettative che insieme siamo stati capaci di suscitare. Finora non è stato così. Il governo di centrosinistra non ha fatto la sua parte fino in fondo come avrebbe potuto e dovuto. Ne abbiamo avuto la misura concreta negli interventi sulle pensioni, sul welfare, sul mercato del lavoro. Misure che non abbiamo condiviso e che vogliamo cambiare. Questo squilibrio è stato determinato dall'imporsi delle soggettività di Confindustria, delle tecnocrazie internazionali e della rendita finanziaria, che hanno condizionato sistematicamente il programma dell'Unione.
Nelle sue varie anime, il Pd è stato a suo modo permeabile all'influenza di tali soggettività, quindi a un'idea della politica come governo dell'esistente, come interrelazione tra i centri di potere tesa a stabilizzare la realtà e a temperarne - quasi fino a nasconderle - le contraddizioni. Per questo c'è bisogno di una ripresa di protagonismo sociale, quel protagonismo che è stata la vera risorsa alternativa non solo rispetto a Berlusconi ma rispetto alle politiche della destra. In questo senso la manifestazione del 20 ottobre è un'occasione di straordinario rilievo da intendersi prima di tutto come un appello a tutto il popolo dell'Unione. E in questo contesto è decisivo anche il ritorno in campo di una sinistra unitaria che si proponga per cominciare come soggetto partecipato, come luogo e pratica di democrazia. Perché altrimenti non è a rischio solo l'azione del governo, ma il senso stesso della politica e della democrazia, del nostro agire collettivo ciascuno a partire dalla propria condizione sociale e umana.
Ecco. Credo che ci sia bisogno in primo luogo di restituire un senso e anche un'anima alla politica. Credo ci sia bisogno di rispondere a una crisi della politica che si presenta in modo duplice, da un lato come rivoluzione passiva e dall'altro come smarrimento di ogni possibilità di trasformazione sociale. Una politica le cui utopie si inchinino di fronte al pensiero dominante e al processo di valorizzazione del capitale diventa infatti una parola vuota, meccanica della pubblica amministrazione, tecnocrazia e anche omologazione culturale. Per questo credo che dobbiamo guardare alla manifestazione del 20 ottobre in primo luogo come occasione di ritorno partecipato della politica; come luogo e pratica per restituire significato all'agire collettivo e alla democrazia, per restituire soggettività alla sinistra e per rendersi così capaci di intervenire sull'azione di governo. Dunque proviamoci. Tutti insieme, ciascuno a partire da sé. Proviamo a riaccendere la partecipazione, la speranza, la politica nel suo senso più alto di agire culturale, di progetto condiviso, di percorso di liberazione umana e sociale.
* Segretario Prc

venerdì 3 agosto 2007

Liberazione 3.8.07
Bellocchio torna al festival che lo ha reso famoso
Diviso tra cinema indipendente e mainstream
il cineasta ha in cantiere un nuovo film

Locarno nostro servizio. «L'affare migliore che ho fatto, forse l'unico». Questa la battuta di Marco Bellocchio, commentando il successo de I pugni in tasca, suo folgorante esordio. «Chiesi un mutuo di 20 milioni con mio fratello, fortuna che il film andò bene».
La sala Ex Rex di Locarno lo ha accolto con un caloroso applauso, vivendo molte delle sensazioni che già allora suscitò quello che forse è il suo capolavoro. «Allora mi resi conto di avere una visibilità, di quello che facevo si discuteva e si dibatteva. Ricordo ancora che nel Pci fui difeso da Paietta e contrastato dai neorealisti togliattiani».
Inevitabile chiedergli del cinema italiano, sempre più in sofferenza. «I Centoautori possono fare molto, ma si deve guardare anche oltre. Ad esempio mi è stato detto che a Venezia sono arrivati 40 film italiani fatti in casa, qui a Locarno sono quasi più i film in beta che in pellicola. Ora è davvero possibile fare un film con pochissimo. E poi sento sempre di più la sofferenza di un partito del nord, non certo leghista, vittima di un cinema che sente romano-centrico. Se ne lamentava con me Marina Spada, che ha fatto un bellissimo film, Come l'ombra , con soli 30.000 euro. Non solo servono i finanziamenti alla francese, ma anche una migliore distribuzione».
Diviso tra cinema indipendente e autorialità mainstream (targata 01distribution), ora si prepara a un film dal budget imponente, Vincere , storia del figlio segreto e rifiutato di Benito Mussolini, Benito Albino, avuto da Ida Dal Ser. I due furono internati in manicomio e lui non venne mai riconosciuto. «Credo che troverò le risorse - sorride - in Italia Mussolini è sempre una star, un po' come Berlusconi».
Tornando serio, confessa la fascinazione per una storia inusuale per lui. Mai si era confrontato con la storia, se non con Moro, anche se questa tragedia, forse, non è lontana dalla sua sensibilità. « Vincere è un titolo ironico, ma è soprattutto dedicato a questa donna che ha lottato per la sua verità con coraggio suicida. Per lei servirebbe una donna sensuale e dura come Anna Magnani o Irene Papas». Auguri.

La Stampa 3.8.07
"Riabilitate Anna l'ultima strega"
Bestseller sulle ingiustizie di un antico processo porta il caso davanti al parlamento svizzero
di Fabio Galvano

Non finì al rogo, l'ultima strega d'Europa, ma fu decapitata con un colpo di spada. Nella civilissima ma tutt'altro che illuminata Svizzera - era l'anno di grazia 1782 - Anna Göldi fu probabilmente vittima non tanto di un errore giudiziario, quando di una congiura ordita ai suoi danni per salvare la reputazione del suo datore di lavoro, un influente politico locale che prima l'aveva sedotta e poi ne aveva temuto le scottanti rivelazioni. Ora la Göldi è tornata all'onore delle cronache, 225 anni dopo quel giorno all'ombra di un oscurantismo di stampo medievale. Da una parte è un fenomeno letterario, per un libro che Walter Hauser, noto avvocato svizzero, ha scritto in sua difesa forse senza pensare che in breve tempo sarebbe balzato al vertice delle classifiche librarie della Confederazione. Dall'altra è al centro, proprio sulla spinta di quel libro, di un'azione senza precedenti da parte di un gruppo di deputati dei maggiori partiti, volta a una riabilitazione - ovviamente postuma - di quell'«ultima strega».
E' probabile che l'iniziativa vada a buon fine, anche se oggi non tutti sono d'accordo che sia il caso di disturbare prima il parlamento cantonale e poi quello nazionale per rimettere a posto una questione di due secoli fa. «Tiriamoci una riga sopra e andiamo avanti», ha suggerito un portavoce del governo locale. Ma a Glarus, la cittadina della Svizzera orientale dove i giudici e la protestante Chiesa Evangelica (che oggi riconosce l'errore) montarono quel caso straordinario, quel precedente storico brucia ancora: i suoi abitanti hanno raccolto robuste adesioni per la loro campagna.
Anna Göldi, 42 anni, faceva la serva in casa di un ricco e influente politico - nonché giudice - dell'epoca, tale Johann Jakob Tschudi. Il quale, evidentemente, non sapeva tenere le mani a posto. Per paura forse che la moglie scoprisse la relazione, l'uomo decise di porre fine alla tresca ancillare. Oggi è difficile stabilire se la Göldi fosse rimasta incinta: certo è, secondo la ricostruzione fatta da Walter Hauser, che la donna minacciò di rivelare l'accaduto. Apriti cielo. Nella Svizzera bacchettona gli adulteri rischiavano l'esclusione da tutti i pubblici uffici. Tschudi sentì l'ombra della rovina piombargli addosso, se solo quella donna avesse parlato.
L'uomo seppe sfruttare al meglio le sue conoscenze, oltre a quelle di parenti e amici. L'accusa fu presto costruita: la Göldi, si disse, aveva cercato di uccidere la figlia del suo datore di lavoro facendo comparire aghi di ferro, con inspiegabile magia, nella tazza di latte di una figlia di Tschudi, una bambina di otto anni. La donna fuggì, ma le autorità di Glarus non demorsero: offrirono una taglia dalle pagine del Zürcher Zeitung e il denaro, si sa, fa miracoli. Arrestata pochi giorni dopo, come qualsiasi strega che si rispetti anche questa fu torturata e alla fine i suoi accusatori riuscirono a estrarle la tanto attesa confessione: «Sì, ho fatto un patto con il Malvagio». Il 18 giugno 1782 la condanna; anche se formalmente, e forse proprio per evitare di esporsi all'inevitabile ridicolo, l'accusa al processo non fu di stregoneria - se ne parlò, ma solo in sottordine - bensì di tentato infanticidio. La spada del boia le mozzò la testa e la reputazione di Johann Jakob Tschudi fu salva.

Negli anni seguenti tutti i riferimenti alla «strega» furono sistematicamente cancellati dagli atti processuali. Ma rimase, racchiusa fra le scartoffie del tribunale di Glarus, una copia dell'interrogatorio. E' il documento su cui Hauser ha basato il suo best-seller, intitolato «L'assassinio giudiziario di Anna Göldi». «Questa sarebbe la prima volta - ha detto l'avvocato - in cui un Parlamento riabilita una strega. In realtà non c'è dubbio che si trattò di mala giustizia. Fin dall'inizio il processo fu un tentativo di farla stare zitta. E’ stato un caso palese di assassinio giudiziario».

Apcom 3.8.07
SINISTRE/ BERTINOTTI: SVECCHIARE O I GIOVANI SCEGLIERANNO VELTRONI
Fare bene ma anche presto, non deludere speranze

Roma, 3 ago. (Apcom) - Fausto Bertinotti sferza la sinistra: se non cambia, i giovani la percepiranno come vecchia e sceglieranno il Pd di Walter Veltroni. Inizia così l'intervista che il presidente della Camera ha concesso a 'la Rinascita della sinistra', settimanale dei Comunisti italiani. Bertinotti si domanda quale idea possa avere un ragazzo di 16 anni della sinistra, oggi: "O di una cosa vecchia o di una cosa da 'fissati'. Il rischio è che questi giovani trovino alla fine in Veltroni un riferimento per così dire di 'sinistra'".

Per questo il leader forse più popolare dell'ala sinistra dell'Unione rinnova il suo appello all'unificazione: "Siccome la politica è fatta anche di emozioni e di sentimenti, sarebbe un guaio deludere questa attesa che si è venuta a determinare, questo addensarsi di un sentimento di attesa verso un nuovo protagonismo a sinistra. Le emozioni e i sentimenti non si caricano artificialmente o artificiosamente, e neppure soltanto sulla base di una progettualità politica; si creano le condizioni, l'insieme degli elementi che determinano queste condizioni".

"Sono il primo a riconoscere - sottolinea Bertinotti - che uno degli elementi motori di questa accensione della speranza è stato il fatto che nella costituzione del Partito democratico una parte rilevante della sinistra Ds si sia sottratta da quell'approdo ed abbia riaperto un discorso a sinistra. Si è verificato un elemento che ha prodotto come un salto e l'addensarsi di un'attesa. Questa attesa è un'energia fondamentale per costruire un'impresa politica, per questo io credo che bisogna fare bene, ma anche presto".

Apcom 3.8.07
SINISTRE/ BERTINOTTI: GUARDARE A SUPERAMENTO CAPITALISMO
Lottare perché l'Europa non sia piegata al neoliberismo

Roma, 3 ago. (Apcom) - Il soggetto unitario delle sinistre al quale pensa Fausto Bertinotti dovrebbe avere nel suo orizzonte politico il superamento del capitalismo: lo spiega il presidente della Camera in una intervista al settimanale del Pdci 'la Rinascita della sinistra'.

Per Bertinotti "il bisogno di unità scaturisce da un punto di crisi, è questo il problema principale a cui è arrivata la storia della sinistra in Europa. In questo punto di crisi si rischia la scomparsa della sinistra. Almeno se per sinistra intendiamo la connessione tra la politica e la condizione sociale".

A questo rischio Bertinotti oppone la sua ricetta: "Dobbiamo uscire da questa sconfitta con una nuova definizione di un soggetto che guarda al futuro e che crede che nel futuro sia aperta la contesa per il superamento della società capitalista, tendenzialmente e strategicamente e nell'immediato, e sia presente la lotta perché l'Europa abbia un modello economico e sociale non piegato e piagato dal neoliberismo".

Per l'ex segretario di Rifondazione la nuova forza unitaria della sinistra dovrebbe lavorare alla "costruzione di un modello sociale non omologato ai dettati della globalizzazione capitalistica, delle politiche neo-liberiste. E anche un nuovo compromesso sociale in cui i protagonisti del conflitto del lavoro, i protagonisti del conflitto ambientalista, del conflitto pacifista e quello di genere ed altri ancora, si riconnettono nella loro autonomia, nel rapporto con un soggetto politico che li sceglie come interlocutori privilegiati per realizzare questo compromesso".

giovedì 2 agosto 2007

il manifesto 2.8.07
Cina. «Letture» proibite a Pechino
di Angela Pascucci

Il Partito comunista prepara il congresso. Attaccando la «Nuova sinistra» Decapitata la rivista «Dushu», che significa «Letture». Il suo direttore, Wang Hui, è stato cacciato e il giornale va verso una normalizzazione di regime. E' una vittoria degli apparati del Pcc, che in vista del congresso, si danno battaglia. Su chi è più liberista

Wang Hui, l'autorevole intellettuale conosciuto anche in Italia come il rappresentante di punta della cosiddetta «Nuova Sinistra» cinese, è stato bruscamente costretto a lasciare la direzione della rivista Dushu, che dal 1996 dirigeva insieme a Huang Ping, obbligato anche lui a dimettersi. Poco chiare le ragioni del provvedimento, che hanno tutta l'aria di un pretesto. Un fulmine nel cielo politico cinese che si va vieppiù rannuvolando, in vista del Congresso del Pc, previsto per l'inizio di ottobre e considerato cruciale per il consistente cambio di nomenklatura in programma. L'attuale leadership dovrà infatti consolidarsi e stabilire la propria successione. Quasi di prammatica, in tempi simili, l'inasprimento dello scontro dentro un partito che deve tenere insieme anime e interessi in divergenza accelerata, inevitabilmente rispecchiando le spaccature sociali sempre più profonde e la problematicità di uno sviluppo che si rivela insostenibile. La «decapitazione» arriva peraltro nel momento in cui le cronache sono piene di operai-schiavi liberati, di nuove leggi sul lavoro, di maggiore attenzione ai problemi sociali ai migranti e ai contadini. A conferma dell'antico detto cinese «fare rumore a ovest, per colpire a est».
La questione Pcc costituisce uno sfondo imprescindibile, per chi osserva da fuori. Ma non è mai apertamente richiamata nell'acceso dibattito suscitato dall'improvviso licenziamento di Wang Hui e del suo collega dalla guida di una rivista che negli ultimi dieci anni è stata punto di riferimento per un dibattito che ha coinvolto le migliori intelligenze del paese, e suscitato critiche e risentimenti.
Un giornale pericoloso
Vediamo i fatti, ricostruiti sulla base di articoli, interviste e interventi finora circolati solo in Cina soprattutto su Internet (in particolare sul sito di Utopia, www.wyxsx.com) che ancora una volta si è rivelata cruciale per la diffusione di informazioni. Poco o nulla è infatti comparso sulla stampa. Agli organi di stampa ufficiali di Pechino è stato imposto di non riportare nulla sulla vicenda e solo alcuni quotidiani e riviste della Cina meridionale seguono gli eventi, schierandosi.
Se il giubilamento della direzione di Dushu è stato brusco, non è stato tuttavia una sorpresa per i due diretti interessati. La casa editrice della rivista è la società Sanlian Shudian, controllata dalla Chinese Publishing Corporation, costituita alla fine degli anni '90 a termini di Wto come compagnia non statale, anche se risponde gerarchicamente al Ministero della Propaganda del Pcc - Partito comunista che in questo caso ha assunto ufficialmente la veste di organizzazione non governativa (misteri cinesi). Da qualche tempo la direzione editoriale della Sanlian Press era cambiata, e con essa l'atteggiamento verso Dushu, divenuto ostile, se non censorio. Wang Hui e Huang Ping avevano capito di dover preparare le valigie, ma speravano di poter almeno guidare la transizione così che 10 anni di lavoro non venisse distrutto. Non sono riusciti mai neppure a parlarne.
A metà giugno la situazione è precipitata. Da un articolo di giornale, il 21 giugno, i due direttori vengono a sapere che stanno per essere licenziati a causa del calo di vendite della rivista. Pochi giorni dopo, il 26 giugno, da un incontro coi vertici della casa editrice, Wang Hui e Huang Ping apprendono che il cambiamento è voluto dalla Chinese Publishing Corporation che vuole centralizzare la supervisione di Dushu e ha stabilito che gli incarichi dei due direttori, uno professore alla Tsinghua University, l'altro all'Accademia sociale delle scienze, sono incompatibili con la direzione della rivista. Nessun cenno al calo di vendite. I due direttori chiedono un po' di tempo per il passaggio delle consegne. Quello stesso giorno il Giornale della gioventù di Pechino pubblica una intervista a Wang Hui nella quale il professore si difende e fa presente che dal suo insediamento, nel 1996, a oggi, le vendite hanno sempre oscillato tra le 90mila e le 120mila copie, un record nella storia della rivista, (nata nel '79 come pubblicazione di recensioni librarie da cui il suo nome che significa «letture»). Nell'occasione, Wang Hui respinge anche le accuse rivolte, peraltro mai ufficialmente, all'orientamento di Dushu, considerato troppo di sinistra, e al suo stile di scrittura che per i critici sarebbe noioso e difficile. Sul primo punto Wang Hui rivendica e difende gli orientamenti della direzione, ma ricorda di aver aperto la rivista a un grande dibattito, anche internazionale, su questioni forti, sensibili, in Cina come nel mondo. Derrida, Habermas, Anderson, Eco, Jameson e molti altri ancora hanno contribuito alle sue pagine che hanno ospitato anche voci cinesi molto critiche. Quanto alla seconda accusa viene rintuzzata argomentando che la qualità dei dibattiti intellettuali non può essere valutata su standard consumistici e facendo notare che «non ci si dovrebbe aspettare di essere 'intrattenuti' da un articolo sulla difficile situazione dei contadini cinesi».
La difesa non piace. Il 7 luglio i vertici della Sanlian comunicano che la decisione di sostituire i due direttori ha effetto immediato. Il 10 luglio è annunciato alla redazione l'insediamento dei nuovi direttori uno dei quali è anche un manager della Sanlian. L'incontro viene disertato dalla maggior parte di coloro che avrebbero dovuto partecipare.
Dai fatti si evince che Dushu era diventata scomoda e che con puri pretesti si è posta fine a un'esperienza straordinaria, in senso letterale, per la Cina. L'autodifesa di Wang Hui, ricostruibile dalle interviste attraverso le quali ultimamente ha cercato di vendere cara la pelle, la restituisce in tutto il suo spessore intellettuale mentre elenca le vere ragioni che hanno portato al suo licenziamento: l'accresciuto controllo del sistema burocratico sullo spazio pubblico in risposta ai conflitti crescenti, l'azione di particolari forze sociali e gruppi di interesse, con i loro rappresentanti nel mondo culturale, volta a eliminare ogni voce critica dell'attuale andazzo, l'ignoranza e l'ideologia di mass media asserviti.
Censura neo-liberal
Appare chiaro è che quanto accaduto a Dushu costituisce una vittoria per i neo-liberal cinesi che giorno dopo giorno occupano posizioni sempre più elevate nella gestione dell'economia e della politica, i cui intrecci sono ormai strettissimi. Una élite che ha un ruolo dominante anche nei mezzi di informazione incaricati di trasmettere i suoi mantra: il mercato è una forza naturale, il capitalismo è il progresso e i mali cinesi (corruzione, turbolenze sociali, inquinamento) derivano dal non averne abbastanza, la polarizzazione fra ricchi e poveri è male inevitabile.
Discorsi che suonano familiari alle nostre orecchie occidentali: in questo senso l'esperienza particolare della rivista ci riguarda facendo emrgere la Cina, ancora una volta, come un paese allegorico che parla a tutti.
Due erano i piani sui quali la direzione ha condotto Dushu dal 1996: la messa a fuoco dei problemi reali e delle questioni politiche da essi poste, e l'apertura di un dibattito pubblico su quanto andava emergendo. Un'azione cruciale, soprattutto negli anni '90 quando i rapidi cambiamenti avevano rese obsolete categorie come stato, partito, mercato, società e non si avevano a disposizione nuovi concetti e teorie per analizzarli. Ma quel che più importa, ricorda Wang Hui, era «la nuova direzione verso cui puntavamo mentre cominciavamo a esplorare il percorso di sviluppo unico che la Cina avrebbe dovuto seguire». Riflessioni che, sottolinea, mai sono avvenute in Russia e nell'Europa dell'est, squassate dal terremoto dell'89. Così facendo Dushu si è attirata molte critiche feroci perché ha sollevato temi come la gravità della situazione sanitaria e della condizione contadina o la questione della protezione ambientale, o la corruzione nel processo di privatizzazione delle imprese di stato, quando erano argomenti tabù perché disturbavano il manovratore. Tutti nodi di cui il governo ha dovuto infine prendere atto per correre ai ripari. Merito questo non tanto della rivista ma del dibattito suscitato che era, in se stesso, sottolinea Wang Hui, un frutto dei cambiamenti sociali in corso. Un esempio fra tutti: nel 1999 Dushu apre un grande confronto sulla condizione drammatica dei contadini quando ancora il governo sosteneva che il mondo rurale cinese non fosse in crisi. Dopo quel dibattito, Pechino cambiò politica tanto che si cominciò a parlare dell'influenza inedita esercitata dalla Nuova Sinistra. Da notare che a dare avvio al confronto sui contadini fu uno dei maggiori esperti cinesi di politica agraria, il professor Wen Tiejun (una sua intervista è stata pubblicata dal manifesto il 24/12/2006), del quale giunge voce che sia anch'egli in gravi difficoltà politiche.
La possibilità di confronto pubblico è l'aspetto che oggi sta a più a cuore a Wang Hui perché, dice, «costituisce un importante elemento di democrazia. Perciò spero di poterne espandere lo spazio, non diminuirlo».
Inevitabile che una simile impostazione, volta a restituire alla politica il senso e la sostanza che la rendono tale, andasse in rotta di collisione con una tendenza a ridurre tutto a regolamenti burocratici o a leggi «naturali» del mercato che espelle la discussione e tutto de-politicizza. In una crisi delle ragioni della politica e dei metodi della democrazia che è ormai anche il nostro indigesto pane quotidiano. Una stretta anti pensiero che, foriera di tempi amari per i nostri destini occidentali, in Cina impedirà il cambiamento di un corso disastroso, che potrà essere mantenuto solo con repressione e controllo poliziesco. Quale che sia la fazione «vincitrice» al prossimo Congresso.
Ma si può essere certi che Wang Hui non smetterà di combattere, anche se la sua ultima battaglia a Dushu è ormai persa.